venerdì 4 febbraio 2022

Le regole del gioco:

  Il telefono squillò che non erano ancora le cinque del mattino e inizialmente non capì nemmeno che stesse squillando; nel sonno gli pareva un suono indistinto e sgraziato, forse dovuto anche al pessimo sogno che stava facendo. Ma quando si rese conto che il vibrare e lo squillare insistente proveniva per davvero dal suo apparecchio si svegliò e ancora mezzo addormentato guardò lo schermo cercando di mettere a fuoco il nome, poi rispose.
  -Pronto Luigi, che succede?-. Dall'altra parte una voce maschile rispose concitata.
  -Porca puttana, Luca sono davanti al chiosco, sta bruciando tutto, sta bruciando, vieni qua...-
  -Cazzo dici Lù?-, disse rizzandosi dal letto, indossando i primi indumenti che trovò a tiro.
  -Sta bruciando ti dico. C'è un casino qua. Ci sono i vigili del fuoco che stanno spegnendo le fiamme.
  Luigi, dopo aver svegliato la moglie, prese le chiavi e si precipitò in auto e percorse tutta la statale che circondava la città premendo a tavoletta l'acceleratore. La moglie assistette pietrificata alla telefonata. 
  A quell'ora tarda la strada era pressoché deserta. Percorse a velocità elevata tutto il tragitto imprecando e sudando. Ogni semaforo durava un'eternità e aveva avuto più volte la tentazione di bucare il rosso. Quando arrivò finalmente davanti al chiosco che dava sulla spiaggia, erano da poco passate le cinque e trenta, era ridotto un groviglio di legno e macerie luminescenti nel buio. I vigli del fuoco avevano estinto le fiamme e della struttura era rimasto poco e quel poco era ridotto a nero carbone.

  Assieme ai pompieri giunsero anche due pattuglie della polizia che si apprestarono a fare i primi rilevamenti non appena le fiamme si spensero. Nell'aria circolava un odore greve di plastica fusa e legna fradicia. Increduli i due soci guardavano con le lacrime agli occhi quella desolazione con uno scoramento difficile da descrivere. Rispondevano alle domande degli agenti senza quasi capire cosa gli stessero chiedendo tanto era lo shock: chi avesse chiamato i soccorsi, di chi era il locale, l'assicurazione e altre domande di rito per il verbale.
  Coloro che frequentavano la spiaggia già dal mattino presto si accorsero di quella confusione di auto e persone in divisa e dopo pochi minuti, nel mentre che il sole sorgeva dal blu della notte passando ad un pallido rosa aranciato, formarono un capannello attorno all'area, incuriositi dall'evento e non da meno furono coloro che abitavano le case li attorno che si affacciarono dalle finestre o dai balconi. 
  Gli stessi proprietari dei chioschi attigui che si apprestavano ad iniziare la giornata si fermarono a guardare con tristezza quello spettacolo inquietante, e ringraziavano di non dover essere loro a patire quella sciagura.
  -E' completamente bruciato- disse mestamente uno dei vigili del fuoco parlando ai due uomini. -E' stato lei ad avvisarci?- chiese rivolgendosi a Luigi, un uomo alto e dai capelli corvini e con un vistoso paio di occhiali sul naso.
 -No, sono stato avvisato questa notte, mi hanno chiamato dalla centrale della polizia. Qualcuno dalle case qua di fronte ha visto le fiamme e ha poi avvisato voi.
 -Capisco. Come le dicevo qua è andato tutto al rogo.
 -Tutto?- chiese Luca ancora incredulo.
 -Tutto-, rispose amaramente, -o per lo meno qualcosa si è salvato, ma non serve più a nulla: qualche sgabello, un paio di tavolini che si trovavano nella parte più esterna dell'edificio, ma ripeto, sono inutilizzabili.
 -Ma come è successo?- continuò Luca, che dal suo metro e ottanta, in quel momento sembrava farsi piccolo piccolo.
 -Beh, pensiamo possa trattarsi di un incidente, la parte della centralina elettrica nel retro è andata completamente fusa e da li poi il fuoco si è diramato ovunque. Un corto circuito insomma-. Il pompiere fissò i due uomini, -se non avete bisogno di altro, noi abbiamo terminato-.
 -Si si prego, grazie mille-, rispose Luigi.
  Ora che il sole era più alto, la luce in quella mattina di inizio autunno, descriveva uno scenario impietoso. Non sapevano da che parte guardare. Il loro chiosco messo su in anni di sacrifici nonché di debiti era andato distrutto, completamente raso al suolo in una massa scura dall'odore nauseante e fumante. Gli si avvicinò una donna che presentandosi come il commissario Efisia Lorrà chiese loro di seguirla in centrale per la firma del verbale. Ma fu in quel momento che coloro che si stavano occupando dello sgombero delle macerie, iniziarono a richiamare l'attenzione delle forze dell'ordine in modo concitato.
  -Cosa c'è?- chiese uno degli agenti avvicinandosi. L'operaio indicò con la mano un cumulo di assi e detriti.
  -Cazzo!.. commissario venga, presto-.
  La donna si voltò e raggiunse a passo svelto chi l'aveva interrotta. Non appena gli si apprestò, l'agente scostò una delle assi e la sua espressione cambiò improvvisamente.
  -Miseria ladra-, esclamò lei intercettando lo sguardo del sottoposto. 
  Quello che le aveva fatto vedere era il corpo di un uomo carbonizzato sotterrato tra i detriti.
  Il commissario fece immediatamente circondare l'area e diede il comando di chiamare gli investigatori della scientifica.
  Improvvisamente un comune rogo accidentale si era appena trasformato in un possibile omicidio cambiando tutte le regole del gioco.

  Il commissario Lorrà si avvicinò nuovamente ai proprietari del locale che avevano notato che qualcosa di strano era successo.
  -Sentite, qua la situazione si è aggravata-.
  I due ancora non sapevano.
  -Abbiamo appena trovato un cadavere sotto le macerie del vostro chiosco-.
  Luca e Luigi dovettero farsi forza per non cedere alla notizia.
  -Ma che sta dicendo signor commissario?- fece Luca mettendosi le mani nei capelli.
  -Ora è tutto più complicato. Ho fatto chiamare la polizia scientifica perchè prendano i rilevamenti e portino via il corpo. 
  Nel frattempo i giornalisti erano arrivati a sciamare con le loro telecamere e registratori per prendere quante più informazioni sull'accaduto, e gli agenti facevano il possibile per tenerli a bada nonostante la loro insistenza.
  -Appena sarà possibile verrete condotti in caserma perchè necessitiamo di farvi delle domande.
  -Ci state arrestando?- chiese nuovamente Luca.
  -No no, al momento non c'è nessun capo d'accusa per nessuno-.
  -Signor Commissario, non abbiamo fatto nulla, siamo brave persone noi, ci creda-. Luigi non resse più a tutta quella pressione, -prima l'incendio, poi il cadavere-, e si lasciò andare ad un pianto strozzato. -Lavoriamo tutto il giorno, abbiamo famiglia...-.
  -Signor Satti, mi ascolti, nessuno è indagato. Sfortunatamente abbiamo trovato un cadavere proprio nel vostro locale e ora dobbiamo capire come ci è finito li sotto. Non è questo il momento delle dichiarazioni. Tra un pò verrete scortati in centrale, allora potrete dire tutto quello che vorrete e rispondere alle domande. Non perdete la testa proprio ora.
  -Agente Genna- disse la donna chiamando un collega poco distante.
  -Comandi Signor Commissario-.
  -Fate condurre il signor Satti e il signor Bina in caserma cosicché si possa fare il verbale.
  -Subito signor commissario.
  I due vennero fatti salire in auto e tradotti in caserma dove vennero interrogati poco più tardi sempre dalla stessa commissario Lorrà.


    Passi svelti si susseguivano l'uno appresso all'altro. Camminavano in tre passando per i vari corridoi. Presero quindi l'ascensore e una volta serrate le portine uno di loro allungò la mano e premette il tasto con sopra segnato il numero "-1". 
  Dopo pochi secondi usciti da quel cubicolo elettrico, percorsero ancora qualche metro. Il freddo a quel livello era più intenso e uno di loro venne percorso da un brivido nelle spalle. 
  Indossavano un lungo camice bianco ghiaccio e il volto semicoperto da una maschera ne impediva un facile riconoscimento ma loro si conoscevano da tanto tempo ormai e anche col viso parzialmente nascosto si identificavano rapidamente. 
  Si fermarono davanti ad una porta in laminato grigio e con cautela, infilata la chiave nella serratura si addentrarono all'interno di una camera scura dove il ronzio del condotto di areazione era in funzione ventiquattro ore al giorno. Venne quindi accesa la luce del neon, che una volta innescata la reazione dei gas nelle lampade disseminate per tutto il soffitto, andarono a illuminare una serie di tavoli in acciaio. All'interno di quel luogo la temperatura era molto più bassa rispetto al corridoio esterno.
  Accostarono la lettiga ad uno dei tavoli liberi e con estrema cautela vi poggiarono sopra un corpo velato da una stoffa bianca che vestiva l'intera figura.
  -Ci siete?- fece uno di loro.
  -Procedi, noi siamo pronti- rispose l'altro preparando la macchina fotografica.
  Scoperta delicatamente la salma che rigidamente stava distesa sul piano da lavoro, tutti e tre fecero una smorfia di straniamento. 
  Una massa nera di pelle nuda carbonizzata e inspessita in molte parti fissava il soffitto con i suoi vuoti occhi cavi.   Le braccia rattrappite e piegate su loro stesse si protendevano verso l'alto. A spiccare era solo il sorriso maligno dei denti bianchi che facevano loro mostra in quelle che prima erano labbra ma che ora erano solo una fessura rattrappita. Assistito dal terzo collega si preparò per la visita.


   Seduta alla sua scrivania, il commissario Lorrà fece entrare i due uomini e indicò loro due sedie davanti alla sua scrivania per farli accomodare. Luca e Luigi si sedettero rispondendo con un poco sincero "buongiorno".
 Il commissario Lorrà prese quindi una cartelletta e lesse qualche riga con gli occhi, poi rivolse la sua attenzione a entrambi nel mentre che un suo sottoposto li affianco trascriveva al computer.
  -Da quello che risulta il primo di voi ad accorrere sul luogo del rogo è stato lei signor Bina, giusto?-
  -Si esatto: rispose prontamente Luigi. -Come dissi già sono stato chiamato dalla polizia in piena notte. Dopo di che una volta arrivato ho avvisato Luca- disse voltando la testa alla sua sinistra in direzione dell'amico.
  -Com'è che non l'ha avvisato subito ma ha aspettato ad arrivare al chiosco?-.
  - Beh, ovviamente ho provato a chiamarlo ma non riuscivo a prendere la linea signor commissario. Ho provato più volte-.
  -È vero- intervenne Luigi intromettendosi, -nel telefono mi sono arrivate le notifiche che avvisavano delle chiamate-. 
  -Ok. A che ora l'hanno avvisata signor Bina?- continuò la donna chiudendosi i bottoni del cardigan violetto.
  -Saranno state le quattro e trenta, aspetti che controllo le chiamate in entrata... ecco, si, erano le quattro e ventisei per la precisione-.
  -Lei invece signor Satti ha ricevuto la telefonata dal suo collega, che ora era?-. 
  -Erano circa le cinque del mattino-, disse Luigi in evidente stato emotivo, continuava a rigirarsi le dita delle mani. 
  -Luca ni ha chiamato dicendomi che il locale stava andando a fuoco. Ho svegliato mia moglie, dopo di che sono corso velocemente sul posto e una volta arrivato ho visto che del chiosco non era rimasto che macerie-. 
  -Da quanto tempo avevate questa attività?-.
  -Abbiamo fatto sei anni lo scorso cinque agosto, commissario-.
  La donna stava per parlare nuovamente ma si zittì fissando con le mani serrate davanti alla bocca i due uomini, poi parlò.
  -Sentite, e la rivolgo entrambi la domanda, avete ricevuto minacce, segnali che qualcuno stesse prendendo di mira la vostra attività o minacce personali che possono essersi ritorte sul lavoro? è indubbio che la situazione è molto complessa adesso; abbiamo il vostro locale che è andato a fuoco per un incendio accidentale stando al rapporto dei vigili del fuoco e in più c'è il corpo trovato sotto le macerie. 
   I due uomini si guardarono a vicenda come per aspettare uno la risposta dell'altro ma entrambi negarono di aver ricevuto messaggi minatori nel modo più assoluto. Detto ciò vennero congedati e firmato il verbale uscirono dall'ufficio chiudendosi la porta alle spalle.
   Una volta andati via il commissario Lorrà si rivolse al suo vice, Marco Nieddu.
  -Marco, sappiamo qualcosa dell'autopsia?- chiese rimettendo al suo posto la cartella.
  -No. Al momento nulla. Ho chiamato lo studio del dottor. Cabitzi prima che arrivassi tu e mi hanno detto che stavano iniziando l'esame. Hanno detto che ci faranno spare qualcosa sul tardi perchè avevano già un'altra analisi autoptica in programma-.
  -Va bene. Senti io vado a mangiare qualcosa, andiamo assieme?-.
  -Si, dammi il tempo di finire di leggere il verbale dei vigili del fuoco e ti seguo-.

   -Procediamo- disse il medico accendendo un piccolo registratore. Prima di iniziare osservò il corpo in silenzio avvicinandosi con i suoi occhialoni per meglio scorgere dettagli preliminari che prontamente segnava sulla scheda; uomo, altezza 1,75 cm, capelli a prima vista scuri.   Notando che la pelle tratteneva ancora tracce di tessuti fibrosi attaccati prelevò quei piccoli campioni e li infilò dentro una piccola busta in plastica. L'altro medico invece girando attorno al tavolo scattava foto di dettagli e interi. 
   A causa della carbonizzazione l'epidermide inspessita era diventata come carta pecora cosicché fu un pò impegnativo procedere con le consuete incisioni a Y che dipartivano dall'altezza delle clavicole e convergevano verso lo sterno per poi procedere singolarmente con un'unica incisione sino alla zona pubica.   
  Asportata la cassa toracica, iniziò l'analisi più approfondita con il prelevamento degli organi interni, o quello che ne restava dopo aver preso fuoco, per una successiva analisi autoptica. L'assistente, un giovane alle prime autopsie, guardava e ascoltava ciò che il suo mentore faceva e all'occasione rispondeva alle domande. 
   Vennero presi dei campioni di sangue dalle parti ancora molli e un tampone venne infilato all'interno dell'uretra di modo che eventuali tracce di urina potessero restare attaccate.
  -Bene, bene- esordì improvvisamente il medico... guardate che abbiamo. Fai una foto qua per favore. Cosa vede dottor. Sappa?- chiese al giovane indicando la parte sinistra del polmone. 
 -Non si capisce bene professore-. 
 -Faccia attenzione-.
 Il giovane si avvicinò, fissò con attenzione, -è un buco... un foro-.
 -Proprio così. I bordi si sono ristretti a causa della cottura del tessuto, ma si vede abbastanza bene. Per cortesia, con cautela ora prenda il polmone dalla sua sede e lo rigiri dall'altro lato e lo poggi sul vassoio-.
 -Va bene-. Con un pò di tremore nelle mani prese l'organo che a causa dell'elevata temperatura a cui era andato in contro si era indurito assumendo una colorazione brunastra, e rivoltato, lo appoggiò su uno dei vassoi che erano stati preparati.
  -Ok, controlli se anche dall'altro lato è presente lo stesso foro-.
  -Certo. Mmmh, no, dottore, non sembra ci sia-.   
  -É sicuro?- disse abbassandosi gli occhiali sul naso e guardandolo da sotto le lenti.
  -Si dottore- rispose intimidito temendo di aver detto una fesseria.
  -Allora bisognerà cercare se il proiettile è ancora li dentro- fece indicando con un gesto rotatorio dell'indice la zona interessata.
  -Le lascio questa incombenza allora.
  Il giovane medico lo fissò con un vago terrore negli occhi.

   La trattoria dove andavano di solito a pranzo si trovava in una via secondaria poco battuta ma nemmeno poi così sconosciuta. Dall'ingresso rialzato si accedeva in una piccola sala rettangolare con i tavoli accostati verso le pareti di modo da lasciare il passaggio al centro.   Sui muri tinti di un delicato giallo paglia vi erano appese vecchie foto in bianco e nero della città che facevano sempre colpo sui turisti e ricordavano ai residenti i cari bei tempi andati. 
  -Cosa prendi Efisia?- fece Marco non appena lei tornò dal bagno.
  -Mi sa che vado solamente per un primo. Prendo uno spaghetto al ragù.
  -Lei signore?- chiese il cameriere rivolgendosi all'uomo.
  -Anche per me uguale, ma aggiunga una focaccia calda.
  -Va benissimo.
  I due colleghi attesero che venisse portata l'acqua e ovviamente il commissario Lorrà non si fece scappare la punzecchiatura verso il collega.
 -Un primo e pure una focaccia, qua i carboidrati si sprecano proprio.
 -Dai, che vuoi farci, sono un patito di pasta e pane e...
 -E si vede-, disse la donna lasciandosi andare ad un riso tutto sommato composto ma chiaramente udibile.
  Un pranzo veloce che si risolse in poco più di un'ora davanti ad un bicchiere di vino bianco della casa servito dentro ad un coccio freddo con il nome del locale impresso sulla pancia.
  -Appena facciamo ritorno in ufficio vedo di fare una chiamata al dottor Cabitzi per sapere se hanno terminato con l'intervento sul corpo-. disse addentando la forchettata di spaghetti.
  -Si, magari hanno scoperto qualcosa in più-, fece di rimando il collega. -Ma non sapendo il nome abbiamo un puzzle senza tasselli.
  -Hai detto bene. Va beh dai, ora un caffè e poi faccio la telefonata in ufficio-.

  Il giovane, presa una lunga pinza, si avvicinò con vago tremore alla zona indicata dal corrucciato professore, che nel frattempo si era tuffato anima e corpo ad analizzare l'incavo orale con pinzette e tamponcini di cotone che infilava con disinvoltura da maestro, e inserita nella fessura cercò di allargare il buco nella carne cotta. Cercò ciò che poteva essere nascosto li dentro guardando attraverso una spessa lente di ingrandimento. Infilava quell'acuminato strumento in profondità, facendosi largo e inevitabilmente strappando lembi di tessuto indurito. 
  Desiderava ardentemente trovare qualcosa li dentro, non fosse altro per fare bella figura col professore che lo aveva messo sotto le sue ali dopo la specializzazione. 
  Attentamente si insinuava come un lombrico che scivola tra le zolle di terra, allargando e scendendo sempre più all'interno del polmone. Arrivò così al termine dell'esplorazione senza aver trovato nulla. Dentro di se cercò il coraggio di attirare l'attenzione del suo mentore il quale vedendolo molto attento non voleva disturbarlo, ma dopo tutto doveva avvisarlo.
  -Professore...-, fece praticamente sottovoce e ciò gli valse il fatto che non ricevette la minima attenzione, così riprovò con un pò più di spirito.
  -Professor Cabitzi!-. 
  Il medico si girò e lo guardò; gli si bloccarono le gambe.
  -Il foro nel polmone, professore... non ho trovato nulla dentro-.
  -Bene, bene-, disse appoggiando le pinze e facendosi più vicino.
  Il giovane medico restò sulle prime basito al sentire la risposta. 
  -Non lo ha trovato perchè l'ho trovato io. Guardi sul vassoio vicino a me-.
  Si sporse e sopra un piccolo ripiano in acciaio coperto da un panno in carta vide un cilindro appuntito alto non più di 2 o 3 centimetri.
  -Dov'era?- chiese.
  -Dov'era, lei mi chiede-. 
  Sperava di non pentirsi di aver posto quella domanda e temeva in una reazione esagerata.
  -Mio caro, era nel luogo più ovvio dove potesse essere... ben piantato nella costola retrostante. Su non faccia quell'espressione, tutta esperienza mi creda-.
  Nuovamente guardò in direzione del vassoio e pensò che il prof. in effetti era stato un pò stronzo a non dirgli che l'aveva trovata lui, ma evidentemente certi meriti non spettano ai tirocinanti; così con buona pace tornò a fare il bravo studente diligente e ingoiò il rospo.
  L'analisi procedette spedita con la compilazione di carte e tabelle.
  
     
   Nel suo ufficio Efisia Lorrà intanto stava avendo una animata discussione al telefono col questore che si lamentava del fatto che del cadavere non si sapeva praticamente nulla nonostante fossero passati vari giorni e i giornali iniziavano a inventare di sana pianta fatti che non trovavano riscontri nella realtà. 
  Entrambi sapevano che quello era fatto per far vendere e riempire colonne per animare l'opinione pubblica e i programmi pomeridiani che a dir loro facevano informazione, ma il più delle volte era sensazionalismo inutile. Tuttavia a chi svolgeva le indagini dava parecchio impiccio perchè si trovavano alle calcagna inviati che spesso dimenticavano il buon senso in nome del diritto di informazione. Tutto quello che lei potè dire era che l'indagine era appena partita e ci sarebbe voluto un pò di tempo prima che qualcosa venisse fuori specialmente su un cadavere carbonizzato. Chiusero quindi la conversazione lasciandosi con un nulla di fatto; il questore spinse sul dare una accelerata alle indagini, il commissario Lorrà disse che avrebbe fatto il possibile per dare qualche risposta in più. 
  Accelerata che venne data il giorno seguente quando sulla sua scrivania venne portata una denuncia di furto con scasso ai danni di una coppia nella loro casa al mare. Il commissario Lorrà si avventò sul telefono.
  -Pronto, parlo con la signora Scalis? Buongiorno, sono il commissario Lorrà, senta, ho qui davanti a me la denuncia che lei e suo marito avete sporto ieri. Si esatto. Volevo sapere se potevate passare qua in centrale. Si, si, stasera mi trova sino alle venti. Perfetto. Allora la aspetto. Arrivederci-. 
  Erano le diciotto quando si presentò una donna dai capelli corvini e aspetto curato che volendo parlare con il commissario venne condotta nel suo ufficio.
  La accolse con un cordiale sorriso e le indicò la sedia posta di fronte alla sua scrivania. La donna poggiò la borsa accanto a se e si accomodò.
  Un pò trafelata si sedette sulla tipica sedia verde da ufficio. 
  -Mi scusi se mi presento con una tenuta sportiva ma sto andando in palestra-.
  -Si figuri. L'ho chiamata per farle qualche domanda a proposito della denuncia. 
  -Certo, mi dica-. La donna si accomodò più saldamente alla sedia.
  -Dallo scritto leggo che avete trovato l'ingresso forzato della porta principale-.
  -Si signor commissario. Eravamo fuori casa un paio di giorni per una vacanza. Siamo tornati ieri sera dopo le cinque del pomeriggio e abbiamo trovato la porta d'ingresso semi aperta e l'interno ridotto un vero disastro. Sedie gettate per terra, cassetti lanciati alla rinfusa. Un caos mi creda-.
  Tante volte a Lorrà era capitato di vedere la scena che la donna seduta davanti a lei stava descrivendo. Si assomigliavano un pò tutte, tavoli spostati, mobili aperti, quadri gettati per terra.
  -Poi hanno spostato i quadri dalle pareti per cercare la cassaforte, che però non abbiamo commissario-.
  -Hanno portato vai beni?-.
  -Si signor commissario, preziosi in oro, tre orologi di mio marito, non che fossero di chissà quale valore, però se rivenduti fanno cifra diciamo così. Poi oggetti in argento. I suoi colleghi credo abbiano fatto una lista di quello che manca a casa-.
  -Si ce l'ho sotto gli occhi. Senta, la vacanza, si insomma il periodo di vacanza che avete preso, è andato dal ventisette settembre sino a ieri due ottobre-.
  -Proprio così. Siamo stati da certi parenti in Puglia. Ci andiamo ogni anno in questo periodo-.
  -Capisco. Un ultima cosa poi la lascio alle sue incombenze-, disse gettando lo sguardo alla borsa sportiva.
  -Il sistema di allarme non è scattato?-.
  -No sfortunatamente. I vostri tecnici ci hanno detto che chi è venuto ha mandato fuori uso l'allarme e ovviamente poi sono riusciti a entrare in casa-.
  -Chiaro. Va bene, la ringrazio signora Scalis. I miei colleghi faranno il possibile per recuperare i vostri beni-.
  -Grazie mille, arrivederci signor commissario-.
  
  Non appena che fu andata via, Lorrà chiamò al telefono il collega Nieddu chiedendogli se era lui a seguire il caso del furto degli Scalis. Lui rispose in modo affermativo.
  -In questo momento sto andando proprio a casa loro. Vuoi venire? Ho appuntamento col marito, ci siamo messi d'accordo poco fa-.
  -No no vai pure, io ho parlato proprio ora con la moglie, mi sono fatta spiegare un pò di cose-.
  -Va bene, ti tengo aggiornata appena rientro in centrale-.
  -Perfetto a dopo allora. Anzi no, io finisco alle venti, se vai adesso che sono le diciannove e trenta mi sa che non ci becchiamo. Facciamo domani allora-.
  -Come vuoi capo a domani allora-.
  -Ciao-.
  Non si fece attendere molto l'arrivo di Nieddu nell'ufficio di Lorrà la mattina seguente e portava con se anche il referto dell'autopsia del dottor. Cabitzi.
  Mai vide così tanta gioia nel suo sguardo come quando le porse la risma di fogli del medico legale.
  -Dai qua-, fece in tono avaro ma con mezzo sorriso.
  -Arriva adesso adesso dal suo studio-.
  -Ci ha fatto penare quasi quattordici giorni quello li-, -ma... vedo che l'hai già visionata-.
  -Non ho potuto resistere, ma non ti anticipo nulla-.
  -Grazie, molto gentile-, rispose sarcastica.
  Scorse velocemente le parti che sapeva non essere rilevanti al fine dell'indagine e arrivò al succo della relazione.
  
  Uomo. 
  40 anni ±
  Altezza 175 cm.
  Capelli neri.
  Caucasico.
  Corporatura robusta.
  Peso 95 Kg ±.
  
  La morte, avvenuta la notte del 29 Settembre 2005 è dovuta a un colpo d'arma da fuoco diretto nella zona sinistra del torso che ha interessato la regione polmonare, provocandone il soffocamento. La pallottola è stata rinvenuta conficcata nella quarta costola dopo aver trapassato l'organo respiratore. All'interno dei cavi polmonari e delle prime vie respiratorie si rilevano tracce di anidride carbonica e fuliggine riscontrate attraverso l'uso di tamponi. Si ipotizza quindi che la vittima sia morta nel contempo che la struttura andava a fuoco e che negli ultimi istanti di vita abbia inspirato il fumo che si sprigionava nella struttura che ha preso fuoco e che stando alla relazione dei vigili del fuoco è avvenuta per cause accidentali. Incendio che successivamente ha provocato la combustione del corpo ormai esanime.
  La dentatura risulta regolare e ben curata. Fa eccezione l'unica otturazione al dente 1-18 (terzo molare alto a destra).
  Non si riscontrano altri segni particolati visibili come cicatrici, tatuaggi, piercing o anelli. Sul corpo, completamente bruciato, sotto l'ascella sono stati rinvenuti brandelli di tessuto in fibra di cotone dal colore blu, mentre sulle gambe, all'altezza della coscia destra sono rimasti attaccati frammenti di tessuto sintetico di colore nero si ipotizza pertanto fosse vestito con una maglietta e pantaloncini. Entrambi i reperti, compresa la pallottola di calibro 9 e il corpo sono corredati da apparato fotografico.
  Dalle analisi condotte sui campioni prelevati a tampone nel cavo nasale, orofaringeo e urinale si evidenziano minime tracce oltre che di annerimento da fumo anche di sostanze psicotrope.
  All'interno dell'apparato digerente poi, resti pastosi e agglomerati di cibo da fast-food, nello specifico quello che può ricondursi ad un panino farcito e delle patatine fritte.
  La combustione ha bruciato buona parte del corpo, lasciando solo degli elementi sparsi sul quale poter indirizzare le analisi autoptiche, tuttavia questi elementi pur scarsi possono dare un quadro della vittima. 
  L'ora del decesso si può approssimare alle ore 4:00 del mattino.

In fede Dottor. Carlo Cabitzi,
13 ottobre 2005.

 -Beh dai, abbiamo finalmente qualcosa di tangibile per le mani-, esordi Lorrà chiudendo il fascicolo.
  -Si, meglio di prima-.
  -Ora il questore mi leverà il fiato sul collo spero. A proposito, come è finita ieri con il signor Scalis?-.
  -Mah nulla di nuovo, sostanzialmente sono stato li per delle ultime domande-.
  In quel mentre squillò il telefono e la conversazione tra i due venne interrotta.
  -Pronto, commissario Lorrà-.
  -Buongiorno signor commissario, sono Piero Scalis, ho fatto una denuncia per furto in casa mia ieri, so che ha parlato con mia moglie-.
  -Si mi ricordo. Dica tutto signor Scalis-.
  -Ho parlato col vostro centralino e mi hanno detto che posso trovarla in ufficio stamattina, se posso passare avrei una cosa da dirle, mi è stata appena cominciata-.
  -Certo passi pure, in questo momento sono con il collega che si sta occupando del vostro caso-.
  -Perfetto, qualche minuto e arrivo-.
  Nel giro di venti minuti si presentò davanti alla porta dell'ufficio un uomo di mezza età, brizzolato e con una miriade di lentiggini sul viso che difficilmente passano inosservate e dal passo lievemente claudicante.
  -Buongiorno Signor Scalis. Senta ci accomodiamo però nell'ufficio del mio vice visto che è lui che si sta occupando della vostra denuncia-.
  -Certo va benissimo-. I tre si diressero nello studio di Nieddu e i due investigatori non poterono non notare il passo claudicante dell'uomo.
  Sedutisi tutti quanti, il vice Nieddu fece gli onori di casa e si fece dire il motivo della presenza.
  -È presto detto signore vice commissario. Questa mattina dei nostri vicini di casa ci hanno riferito che la mattina del furto hanno visto delle persone che entravano nel nostro cortile.
  Erano vestiti da operai e stavano armeggiando nel giardino. Chi li ha visti ha pensato che fossero stati mandati da noi nel mentre che eravamo fuori casa-.
  -E immagino non si siano insospettiti nel vederli-.
  -Proprio no, perché già qualche volta era accaduto che venissero delle persone a gestire il giardino in nostra assenza, però questa volta non abbiamo chiamato nessuno e comunque ci rivolgiamo sempre alla stessa ditta da anni alla quale però forniamo solo le chiavi del cancello di ingresso-.
  -Le hanno detto quanti erano?-.
  -No signor commissario, questo non me lo hanno detto-.
  -Va bene signor Scalis, la ringrazio per avermi informato di questo, faremo le nostre ricerche adesso. Come si chiamano i vostri vicini?-.
  -Sono la famiglie Sedda, il marito si chiama Piero e la moglie Luisa Tidu. Arrivederci, grazie-.
  Efisia che aveva assistito alla conversazione del collega non si fece scappare una notazione umoristica.
  -Vedo che almeno le tue indagini in poche ore vanno avanti spedite, io ho dovuto penare giorni per avere il referto dell'autopsia-.
  -Che vuoi ti dica, la fortuna gira anche per me ogni tanto. Va beh dai per consolarti andiamo a sentire.
 
  Così presa l'auto di servizio si portarono nuovamente sul lungomare che pur essendo quasi metà ottobre era ancora brulicante di persone e turisti che facevano la spola tra le fermate dell'autobus e la rena.
  La casa degli Sedda, un villetta su due piani, un pò antiquata nello stile architettonico, con qualche crepa nei bianchi terrazzi, era la tipica villa al mare col giardinetto che correva attorno al perimetro e l'altrettanto tipico pastore tedesco che però visto il caldo soffocante se ne stava spalmato sotto un largo albero di olivo. 
  Il problema fu trovare un parcheggio li vicino visto che tutti gli stalli a disposizione erano occupati. Dovettero quindi parcheggiare lontani. Avrebbero potuto azionare le luci lampeggianti e parcheggiare in doppia fila ma non erano nell'espletamento di un servizio urgente, quindi il codice non glielo permetteva. Perciò per arrivare alla casa indicata dovettero farsi quei bei cinquanta metri a piedi sotto al sole e in divisa da lavoro. 
  Suonarono e venne ad aprire una donna che li guardò con sospetto dalla finestra prima di rispondere dal citofono.
  I due agenti si presentarono e quando le dissero che erano li per la questione del furto in casa degli Scalis allora si palesò sul lusco e li fece accomodare in casa.
  -Buongiorno signora Tidu.
  -Buongiorno a voi-, rispose ancora guardinga. 
  -Come le ho detto poc'anzi io e la mia collega, il commissario Lorrà, siamo qua, per avere qualche delucidazione sul fatto che la mattina del furto in casa della famiglia Scalis ha visto delle persone che si aggiravano nella loro proprietà. É così?-.
  Nel frattempo l'aria fresca del condizionatore aveva fatto ristabilire una respirazione rilassata ai due colleghi che venendo da fuori con un temperatura che superava abbondantemente i 40° erano andati in debito di ossigeno.
  -Si esatto, ma a vederli è stato mio marito-, disse quasi per levarsi dall'impiccio, -ve lo chiamo subito-.
  Per non tenerli bloccati all'ingresso li fece accomodare nel piccolo salottino in legno di bambù posto alla loro sinistra. Un piccolo soggiorno dagli infissi antiquati di una trentina d'anni. Si sedettero e attesero. 
  Li raggiunse poco dopo un uomo grassoccio e stempiato che si presentò con un sorriso più caloroso di quello della moglie.
  -Salve signori agenti, mia moglie mi ha detto che volevate qualche informazione su quelle persone che ho visto nel giardino degli Scalis-.
  -Proprio così signor Sedda-, disse il vice commissario Nieddu sollevandosi e stringendo la mano. -Si ricorda qualcosa di particolare, quanti erano-.
  -Mah, di particolare, vediamo: erano di sicuro in tre. Non li ricordo perfettamente perchè le siepi che dividono i nostri giardini sono abbastanza alte e girano attorno al perimetro, però di sicuro ho distinto tre voci diverse. Li sentivo che armeggiavano in giardino con rastrelli e cesoie e quell'attrezzo che spazza le foglie, quello che fa un rumore infernale, non ricordo il nome, ma comunque era quello. Ho dato per scontato che li avesse chiamati Roberto, il padrone di casa intendo, per fare dei lavori. Era già capitato che qualcuno si occupasse del cortile durante la loro assenza estiva-.
  -Capisco, e delle voci non riesce a ricordare nulla di particolare? visto che non ha avuto modo di vederli in viso-.
  -Quello che ricordo perfettamente era che non avevano accento locale-.
  -Stranieri intende?-, chiese Nieddu portando la mano alla bocca. 
  -No, no, erano italiani, con un accento tipo siciliano. Del sud comunque-.
  -A che ora hanno iniziato a lavorare?-. 
  -Bah, saranno state le undici del mattino e sono andati avanti sino alle tredici credo, perchè poi verso le due del pomeriggio siamo andati al mare qua di fronte e non abbiamo più sentito nulla. Il giorno dopo però quando Roberto e sua moglie sono tornai dalla vacanza abbiamo saputo quello che gli era successo e mi sono ricordato di quelle persone in casa loro e ne ho parlato con lui e mi ha confermato che loro non avevano chiamato nessuno-. 
  Il commissario Lorrà ascoltava in silenzio.  
  -Non ha notato nient'altro-.
  -No, al momento non mi soggiunge nulla di più-.
  -Va bene così allora, dovesse mai ricordarsi qualcosa siamo a sua disposizione-.
  -Certamente signor commissario, buon lavoro a voi. Buona giornata-.

  Passarono quattro giorni quando il commissario Lorrà ricevette la telefonata.
  -Commissario Lorrà Efisia?-.
  -Sono io-.
  -Buongiorno, sono il tenente Saponari Ignazio della questura di Lecce-.
  -Buongiorno tenente Saponari-.
  -La sto chiamando in merito ad un fatto di cronaca avvenuto qua a Lecce e credo possa riguardare pure la vostra regione-.
  -Dica tutto signor tenente-, disse un pò stupita.
  -Lo riassumo in breve, poi vi manderò via mail il fascicolo completo con il dettaglio. Dunque, stamani alle ore dieci del mattino, durante un normale posto di blocco operato dai nostri agenti, fermavamo un auto, una panda 4X4 bianca, nei pressi di Montesardo, una località nella provincia leccese, con una persona a bordo. Visto il particolare nervosismo del conducente abbiamo proceduto ad un controllo del veicolo.
  All'interno del bagagliaio ritrovammo quindi un borsone da viaggio nero con all'interno dei preziosi da varia natura. Dai documenti in suo possesso risulta essere 
  Il conducente non sapendo dare una risposta esaudiente alle richieste degli agenti è stato fermato e tradotto in centrale per accertamenti. Da ulteriore controllo dell'abitacolo, all'interno del cruscotto ne è scaturito un biglietto navale andata e ritorno per la Sardegna con partenza da Napoli e arrivo a Cagliari, con date che vanno dal 26 settembre al 1 ottobre-.
  Per poco Lorrà si lasciò sfuggire un'imprecazione di quelle pesanti, ma si morse la lingua.    
  Era il caso che stava seguendo Marco di sicuro.
  -Questo è il fatto in breve commissario Lorrà, come le ho detto, nel giro di qualche ora vi invieremo tutti gli estremi per avere dei risconti-.
  -Grazie mille. Un mio collega, il vice commissario Nieddu Marco si sta per l'appunto occupando di un caso di furto in abitazione, faremo dei controlli incrociati e vi faremo sapere non appena sarò possibile. La ringrazio tenente...-. 
  -Tenente Saponari Ignazio, grazie a lei-.
  Un caso di furto risolto in pochi giorni e che addirittura si estendeva al di fuori della regione.
  Non male pensò. 
  Ma prima era il caso di avvisare Marco dell'imminente novità anche se c'erano da fare le verifiche sulla refurtiva per una eventuale conferma o dichiarazione negativa.
  
 -Riepiloghiamo-. Fece Marco dopo aver ascoltato incredulo quello che le disse Efisia. -Questi tre partono da Napoli il pomeriggio 26 settembre in traghetto, e arrivano da Lecce. Sbarcano a Cagliari il 27 mattina. Il 29 mattina si dirigono a casa degli Scalis e fanno tutte le loro cosine da pseudo-giardinieri, quando è indubbio che con il caos che hanno fatto stavano disabilitando l'allarme e forzando la porta di ingresso-.
  -Va bene-, lo interruppe il Commissario Lorrà, intrufolandosi nel flusso di pensiero. -E il cane?, hai visto che hanno un pastore tedesco-.
  -Certo, il cane molto probabilmente è stato in qualche modo messo fuori gioco magari con del cibo adulterato che lo ha fatto addormentare rendendolo inerme-.
  -Però poi si sarà pur svegliato-, continuò Efisia proseguendo il percorso mentale che si era innescato tra i due.
  Non era una gara a chi sbagliava, era più simile ad un gioco tra i due che aveva le sue regole, anzi una ma molto importante, mai sminuire il ragionamento dell'altro. Era un metodo di analisi critica a voce alta che avevano messo in rodaggio col tempo, come se in quei momenti pensassero con una sola mente e lo facevano parlando a voce alta facendo confluire liberamente i pensieri, visualizzando ciò che si pensava, senza timore di sbagliare.
  -Ovviamente sono persuaso che una volta fatto addormentare il cane lo abbiano legato in qualche modo per non averlo più tra i piedi e poter lavorare-.
  Continuò. -I tre quindi si spianano la strada: allarme fuori uso, cane addormentato e probabilmente legato, forzano la porta ed entrano. Da quel momento fanno quello per il quale sono andati.
  -Il vicino ha detto che c'era chiasso sino al primo pomeriggio-.
  -C'era chiasso... esatto... due restano nel giardino a fanno da diversivo mentre uno si aggira per la casa raccogliendo ciò che trova, poi terminata l'operazione sistemano tutto, liberano il cane e tanti saluti-.
  -Ci sta-.
  -Ora il rientro-, continuò Marco. -Qua non tornano un paio di cose. Vediamo che succede. La banda del giardino parte da Napoli il 26 settembre sera e arriva a Cagliari il 27 mattina intorno alle 8:00. La mattina del 29 fanno quello che devono fare e i tre poi ripartono, quando? come? 
  Nel frattempo i coniugi Scalis sono in viaggio dal 27 settembre e rientrano il 2 ottobre, partenza e arrivo in aereo. Oggi viene fermata nella provincia di Lecce una persona con un borsone con degli oggetti preziosi all'interno. Nel cruscotto dell'auto trovano un biglietto navale andata e ritorno tra Napoli e Cagliari, un turista di fine stagione in vacanza come tanti sembrerebbe, se non fosse appunto per il borsone sospetto-.
  -Al momento è solo sospettato, ma teniamolo per buono-. 
  -Quel tenente ha detto che sul suo biglietto il rientro era il 2 ottobre, quindi oggi che è 17 ottobre- disse voltando lo sguardo al calendario dell'arma appeso poco sotto la foto della Presidente della Repubblica, -sono trascorsi quindici giorni tra il suo rientro a Napoli e il fermo di oggi-.
  Intervenne il collega, -perciò dal 29 pomeriggio, giorno del furto, al 2 ottobre sera, data dell'ultimo soggiorno prima della ripartenza, abbiamo tre giorni e mezzo in cui non sappiamo assolutamente nulla, cosa ha fatto, chi ha incontrato, dove ha alloggiato. Nel frattempo gli Scalis sono in viaggio dal 27 settembre, e restano fino al 2 ottobre. Quindi questi hanno avuto tutto il tempo di fare i loro comodi. Domanda, dove sono gli altri due? (ammettendo che il fermato sia uno della banda). Sono tornati prima?, sono ritornati a casa loro?... o sono ancora qua?- Disse fissando con occhi stralunati il commissario Lorrà.
  Improvvisamente entrambi si bloccarono. Il commissario Lorrà si precipitò come un fulmine nello schedario del suo ufficio dove estratta di malo modo una cartella e leggendo con avidità nel mentre che tornava dal collega si lasciò andare ad un grido quando trovò quello che stava cercando.
  -Il 29... Marco... il cadavere del chiosco è morto il 29 settembre, la notte-.
  -Porca puttana Efisia, non può essere una coincidenza-. 
  -E no che non può esserlo. Ricordi che la moglie ha detto che per le vacanze estive vanno a trovare la sorella del marito in Puglia?... altro che accento siciliano-, fece gettando la cartella sulla scrivania. 
  -Guarda le date, cazzo. Quei tre arrivano esattamente lo stesso giorno che gli Scalis partono e vanno via, o almeno uno di loro riparte, lo stesso giorno che loro rientrano. Come facevano quei tre a sapere le date? Sono troppo consequenziali per essere una casualità-.
  -Questa cosa puzza moltissimo.

  
  Intanto a svariati chilometri di distanza, all'interno di una case semi abbandonata in piena campagna pugliese, attorniata se non da distese di terra desolata e sterpaglia secca. 
  -Cazzo hai combinato pezzo di scemo?- e calò pesantemente un pugno sul malcapitato che lo colpì come fosse una locomotiva e che non aspettando l'urto cadde per terra coprendosi il naso dal quale iniziò a colare un fiotto di sangue.
  -Siete degli stronzi, non sapete fare un cazzo-, rincarò la dose dando un pesante calcio al costato. Quello rantolò nuovamente tenendosi il torace.
  -Una cosa dovevate fare, una... prendere quello che c'era da prendere e finirla li.
  L'uomo a terra cercò di dire qualcosa ma l'energumeno lo sovrastava.
  -Invece no. Dovevate fare gli stronzi. Dovevate giocare a fare i gangster di sto cazzo-.
  Quello a terra non provò nemmeno più a reagire, non sarebbe servito a nulla.
  -Tu e quegli altri razza di scemi... che cazzo faccio adesso?. Dimmi, cosa dovrei fare?    Dovevate prendere la refurtiva e levarvi dalle palle, ecco cosa dovevate fare-. 
  Per sfogare la sua rabbia iniziò a sferrare dei calci a ripetizione, violentissimi, all'uomo che ormai inerme non aveva la forza di reagire a quella furia.
  Nonostante i lamenti e soprattutto le urla sconsiderate del suo aggressore, il seminterrato del casolare in aperta campagna era il luogo ideale oltre che per spartire l'eventuale bottino anche per lasciarsi sopraffare dalla cieca violenza.
  Al suo interno echeggiavano gli spasmi dei calci e il soffocare del respiro dell'uomo che ormai gocciolava sangue. All'esterno invece il frinire insistente e quasi ipnotico delle miriadi di cicale si perdevano come un eco nei campi secchi e gialli per il caldo ancora asfissiante di metà ottobre. 
  -Ma io ti ammazzo-. I suoi occhi si erano sbarrati dal cieco furore e i capillari rossi avevano accerchiato l'iride. 
  -Si, è andato tutto a puttane ormai. Ti ammazzo e ti do in pasto ai maiali-.
  L'altro ancora coricato non lo guardava nemmeno.
  -Figurati se non trovo un povero disgraziato qua nei dintorni a cui dare le tue membra inutili per farti sparire. Poi penserò all'altro pezzente merdoso-.
  Sollevò con rabbia fremente l'orlo della camicia celestina inzaccherata di sudore e di gocce di sangue scoprendo un prominente addome irsuto, e portata la mano destra alla tasca posteriore del pantalone in cotone color cachi estrasse una pistola nera graffiata e scheggiata.    
  Tolse la sicura con gesto deciso e la puntò sulla fronte dell'uomo che giaceva tremante sul pavimento in cemento grezzo. Attorno all'uomo disteso si era disegnata una macchia di umido che odorava di urina che con il caldo aveva inasprito i suoi vapori. 
  -No, non farlo-. Finalmente riuscì a trovare il coraggio di dire qualcosa pur con il respiro affannato, con un sibilare quasi incomprensibile delle parole. L'idea della morte aveva risvegliato l'istinto di sopravvivenza facendogli portare le mani davanti alla canna che distava dalla sua fronte pochi centimetri.
  -Ti prego, no-. Nel mentre piangeva e le lacrime che venivano giù gli striavano via il sangue e la polvere impastata nelle guance.
  Intanto fuori le cicale ancora lanciavano il loro vibrante grido.


  Verso il primo pomeriggio pervenne alla casella di posta elettronica del commissario Lorrà la mail mandata dal tenente Saponari. Le comparve l'icona di notifica sullo smartphone che lampeggiando con una piccola lettera blu la avvisava della avvenuta ricezione. La scheda contenuta in allegato al suo interno era corredata di foto segnaletica, generalità, e l'elenco della refurtiva con le relative foto riproduzioni. 
  I due investigatori si divisero i compiti. Il vice commissario stampò le foto dei preziosi trovati nella borsa del fermato, mentre il commissario Lorrà salita al terzo piano della caserma che fiancheggiava un lungo viale alberato chiese alla sezione informatica di controllare se in qualche database ci fosse il nome indicato dai colleghi leccesi; Luigi Spinoso, classe 1980, nato a Molfetta il 4 aprile e ivi residente.
  Nel frattempo il vice Nieddu contattati gli Scalis, assieme concordarono il giorno per poter andare a casa loro. 
  I coniugi erano realmente impazienti di poter visionare i reperti fotografici. 
  Il vice commissario si presentò al loro indirizzo in un tiepido pomeriggio di fine estate. Ormai il caldo serale stava lasciano spazio ad un più temperato clima di fine stagione, e sulla spiaggia si vedevano sempre meno bagnanti il che dava la possibilità di poter vedere le onde che andavano a scemare sulla battigia.
  -Ecco la foto della refurtiva-, disse Nieddu porgendo una quindicina di riproduzioni ad alta risoluzione.
  La coppia afferrò avidamente l'incartamento e lo osservò con aria di chi potesse persino sentire gli odori attraverso quelle riproduzioni bidimensionali. 
  Non li ci volle molto per confermare che quelle fotografie immortalavano gli oggetti di loro appartenenza.
  -Si questi i nostri beni- dissero, -ma queste altre foto però non sono nostre-, fecero con aria perplessa riguardandole più volte per avere la certezza. Come trascritto nel verbale si trattava di gioielli, di orologi, di cornici in argento di piccole dimensioni e dei bracciali. Nieddu li guardò in silenzio sollevando un sopracciglio e grattandosi la barba con fare perplesso.
  Quindi riprese le foto e le sistemò nella busta in plastica trasparente e dopo un breve scambio di battute si congedò con un saluto di circostanza assicurandogli che al più presto sarebbero tornati in possesso dei preziosi. Appena risalito in auto chiamò Lorrà informandola dell'esito positivo.
  La donna dall'altro capo rispose stancamente portandosi una mano fra i capelli e stirandoseli fin dietro la nuca facendoli scorrere tra le dita. Il problema adesso era capire a chi appartenessero le altre restanti quattro riproduzioni della refurtiva. Iniziava a subire la stanchezza mentale per una vicenda che sentiva vicina a chiudersi, ma a cui mancava ancora qualche tassello. Il cerchio stava quadrando anche se molto lentamente. Era questione poche settimane se non di giorni.
  
  Il dipartimento lavorò duramente per un paio di giorni per trovare dei i riscontri alla richiesta del commissario Lorrà. Ma qualcosa trovarono.
  Un certo Luigi Spinoso aveva alloggiato presso un B&B nelle date coincidenti a quelle del furto. Lorrà con Nieddu si recarono perciò di buon mattino a parlare con il gestore della struttura ricettiva che si trovava a sette chilometri di distanza. Per arrivarci percorsero una lunghissima strada che costeggiava uno dei tanti punti panoramici che si affacciavano sulla costa. Essendo ormai fine ottobre la strada, pur tortuosa, era sgombra di auto. Se fossero stati pochi giorni prima avrebbero visto un continuo via vai di macchine che passavano su quella litoranea.
  Il proprietario, un giovane di bell'aspetto e molto curato li accolse facendoli accomodare nel suo piccolo ufficio costituito da una scrivania, un pc, e uno scaffale con dei libri contabili.
  I due gli mostrarono la fotografia, senza scendere troppo nei dettagli dell'indagine. Gli dissero solamente che era sospettato di furto in abitazioni della zona. 
  Il giovane allungò la mano verso un astuccio nero all'interno del cassetto e inforcati gli occhiali scrutò attentamente la foto mostrata da Nieddu.
  -Si me lo ricordo. Ce l'ho ben presente-, disse levando gli occhiali.
  -Ha alloggiato qua una settimana circa-.
  Cercò le date nel database e gliele mostrò.
  -Si ricorda se era in compagnia o se aveva preso alloggio con altre persone?- fece Nieddu.
  -No era da solo signor commissario, ma ricordo che vennero a prenderlo il giorno dopo con una macchina presa a noleggio-.
  -Come fa a esserne sicuro?- intervenne Lorrà.
  -Beh vede, era uno dei mezzi che da in affitto una ditta che si trova qua in città. Ho riconosciuto il modello e soprattutto l'adesivo con il logo.
  Essendo questa una città turistica capita sovente che chi viene qua usi un'auto noleggiata-.
  Ripresa la foto, Nieddu si fece dire il nome della ditta che dava le auto a nolo cosicché usciti dal b&b impostarono il gps all'indirizzo indicato e ingranata la marcia. Si intrufolarono per vie strette sino ad uscire dal centro per ritrovarsi al di fuori di esso.
  Arrivarono così all'ingresso di un cortile con cancello scorrevole in ferro sul quale campeggiava il logo visto dall'albergatore, un cerchio con il disegno di un'auto con sopra scritto "Sunda noleggi" e il numero di cellulare. All'interno del piazzale si trovava un caseggiato verde attorniato da una decina di macchine di vari modelli.
  Il titolare, un uomo di mezza età, confermò quanto detto prima al B&B. 
  - Si si, li ho presenti. Erano un gruppo di quattro persone. Si presentarono chiedendo di un mezzo a nolo-, -ovviamente, vista anche la stagione balneare in corso proposi loro una macchia spaziosa credendo volessero usarla per fare qualche giro turistico, ma invece chiesero un furgone. Venite ve lo mostro-.
  Si recarono perciò sul retro del parcheggio e l'uomo indicò loro un furgone bianco tre sportelli per tre passeggeri compreso il guidatore.
  -Capisco-, esordì il vice commissario, -mi servirebbe conoscere il nome di chi lo ha noleggiato-.
  -Certo, se torniamo nel mio ufficio posso indicarvelo con sicurezza.-
  Tornati nuovamente all'interno dell'edificio si diressero verso alla sua scrivania. Qua il titolare prese a frugare nel database e alla data fornita dagli investigatori venne fuori il nome di Gabriele Puglise. Subito il commissario Lorrà prese il suo telefono cellulare e dopo un fulmineo e complice sguardo rivolto al collega uscì fuori dal caseggiato e portò l'auricolare all'orecchio. 
  Nel contempo Nieddu prese le generalità del Puglise, scrisse il modello del furgone noleggiato e la targa, e ringraziato il proprietario si diresse verso l'auto a passo spedito, al suo seguito giungeva anche Lorrà. 
  -Ho appena parlato con il tenente Saponari di Lecce, l'ho informato del nome che abbiamo trovato. Mi ha detto che ci farà sapere qualcosa al più presto-.
  -Bene-, fece il collega guardando l'orologio, -però direi che è ora di pranzo e qua, anche se siamo a fine ottobre, qualche trattoria la troviamo aperta secondo me-.
  -Direi di sì. Ho desiderio di ricci e bottarga, fece Efisia agganciando la cintura di sicurezza.

    Sentì squillare il cellulare attraverso la tasca del pantalone.
  Non ebbe il coraggio di rispondere quando vide il nome, ma vista l'insistenza, alla fine cedette. Avrebbe potuto sparire ma sapeva bene che non sarebbe servito a niente, lui conosceva chiunque e aveva occhi ovunque. 
  Aprì la comunicazione e subito si fece presente la sua voce roca rovinata da tante sigarette.
  -Dove sei?- esordì secco. 
  -Che vuoi?- 
  -Dobbiamo parlare, ci vediamo fra venti minuti dove sai-, la voce terminò e chiuse la conversazione.
  Finì di bere il bitter al limone e dopo aver pagato lasciando lì delle monete si portò verso l'auto, ma prima di recarsi al luogo convenuto passò a casa sua. Entrato nell'appartamento glissò la moglie che guardava la tv in soggiorno, superò l'andito ed entrato in camera da letto, dal suo comodino tirò fuori la pistola. Controllò le munizioni, la mise nella cinta del jeans e riscese nuovamente per le scale per arrivare all'auto e andare dove sapeva.
  Dovette percorrere parecchi chilometri fin fuori dalla città procedendo per una strada che lentamente lo condusse alle campagne.
  L'auto sobbalzava nel mentre che si addentrava in strade bianche di campagna non asfaltate.
  Ogni tanto portava lo sguardo verso l'arma che teneva a fianco a sé nella tasca del porta oggetti in direzione del pomello del cambio.  
  La guardava come per calcolare i gesti che avrebbe dovuto compiere se mai avesse dovuto usarla improvvisamente o magari nasconderla. 
  Quando arrivò vide che lo attendeva al di fuori dell'edificio in cemento grezzo, che in principio sarebbe dovuto essere una rimessa per gli attrezzi agricoli, dopo di che entrò senza attendere che scendesse dal veicolo. 
  Attorno a loro il vuoto più totale fatto di campi a perdita d'occhio per ettari e ettari. 
  Spenta l'auto, afferrò la pistola e la mise nel cinto, nascosta dalla maglia dopo di che scese. Restò fermo al fianco dello sportello chiuso fissando l'ingresso del casolare.
  Passò la mano sul calcio dell'arma per sincerarsi di averla, dopo di che procedette e alla fine entrò. 
  Lo trovò seduto su una sedia dietro un tavolo con una bottiglia di vino rosso nel mentre che beveva. Non lo vide subito però, gli occhi dovettero abituarsi alla poca luce lì dentro.
  -Vieni, siediti qua-, disse servilmente indicando l'altra sedia che stava di fronte a lui.
  Restò invece fermo sulla soglia e lo guardava insistentemente.
  -Avanti, su-.
  L'uomo si fece avanti e restando muto scostò la sedia e si sedette.
  -Ti offro del vino, lo vuoi?- disse versando dalla caraffa nell'altro bicchiere. 
  Glielo porse ma l'altro non prese il bicchiere. 
  - Volevo fare un brindisi-, fece sollevando il proprio bicchiere. L'altro continuava col suo mutismo.
  -Ma forse hai ragione, non c'è molto a cui brindare-. Disse posando il bicchiere.
  -Cosa cazzo vuoi con tutta questa pagliacciata?, perché mi hai fatto venire qua?-, disse improvvisamente guardandolo dritto in viso.
  -Che aria strafottente. Non dovresti rivolgerti a me cosi-.
  -Non mi fai paura e lo sai perfettamente. Non sono come gli altri due imbecilli-.
  -Hai ragione, non hai mai avuto paura di me. Però dovresti, sai?-.
  L'altro stava a sentire.
  -Dovresti, perché questa volta l'avete fatta bella grossa la merda fuori dal vaso-. Sorseggiò,
  poi si alzò con un pò di fatica vista la mole e con passo lento si avvicinò alla finestra che in realtà era solo un foro quadrangolare aperto sulla parete, senza nessun infisso.
  -A me mica va tanto bene quando si fanno cazzate, specialmente poi come quella che avete fatto-.
  -Avevo risposto molta fiducia in voi, mi eravate state caldamente raccomandati. Ero persino intenzionato a spartire con voi il ricavato... e poi?-.
  L'uomo sulla sedia iniziò a sudare e ad essere impaziente.
  -No, no, la fiducia è un raro fiore, basta molto poco per sciuparla-. 
  -Basta cazzate, dimmi che vuoi e falla finita-.
  -Come siamo nervosetti eh-, disse con un sorriso.
  Improvvisamente con uno scatto entrasse la pistola e la indirizzò al petto dell'uomo.
  -Come ti ho detto e dissi già a quell'altro pezzente del tuo socio, io gli sbagli li faccio pagare cari-.
  Lo fissava dritto negli occhi. La mano ferma avvolgeva il calcio e il dito era pronto sul grilletto, pronto.
  Fu in quell'attimo che dall'ingresso aperto entrò urlando una cornacchia che si andò a posare su una trave, il guano al di sotto indicava che quello era uno dei suoi abituali nidi.
  Bastò quello però a far distrarre l'attenzione, così l'uomo seduto si sollevò dalla sedia e estratta la sua arma la puntò a sua volta contro l'aguzzino. 
  -Pezzo di merda-, esordì, -te l'ho detto che non mi facevi paura-.
  Entrambe le armi erano adesso incrociate l'una contro l'altra. 
  I due si fissavano.
  Chi per primo?.
  Ma fu dall'esterno che si sentì arrivare il fracasso di auto che grattavano nello sterrato alzando un polverone. Le sirene urlavano lasciando il loro grido per la silenziosa campagna pugliese.
  Inchiodarono e dagli abitacoli scesero una quindicina di persone.
  -Polizia. Uscite fuori-, urlò uno degli agenti.
  Nessuno rispose.
  -Ho detto uscite-. Insistette il tenente Saponari facendo cenno ai colleghi di accerchiare il caseggiato.
  Dall'interno si sentì arrivare il tuono di uno sparo che fece scappare l'uccello che poco prima era entrato.
  Allora gli agenti irruppero nel casamento e si portarono all'interno. Brandendo le armi intimarono a voce alta a chiunque fosse lì dentro di stare immobile. 
  Coricato per terra videro un uomo dalla corporatura robusta circondato dal sangue e un altro in piedi vicino al tavolo che a mani alzate teneva una pistola.
  -Gabriele Puglise sei in arresto con l'accusa di furto... e omicidio-, aggiunse il poliziotto dopo aver guardato il cadavere dell'uomo steso per terra.

Nel frattempo Efisia Lorra e il vice Nieddu erano tornati in centrale.
  Stavano nelle loro rispettive scrivanie quando ricevettero la telefonata dal tenente Saponari che li informò dell'arresto di Puglise e ringraziò il commissario Lorrà per avergli dato il nome di uno dei complici tramite la telefonata.

  Venne imbastita un'istanza di carcerazione per lui con l'accusa di furto e omicidio. Il processo a suo carico durò parecchie settimane. La notizia del caso rimbalzò anche nelle cronache nazionali.
  Dal dibattimento processuale e dalle indagini successive emerse un quadro molto articolato. 
  Dalle dichiarazioni del Puglise si scoprì che il mandante, Carlo Ignazio Imma, un noto malavitoso della zona, affaccendato anche in contrabbando di tabacco e sostanze illecite, assoldò tre criminali per compiere una serie di furti in varie parti del sud Italia. Imma conosceva la famiglia degli Scalis per vie traverse e sapeva bene che si recavano ogni fine estate in Puglia a trovare i parenti del marito. Così spedì i tre nell'isola per derubare non solo in casa loro, (spacciandosi per dei giardinieri), ma anche in altre abitazioni sfruttando lo stesso metodo.. 
  Lui tornò quindi in Puglia la sera stessa del furto con l'aereo assieme ad un altro complice, Paolo Longe, mentre gli altri due sarebbero dovuti tornare a casa con il traghetto del giorno dopo, questo perché contavano sul fatto che non avrebbero dovuto passare ai controlli i bagagli. 
  La notte del furto, raccontò Puglise, i due ancora erano rimasti, Luigi Spinoso e Riccardo Tuna decisero di passarla da veri turisti. Così lui e l'altro complice tornarono nel lungo mare e passarono da un chiosco all'altro, mangiando e bevendo fino a notte fonda.
  Presi dai fumi dell'ebrezza ebbero però una violenta lite, forse volevano tenersi la refurtiva o chissà cosa. 
  Una parola tira l'altra e una volta superato il limite, Spinoso sparò quasi alla cieca Tuna che cadde stramazzato a terra, lasciandolo li nel chiosco nella spiaggia ormai deserta.
  Credendolo morto, Spinoso preso dal panico tornò immediatamente al suo B&B, fece la valigia e scappò con il furgone.
  Chiamò quindi Puglise e gli raccontò cosa fosse successo e aspettò la mattina per imbarcarsi immediatamente e tornare in Puglia ma qua venne bloccato da una pattuglia e fermato.
  Settimane dopo venne ritrovato anche il corpo del terzo componente della banda: era stato gettato in un pozzo artesiano in aperta campagna. Quando venne estratto, il cadavere era già in stato di decomposizione visto anche il fatto che era immerso per giorni nell'acqua. La successiva autopsia stabilì che venne percosso da molteplici colpi che gli fratturarono le costole e il setto nasale, ma che ad ucciderlo furono dei colpi di pistola sparati a ripetizione tra il viso e il torace.

  Questo è quello che pervenne nella relazione che lesse il commissario Lorrà. Il suo morto ritrovato sotto al chiosco andato a fuoco era implicato in una questione di brutta malavita, ucciso per motivi che non sarebbero mai stati chiariti del tutto.
  I coniugi Scalis vennero rifondati dei loro beni prelevati illecitamente da casa loro.
  Il chiosco di Satti e Bina venne invece messo a nuovo anche con il sussidio dell'amministrazione comunale che intervenne per ridare decoro al locale che avrebbe riaperto per la successiva stagione balneare.





1 commento:

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