venerdì 30 ottobre 2015

Ricordi di viaggio:

lo vide di sfuggita, una fugace macchia nera che passò fulminea davanti alla porta della stanza aperta sul nero vuoto e buio dell'andito. Capendo che era frutto della sua vista evidentemente un po stanca tornò a scrivere al computer sotto la luce bianca della lampada, i tasti battevano lesti e rumorosi, una parola dopo l'altra, un pensiero dopo l'altro, erano le ultime fasi del romanzo ormai quasi terminato, una fatica lunga 5 mesi, il suo secondo romanzo di racconti polizieschi dopo il ricovero in ospedale a causa di un incidente in auto nel quale restò in coma per una settimana e al risveglio dovette riprendere coscienza del suo stare al mondo.
L'ora scorreva e si erano ormai fatte quasi le due, gli occhi e la mente imploravano di interrompere, ma ormai era quasi finito, prese coraggio e continuò, ma prima di farlo volle concedersi un bicchiere fresco di vermouth e alzatosi dirigendosi alla porta nuovamente vide quell'ombra furtiva muoversi, i suoi passi si arrestarono e cercò di scrutare in quella voragine nera davanti allo studio, ma non vedeva nulla, socchiuse gli occhi per mettere meglio a fuoco, ma era ancora troppo accecato dalla luce della lampada, ma nel momento in cui i suoi occhi si abituarono all'oscurità eccolo apparire, un brivido ghiacciato gli passò serpentino nella schiena sino a fargli stringere i pugni dal terrore, un ghigno bianco lo fissava, fermo in mezzo al buio corridoio che inghiottiva tutto come un cannocchiale che distorce.

Il battito accelerava, il sudore freddo iniziava a imperlare la fronte e i muscoli degli arti contratti lo avevano reso di pietra, gli occhi penetrano lo sguardo in quelle cavità oculari nere e il respiro si fece lentamente sempre più affannato e come in un moto liberatorio un broncio di paura smosse il viso dello scrittore che non reggendo più il panico di quell'essere irruppe in grida disumane di terrore viscerale che echeggiarono per la casa, aveva definitivamente perso il controllo di se, si contorceva e straziava in urla, sentiva lo sguardo di quella presenza su di lui più vicino, sempre più vicino, gli occhi dello scrittore sgranati e impregnati di capillari sanguigni erano piantati su di lui, su quel mortale pallore. "Vattene, lasciami in pace!" gridava e piangeva ormai allo spasimo della ragione e delle forze. Tra le unghie ciocche di capelli strappati e insanguinati, batteva la testa sulla parete, "Vattene, stammi lontano" . Improvvisamente quella figura gli si avventò e un grido straziato come di bestia che viene scuoiata viva lacerò l'aria.
Quando qualche ora dopo le forze dell'ordine accorsero nella casa avvisati da coloro che si accorsero delle urla, non ricevendo risposta sfondarono la porta e dopo qualche attimo di ispezione, arrivati nello studio, si trovarono davanti ad uno spettacolo sconcertante, all'ingresso dello studio giaceva l'uomo contorto in una posizione innaturalmente indicibile, il cranio quasi del tutto privo di cute e il viso talmente tumefatto e pregno di sangue da far intravedere a malapena l'espressione distorta della bocca con gli occhi che sporgevano dalle orbite, ci volle qualche istante per riprendersi da tale visione e iniziare con le prime analisi e avvicinatisi al corpo videro ai suoi piedi della calce bianca e una maschera bianca in legno a forma di teschio messicano con il chiodo attaccato in uno dei ganci per appenderla al muro.

3 commenti:

  1. Un racconto degno di Edgar Allan Poe.
    Sempre più bravo il castorino

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  2. ihihih!! si ho mirato in alto questa volta lo ammetto!!!! Grazie per il commento :))))))))))))))...!!!!

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  3. ihihih!! si ho mirato in alto questa volta lo ammetto!!!! Grazie per il commento :))))))))))))))...!!!!

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