venerdì 30 aprile 2021

Breve recensione del libro Variazioni sul noir di Massimo Carlotto

Pubblicato l'anno scorso, questo libro si presenta come una piccola raccolta (la sua prima) di racconti molto brevi, in tutto sette, che parlano di fatti criminosi ambientati in varie città italiane e straniere. Vengono fuori dalle pagine di Massimo Carlotto personaggi ironici, a volte strampalati, investigatori un pò tormentati, ma tutto ciò concorre a creare un mosaico di vite che hanno come denominatore il fatto delittuoso. 
   
   Allora scopriamo che l'investigatrice B.B. (come Brigitte Bardot) deve indagare sulla morte di un collega spagnolo trovato morto, o che a Cagliari i poliziotti devono dirimere un fatto attinente ad un ristorante. Non dico di più perché non sarebbe corretto, ma consiglio di leggerlo perché è un piccolo libro molto agevole e intrattiene sapientemente nonostante la brevità e forse sta proprio qua il suo punto di forza, la brevità tanto ammirata da Calvino. Ultima ma non per importanza la copertina che subito ci ambienta in quel mondo criminale di città noir piene di mistero. 

mercoledì 14 aprile 2021

Orchidea bianca

Il rumore improvviso di un'automobile a tutta velocità interruppe il silenzio quella notte e subito dopo un fragoroso botto accompagnato da un urlo fece accendere più di una camera da letto dagli alti palazzi li attorno. L'urto scaraventò a più di due metri un povero passante che passava sulle strisce pedonali... povero passante un corno, appena arrivò la polizia venne immediatamente riconosciuto, era Luca De Cale, o meglio noto come Lucas lo Sfregiato, tirapiedi di Patrick Belli, un noto malavitoso che si era fatto largo nel contrabbando di alcol e sigarette, la solita merda insomma.
   Incidente si direbbe, nemmeno per idea, la strada era praticamente deserta visto che erano le tre di notte e alla guida sarebbe dovuto esserci un cieco per non vederlo. No, quello era stato centrato a posta. I primi testimoni dalle finestre riferirono di aver visto un uomo che risalito velocemente in auto accelerò facendo perdere ogni traccia. Iniziò così l'indagine dell'ispettore Stephen Dani. Il luogo dell'incidente venne accerchiato da diverse macchine della polizia e da una ambulanza che prelevato il cadavere lo portò nella camera mortuaria dell'ospedale, l'analisi sul corpo venne fissata per la mattina.
 
   Verso le 11:45 l'ispettore Dani ricevette nel suo ufficio il referto dell'autopsia che confermava la morte di Lucas per le lesioni dovute ai traumi dell'urto con l'auto e poi con l'asfalto; in pratica il colpo gli aveva fracassato le costole che a loro volta avevano bucato i polmoni. Assieme al referto gli venne consegnato anche un plico in busta gialla con gli effetti personali trovati sulla vittima, un portafoglio, una scatolina di fiammiferi, un biglietto di carta e una piccola pistola a tamburo calibro 38, il suo gingillo gangster da passeggio, tanto maneggevole quanto efficace. Aprì il portafoglio e al suo interno trovò, oltre ad un documento di identità anche delle banconote che in tutto arrivavano a poco più di un centone. Prese quindi il biglietto di carta e lo svolse, nella piega interna era segnato un indirizzo ad inchiostro blu, lo lesse "via Anastasios n° 45", appuntò quell'indirizzo. Prese poi il piccolo pacchetto di fiammiferi e sollevò la linguetta di carta, non c'era nulla di particolare, era un comune pacchetto. Indossato quindi il cappello e il suo impermeabile color cachi uscì dall'ufficio e con l'auto di servizio si diresse all'indirizzo segnato nel foglietto. 
   Dovette attraversare mezza città prima di riuscire a trovarlo. Percorse infinite strade e slarghi, passò viali alberati ed eleganti quartieri fino a destinazione. Arrivato sul luogo indicato vide che si trattava dell'indirizzo di un locale notturno ed essendo le due del pomeriggio era ancora chiuso. Il nome del locale era il più eloquente che potesse esserci, sopra l'ingresso in ottone e vetri era infatti segnato proprio Anastasios, insegna che la notte sarebbe stata illuminata da lampade al neon. Dani si mise l'anima in pace e visto che al momento non poteva fare diversamente decise di aspettare fino a sera per poter entrare. Prima di tornare in auto però fece un giro li vicino, giusto per scrupolo, si avvicinò all'ingresso e lo guardò facendo scivolare lo sguardo dal basso verso l'alto, poi tenendo le mani nelle tasche si incamminò seguendo il perimetro del muro raggiungendo il vicolo a fianco. Continuò col suo percorso e venne incuriosito da un mucchio di sacchi e coperte gettati in un angolo. Si avvicinò e con cautela spostò col piede ciò che era poggiato; per essere di un senza tetto erano veramente troppo nuovi, pensò. Dal di sotto di una delle coperte spuntò fuori una valigetta, era una valigetta in pelle marrone scuro, una classica ventiquattrore, sistemata, o per meglio dire, nascosta li sotto, "non può essere di un barbone, che se ne farebbe di una valigetta?, al massimo la rimetto dove l'ho trovata se proprio non dovesse essere utile" disse pensando a voce alta. Poggiatala sul cofano anteriore dell'auto, fece quindi scattare le due piccole serrature con un tocco di dita e con un debole tac si aprì, sollevò il coperchio e dentro vi trovò la più classica delle cose... banconote, tante banconote, legate tra loro da elastici. Si stupì del fatto che pur in pieno centro e con tutti i passanti che facevano avanti e indietro nessuno avesse mai guardato in mezzo a degli stracci gettai in un angolo, si complimentò con chiunque avesse avuto l'idea di nascondere in quel modo la valigetta. Salì in macchina e avvisata la centrale la portò con se e la consegnò alla scientifica. 

   Arrivò finalmente la sera, l'ispettore Dani aveva finito già da molto il suo orario di lavoro, ma ormai la pulce gli era saltata all'orecchio e pizzicava, pizzicava parecchio. Così non volle nemmeno scendere dalla propria auto per rincasare e si diresse direttamente al locale notturno indicato nel biglietto. Ripercorse lo stesso tragitto della mattina, immaginando cosa avrebbe potuto trovare al suo interno. La curiosità venne ripagata una trentina di minuti dopo quando finalmente arrivò davanti all'Anastasios. L'insegna luminosa adesso era ben accesa e vibrava di verde, lo stesso verde che riverberava nelle pareti esterne e sul marciapiede. La porta d'ingresso si apriva e si chiudeva per il passare dei clienti. Scese dall'auto, alzò il bavero del lungo cappotto, si sistemò il cappello ed entrò. Lo accolse una gentile donna che gli chiese di porgerle il soprabito ma l'ispettore rifiutò con un gesto della mano proseguendo oltre la seconda porta che conduceva all'interno vero e proprio. 
   Una grande sala semicircolare dalle pareti in velluto rosso si aprì davanti a lui. 
Lungo il perimetro del muro una serie di tavoli, al centro una pista da ballo in parquet decisamente da rifare e sul fondo sopra un piccolo palco rialzato un'orchestra che suonava illuminata da faretti gialli. Un locale notturno come tanti. Si avvicinò quindi al bancone e visto che non era in servizio si fece portare un doppio Martini bianco con limone, freddo ma senza ghiaccio, non gli piacevano le cose annacquate. Improvvisamente le luci della sala si abbassarono, gli avventori ridussero istintivamente il tono della voce e rivolsero il loro sguardo verso il palco dove si presentò una donna che avvicinatasi al lucente microfono cromato, iniziò a schioccare le dita in modo ritmico, il contrabbasso dietro di lei la seguì, poi si fece strada anche il rullante della batteria che seguì lo stesso ritmo e la donna prese quindi a cantare, un concerto di sette canzoni intervallate da applausi dove la voce melliflua della donna incantò il pubblico. Terminato il suo spettacolo, la donna se ne andò con passo falcato, passo segnato anche da un lungo abito da sera color fucsia scuro con uno spacco che arrivava quasi sino all'anca destra, era impreziosito da una orchidea bianca appuntata al centro della scollatura. L'ispettore rimase a guardare il palco, incantato, con il bicchiere a mezz'aria. 
   L'incanto terminò quando una voce lo ridestò, "sei uno sbirro vero?", l'uomo si girò di scatto e si ritrovò davanti la donna che fino a pochi minuti prima ancheggiava al microfono, "come, scusi?" fece Dani, "sei uno sbirro, giusto? siete tutti uguali" rise nel mentre che un cameriere le porse un Alexander che la donna portò alle labbra lasciando l'impronta del rossetto nero sul vetro, "e se non lo fossi?" ribattè l'ispettore, "ma siccome lo sei...", "e va bene mi hai scoperto, sono uno poliziotto, o meglio un ispettore, mi chiamo Dani, lei invece è?", "dammi pure del tu Dani, io sono Rosa, Rosa Reyes. Bene ispettore Dani cosa sei venuto a fare qua, non hai una moglie che aspetta pazientemente? è già tardi" disse guardandolo da sotto le sue vaporose e nere ciglia palesemente finte, "sono qua solo per piacere, ero nei paraggi e mi sono concesso una serata dopo una pesante giornata di lavoro", "hai acciuffato molti cattivoni oggi?" fece la donna avvicinandosi, l'ispettore la guardò e stava per riderle in faccia a quella parola ma riuscì a trattenersi, "no, oggi nessun cattivone, Rosa" la donna lo ricambiò con uno sguardo ammiccante, l'uomo cercò di schivare quello sguardo, "Rosa, senti, ora devo proprio andare" fece l'uomo scansandosi con tutta la cortesia di cui disponeva, "la mia serata di bagordi termina qua", lei lo guardò tra il deluso e la compassione nel mentre che terminava il drink. L'ispettore la salutò con un gesto del cappello e si diresse fuori del locale.
   Sferzato dall'aria gelida si incamminò verso la macchina che era poco distante, si era fatta ormai oltre la mezzanotte. Improvvisamente delle voci concitate alle sua spalle lo fecero voltare. Provenivano dal vicoletto affianco al locale. L'ispettore con passo felpato, sperando di non esser visto si avvicinò e da dietro l'angolo con le spalle al muro cercò di ascoltare, "Tatus è stato chiaro, abbiamo in totale 20 secondi, facciamo e andiamo. Vediamo se così gli passa la voglia di fare il prestigiatore e di far sparire quello che non gli spetta", l'ispettore capì immediatamente che si riferivano alla valigetta che aveva trovato quella mattina e sentì anche il rumore di caricatori che si azionavano. "Signori, perso qualcosa?" fece l'ispettore Dani in modo quasi indifferente, avvicinandosi coperto dalla controluce del lampione che lo faceva apparire come una sagoma nera. Il gruppetto si girò di scatto nascondendo con gesto istintivo le armi, "che vuoi?" il più alto lo apostrofò in modo poco cortese, "nulla, ho visto che eravate in difficoltà e volevo aiutarvi", "non ci serve nessun aiuto, fila via", "siete sicuri?, state cercando per caso una valigetta?", tutti e cinque si bloccarono, "non stiamo cercando nessuna valigetta", dopo di che uno di quelli si staccò dal gruppo e gli si avvicinò minaccioso incombendo su di lui, "mi spieghi che cazzo vuoi? ti manda Patrick?, sei un suo scagnozzo, vero", "non so chi sia questo Patrick, ve lo assicuro", improvvisamente uno degli uomini sul fondo urlo "cazzo, è uno sbirro", l'ispettore non fece in tempo a ribattere che l'unica cosa che sentì fu il colpo di arma da fuoco e un bruciante dolore al costato, dopo di che cadde a terra. 

   Si risvegliò, o per meglio dire riprese conoscenza all'interno di una stanza dalla forte luce bianca, sdraiato in uno scomodo lettino che gli piegava le gambe. La luce era talmente intensa da fargli stringere le palpebre e non gli permetteva di schiuderle. Poco dopo però quella stessa luce si affievolì dandogli così la possibilità di aprire gli occhi. Ancora annebbiato riuscì però a vedere una figura che trafficava li a fianco in un tavolino: armeggiava con delle boccette, "questo ora brucerà ispettore", disse, Dani non capì a cosa si stesse riferendo, ma il dolore al fianco destro gli fece improvvisamente ricordare quello che era successo. L'uomo si trattenne dall'urlare ma Dio solo sa quanto avrebbe voluto farlo. Risvegliato improvvisamente da quel bruciore e dall'intenso odore di disinfettante all'alcol, l'ispettore cercò di chiedere in quale ospedale lo avessero trasportato ma la sua bocca non riuscì a fare ciò che il cervello aveva ordinato. Tuttavia la voce che fino a quel momento gli era apparsa incomprensibile ora si svelava più chiara, "sei nel mio camerino ispettore Dani", l'uomo la riconobbe, era la cantante dell'Anastasios. Non riusciva a parlare, gli venivano fuori parole biascicate, "calmo ispettore, non agitarti" fece lei con il suo solito modo da felino in cerca di attenzioni, "sei al sicuro qua". Dani ancora intontito cercava di analizzare la situazione per quel che riusciva a pensare, "è giusto che ti dica cose è successo, in parole povere ti hanno salvato tirandoti per un capello", l'ispettore ascoltava. 
   "Immagino ti ricordi che ti hanno sparato, vista la reazione che hai avuto quando ho messo il disinfettante" fece la donna con un mezzo sorriso, "te la sei vista brutta, ma stava per andarti molto peggio credimi. Come spiegartelo, diciamo intanto che sei stato graziato una volta", l'ispettore Dani riuscì finalmente a creare una frase di senso compiuto pur ancora stordito, "chi mi ha portato qua?" chiese, "tutto a suo tempo" rispose la donna accarezzandogli amorevolmente i capelli brizzolati, "ti è stata data una seconda possibilità e non sempre la concedono", "chi?, di cosa stai parlando?", "ispettore, devi un grosso favore, sei stato incaricato di porre termine ad una sicura faida tra due bande", l'uomo nonostante fosse ancora intontito capì fin troppo bene quello che gli disse la donna, ma non volle crederci sino in fondo. Cercò di mettersi ritto sul letto e la donna lo aiutò, "mi stai dicendo che devo fare pacere tra due bande criminali?", la donna lo guardò inespressiva, "Rosa, io le bande di solito le arresto non le aiuto, immagino ti sia chiaro questo. Sono un poliziotto non un galoppino", lei lo interruppe bruscamente, "ci saranno grosse ripercussioni se non verrà ridata la valigetta, così almeno la morte di Lucas non sarà stat inutile anche se necessaria.       
   L'ispettore volle farsi dire perciò tutta la storia che c'era dietro quella valigetta e perchè era legata alla morte di Lucas lo Sfregiato, "dimmi della valigetta", "quella valigetta che era nascosta nel vicolo qua a fianco al locale era la somma che spettava a Tatus"; l'ispettore ricordò quel nome dalla conversazione dei quei cinque nel vicolo, la donna continuò, "era la cifra pattuita per la divisione dei soldi dal contrabbando di droga. Tatus e Patrick Belli tempo fa crearono un cartello fra loro due, giusto il tempo necessario per fare il colpo, spartirsi il ricavato e far terminare la società", "e tu sei la donna di Tatus immagino", "immagini male ispettore, io non sono la donna di nessuno, però per rispondere alla domanda sono impegnata con Patrick. Tornando a noi, i soldi, vennero spartiti in parti uguali tra le due parti, ma i soldi spettanti a Tatus non vennero consegnati", "io ho visto la valigetta stamattina, era la sua parte", "certo che l'hai vista, stupido, ma dovevi farti gli affari tuoi e lasciarla dove si trovava", l'ispettore si sentì quasi in colpa, "Patrick non è il tipo da fare doppi giochi, per lui la parola data è sacra come la Madonna. Ha scoperto che i soldi li aveva presi Lucas, che invece di consegnarli ieri notte a Tatus stava per scappare con la valigetta, errore imperdonabile. Patrick puoi immaginare come poteva essere infuriato, per correre immediatamente ai ripari ha fatto seguire Lucas da Roberto, uno dei suoi uomini, con il compito di ucciderlo e recuperare la valigetta", "la pallottola?" chiese Dani cambiando discorso quando una fitta al fianco lo fece sobbalzare , "beh quella te l'ha levata il medico personale di Patrick, non potevamo certo portarti in ospedale, o te la estraeva lui o l'altra soluzione sarebbe stata quella di farti morire, ma come vedi..." Rosa si alzò dalla morbida sedia in seta e si diresse verso la finestra. 
   
   In quell'istante la porta del camerino di Rosa si aprì ed entrò un uomo biondiccio con la riga da una parte che piegava una capigliatura morbidamente ondulata. La donna si voltò sollevata a quella vista, si avvicinò a lei e i due schioccarono un veloce bacio sulle labbra, "mi fa piacere vedere che è ancora vivo ispettore, io sono Patrick Belli, piacere" disse senza porgere la mano, "immagino che Rosa le abbia raccontato tutta la storia", "beh non proprio tutta, si è fermata a quando hai fatto uccidere Lucas lo Sfregiato", "allora posso proseguire io, tu vai a casa tesoro, qua ci penso io, ho mandato a casa anche Roger, chiudo io. Riposati che oggi hai fatto anche fin troppo, fuori ti aspetta Roberto", la donna, smesso l'abito di scena per la serata, si fece sistemare sulle spalle il bel cappotto in pelliccia e salutati entrambi uscì dalla stanza, "bene cerchiamo di terminare, perchè sono ormai le 3 e mezzo di notte e non ne posso più. Dicevamo, Roberto, che sono sicuro un giorno prenderà il mio posto, ha fatto il diavolo a quattro per recuperare in frette a furia la valigetta e riportarla al vicolo qua fuori, gli uomini di Tatus l'avrebbero poi presa e fine della faccenda. Roberto doveva anche prendere il corpo di Lucas per non lasciare tracce, ma non fece a tempo a far sparire dalla strada il cadavere, poichè già troppe persone si erano affacciate, non poteva rischiare oltre, così dovette lasciarlo li e correre via. Le auto della polizia accorse sul luogo dell'incidente arrivarono praticamente da ogni dove appena capirono chi venne ucciso e così fecero desistere gli uomini di Tatus nell'andare a prendere la valigetta, la transazione si bloccò almeno per quella notte: troppo movimento per le strade in quel momento, a noi proprio gli sbirri non vanno giù, ci piace risolvere le cose tra di noi, ispettore. La valigetta la tenni io a casa mia. Grande grazia mi fece Tatus nel fidarsi ancora della mia parola e le assicuro che in questo ambiente la fiducia non si acquisisce dall'oggi al domani, disse accendendosi una sigaretta. Così rimanemmo d'accordo che la valigetta sarebbe stata consegnata la mattina seguente alle 14:00, sempre dietro al vicolo; tutto si sarebbe svolto in pochi secondi. 
   Io personalmente misi la valigetta sotto le coperte e chi per conto della mia controparte l'avrebbe presa, così pensai che tutto finalmente fosse andato a posto, ma in quella frazione di secondi arrivò lei ispettore e fece saltare tutto quanto, immagino se lo ricorderà". 
   Patrick si accomodò nella sedia di Rosa affianco all'ispettore, "lei per chissà quale grande disegno divino è riuscito a far cambiare il corso degli eventi pure stanotte, nuovamente", l'uomo cercò di calmare la rabbia che gli montava, "ma per un certo verso dovrei ringraziarla perchè ha evitato una strage stanotte qua dentro. Anche se dovrei ammazzarla all'istante e farla sparire per sempre perchè già troppe volte si è immischiato in cose che non la riguardano e lo sa benissimo che ne sono capace, ma lei è molto più utile da vivo al momento. Dopo che le hanno sparato, qua nel locale è successo il finimondo, e in quello stesso istante è piombato nel mio ufficio Tatus, con un bel ultimatum, ho tre giorni di tempo per consegnargli la sua parte di soldi, più gli interessi, che non sto qua a quantificarle", "dovreste essere abituati a questo genere di faccende e poi io che c'entro?", fece Dani, "lei ispettore è l'unico che può recuperare la valigetta visto che immagino l'ha portata alla sua centrale e poi per emendarsi, diciamo così, dovrà fare la transazione", "io?, tu sei completamente folle", "no, non solo folle ispettore, sono solo una persona che sa fare il suo lavoro e sa come convincere le persone", "se hai intenzione di uccidermi se non dovessi collaborare allora fai pure, posso assicurarti che con i criminali non baratto", "stia calmo ispettore" disse il biondo con un sorriso sornione, "come le ho già detto non è tra le priorità ucciderla, ma vede, lei è uno dei poliziotti più stimati tra i suoi colleghi, perfino noi conosciamo le sue operazioni. Ha fatto una lunga gavetta e si è dimostrato degno della sua professionalità e si è sempre messo in prima linea senza mai tirarsi indietro; molto, molto ammirevole lo ammetto, però sarebbe sconveniente per lei, per non dire disonorevole per tutta la sua intera carriera se in centrale venissero a sapere di certe sue notti", "mi stai ricattando?" fece l'ispettore rosso di rabbia, "beh sinceramente si" e rise mentre lo diceva, "ma stia tranquillo, il suo segreto con noi è al sicuro". 
   Continuò, "a noialtri non piace spifferare, diciamo che non è nel nostro dna collaborare  affinchè i segreti vengano conosciuti, e noi...", si avvicinò a Dani, "non vogliamo che il suo capo sappia con chi passa certe notti", dicendo questo poggiò la mano sulla gamba dell'uomo e la fece scivolare verso l'inguine per fargli capire ciò che intendeva, l'ispettore quindi con l'aria di stizza di chi si sente ferito allontanò quella mano e lo guardò con uno sguardo feroce, l'avrebbe preso a pugni se non fosse stato ancora sotto l'effetti dei sedativi. Patrick Belli rise di nuovo, lo stava schernendo, "su su, ispettore non si arrabbi, era solo un gioco quello, ma avrà capito a cosa mi riferisco, se vuole le faccio vedere anche qualche foto di certi bellimbusti che lei conosce bene e con il quale sappiamo passa interessanti momenti appartato in posti solitari. Qualcuno di quelli lavora perfino qua e l'ha riconosciuta quando è entrato, piccolo il mondo non le pare. Come vede so come fare il mio lavoro e non ci metterei molto a crearle grossi guai. Non ho bisogno di ucciderla per metterla fuori gioco. Ci pensi su. Torni a casa, una mia macchina l'accompagnerà alla sua abitazione, la sua qua fuori è sotto la mia protezione glielo assicuro e potrà riprenderla quando vuole. Si rimetta presto, mi farò sentire io tra pochi giorni, lei intanto cerchi di capire come riprendere la valigetta". Detto ciò lo aiutò a sollevarsi dal piccolo letto e lo fece riportare a casa.

   Quella stessa mattina presto l'ispettore Dani telefonò in centrale e con una scusa che sperava risultasse credibile disse che sarebbe rimasto a casa per qualche giorno, non poteva certo dire ciò che gli era successo, anche perchè Patrick gli assicurò di non aver detto a nessuno degli agenti che accorsero al locale la notte prima della sua presenza li. Così almeno avrebbe avuto il tempo di pensare a come recuperare i soldi che sapeva ancora essere in caserma.
   
   Tra due giorni si sarebbe fatto vivo Patrick Belli e doveva inventarsi qualcosa. Doveva trovare il modo di prendere la valigetta. Ripercorse quindi con la mente tutti i corridoi dell'edificio di polizia, partendo dall'ingresso con pavimento in marmo beige e il grande lampadario in bronzo con lampade in vetro tonde, valutando porte laterali e finestre. Arrivò al suo ufficio con la pesante scrivania in legno e la lampada da tavolo con il paralume verde e la sua macchina da scrivere Remington. Continuò il percorso mentale scendendo per le scale che portavano al seminterrato dove erano conservati i reperti indiziari e sopra lo scafale vide la valigetta. Nel suo cervello il colpo era facilissimo, anche perchè dal percorso aveva escluso tutte le persone che continuamente formicavano li dentro.
   Ingollò un bicchiere di vermouth e si lasciò scivolare sul divano. Non sapeva assolutamente come cavare quel ragno dal buco. Gli anti dolorifici e l'alcol fecero effetto e si addormentò pesantemente. 
   Si risvegliò a notte già inoltrata quando il campanello del suo piccolo appartamento lo svegliò lasciandolo completamente frastornato per il suono acuto. Barcollante si avvicinò alla porta e la aprì. Si presentò una giovane donna che vestiva un lungo abito verde pistacchio con un'orchidea bianca appuntata vicino al seno sinistro, "non mi fai entrare ispettore?" chiese la donna, l'uomo si girò di spalle vedendo il caos che regnava sovrano in casa sua e la fece accomodare senza chiederle che ci facesse li. Rosa incedette facendo risuonare i vertiginosi tacchi sul pavimento e si accomodò su una piccola poltroncina che Dani le aveva velocemente liberato. "Perchè se qua a casa mia?, Patrick lo sa?", "stai calmo ispettore, non è una visita di piacere, Roberto mi sta aspettando qua sotto, e comunque credo possa esserti utile far si che qualcuno abbia visto vedere una donna salire qua in casa tua" disse ammiccante, l'uomo non disse nulla se non un suono tra il grugnito e lo sbuffo, "allora, perchè se qua?", la donna si guardò attorno e con serafica calma si accese una sottile sigaretta che estrasse da una piccola borsetta in velluto nero che portava con se, "quello che non ti ha detto Patrick, credo per orgoglio maschile, è che Tatus quella notte non ha solo chiesto la valigetta con gli interessi, ma ha anche minacciato di uccidermi", fu li che Dani si fece quasi cadere sulla sedia, "hai visto che bel colpo di scena ispettore" disse amaramente la donna, "porca puttana", fu l'unica cosa che riuscì a dire Stephen, poi aggiunse, "chi mi assicura che però questa non è tutta una macchinazione per mettermi pressione?", "ti assicuro che ne io e ne Patrick giochiamo su questioni simili, siamo gente per bene, beh si insomma hai capito cosa intendo, con certe cose non si scherza" ribattè lei con fare stizzito", "ma il tuo Patrick non sa difenderti?", "certo che può farlo, ma mi sentivo più tranquilla se l'avessi saputo anche tu. La casa è sorvegliata come non lo è mai stata, praticamente giro seguita da due auto ogni volta che mi sposto." disse indicando con lo sguardo la finestra, lo sguardo le si rabbuiò, evidentemente questa volta la minaccia era concreta. Dani fece un sospiro che equivaleva ad una presa di coscienza della serietà della situazione, per cercare di distrarla le volle offrire un drink ma lei garbatamente rifiutò, "no tranquillo, anzi per me è già ora di andare, tra un pò apre l'Anastasios e uno dei brani che canterò è dedicato a te ispettore", dopo di che si alzò e lentamente si avvicinò a Stephen e gli diede un delicato bacio sulle labbra, dopo di che se ne andò facendo ondeggiare i fianchi. L'uomo restò immobile ad occhi sbarrati li in mezzo al salone di casa sua, poi si diresse al mobile bar in radica e si versò un bicchiere di vermouth che bevve tutto d'un sorso, allibito da quello che era appena successo e sperando di non dover replicare un'altra volta quella situazione, anche se tutto sommato quel bacio lo lusingò poichè aveva sempre pensato di non interessare alle donne, ma non aveva certo intenzione di iniziare ora a scoprirlo ora.

   Fu quella mattina che ripresosi leggermente, anche dall'inaspettato bacio, dopo aver fatto colazione dovette seriamente pensare a come entrare in centrale e prendere i soldi. Buttatosi sulla poltrona davanti alla finestra, nuovamente ripercorse nel suo cervello quel grande palazzo mentale, stanza per stanza. Lo ripercorse centinaia di volte. Avanti e indietro, sembrava una pellicola che si riavvolgeva alla moviola centinaia di volte. Non poteva certo entrare dalle finestre visto che erano sbarrate, almeno quelle del primo piano e con quella ferita non aveva nessuna intenzione di fare acrobazie particolari. Poi vide la soluzione davanti ai suoi occhi, eccola, si aprì nel verso senso della parola davanti a lui. Era sistemata proprio alla fine del corridoio del piano dell'ingresso, era il montacarichi, la cosa più banale che potesse esserci. Improvvisamente il piano prese forma. Era un montacarichi che aveva una apertura anche all'esterno attraverso una chiave e che dava nel cortile retrostante, di li si sarebbe potuto introdurre dell'edificio, il problema risiedeva però nel fatto che quel piccolo ascensore di servizio, che veniva usato anche per spostare oggetti ingombranti tra un piano e l'altro, non conduceva al piano interrato dove erano conservati i reperti, li vi si accedeva solo dalle scale o dall'elevatore interno. Al momento quella era l'unica soluzione e doveva farsela andare bene. 
   Doveva organizzarsi perchè quella notte avrebbe messo fine a tutto, visto anche che la notte la caserma è meno presidiata. Mentre l'indomani avrebbe avuto visite da parte di Patrick. Pensò di chiamare al locale e farsi ridare la macchina, ma poi pensò che qualcuno dei colleghi l'avrebbe sicuramente riconosciuto. No, meglio pensare ad altro, l'unica soluzione che gli venne in mente era quella di arrivarci con i mezzo pubblici. Rimaneva un ultimo problema, come entrare dentro al cortile, visto che non poteva certo passare per l'ingresso principale? con la cosa più semplice che potesse esserci, il portoncino di servizio posto proprio nel retro, era ovviamente un ingresso rinforzato ma che all'occorrenza era già stato usato in passato, andò immediatamente a cercare il mazzo di chiavi sperando di averle tutte quante, anche quella del montacarichi e pure questa volta fu graziato dalla fortuna. Il piano era fatto, doveva solo sperare che andasse come se lo era disegnato.

   Erano ormai quasi le 22:00 quando sistemata la fasciatura nel petto uscì di casa. Si mese un giubbotto comodo e pesante visto il freddo di quella notte e si avviò. Camminava con passo svelto e si diresse alla fermata dal bus in dieci minuti, di li avrebbe raggiunto la centrale in un tre quarti d'ora e una volta li dentro avrebbe dovuto correre come un sorcio nel labirinto per raggiungere il seminterrato e recuperare la valigetta. Lo vide arrivare da lontano, il bus 15/bis. Alzò la mano e quando si fermò si introdusse dall'entrata retrostante e si sedette il più possibile nascosto nei sedili posteriori. Sperò con tutto se stesso di non incontrare nessuno che potesse riconoscerlo. Non vedeva l'ora di arrivare. Ad ogni passeggero che entrava riservava uno sguardo sospetto. Gli pareva che chiunque li dentro sapesse cosa stava per fare. Ogni passeggero era una possibile minaccia
   Fu il percorso più lungo della sua vita sino a quel momento, le luci della citta sfrecciavano al di fuori dei grandi finestrini del bus. Sollevò persino il bavero per coprirsi un pò il viso. Mille pensieri uno dietro l'altro si accalcavano nella mente. Guardava in continuazione l'orologio per contare il tempo. Un percorso che finalmente ebbe termine parecchie centinaia di metri dopo e non vedendo l'ora di scendere si catapultò letteralmente fuori uscendo dalla parte dell'entrata retrostante, la più vicina a lui, dando un colpo di spalla ad una persona che stava salendo. Scusandosi scese velocemente e una volta sceso respirò a pieni polmoni l'aria fredda per calmarsi. Si voltò sospettoso per vedere se lo stessero seguendo. 
   Per qualche istante ebbe l'idea di mandare tutto a fanculo e di fregarsene di tutto e tutti: di Patrick, della valigetta e della sua vigliacca minaccia, ma poi gli venne alla mente il delicato bacio di Rosa, provò molta pena per lei, tutto sommato era una braca ragazza, e non se la sentì di abbandonarla ad una sicura morte. Non poteva farlo. Non si era innamorato di lei ovviamente, ma quel bacio tutto sommato gli fece piacere perchè non era un bacio dato con erotica malizia. Forse Rosa era stata la prima donna che anche dopo aver saputo con chi lui preferiva andare a letto non lo aveva trattato come un degenerato e quel bacio chissà magari era un modo per dirgli che per lei lui non era così sbagliato. Capì allora che quello lo stava facendo per lei e non certo per Patrick.
   Ridestato da quei pensieri riprese quindi a camminare molto più veloce, l'adrenalina iniziava farsi sentire. Guardò l'orologio, erano le 22:30, ancora quindici minuti. Nel mentre che camminava ripensava a quello che doveva fare: l'ingresso blindato sul retro, il montacarichi e infine discendere al piano inferiore, era tutto perfetto, non poteva sbagliare, non doveva sbagliare.

   Ormai era piena notte ed era arrivato davanti alla centrale, ed era in orario. Il massiccio edificio, circondato da un grosso cancello sembrava molto più minaccioso del solito e prima di quella notte non ci aveva mai fatto caso. Dal di fuori vedeva poche finestre illuminate e ovviamente anche l'ingresso. Frugò nelle tasche del giubbotto e fece grattare il mazzo di chiavi che produssero un rumore stonato di metallo. Non poteva stare li davanti troppo a lungo, così con passo tranquillo o per lo meno sperava che lo fosse, fece il giro dell'alta inferriata sino al cancello sul retro. Ancora una volta sperò di non incappare in nessuno. 
   Estrasse le chiavi dalla tasca e con mano tremante infilò la chiave nella serratura e con un gesto secco fece scattare l'ingranaggio, il primo passo era fatto. Rimise le chiavi in tasca e aprendo con cautela il pesante cancello che cigolò delicatamente, si introdusse all'interno, tutto taceva; ma non lo richiuse, lo accostò il più possibile, questo avrebbe facilitato la via del ritorno. Il montacarichi era a pochi metri  alla sua destra, per fortuna era in una zona buia. Si guardò attorno e con passo svelto lo raggiunse. Riprese nuovamente le chiavi e cercò quella che apriva lo sportello. Così infilò la chiave e una piccola lucina rossa divenne verde, potè farlo arrivare. Sollevò quindi lo sportello, e con un gesto atletico che però gli fece ricordare della ferita ancora ben presente vi saltò dentro. Se lo ricordava più capiente, ma tutto sommato stava comodo. Richiuse la piccola saracinesca e da quel momento si trovò rinchiuso in quella scatola di metallo. Pochi istanti dopo, chiuso li dentro, un sobbalzo gli fece capire che stava salendo. Un rumore di ingranaggi lo stava trasportando verso l'alto, serrato li dentro un buio tunnel. Respirava lentamente per mantenere la calma. 
   In centrale sapeva esserci solo tre persone e si augurò che nessuna delle tre passasse davanti all'apertura opposta in quel momento. Salì per qualche metro e un altro sobbalzo gli fece capire che era arrivato a destinazione.

   Accostò l'orecchiò al freddo sportello in metallo per cercare di capire se poteva aprilo. Stava per dividere le due aperture, ma qualcosa lo frenò. Non seppe cosa fosse ma aspettò. Dopo di che fece leva con le dita e aprì le antine in metallo. Era dentro, c'e l'aveva fatta, il montacarichi lo aveva portato automaticamente al piano. Richiuse immediatamente il battente. La stanza con la valigetta era proprio sotto di lui. Davanti però aveva un lungo corridoio chiuso da una porta a vetri, ringraziò che fosse chiusa, così non si sentirono gli eventuali rumori del piccolo ascensore. 
   Le scale si trovavano a metà strada del corridoio. Non poteva prendere l'ascensore perchè era nel corridoio opposto superata la guardiola di ingresso e sarebbe dovuto passare proprio da quella porta a vetri. 
   C'era molto silenzio e questo lo indispettiva alquanto, sentiva solamente il rumore del televisore a volume alto provenire dalla guardiola all'ingresso. 
   Senza accorgersene quasi per inerzia prese a percorrere il lungo andito. Doveva fare solo pochi metri e sarebbe arrivato alle scale. Ogni passo che strisciava sul linoleum color acquamarina gli pareva rimbombasse in tutto l'edificio e nelle sue orecchie. Il cuore lo sentiva battere sino agli occhi. Cercò di mantenersi sempre nell'ombra, facendo saettare lo sguardo in ogni direzione per percepire ogni movimento sospetto. Camminava trattenendo il fiato. Ancora sei metri, otto metri che gli parvero chilometri interminabili. Gli sembrò di fare un percorso che non aveva fine. Arrivò finalmente alla rampa di scale. Si voltò per controllare se dal corridoio opposto stesse arrivando qualcuno, dopo di che si addentrò nelle prime rampe. Era totalmente al buio e non poteva accendere le luci, le avrebbero sicuramente notate. Si sporse oltre il corrimano e guardando la lunga tromba improvvisamente questa le sembrò allungarsi all'infinito e sprofondare nel buio più profondo che parve inghiottirlo. Preso dall'attimo di vertigine si ritrasse gettandosi schiena alla parete per reggersi. Temette di non farcela. Dopo aver buttato fuori un profondo respiro riprese a scendere gradino dopo gradino. Questa volta il percorso fu più agevole. Sarà stata la forza di gravità che lo aiutava, sarà che il più era fatto, ma percorse i gradini che portavano al piano inferiore più agilmente e alla fine si trovò nuovamente in un altro lungo androne, praticamente identico a quello che aveva sopra la sua testa. Qua però dal soffitto pendevano lampadari in acciaio che emanavano una flebile luce azzurrognola che si rifletteva sul medesimo pavimento in linoleum. La stanza che a lui serviva era a poca distanza, la terza porta blindata. Cercò nuovamente le chiavi e trovatosi difronte all'ingresso potè aprirlo. Fece quindi scorrere i cardini ed entrato accese le luci. Dopo un breve sfarfallio, le lampade si assestarono e illuminarono una miriade di scaffali. Accostata la porta ora doveva cercare la valigetta il più velocemente possibile. Frugò in tutti i ripiani, e dentro gli armadi. Si muoveva armeggiando tra una miriade di oggetti recuperati da scene di eventi criminosi conservati dentro delle scatole in cartone. 
  Dopo una lunga ricerca finalmente la trovò. C'era riuscito, la prese tra le mani e si stava dirigendo velocemente all'uscita, ma prima controllò il contenuto perché ebbe la sensazione che fosse troppo leggera, una volta aperta vide che però li dentro i soldi non c'erano più, imprecò pesantemente, però si ricordò che evidentemente erano stati classificati a parte e riposti in un altro luogo, dove se non nella cassaforte, lesse perciò il numero di inventario attaccato alla maniglia e si diresse alla cassaforte che era sul fondo della stanza. La aprì con una delle chiavi del mazzo e la vide, era la più particolare e li dentro vide un'altra cassetta in metallo con la scritta "Matr. 78;8;4", era il numero corrispondente a quello della valigetta. Li afferrò con gesto avido e li mise nella tasca interna del giubbotto, divisi in due metà, erano un mucchio di soldi. 
   Stava per uscire dalla stanza quando improvvisamente si gelò sul posto, gli venne in mente l'unica cosa alla quale non aveva pensato. Gli tornò alla mente il montacarichi e si ricordò che per aprirlo e poter far uscire qualcosa all'esterno c'era bisogno che qualcuno da fuori lo attivasse con la chiave. 
   Si maledì, in tutto quel tempo non pensò alla cosa più importante, come poter uscire da li dentro. Non c'era modo di andare via senza essere visti. Era chiuso in trappola nel luogo che meglio conosceva. Era vero quello che si diceva, in una caserma è sempre facile entrare ma molto più difficile uscire. Doveva pensare a qualcosa e alla svelta. Uscì dalla stanza e richiuse la pesante porta dietro di se e fece il percorso inverso. Nuovamente salì le scale. Questa volta tremava per davvero, non aveva idea di come poter andar via da li dentro. Gradino dopo gradino arrivò al piano del montacarichi. Stava per immettersi nel corridoio quando sentì spalancarsi la pesante porta in vetro e due voci che parlavano. Il fiato gli tremò, stava per essere scoperto. Restò bloccato con le spalle al muro poi indietreggiò per nascondersi meglio al buio. 
   Tese l'orecchio e riconobbe il rumore dei passi che incedevano. Poi si accorse anche di un altro rumore, e fu su quello che avrebbe puntato la sua fuga, doveva solo attenderlo. Si avvicinava sempre più, passo passo assieme al rumore di un cigolio. Lo aspettava nascosto come un predatore dietro alle fronde. Era sempre più vicino. Tese i muscoli della mascella, pronto allo scatto, doveva essere fulmineo. Il sudore iniziò a imperlare la schiena e la fronte.
  Come la figura ebbe superato l'angolo Stephen lo assalì alle spalle e lo tramortì con un gesto secco, sperava di non averlo ucciso nella foga del gesto. Aveva atterrato l'inserviente notturno delle pulizie che stava andando a riporre gli attrezzi dopo il suo turno. Lo portò nella primo pianerottolo buio e gli levò la divisa da lavoro e la indossò velocemente, gli andava stretta perchè sotto indossava il giubbotto con i soldi, ma era meglio non andare troppo per il sottile. Ora doveva andarsene via al più presto. Levò quindi i soldi dalla tasca interna e li mise dentro al montacarichi e sarebbe andato verso l'uscita, lo avrebbe chiamato da fuori. Se lo avessero beccato almeno non lo avrebbero trovato con i soldi addosso. Richiamò quindi il montacarichi cliccando sul pulsante, arrivato al piano mise le banconote avvolte in un panno e chiuse gli sportelli. Ora aveva pochi secondi per andare fuori e prendere il contenuto. Fatto ciò si voltò e si diresse verso la porta dell'androne, da li riusciva a vedere la guardiola. Doveva aspettare il momento giusto per uscire dalle porte del corridoio, se mai fosse arrivato il momento giusto. Aspettò nuovamente e ancora, respirava con calma. Poi ecco che l'uomo alla scrivania si alzò, non capì bene dove stesse andando, forse alla macchinetta del caffè. Buttò fuori il fiato e uscì dalla porta. Doveva tentare questa roulette russa. Chissà per quanto il poliziotto di guardia sarebbe rimasto di spalle. Accelerò un pò il passo, attraversò tutto l'androne e si mise subito spalle alla portineria, non potevano riconoscerlo adesso. "Ehi tu", una voce lo fermò e in quell'istante gli si fermò anche il cuore, "non saluti?", "hai fretta di tornare a casa immagino, buonanotte allora", sempre di spalle Dani bofonchiò un saluto nascosto da un colpo di tosse, sollevando la mano mano e agitandola e si diresse verso l'uscita. Scese velocemente le poche scale dell'ingresso, voltò a sinistra e corse velocemente verso il piccolo ascensore. La spia verde lampeggiava indicando che il contenuto era arrivato a destinazione. Inserì la chiave e in pochi attimi aprì lo sportello, prese i soldi e uscì nuovamente dal portoncino blindato del retro cortile. Si levò i vestiti e li portò con se per un pò, dopo di che li gettò parecchi metri dopo in un cassonetto. Ce l'aveva fatta.
  Dovette farsi il rientro a piedi visto che ormai era l'una di notte e i bus avevano interrotto le corse. Quella mattina ci sarebbe stata la transizione.

   Gli ci volle poco più di un ora per arrivare a casa sua e ci arrivò senza fiato poichè per l'agitazione aveva camminato con un'andatura da maratoneta. Come finalmente infilò la chiave nel portoncino dell'ingresso del suo palazzo, il clic di una pistola gli sfiorò la nuca, "vieni con noi", disse l'uomo alle sue spalle, Stephen Dani si girò tenendo le mani sollevate per istinto, non sapeva chi fosse, "la vedi la tua auto, ecco adesso ci saliamo e vai dove ti dico io" e gli consegnò la chiave di accensione. Il tenente non potè che fare ciò che gli disse. Montarono in auto e messa in moto partirono. L'uomo misterioso si sedette al suo fianco e continuava a tenerlo sotto minaccia dell'arma, "non tentare a fare scherzi, dietro di noi c'è un'altra macchina che ci sta seguendo, quindi calma e sangue freddo, "posso sapere chi sei?", l'uomo per risposta rise "non è importante che tu sappia chi io sia, ma sappi che mi manda Tatus", "Tatus!" rispose l'ispettore, "Rosa come sta?", immaginò che sicuramente fosse nelle loro mani adesso, "lei sta bene non preoccuparti, ecco, gira a destra, bravo", "dove stiamo andando?" disse guardando dietro di se dallo specchietto nel parabrezza vedendo in effetti un'auto che li tampinava da vicino, l'uomo seduto al suo fianco non rispose. Fecero parecchi chilometri ed uscirono dal centro abitato per arrivare nella zona portuale. 
   I due durante il tragitto non parlarono se non per indirizzarlo. Una volta arrivati a destinazione gli fece parcheggiare l'auto in un zona nascosta e a piedi, sempre con la pistola a cinquanta centimetri da lui, lo portò sugli scogli. Il buio rendeva il percorso molto più pericoloso. Salirono quindi su una lunga banchina in cemento a forma di semicerchio che si protendeva verso il mare aperto. Da entrambi i lati le onde si sfrangiavano sugli scogli. Fecero ancora parecchi metri percorrendo la lunga camminata sul molo e finalmente arrivarono al termine, percorso che si interrompeva bruscamente in acque profonde, e la vide altri due uomini che vennero fuori da dietro un faro alto non più di otto metri.         
   Tenevano con loro Rosa e non sembravano armati. Lui ebbe l'istinto di andare da lei, ma l'uomo alle spalle lo bloccò, "vedo che hai fretta di andare dalla tua amichetta, bene, dacci ciò che ci spetta e sarà tutto finito", "vedo che avete anticipato il tempi" i soldi dovevano essere consegnati domani mattina", "beh vedi, di certa gente non ci fidiamo e allora abbiamo preferito dare una accelerata alla faccenda". Dani guardò l'uomo con la pistola e anche gli altri due, "sono dentro al giubbotto", disse alzando lentamente le mani abbassando la cerniera lampo del giubbotto, non voleva che magari pensassero stesse prendendo una pistola, infilò quindi cautamente la mano sotto al lembo e frugò qualche istante e dopo di che estratti i soldi gettò il mazzo per terra, gli uomini lo guardarono e uno di loro si avvicinò a prendere la mazzetta, "c'è anche l'altra" lo rassicurò Dani; con lo stesso gesto calmo, quasi rallentato infilò la mano nella seconda tasca interna ma improvvisamente con scatto fulmineo levò fuori la sua arma ed esplose il caricatore sull'uomo che lo minacciava, tre colpi di proiettile che gli trapassarono il petto facendogli perdere l'equilibrio andando a schiantarsi tra le rocce in mezzo al mare. Una frazione di attimi e gli altri due riposero al fuoco, Dani riuscì ad essere più svelto poichè loro non erano preparati con le armi in pugno. Sparò ancora dei proiettili che mise fuori gioco uno di quei due, ma l'altro fu svelto e iniziò a rispondere al fuoco, nascondendosi dietro al muro della grande lanterna. L'ispettore rispose a sua volta esplodendo tutti i proiettili che ancora aveva a disposizione, fu un tiro al bersaglio confuso e convulso illuminato solo dalla luce intermittente del faro, ma riuscì a centrarlo e lo sentì urlare mentre cadeva tra gli scogli e quindi in mare. Finalmente i colpi terminarono e l'ispettore si preoccupò immediatamente dove fosse Rosa, non era più riuscito a tenerla d'occhio dal momento in cui iniziò la sparatoria, infine la vide, era dietro al faro, distesa per terra, la prese tra le braccia. La chiamò ma non rispose, notò poi che il fiore di orchidea bianca che teneva appuntato al suo vestito da sera era macchiato di rosso, e sotto la schiena della donna le mani dell'uomo si sporcarono di sangue. Lei riprese finalmente conoscenza, aprì gli occhi accennando un delicato sorriso e con un flebile respiro riuscì solo a dire grazie, poi si lasciò andare. Pianse Stephen Dani, pianse lacrime di compassione e di rabbia. La tenne stretta a se sino alle prime luci dell'alba.
  La furia del mare si era finalmente acquietata e anche il vento era calato. L'ispettore si sfilò il giubbotto e tenendola ancora tra le braccia la coprì con un gesto tenero e poi aspettò seduto poggiato al faro e guardava il cielo diventare rosa mentre che il sole saliva, si chiese se sarebbe arrivato prima Patrick o la polizia.