Erano da poco passate le 21:30 quando la professoressa Livia Pilia, insegnante universitaria di arte rinascimentale, una donna dall'aspetto particolarmente sereno e aggraziato e dai folti capelli mossi era a tavola assieme al compagno per cena con la tv accesa sulla rete nazionale guardando e commentando un telefilm di non particolare interesse, una commedia di intrecci ed equivoci, quando improvvisamente in una scena qualcosa sullo sfondo attirò il suo sguardo non facendoci però troppo caso, fu però nel momento in cui la telecamera passò nuovamente su quello stesso fondo che si bloccò con il boccone tra i denti... non poteva essere vero quello che stava vedendo.
Era praticamente impossibile. Stava di fatto che ad una successiva carrellata che intercalava il dialogo tra due attori, l'oggetto, appeso alla parete di fondo venne nuovamente inquadrato questa volta un pò più da vicino e non ebbe dubbi pur nella assurdità della situazione; - Non può essere- disse esterrefatta a voce alta, - è impossibile-, il compagno le chiese di cosa stesse parlando, ma non ricevette risposta perchè la donna si era diretta al telefono nel salotto li affianco e impaziente aspettava che dall'altra parte qualcuno rispondesse; - pronto Dario, si tutto bene tranquillo, senti, ti ricordi la tavola di Pietro Canado, la Madonna con bambino, quella della foto del '44... bene, l'ho appena vista in un film, no non sono ubriaca Dario, era quella-; - ma sei sicura?-; fece Dario, l'amico collezionista dall'altra parte del ricevitore; -dai è impossibile-; -era quella ti dico, l'hanno inquadrata da vicino; -Livia, stiamo parlando di una tavola scomparsa da decenni e che ora riappare tra le scene di un film, mi stai dicendo questo?-; -è quello che ho visto pochi minuti fa-; -immagino che ti renda conto pure tu della assurdità di questa cosa?-; -certo che me ne rendo conto, ma ti assicuro che era quella, era lei ti dico-; indugiò, -potrebbe essere una riproduzione pittorica, magari uno degli pittori di scena ha visto quella foto e ha voluto farne una copia a colori-; -ricreando anche la spaccatura della tavola che taglia nel mezzo la torre nel paesaggio?-; ribattè Livia; -Dario, è irreale lo so, ma era li, era in quel film-; -non so cosa dire Livia, cosa vuoi fare?-; -non lo so, ma domani mando una mail alla rete televisiva con la foto del quadro e spiego la situazione, vediamo cosa succede-; -la fortuna aiuta gli audaci, si dice, domani fammi sapere, buona notte, saluta Ivan-.
Il mattino dopo la donna terminata la lezione in aula e tornata nel suo studio cercò l'indirizzo di posta elettronica delle rete televisiva e mandò la mail:
Alla cortese attenzione della redazione di Canale 1;
Spettabile redazione di Canale, sono la professoressa Livia Pilia, docente di arte rinascimentale presso l'Università degli Studi di Calasi, mando questa Mia per avere informazioni circa il telefilm da Voi mandato in onda ieri notte, nello specifico mi riferisco ad una scena in particolare nella quale alle spalle di due attori compare tra gli arredamenti scenici un quadro raffigurante una Madonna con bambino che stando ad un primo sguardo parrebbe essere un quadro del '500, scomparso tanti anni e di cui resta ad oggi solamente una foto in bianco e nero degli anni '40 come unica testimonianza della sua esistenza.
Vorrei sapere se c'era, in qualche modo, la possibilità di essere contattata da uno dei dirigenti o da un'altra persona per poter accertare la fondatezza di questa ipotesi. In allegato mando la foto del quadro in questione.
Cordiali saluti.
Prof.ssa Livia Pilia.
Inviò il messaggio e non le restò che aspettare sperando che non la prendessero per una pazza mitomane e cestinassero la lettera.
Passarono i giorni e la casella delle mail in entrata rimaneva senza risposta alcuna da parte della redazione televisiva. Ovviamente Dario, amico collezionista e antiquario, non perse occasione di far notare a Livia la poca probabilità che questo potesse accadere realmente, e questo lo sapeva pure lei, ma almeno un tentativo doveva farlo.
Fu verso la fine di ottobre che ricevette una chiamata nel suo studio passatale dal centralino chiedendo il suo intervento; -pronto, parlo con il commissario Italo Retici? sono Rosalia DeMontis la dirigente di Canale 1-; -buongiorno-; -venga qua agli studi, uno dei nostri dipendenti è stato trovato morto,... venga commissario-; la dirigente non sapendo come terminare la chiamata chiuse la conversazione. Retici riattaccò e chiamò Fane al telefono nel suo ufficio; -Fane ti va di andare in televisione? abbiamo un morto negli studi di Canale 1-. I due salirono sulla macchina di servizio e si recarono agli studi televisivi posti poco fuori dal centro abitato.
Ad accoglierli un grande cancello a sbarre dove dietro gorgheggiava una bella fontana composta da un grande pannello verticale di plexiglas trasparente dal quale cadeva una cascata d'acqua portata su da tubi in acciaio posti ai lati.
Retici e Fane scesero dall'auto e ad aspettarli davanti all'ingresso c'era la dirigente in persona che dopo una breve presentazione li condusse dove era stato trovato il corpo; -chi lo ha trovato?, chiese Retici-; -è stata una delle nostre dipendenti, stamattina si è recata nel deposito di scena e ha trovato la porta aperta, il dipendente si chiamava Luca Podda. Ha visto il collega riverso per terra e le sue urla hanno richiamato chi si trovava li vicino. In questo momento è seduta in uno degli studi di posa, si è chiusa in un mutismo e non parla con nessuno-.
Continuarono a camminare superando il palazzo degli uffici alla loro sinistra, addentrandosi nella grande area degli studi televisivi con 6 edifici dove all'interno venivano registrati i programmi televisivi. Passarono attraverso un parco alberato con panchine sino ad arrivare ad uno dei magazzini, all'ingresso di questo c'era un capannello di persone visibilmente commosse. Retici salutò i presenti con un veloce inchino del capo e si addentrò nel deposito seguito da Fane. Un enorme caseggiato industriale dalla copertura a botte tenuta da tubi in metallo, intervallato da infiniti ripiani alti cinque-sei metri. Sempre accompagnati dalla dirigente si addentrarono in quel labirinto di scaffali con oggetti scenici composti da manichini, attrezzi vari, scenografie, sedie, cucine, statue, tavoli, piante in plastica, finestre, divani, pareti in cartongesso; più che uno un magazzino di scena sembrava di essere entrati in un negozio di arredamento.
Finalmente dopo svariati metri di scaffalature arrivarono al cadavere, la direttrice restò qualche passo indietro, non voleva rivederlo.
Il cadavere era riverso schiena a terra fra due scansie in acciaio con un foro sulla fronte, attorno a lui erano sparsi vari oggetti caduti dalle mensole. Retici e Fane si avvicinarono e osservarono il cadavere, nel frattempo alle loro spalle sentirono arrivare i colleghi della scientifica che presero ad esaminare l'area con spazzoline, reagenti chimici e fotografie; il capo della squadra parlottò con Retici che tornò quindi sul corpo e dopo qualche minuto lasciarono il luogo, portandosi via il cadavere. Fane si rivolse alla direttrice DeMontis chiedendo se il magazzino fosse allarmato e se gli oggetti fossero tutti inventariati; - si si l'allarme viene attivato dalla guardia, e tutti gli oggetti hanno un numero di inventario, di solito si trova sul retro-; disse mostrando loro il retro di una radio; -non sa se magari sia stato rubato qualcosa?-; -così a prima vista non saprei, dovrei chiedere a chi lavora nei magazzini; questi sono oggetti di scena, hanno un valore economico relativo solo al loro uso-; -faccia fare un controllo e ci informi in tal caso-; -certamente Commissario-; -sono un brigadiere signora, non commissario;- rispose Fane con un certo imbarazzo visto che Retici era li vicino.
I due agenti si recarono quindi dalla donna che aveva trovato il collega: era seduta su una poltroncina in uno degli studi assistita da un'altra collega che le faceva compagnia. La poveretta non seppe dire molto, era arrivata quella mattina alle 8:30, aveva aperto la porta blindata del magazzino e qualche istante dopo aveva visto l'uomo morto; -non ha notato nulla di strano?-; chiese Retici; -no nulla, come sempre ho aperto l'ingresso e sono entrata-; -quindi non ha trovato segni di effrazione?-; la donna pensò; -no, non mi pare, la porta era integra-; Fane in quell'istante abbandonò la stanza uscendo con passo svelto, Retici lo guardò, sapeva dove stava andando, al suo ritorno confermò, -si Commissario la porta, come dice la signora, non ha segni si scasso-; -va bene, direi che qua abbiamo terminato per il momento, si riprenda signora, se si ricordasse qualcos'altro ci contatti-. Retici salutò e tornarono in centrale.
-Morale della favola "commissario"?-; chiese Retici a Fane con un tono ironico nel mentre che si sedeva alla scrivania, provocazione che il collega non colse; -morale della favola abbiamo tre possibilità, quale busta vuole? la 1: il morto ha aperto al suo assassino e dobbiamo capire perchè, la 2: il magazziniere era già li dentro e faceva da complice ed è stato poi fatto fuori, o la 3: quel poveraccio ha sorpreso il ladro e per disgrazia sua ci è rimasto secco, da dove vuole iniziare?-.
Passarono i giorni e i telegiornali avevano dato la notizia del delitto negli studi televisivi, la professoressa Pilia avendo saputo del fatto non sapeva cosa fare, insomma, aveva mandato la mail proprio a quello studio televisivo e ora li dentro avevano trovato un morto. Aspettò qualche giorno poi il lunedì successivo, erano i primi giorni di novembre, prese coraggio e chiamò Retici; -Buongiorno commissario, senta...-; titubava; -ho da dirle qualcosa che potrebbe essere legato a quello che è successo agli studi di Canale 1-. Retici che in quel mentre stava per uscire rimandò quello che stava per fare e si recò subito a casa della donna.
Lo accolse il compagno che condusse Retici attraverso un piccolo cortile sino all'interno della casa dove in piedi poggiata alla finestra c'era la professoressa. Era una casa molto elegante e luminosa, con vari quadri appesi, dalle pareti giallo chiaro. La donna si avvicinò; -buongiorno signor Commissario sono Livia Pilia, insegno arte rinascimentale presso l'Università degli Studi di Càlasi-; la donna si sedette indicando la sedia anche al commissario; -non so se possa essere utile per quello che è successo, ma occupandomi di arte i miei studi mi portano ad imbattermi in quadri antichi-; Retici la ascoltava, voleva capire dove voleva arrivare la donna; -per farla breve, qualche settimana fa guardando un film su Canale 1 ho visto un quadro, una tavola per essere più precisi, sparita da 60 anni-; Retici fece un veloce calcolo e la guardò stupita; -è un quadro conosciuto ad oggi solo da una foto in bianco e nero, ne ho una copia qua con me-; allungò la mano verso il tavolo in vetro e gli porse la riproduzione, raffigurava una tavola quadrangolare con una Madonna col bambino ad un parapetto dal quale ricadeva un drappo decorato, sullo sfondo un paesaggio collinare e una torre sulla sinistra con una grossa fenditura del legno che divideva la costruzione a metà.
Retici la osservò; -è un quadro di un pittore locale del '500, Pietro Canado. Come le dicevo, del quadro resta solo questa foto fatta durante gli anni della guerra, dopo di che si sono perse completamente le tracce-; -dove si trovava il quadro?; -come tante opere sino all'800 era conservata in una chiesa, questa inizialmente era nella chiesa di San Marino qua a Calasi, è una chiesa gotica, ma a causa di quello che si chiama Eversione dell'Asse Ecclesiastico gli ordini religiosi vennero aboliti e il Regno d'Italia confiscò i beni ecclesiastici per un'ideale di Stato laico, diciamo così, il che significò però per molte chiese soprattutto perdere opere d'arte che vennero vendute dagli stessi enti per ricavare introiti o trafugati e poi spariti.
Questo quadro ebbe una sorte simile, venne prelevata alla fine dell'800 dalla chiesa di San Marino come le dicevo, per essere restaurata e poi venduta, dopo di che non si sa nulla, venne poi nuovamente appeso, sarebbe meglio dire riapparso non si sa bene come, nella chiesa di Santa Francesca, sempre qua a Calasi, negli anni '30. Nel 1942 durante la guerra venne fotografato per essere inventariato, e anche li il quadro sparì, venne rubato-. Retici ascoltò attentamente questa vicenda.
-Lei al telefono mi ha detto che questo quadro lo ha visto in un film, è sicura si tratti proprio di questo?-; -sicura al cento per cento no finchè non lo avrò eventualmente davanti e saranno fatte le analisi sul reperto, ma ho una ragionevole certezza. Le assicuro però che ci sono molte probabilità che sia proprio quello. Avevo mandato una mail alla redazione del canale per avere qualche informazione e di li a pochi giorni poi è successo quello che sappiamo-; -le hanno risposto?-; -no Signor Commissario, nessuna risposta-; -sa chi scattò la foto?-; -certo, se gira la riproduzione può leggere il nome dello studio fotografico, oggi non esiste più-; Retici lesse: Studio d'Arte Fotografica Fratelli Meloni, via del Romagnino 24, Calasi, si appuntò quel nome in un taccuino e restituì la foto, ma la donna gliela ridiede, ne aveva un'altra copia, con la promessa che glie l'avrebbe restituita. -Va bene signora Pilia, grazie, aggiungo anche quest'altro tassello-.
Poco prima di uscire accompagnato questa volta dalla donna, il commissario si fermò a guardare un'incisione con un paesaggio campestre appesa all'ingresso, apprezzandone la bellezza della luce.
Tornato in centrale dopo pranzo e aver mangiato alla mensa, Retici e Fane si misero alla ricerca di qualche notizia dello studio fotografico, non fu però un'impresa facile, ci volle qualche giorno per ritrovarlo negli archivi della Camera di Commercio. Nello studio fotografico risultava come dipendente un certo Livio Meloni. Quest'ultimo fu più veloce da rintracciare, fortunatamente era ancora in vita nonostante fossero passati tanti anni, così rintracciato l'indirizzo andarono a casa sua. Il vecchio si presentò in ciabatte e stava per cacciarli via in malo modo se non fosse stato per Retici che riuscì a convincere l'uomo e la badante che lo assisteva di essere veramente dei poliziotti. Abitava in un palazzo anni '50 in centro città, al quarto piano.
Li fece accomodare in un piccolo salottino antiquato fermo come design agli anni '60, con i mobili in noce scuro e poltroncine scomode con fodere a fiori bordeaux. Retici andò subito al sodo, non si sa mai vista l'età sugli ottanta dell'uomo... era un attimo pensò; -senta Signor Meloni, lei era proprietario di uno studio fotografico, giusto?-; -si era mio e di mio fratello, più mio che suo a dirla tutta, ero appena ventenne quando lo aprimmo nel 1941, in via Romagnino al numero 24. Mio fratello poi lasciò lo studio solo a me e lui partì. Difficile in quel periodo aprire un'attività, o eri nel partito nero o conoscevi qualcuno che ti aiutasse, a me aiutarono, ma mai con quelli-; disse in tono serio.
Improvvisamente si fermò, li guardò attentamente e in dialetto stretto chiese cosa volessero e Retici che pur non essendo del posto aveva ormai imparato a capirlo a parlarlo, gli rispose però in italiano; -vede questa foto Signor Meloni, se la ricorda?-; Retici gli porse la foto del quadro che l'uomo guardò molto attentamente e la rigirò tra le mani. Notando il marchio del suo studio se ne stupì; -questa è una delle mie foto-; disse quasi commosso per quella inaspettata sorpresa ritrovata dopo tutto quel tempo, la mostrò anche alla sua assistente; -certo che la ricordo, questo era un quadro che mi chiesero di fotografare durante la guerra, me lo portarono nello studio; il parroco e un altro uomo mi pare, non ricordo più il nome del prete, sicuramente è morto da tempo, era già anziano al periodo... mischino. Stavano facendo l'inventario della chiesa, in quel periodo era meglio non fidarsi di nessuno. Lo portai nel mio studio, nel retro e ne feci delle riproduzioni, non so quante, forse due, tre-; -si ricorda da quale chiesa glielo portarono?-; -no Signor Commissario questo non lo ricordo, magari non esiste più nemmeno la chiesa, sa i bombardamenti hanno raso al suolo la città e anche il mio studio di fotografia-.
La conversazione terminò li, quindi l'uomo educatamente congedò i due poliziotti e li fece accompagnare dalla badante che era rimasta li con loro.
-Abbiamo ancora tempo?; chiese Retici; -sono le 17:00, dove vuole andare Commissario?; -a Santa Francesca, l'ultima volta il quadro era in quella chiesa-; -ma quell'uomo ha detto che forse la chiesa non esiste più-; -e tu a cosa pensi servano i motori di ricerca negli smartphone?, metti in moto su-; così dopo una ricerca veloce in internet si diressero nella chiesa di Santa Francesca e qua trovarono il parroco. Li accolse in una piccola chiesa barocca stretta tra vecchi palazzi storici in quella che oggi era la via dello shopping.
Don Rossano Tocco, un uomo di una certa età con un naso aquilino, si presentò con una stretta di mano. Quando gli venne mostrata la foto ricordò la storia; -si conosco la vicenda di questo quadro, mi venne raccontata tempo fa, era esposto in questa chiesa durante la guerra-; e indicò una delle cappelle sulla destra-; -e poi se ne persero le tracce, più che altro venne rubato. Al periodo, erano gli anni '40, venne accusato del furto un certo Meloni, il fotografo che fece le foto per l'archivio. Questo è quanto, non so altro mi dispiace-.
Senza che nessuno l'ebbe notata, una donnina anziana con un fazzoletto avvolto sulla testa si alzò dai banchi, ritirò il rosario nella borsetta, fece il segno della croce e si avvicinò col suo bastone con passo malfermo versi tre uomini. Si rivolse al parroco in dialetto dicendo che lei si ricordava molto bene della vicenda. Al periodo era una giovane ragazza.
Don Roberto Pitzalis, il prete che officiava all'epoca si fece accompagnare a fare la foto da un certo Federico Podda, un giovane che era sempre affaccendato in mille cose ma che poi non concludeva mai nulla. Se lo ricordava perchè durante la guerra quel giovane l'aveva corteggiata più volte senza che lei ne fosse interessava proprio perché era un buono a nulla sfaccendato.
I due agenti ringraziarono il parroco e la donna e stavano per tornare velocemente a casa del Meloni quando vennero richiamati dalla centrale per una comunicazione urgente. Retici diede un pugno al clacson e dovette tornare in caserma di malavoglia. Nel suo studio gli passarono la chiamata dalla direzione di Canale 1, era la dirigente.
-Pronto commissario?, sono la dottoressa DeMontis, come mi aveva chiesto lei controllando negli inventari dei nostri magazzini pare sia sparito un quadro, una crosta con una Madonna col bambino; Retici trattenne il fiato; -la cosa strana è che quel quadro ha un numero di serie corrispondente a quello di quest'anno pur non essendo stato acquistato in questa annata.
Mi spiego, ogni annata ha un suo numero di serie, quindi, gli oggetti acquistati nel 1975 avranno un numero di matricola iniziale diverso da quelli acquistati nel 1997, e ovviamente risultano nella lista degli acquisti di quell'anno, ok?-; -la seguo-; -questo quadro però sembra essere apparso quest'anno, è inventariato al 2018 e quindi compare nella lista inventario di quest'anno, ma non risulta nella lista degli acquisti, in nessuna delle annate di acquisto-.
La donna continuò; -gli attrezzisti di scena mi hanno detto che era un vecchio quadro molto rovinato, sembrava dimenticato nei magazzini da chissà quanti anni, nessuno ne sapeva nulla. Venne comunque inventariato perchè doveva essere usato per le riprese di un telefilm che abbiamo mandato in onda il mese scorso e girato nei nostri studi-; -capisco, senta un pò, le risulta che alla vostra redazione giunse una mail da parte di una docente universitaria che chiedeva informazioni riguardo un quadro apparso in un vostro film?-; -... si la ricordo perfettamente, me la girò la redazione, ma non feci in tempo a rispondere a causa della morte del dipendente-; -va bene, senta signora DeMontis un'altra domanda, voi avete tutti gli elenchi dei vostri dipendenti?-; -si dovremmo averli tutti, ma guardi che sono molti, questo studio televisivo esiste dagli anni '50, non so se...-; -lei non si preoccupi dottoressa DeMontis, chiedo l'autorizzazione al questore e poi mando dei miei agenti a ritirarli-; -va bene Signor Commissario a presto allora, avviso i dipendenti che si occupano degli archivi-; -perfetto, grazie mille-.
Qualche giorno dopo il brigadiere Fane, assieme all'agente Sari e Riccardi prelevarono dall'archivio degli studi televisivi cinque pesanti faldoni e li portarono in centrale. Retici si buttò a capofitto sul faldone del 1950; -cosa sta cercando Commissario?; -devo fugare un dubbio, tu intanto torna dal Meloni e fatti dire che fine ha fatto il fratello e fatti spigare anche la questione del furto; -comandi Signor Commissario-; così assieme a Sari tornarono a casa di Livio Meloni; -Buongiorno Signor Meloni, possiamo?; -ancora voi?-; disse con un sorriso; -prego entrate-; -solo qualche istante glielo prometto, vorremmo qualche informazione su suo fratello-; -mio fratello?, è morto minimo da 40 anni, riposi in pace-; si sedette; -un male brutto se lo portò via ancora giovane-; Fane capì, il signor Meloni era di quella generazione che il cancro non lo chiamava col suo nome, quasi come se fosse una vergogna averlo.
-Ci saprebbe dire che lavoro faceva, intendo dopo che ha lasciato lo studio fotografico-; -era emigrato in Germania con un amico subito dopo che finì la guerra, nel '45, si sposò li e poi tornò qua negli anni '50, aveva trovato lavoro a Canale 1, aveva vinto il concorso regionale-; disse con un pò di orgoglio-; Fane strinse i pugni appena sentì quello ma cercò di non dare a vedere la reazione; -senta, ha voglia di raccontarmi del furto che accadde al quadro che lei fotografò?-; -Me lo ricordo ancora bene, venni accusato ingiustamente e tutte le prove a mio carico non servirono a nulla, sono innocente io e lo rivendico con orgoglio. Il farabutto che per poco non mi fece fallire però non venne mai preso. Si era introdotto nello studio e l'aveva portato via; una notte lo tenni nel laboratorio, solo una e il giorno dopo non c'era più; gli auguro di essere finito sotto le bombe-; il vecchio Meloni si stava visibilmente alterando, evidentemente certe cicatrici non guariscono mai.
La badante cercò di calmare il suo paziente e chiese ai due poliziotti di lasciarlo tranquillo se non c'era altro che volessero sapere, Fane a Sari risposero che andava bene così quindi tornarono in centrale e appena entrati nello studio di Retici il brigadiere si rivolse al commissario in tono sarcastico; -poteva anche dirmelo che stava cercando il nome del fratello di Livio Meloni nei registri di Canale1-; -Fane, così ti avrei tolto il piacere della scoperta, e io magari non avrei fatto la figura del baccalà davanti a te se avessi fatto un buco nell'acqua. Comunque, cosa ti ha detto?-; Fane lo guardò di sbieco e si accomodò, -subito dopo la guerra il signor Lorenzo Meloni lasciò lo studio fotografico e partì in Germania con un amico, era il 1945, e li si sposò. Poi tornò qua negli anni '50 e con un concorso venne assunto nella rete televisiva, morì poi di cancro negli anni '60-; -bravo Fane, proprio così, dai registri risulta che Lorenzo Meloni abbia lavorato in Germania dal 1946 sino al 1950 e poi sia stato assunto come tecnico di magazzino scenico proprio in questi studi dal 1951 al 1963, anno della morte-; -ok, ma che c'entra il quadro e che c'entra col morto? chiese l'agente Sari levandosi il berretto e passando la mano sul viso; -tieni, controlla un pò la lista delle persone coinvolte-; rispose il Commissario Retici con un mezzo sorriso-; Sari prese il foglio e scorse un paio di volte l'elenco, improvvisamente strabuzzò gli occhi e stette per dire qualcosa, ma il commissario lo bloccò; -ecco vedo che hai capito, adesso vai controlla e vedi se si conoscevano-; -subito Signor Commissario;- uscì dall'ufficio portando la mano alla fronte.
Ci vollero due giorni perchè dall'Ufficio Anagrafe del comune rispondessero alla richiesta fatta Sari, che a sua volta la fece pervenire alla scrivania di Retici che lesse il foglio; -è come sospettava lei Signor Commissario, la vittima di Canale1, Luca Podda e Federico Podda, l'amico di Lorenzo Meloni, sono imparentati. Federico Podda era lo zio di Luca, ed è morto nel 2001-; il Commissario Retici fece un sorriso largo sino alle orecchie e rispose; -che dici, c'è l'avrà un padre in vita questo Luca?-; -so anche questa risposta Signor Commissario, è ancora in vita e mi son preso la briga di segnare l'indirizzo dell'abitazione-; -siete fenomenali, non saprei cosa fare se non ci foste voi... Fane!;- chiamò Retici dal suo ufficio. Il brigadiere si precipitò aprendo la porta; -piano Fane che mi butti giù l'ufficio, non è una gara a premi se arrivi prima, su andiamo a parlare con il padre della vittima-.
L'abitazione dell'uomo si trovava in un paese limitrofo a Calasi, un paese di campagna con la sua chiesetta, la sua bottega e gli immancabili bar. Era una tipica casa di paese con un cortile e alberi da frutto e attrezzi da lavoro nella rimessa. Retici si presentò sperando in una accoglienza meno ostile di quella che ebbe a casa di Lorenzo Meloni che per poco non gli sbatteva il bastone sulla testa.
L'uomo, un uomo anziano dagli occhi di un celeste che risaltava con il candore dei capelli bianchi fece sentire la sua voce dal citofono, ma ad accogliere i due poliziotti fu la figlia, che abitava al piano superiore. Li fece entrare in un soggiorno scaldato dal grande caminetto che occupava un angolo della stanza. Novembre si era fatto ormai freddo. Era evidente che il lutto per la morte del figlio era ancora vivo nei familiari.
-Signor Podda, sono il Commissario Retici. Mi dispiace per la morte di suo figlio, stiamo portando avanti le indagini e ci servirebbe anche il suo aiuto;- l'uomo guardava fissamente verso il vuoto; -cosa volete sapere?-; -tutto quello che riesce a ricordarsi, è estremamente importante, sospettiamo che la morte di suo figlio sia legata al furto di un quadro che era conservato nel magazzino degli studi televisivi-; -ma cosa volete che ne sappia io-; Retici fece vedere all'uomo la foto del quadro ma questo fece una smorfia come dire, "non mi dice nulla", la figlia però chiese di poter vedere la foto; -io mi ricordo una storia legata ad un quadro che mio zio Francesco, il fratello di babbo, ci raccontava quando eravamo piccoli io e mio fratello-.
Retici portò le mani al mento e ascoltò; -ci diceva che da ragazzo durante la guerra aveva rubato un quadro dallo studio di un fotografo, ma noi non gli davamo credito, lo diceva solo per fare un pò il gradasso, insomma era sempre stato un tipo al quale piaceva raccontar storie e spesso erano anche divertenti, però questa era particolare, la raccontava con più cognizione di causa diciamo così: dettagli, aneddoti, ci disse persino che-; -mio fratello era un gran fanfarone Signor Commissario-; intervenne l'uomo-; -da quando era tornato dalla Germania gli piaceva raccontare scempiaggini per intrattenerci, ma non gli davamo retta.
Ricordo anche io, ora, la storia del furto, disse persino che si fece aiutare dal fratello del fotografo a rubare il quadro. Partì con lui per il continente alla fine della guerra, con il fratello del fotografo intendo-; -si ricorda il nome del fratello?-; chiese Retici; -mi pare Lorenzo, erano sempre assieme quei due-; -cosa sapete dirmi della storia del furto, cosa raccontava?-; -l'ha raccontata così tante volte che la conosco a ancora memoria, l'aveva pensata proprio bene-; fece la donna.
-Era la fine del secondo conflitto. Lorenzo Meloni disse a mio zio che nel suo studio di fotografia era arrivato un quadro che doveva essere fotografato. Quindi gli venne l'idea di rubarlo per rivenderlo e poi partire. Chiese a mio zio di aiutarlo. Così si introdusse nello studio e lo portò via durante la notte. Aggiungeva ogni volta aneddoti sempre diversi, descriveva mirabolanti peripezie per riuscire ad entrare li dentro.
Ci raccontò che dovettero nascondere il quadro, e lo nascosero un una casa disabitata in campagna di proprietà della famiglia Meloni. Non potevano rivenderlo subito perchè sarebbero stati scoperti, così aspettarono un pò di tempo. Il tempo passò e il quadro rimase sempre nascosto aspettando il momento di essere rivenduto. Quel momento però non venne mai, perciò mio zio e Lorenzo abbandonarono il progetto e partirono comunque in Germania negli anni '50, lasciando qua la refurtiva.
-Quello che vi sto raccontando è ciò che ci raccontava tante volte Signor Commissario, poi fate voi-; Retici annuì; -continui, ammetto che è avvincente come racconto-; -si, mio zio lo raccontava spesso perchè da bambini ci piaceva sentirla.
Dicevo, tornarono qua e a suo dire finalmente riuscirono a vendere il quadro ad un antiquario che lo comprò e lo rivendette. I due si divisero i soldi e fine della storia, no anzi, il gran finale di mio zio, il quadro venne acquistato dal primo direttore di Canale 1, gli studi dove mio zio e Lorenzo Meloni vennero assunti come magazzinieri quando vennero aperti gli studi televisivi-; i due agenti per poco non caddero dalla sedia quando sentirono quello.
Retici a quel punto intervenne non potendosi più trattenere; -signora Podda, si rende conto della storia che ci ha raccontato?-; -certo che me ne rendo conto Commissario, ed ecco perchè all'inizio le dicevo che alle storie raccontate mio zio non ci credeva mai nessuno, ma siete stati voi a volerla sentire e io ve l'ho raccontata-; -e lei ha fatto benissimo. Che ora abbiamo fatto?; disse Retici guardando l'orologio; -direi che è tempo di andare, grazie per il vostro tempo-; -ma si figuri Signor Commissario. Prego, vi faccio strada-.
Poco prima di lasciarli andare davanti al cancelletto la donna trattenne ancora qualche istante i due agenti ed espresse loro la sua preoccupazione; -temo che mio fratello si sia infilato in una brutta faccenda, vero?. Mio padre è molto anziano ormai e ogni tanto non c'è con la testa, non si rende nemmeno bene conto di quello che sta succedendo: forse è un bene. Commissario, aspettiamo tutti che questa storia finisca-; gli occhi della donna divennero umidi, Retici sospirò; -stiamo facendo tutto il possibile signora Podda, ma non posso dirle nulla al momento, bisogna fare un passo alla volta. Abbia fiducia-.
Gherardo Dorri, il primo direttore di Canale 1, sepolto nel cimitero di San Francesco di Càlasi nella cappella privata di famiglia, lasciò in eredità alla famiglia un patrimonio di svariati zeri, terreni e alla moglie ancora in vita, la loro casa nella quale viveva assistita da un'infermiera personale, tre persone di servizio (più vari ed eventuali) assieme ai due cani pechinese color miele.
Nonostante la veneranda età della donna e una folta chioma bianca a boccoli tenuta su da svariate bombolette di lacca spray, dimostrava ancora uno spirito ironico e una parlantina invidiabile; -il furto del quadro?, quale furto del quadro... ah si si il furto, mi ricordo... Susy, vieni qua, Susy; -chiamava il cane che accorse rantolando col respiro e battendo le unghiette sul pavimento, seguito ovviamente anche dall'altro e assieme si lanciarono sul divano-; -si Signora Dorri, stiamo facendo le indagini sulla morte del dipendente di Canale 1 e ci servirebbe qualche informazione, se si ricorda qualcosa, legate al furto del quadro-; -certo che mi ricordo qualcosa, mi ricordo tutto io Commissario Lentici... Clara vieni qua un attimo, portami un bicchierino di mirto-; arrivò una delle donne di servizio; -Signora lo sa che non può bere alcolici-; disse imbarazzata davanti a Retici e Fane; -e allora perchè li comprate dico io?, non si preoccupi brigadiere Redici, è tutta scena, appena sarete andati via un bicchierino me lo rigira, sperando non lo sappia il medico-; rise sotto i baffi-.
-Signora Dorri vorremmo sapere qualcosa del furto-; insistè Retici -si si il furto, mi ricordo tutto, era il 1963, bei tempi quelli, avevamo creato una televisione garbata, certo era ancora un pò acerba per certi aspetti, ma certo non la schifezza di adesso, piena di cosa inutile. Comunque, mio marito, buon anima, prodigo e persona sempre umile, aveva comprato quel quadro, quello che mi ha fatto vedere prima, da un antiquario in città. Dovrei ancora... aspetti, Loretta!-; si avvicinò una delle altre donne-; -dica Signora Dorri-; -senta vada nello studio di mio marito, nello scaffale, quello in metallo, prenda... fai bene attenzione mi raccomando, quel librone dalla copertina argentata e dallo ai signori inquirenti-; i due agenti si guardarono non sapendo cosa pensare.
Qualche minuto dopo dal piano di sopra si sentì un tonfo e poco dopo la cameriera tornò porgendo un libro contabile a Retici; -li dentro troverà un pò di informazioni riguardo l'acquisto del quadro, ricevute e cosa varie se lo legga se vuole; dicevo del furto, sparì una notte del '63 proprio da questa stanza, l'aveva comprato nei primi anni '50, un bel quadro con una Madonna col bambino; facemmo una denuncia ma non venne mai ritrovato, sicuramente rivenduto o chissà. Dio vorrà se riuscirò a rivedere il quadro un giorno, ma tant'è son vecchia ormai, me lo vedrò dalla bara Commissario Retici-; la donna rise e chiamò l'altra delle dipendenti dicendo che quello era quanto si ricordava. Anche Retici rispose con un silenzioso sorriso, forse più per il fatto che finalmente si ricordò il suo nome. Fece quindi accomodare i due agenti e salutatili richiuse dietro di loro la porta.
-Vostro Onore Retici lo sa che siamo in pieno alto mare vero?-; fece Fane sarcastico quando salirono in auto, Retici annuì; -lo so Fane, lo so, un passo alla volta però. Dai andiamo a berci qualcosa, ormai direi che la giornata è finita, devo anche andare in bagno-.
-Non so cosa pensare, è tutto maledettamente intricato; il furto di un quadro che già venne rubato e per di più ovviamente ci scappa il morto che è imparentato con uno che disse di averlo trafugato-.
-Chiusa questa indagine io me ne vado in vacanza per un bel pò, tu che farai Giulio?;- disse Retici a Fane nel mentre che bevevano una birra-; -io?, io resterò in caserma Italo dove vuoi che vada, non posso premettermi di assentarmi come te-; rise. Fuori dal lavoro i due colleghi avevano l'abitudine di chiamarsi per nome e darsi del tu, era un modo che si erano presi per allentare la tensione che gravava durante le ore di lavoro; -la vedo grigia questa volta, molto grigia-; rispose il commissario.
Dicembre era finalmente arrivato, il che significava freddo, termosifoni al massimo della temperatura negli uffici a dispetto delle indicazioni ministeriali e più persone per le strade che a sua volta significava più incidenti e più denunce per furti nelle case. Dicembre ed agosto i mesi nei quali i topi d'appartamento si divertivano di più.
Gente che tornava, gente che partiva e partiva pure lui con l'auto diretto alla nave finalmente, aveva programmato quel viaggio da settimane, era la fine di un lungo lavoro. Mise il bagaglio nel cofano e accese il cruscotto. Per quanto gli fu possibile prese strade secondarie per non imbottigliarsi nel traffico, aveva la partenza del traghetto alle 18:00 da Calasi, direzione Roma, e si erano già fatte le 17:15, ma conosceva le strade interne e le fece con calma.
Uscì dalla città, prese lo svincolo e si incanalò nella statale e si incamminò spedito. Quello che non aveva messo in conto, o se lo aveva fatto sperava di non incapparci, erano i posti di blocco, che proprio ad agosto e dicembre venivano intensificati. Notò il bagliore azzurro in lontananza nel buio della strada, procedeva spedito.
L'uomo in divisa fece ripartire l'auto e sistemati i fogli nella cartella riprese possesso della paletta e si accostò al cofano della volante.
Si accorse dell'agente che oltre il cofano della vettura di servizio muoveva la paletta in giù e in su.
In mezzo al freddo umido della sera, bardato dentro un cappotto in panno faceva oscillare la paletta di segnalazione.
Strinse le mani, fissò le luci di segnalazione e quindi portò la mano destra sul pomello del cambio, uno scatto secco e cambiò marcia facendo rallentare la vettura. Si accostò. Gli chiesero i documenti, la patente.
Glieli consegnò aspettando con pazienza. Ci vollero una decina di minuti, dopo di che potè tornare sulla corsia e dirigersi all'imbarco. Questa volta dovette accelerare abbastanza perchè controllando l'orologio sul cruscotto vide che erano già le 18:15, entro quindici minuti avrebbe preso la nave. Spinse la macchina a velocità sostenuta e superò con destrezza le auto; quando fu dietro la curva che bruciò un altro posto di blocco. Si accorse una frazione di secondo dopo di quello che accadde, fu il flash dell'autovelox che glielo fece notare, cercò di rallentare ma ormai era troppo tardi, la volante era dietro di lui. Li vedeva riflessi negli specchietti retrovisori, gli stavano dietro nonostante stesse procedendo ad una velocità più moderata, ma questi non demordevano, e fu in quell'attimo che accadde, andò a schiantarsi sull'auto che aveva davanti e che aveva rallentato improvvisamente, le due auto prima si incastrarono l'una dentro l'altra poi il contraccolpo le fece sobbalzare con una carambola che invase tutta la corsia andando a coinvolgere anche un'altra vettura che procedeva al suo fianco.
In pochi minuti sulla strada si depositarono frammenti di vetro, pezzi della scocca e anche dei copertoni. La volante si trovò ad assistere dal vivo a quella scena delle tre auto che carambolavano come palline. Immediatamente allertarono i soccorsi. La corsia venne bloccata e il traffico deviato con l'inevitabile rallentamento.
Arrivarono le ambulanze, in tutto quattro, e altre due pattuglie assieme ai vigili del fuoco. Il bagliore delle luci di soccorso si spandevano nel pulviscolo umido della notte.
Le auto di passaggio rallentavano e guardavano allibiti quella scena incredibile.
Con tenacia si cercava di estrarre dal cartoccio di auto i passeggeri che erano rimasti incastrati.
Si cercava anche di capire chi fosse stato coinvolto nel tamponamento, non fu facile riuscire a trovare i documenti.
Si prese nota di tutti i nomi coinvolti e fu quello di Riccardo Pittau che il giorno dopo interessò Retici; dentro la sua auto venne ritrovata, anzi, al di fuori di essa, sbalzata di pochi metri, una valigia antiurto, e portata in centrale. I colleghi della scientifica riuscirono ad aprirla nonostante fosse ammaccata e al suo interno trovarono qualcosa che non avrebbero mai pensato di vedere, un quadro.
Rimasero a guardarlo per un pò, aveva subito dei danni a causa dell'impatto, ma la valigia imbottita riuscì a parare gli urti e un volo di un paio di metri. Come tutti i reperti venne anche quello venne fotografato e il suo contenuto venne conservato in un magazzino all'interno degli uffici. Il commissario venne immediatamente avvisato e si precipitò nel laboratorio.
La Dottoressa Landi, la direttrice del laboratorio scientifico, fece arrivare Retici nel suo studio e come vi entrò trovo la donna dietro la scrivania e la valigia chiusa; -Se mi state prendendo per il culo, io ti giuro Landi...-; lei sorrise; -ti ho mandato le foto nella tua mail e l'hai visto tu stesso il contenuto-.
Fece scattare i blocchi della chiusura e pur con un pò di fatica riuscì ad aprire lo sportello e lo vide, settimane di ricerca ed era davanti a lui, la tavola con la Madonna con Bambino di Canaro, era veramente bella come dicevano.
La foto non le rendeva giustizia.
-Retici, ti commuovi?-; le fece notare la dottoressa.
-No!, forse si, è una lunga storia Landi, che non è ancora finita però. Questa la porto via io-; -fai pure, a noi non serve più commissario-.
La notizia del ritrovamento del quadro e il modo in cui venne ritrovato destò l'attenzione di molti e la notizia venne data anche nei telegiornali nazionali.
Retici fece un doveroso giro di chiamate, in primis alla vedova Dorri, dove però gli venne detto che la Signora era deceduta da qualche giorno dopo un ricovero in ospedale. La professoressa Pilia ebbe la notizia dai mezzi di informazione e fu veramente molto felice del ritrovamento, tuttavia le disse Retici che il quadro non poteva ancora essere reso al pubblico perchè il caso non era ancora chiuso. Il vecchio Livio Meloni non seppe mai la verità sul fatto che a rubare il quadro dallo studio fosse stato il fratello, ma forse era stato meglio così, morì verso la fine di dicembre assistito dalla sua badante.
Ci vollero un bel pò di mesi perchè Riccardo Pittau terminasse la convalescenza e appena fu dichiarato idoneo alla dimissione, venne prelevato dagli agenti e condotto direttamente in caserma nella stanza adibita per gli interrogatori dove il commissario lo stava aspettando col suo avvocato; -sentimi un pò, io e te non ce ne andiamo da qua finchè non mi dici tutta la storia e vedi di non dimenticare nulla-. Il resoconto fatto da Pittau fu lungo e minuzioso. L'uomo disse che Federico Podda gli raccontò la storia del quadro che lo zio rubò tanti anni fa a casa del direttore nascondendo all'interno dei magazzini degli oggetti scenici di Canale 1. Lo zio morì e del quadro se ne perse completamente la memoria. Nessuno credette a questa storia, l'unico che ci ha sempre creduto era proprio Luca, il nipote, che riuscì ad entrare a lavorare negli studi della rete televisiva. Mi disse che vide un film trasmesso da Canale 1 e che tra gli arredi c'era proprio il quadro che gli aveva sempre descritto lo zio-.
-Il resto si scrive da se Commissario, gli venne in mente di cercare il quadro per farci soldi, perchè lui era sicuro che si trattasse proprio di quel quadro.
Gli serviva un complice però, preparò il piano in un paio di giorni e chiese il mio aiuto. Conoscevo Luca diversi anni e il suo piano mi sembrava fattibile.
La sua idea era quella di farmi rimanere dentro il magazzino sino all'ora di chiusura, poichè ha una password sia in entrate che uscita, alla chiusura prelevare il quadro e uscire dagli studi-; -com'è che poi Federico Podda è finito con un buco sulla fronte?-; fece il Commissario Retici; -finì che entrambi perdemmo la testa, una parola di troppo e così presi la pistola...-; Pittau smise di parlare, ma Retici lo incalzò; -dove hai tenuto il quadro nel frattempo?-; -a casa mia, mi procurai una valigetta protettiva e decisi di andare via, avrei rivenduto il quadro a qualche antiquario o restauratore estero. Sapevo che era un reperto ricercato da tempo, ero fiducioso nel fatto che al di fuori non avrei avuto problemi a rivenderlo, questo è tutto, veramente-.
Ci vollero parecchi mesi di lavoro di restauro per riuscire a rendere la tavola dipinta nuovamente splendente, fu un'operazione delicata, ma diede i suoi frutti. Gli eredi Dorri offrirono la tavola alla città pur rimanendone loro i proprietari. La professoressa Pilia presenziò la giornata di studi dedicato al pittore Pietro Canado organizzato dall'Università di Càlasi.
Si organizzò un'incontro poco prima di natale all'interno della pinacoteca cittadina al quale parteciparono storici dell'arte, restauratori e anche il Commissario Retici che pur non essendo abituato a discorsi su larga platea riuscì a riepilogare le fila delle indagini, e su tutti la tavola dipinta, una meravigliosa Madonna col bambino che appoggiati al parapetto sorridevano a chi li guardavano; una brillantezza di colori e vividezza dell'immagine che il restauro era riuscito a far risaltare. L'incarnato roseo della Vergine risaltava dal fondo del muro brunastro e sullo sfondo la cicatrice che tagliava di netto la torre, che per volere di chi curò il restauro venne lasciata a vista, divenendo un pò il simbolo di tutta la storia.
In accordo anche con la Soprintendenza ai Beni Culturali si decise che la tavola dovesse tornare nella sua originaria collocazione, venne così portata all'interno della chiesa di San Marino, situata al di sopra di un colle della città di Càlasi, colle che dava direttamente sul mare dove venne sistemata in una cappella laterale e valorizzata con delle luci apposite. Per il suo ritorno venne celebrata una messa solenne alla presenza del Vescovo.
Retici finalmente potè chiudere quella lunga storia che lo aveva tenuto impegnato per mesi, giorno e notte, e potè pensare ad altro. Era al suo computer che scriveva il resoconto quando l'agente Sari bussò ed entrò nell'ufficio; -è arrivato un pacco per lei Signor Commissario, lo ha portato il postino poco fa-.
Retici prese la voluminosa scatola e con una taglierina aprì i due lembi, al suo internò trovò una lettera e un involto di rivestimento in bolle. Aprì la lettera e vi trovò scritto "Buon natale Commissario Retici" firmato in calce, "Professoressa Livia Pilia". Prese quindi l'involto e notando il peso lo srotolò delicatamente. Al suo interno trovò una cornice che proteggeva una un foglio disegnato, era l'incisione di un paesaggio campestre al tramonto. Retici improvvisamente si ricordò.
Un altro biglietto allegato dentro la scatola lo informava che quella incisione venne realizzata nel '700 da un artista sardo di nome Giusto Pinna. Retici sorrise e conservò con cura tutta la cornice nella scatola e la appoggiò accanto a se battendo un delicato tocco di mano come per assicurarsi che non scappasse.
Accese quindi la stampante, aprì il file e stampò due biglietti aerei. Destinazione Roma. Era il 23 dicembre.
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