Si svegliò improvvisamente avendo la sensazione di aver sentito il rumore di qualcosa di pesante che cadeva. Non capendo se avesse avuto un sogno o se il rumore fosse reale accese la lampada del comodino e scrutò la stanza. Mosse lo sguardo a destra e a sinistra e non vedendo nulla che potesse essere fuori posto spense la luce. Pensò fosse qualcosa che era caduto nella stanza attigua alla sua. Nel giro di pochi secondi fu nuovamente abbracciato dal tiepido torpore delle coperte che lo fecero ricadere nel sonno.
Era arrivato quella mattina stessa all'albergo e aveva preso possesso della camera numero 78. Una stanza comune, arredata con mobili di media qualità, senza troppe pretese. Ma d'altronde aveva scelto appositamente un hotel che non fosse troppo pretenzioso giacché doveva soggiornarci giusto il tempo della trasferta e non certo per farci una vacanza. L'edificio molto anonimo dalle pareti gialline svettava all'interno di una piazza che restava defilata rispetto alla strada che a dirla tutta non era mai particolarmente trafficata. Dopo la realizzazione della nuova viabilità aveva perso un po' la sua centralità a favore di strutture ricettive più accattivanti e moderne. Ma ciò significava spendere più soldi e visto che lui doveva stare solo per motivi di lavoro decise che quello era il luogo ideale, e poi sapeva bene che la compagnia per il quale lavorava non avrebbe pagato per un albergo di più alto livello, o per lo meno non avrebbe pagato un albergo più costoso per lui visto che era un semplice dipendente, altra questione sarebbe stata se fosse stato uno dei dirigenti o anche un capo reparto.
Quindi quella sistemazione era più che adeguata alle esigenze della ditta. Doveva esserlo per forza.
Fu però verso le tre di notte che nuovamente il rumore di qualcosa che cadeva lo svegliò. Questa volta però fu seguito anche da un colpo che venne dato alla sua porta. Due colpi ben distinti e fugaci che lo fecero sobbalzare. Aprì gli occhi ma questa volta non accese la luce, restò al buio ad ascoltare, si sa che stando al buio l'udito acquista maggior finezza. Si sforzava di ascoltare ma non sentiva altri rumori. A dirla tutta non sentiva nessun rumore nemmeno da fuori. Il fatto che l'albergo fosse defilato non giustificava il totale silenzio che sembrava essere calato improvvisamente. Decise allora di accendere la lampada e andare a vedere fuori dalla finestra. Calzò le morbide ciabatte e si spostò verso la finestra. Scansò le tende facendole scorrere sui bastoni in metallo, sollevò la serranda e ciò che si parò davanti a lui lo lasciò senza fiato. Il nero più totale. Non c'era più la strada, ne macchina o lampioni, solo... il nulla, un nulla sul quale scorreva una nebbia caliginosa fin dove poteva scorgere. Aprì la finestra e si sporse quel tanto che bastava per evitare di cadere, chi sa dove poi. Silenzio. Totale silenzio. Non un solo suono arrivava. Si aspettava di sentire il freddo della notte, qualche spiffero di vento. Niente. Tutto statico e immobile, eccezion fatta par quella nebbia che si muoveva lenta.
Guardò in basso. Sembrava che il palazzo semplicemente fluttuasse in quel buio. Non vedeva il marciapiede o altro che ricordasse di trovarsi in una città. Provò allora a urlare, ad emettere un suono, ma il suo "ehi!" si spense poco dopo, non andò oltre pochi secondi. Poi svanì in quel nulla come assorbito. Non c'era eco.
Provò a battere le mani e pure questo suono si smorzò semplicemente svanendo. Tornò in camera, prese il telefono e compose il numero del ricevimento. Aspettò. Non squillava e non arrivava nessun suono di attesa.
Riattaccò. Camminò un po' spazientito e irritato e si portò al centro della camera mettendo le mani nei fianchi. La luce dalla lampada poggiata sul comodino ogni tanto tremolava facendo vibrare le ombre che si proiettavano sui muri. Si avvicinò alla porta e ciabattando fece scattare la serratura. Si sporse con la testa nel corridoio muovendola nei due lati. Silenzio anche li. Le luci gialle delle lampade segnavano il passaggio verso le scale. Tutte le porte erano serrate. Nessuno sembrava essersi accorto di quello che stava succedendo. Pensò si trattasse di un sogno talmente era assurda la situazione ma quando fece la prova ovvero darsi un pizzico sulla faccia il dolore fu talmente intenso da non lasciare dubbi, era sveglio. Restò sul lusco della camera per parecchi minuti decidendo se andare o rimanere li. Tornò dentro, ma lasciò la porta aperta. Prese la poltroncina in velluto verde e la portò davanti alla porta e si sedette: restò a fissare l'ingresso aperto. Le luci improvvisamente parvero abbassarsi di intensità facendo diventare più scuro l'ambiente, ma era forse solo la sua immaginazione. Strinse le dita sui braccioli. Si alzò e ancora una volta fece per uscire ma ci ripensò. Iniziava a innervosirsi. Possibile che nessuno si accorgesse di quello che era successo... si ma, esattamente cosa era successo? Non sapeva spiegarlo neanche lui. Andò verso il mini bar e aprì una bottiglia d'acqua (si domandò se qualcuno poi gliela avrebbe addebitata). Di li si accorse del cellulare poggiato e lo prese.
Accese lo schermo e lo mise nella tasca del pigiama.
Quel sorso parve avergli dato un po' di spirito di intraprendenza. Avrebbe potuto bere un po' di alcol, ma preferì restare il più lucido che poteva. Si avvicinò nuovamente allo stipite e restò li immobile. Pur nell'assurdità della situazione, la sua camera sembrava essere il luogo più sicuro, o almeno lo sperava.
Ascoltò nuovamente e ancora un volta non un suono sembrava indicargli la presenza di qualcuno. Senza pensarci troppo oltrepassò la soglia con un passo deciso.
Era come fare un salto nel vuoto. Quell'unico semplice passo fuori dalla stanza lo fece sentire estremamente vulnerabile. Il cuore per un attimo ebbe un sussulto. Un passo oltre la porta lo aveva fatto, ora doveva farne altri e capire cosa stava succedendo. Da nessuna direzione arrivava qualche indicazione o un qualcosa che lo spingesse ad andare verso una parte piuttosto che l'altra. Così si affidò alla sorte, visto che l'intuito sembrava essere totalmente inutile. Si incamminò alla sua sinistra, verso le scale, ma poi tornò velocemente in dietro. Rientrò in camera e presa una delle due scarpe la poggiò nel montante, se la porta si fosse mai chiusa avrebbe trovato un ostacolo e sarebbe rimasta aperta e sarebbe potuto rientrare in caso si fosse trovato in un qualche pericolo... forse.
Dopo di che tornò nuovamente sui suoi passi e riprese il percorso. Il silenzio regnava sovrano. Accostò l'orecchio ad una porta per capire se sentiva qualche suono ma come c'era da aspettarsi nessun rumore dall'interno e pure quella era la stessa stanza dal quale sentì provenire il rumore all'inizio. Guardò nuovamente la sua camera ed ebbe l'istinto di tornare all'interno, ma poi si convinse che se fino a quel momento non c'era stato nessun pericolo concreto poteva continuare ad andare. Non sapeva dove esattamente, ma doveva.
Si chiese se fosse una buona idea prendere l'ascensore per scendere al piano inferiore, ma preferì usare le scale.
Scese gradino dopo gradino. Tutto l'albergo sembrava improvvisamente scomparso. Solo lui si aggirava come uno spettro in un luogo che di per se era già spettrale. Passò al piano successivo e ancora una volta avvicinò l'orecchio ad una camera, e pure li nessun rumore. Si accostò alla finestra li vicino e il paesaggio, se così si poteva definire, era il medesimo che aveva visto da camera sua, il nero più profondo e la debole nebbia che ondeggiava.
Piano dopo piano arrivò in silenzio al piano terra. Si fermò prima dell'ultimo gradino e guardò l'atrio.
Il vuoto era desolante. Le luci erano accese e davano un senso ancora più inquietante a quell'assenza.
Il banco dell'ingresso anch'esso vuoto sembrava che non avesse mai adempiuto al suo compito di ricezione degli ospiti. Penne, computer e volantini erano al loro posto, sistemati come per una foto da pubblicare in una qualche rivista. Le poltroncine disseminate qua e la nell'androne erano vuote come in attesa che qualcuno si sedesse. Provò a sedersi sperando chissà di sbloccare un qualche accadimento ma non sortì alcun effetto. Continuò la sua esplorazione in quel luogo immerso nel nulla più totale.
Percorse un lungo corridoio perlinato attorniato da brutte e dozzinali stampe di paesaggi e scene di vita paesana incorniciate da altrettanto brutte cornici in acciaio satinato. I suoi passi non si potesse certo di che rimbombassero poiché il linoleum assorbiva il calpestio, l'unico rumore che si udiva era il cigolio della gomma delle ciabatte. Arrivò così alla sala ristorante, quella che avrebbe dovuto usare quella mattina per la colazione per poi dirigersi ad una riunione di aggiornamento. La lunga sfilza di tavoli apparecchiati solo con le bianche tovaglie si rifletteva sulle finestre che si aprivano nella parete più lunga e dal quale si sarebbe dovuto vedere il cortile interno ma ancora una volta il tutto era avvolto dal buio più cupo. Ci passò accanto scansando le sedie, poi senza nemmeno rendersene conto, ne afferrò una e con forza la scagliò contro il vetro mandandolo in frantumi. Si aspettò di vederla cadere nel vano interno ma anch'essa venne praticamente avvolta dalla nebbia e fatta sparire.
Cercò l'ingresso alla cucina e la trovò poco distante alla sua destra. Percorse il tratto mancante, aprì le due porte battenti ed entrò dapprima in una stanza di servizio che fungeva da passaggio con un tavolo in acciaio e un lavandino, poi si introdusse nella cucina vera e propria. Un stanza poco più grande di quella che si era lasciato alle spalle, ma con una fila di attrezzi e fuochi in acciaio che correvano lungo il muro. Un frigo, delle stoviglie appese, una grande cappa centrale anch'essa in acciaio, fino ad arrivare poi alla porta che conduceva alla dispensa, la aprì e dentro trovò le scorte, nulla di più. Sollevò lo sguardo e tra le due lampade incassate vide qualcosa che gli fece venire un'idea, forse pericolosa, pero doveva provarci.
Prese una sedie dalla sala ristorante. Frugò nei cassetti trovando finalmente ciò che gli serviva e si posizionò li sotto salendo sulla sedia. Sfregò il fiammifero facendolo accendere, poi lo spense e lasciò che il fumo denso e acre andasse a sollecitare il sistema anti incendio. Attese preparando le orecchie al frastuono acuto dell'avviso di allarme, ma nulla di tutto ciò accadde. Le delicate spire entrarono nell'apparecchio e tutto tacque. Buttò il fiammifero bruciacchiato con un gesto di stizza e scese dalla sedia.
Iniziava ad averne abbastanza di tutto ciò. Si guardava attorno e sperava che da qualche parte venisse fuori qualcuno a dirgli che era stato vittima di una burla di pessimo gusto.
Uscì con rabbia dalla cucina. Non sapeva nemmeno che ore fossero. Attraversò la sala ristorante e tornò nuovamente nella hall. Qui cercò un orologio, e quando lo trovò passando dietro la scrivani dell'accettazione lo guardò, segnava ancora nel tre di notte. Sarebbero già dovute essere ben oltre le tre e mezza secondo i suoi calcoli. Alzò la cornetta del telefono li vicino ma nessun suono veniva dall'apparecchio, sembrava come staccato. Controllò la presa, ma questa era saldamente infitta nella sua sede di appartenenza. Frustrato stracciò l'apparecchio dal muro e lo gettò via urtando un vaso che era poggiato in un tavolino li davanti. Era impossibile che si trovasse li dentro da solo. Non riusciva ad accettarlo. Non poteva. Era impensabile che fossero spariti tutti quanti; che un'intera città fosse sparita nel nulla.
Tornò di corsa nelle scale e cacciò un urlò chiamando non sapeva bene chi. Salì ancora qualche rampa e ancora chiamò a voce alta. Ritornò nuovamente nell'atrio di ingresso e pure li urlò ma ancora una volta non rispose nessuno. Si ricordò del suo cellulare che aveva in tasca. Convulsamente lo prese. Fortunatamente era acceso. Guardò ancora una volta l'ora e anche qua segnava sempre le tre. Il cuore iniziò a battere più forte e si agitava sempre più. Attivò la rubrica e scorse la lista dei numeri fino a trovare quello del marito. Premette col pollice e portò l'auricolare all'orecchio destro. Squillava. Squillava finalmente. Un respiro di speranza avvampò l'anima. Squillò, certo, ma non rispose nessuno. Riprovò di nuovo, con lo stesso risultato. Provò allora a contattare il numero di casa, dava segnale attivo, ma neppure qua ricevette una risposta. La disperazione iniziava a prenderlo come fosse stata un serpente che attanaglia lentamente la preda tra le spire e non lascia più scampo.
Tornò allora in camera sua, la scarpa era ancora li come l'aveva lasciata. Si affacciò dalla finestra e nuovamente chiamò. Sempre il silenzio assorbiva ogni suono e la sua voce si perdeva. Salì a perdifiato i restanti piani. Urlava e chiamava in continuazione. Provò a usare l'ascensore, che fino a quel momento aveva snobbato. Premette il pulsante e attese. Forse per una sorta di inquietudine sul chi o cosa potesse venirne fuori da li dentro l'uomo si allontanò e lo guardò aprirsi da dietro l'angolo di un pilastro. Al suono del campanello le porte si aprirono e al suo interno si palesò il nulla. Vuoto. Si sentì un po' sciocco, ammise a se stesso.
Ritornò nel letto della sua stanza e si coricò dopo che ebbe bevuto una delle bottigliette di alcolici nel mini frigo sotto la scrivania. Si gettò tra le coperte e vi si avvolse come per cercare del conforto. La testa gli doleva e la gola bruciava per il troppo urlare. Lentamente e annebbiato dai vapori si assopì per qualche istante. Si svegliò poco dopo con l'idea che quello che era successo era stato un brutto sogno, ma quando si accorse che così non era scoppiò in un pianto disperato e malinconico. Nuovamente prese il telefono e compose il numero, ancora una volta squillava, però nessuno rispondeva. Non capiva più nulla. Non provava freddo, caldo o fame, era stremato e voleva solo che qualsiasi cosa fosse successa avesse termine all'istante e poter andare via da li dentro.
Allora pensò a ciò che sino al momento aveva scartato non sapeva nemmeno lui perché. Si era dimenticato la cosa più banale. Se voleva uscire doveva usare la porta dal quale era entrato la mattina. Si sollevò dal letto, si lavò la faccia per ricomporsi e scese al piano inferiore usando l'ascensore. Questo si richiuse con un rumore di metallo e il suo stomaco si contrasse. I piani si susseguivano lentamente, vedeva la luce filtrare ad ogni passaggio. Alla fine della corsa la cabina sobbalzò. Un delicato ding! aveva avvistato che era arrivato a destinazione. Uscito da li dentro quasi con un sospiro di sollievo si avviò nuovamente al banco della reception e una volta superato a passi svelti si diresse verso la porta in legno. Dal vetro vedeva attraverso. Poteva scorgere solo ciò che aveva visto sino a quel momento... il buio e la nebbia. Vedeva riflesse anche se stesso e si guardava.
Si portò davanti ad essa e restò immobile a fissarla per un tempo che sembrò infinito.
Controllò nuovamente l'ora nel telefono, ancora le tre, sempre le tre da non sapeva più quanto.
Avrebbe avuto il coraggio di aprire quella porta e varcarla oltre? Chiuse gli occhi e inspirò.
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