Venne svegliato lentamente non accorgendosi subito di cosa stesse accadendo. Un odore acre si era sparso per la piccola cascina. Fu però la moglie a destarlo. Si era alzata e spalancando le veneziane si trovò davanti uno spettacolo spaventoso quanto incredibile. Nella notte più nera di quei primi giorni di agosto il rosso vivo del bagliore delle fiamme illuminava ettari di terreno che andava a fuoco.
Le grida di stupore svegliarono il marito che si avvicinò alla finestra. In tutto quel calore che avvampava l'aria gli si gelò il sangue. L'uliveto dei Calia stava andando a fuoco. Con velocità andò a destare il figlio da poco maggiorenne e dopo avergli detto quello che stava avvenendo lo mandò a chiamare i padroni. Il giovane si vestì alla bene e meglio e dopo di che andò nel piccolo casolare adibito a stalla, attiguo alla casa e una volta sellato il cavallo, che malamente gradì essere svegliato in piena notte, corse velocemente come gli era stato raccomandato. Uscì sfrecciando al galoppo più veloce che potè alzando un polverone che che i bagliori delle fiamme si illuminò di arancione.
Nel frattempo il vecchio Vincenzo, mezzadro per conto dei Calia era andato a chiamare aiuto nelle case vicine; la frase era solo una "Gli ulivi dei Signori stanno bruciando", bastò questo a mobilitare i fattori. Con i carri si iniziarono a trasportare secchi ricolmi di acqua e si cercava di arginare ed evitare che il fuoco continuasse a mangiare voracemente le piante. Tutti gli uomini e le donne si misero di buona lena ed erano impegnati con incitamento reciproco a gettare l'acqua, facendo da spola presso i pozzi vicini e il terreno. Ma più passavano i minuti e più sembrava che il fuoco al posto di spegnersi si nutrisse con ingordigia di quella stessa acqua che invece gli veniva gettata sopra per spegnerlo.
Nel bel mezzo delle campagne rischiarate dalla falce di luna, il giovane correva sul cavallo che come avendo capito la gravità batteva le pesanti zampe in corsa sollevando intere zolle di terra ed erba. Lo spronava pesantemente e lo incitava, scavalcando intere siepi. Fortunatamente la dimora dei padroni si trovava a pochi chilometri e quando riuscì ad arrivare alle porte di Serralio, il piccolo paesino dormiva pesantemente. Corse per le strade polverose, sfrecciò fra i vicoli stretti per raggiungere la parte alta del paese. Anche in quella semi oscurità sapeva destreggiarsi passando attraverso la case in pietra e mattoni di fango.
-Aprite, l'oliveto sta andando a fuoco-, disse una volta fermatosi davanti all'abitazione. Una grande casa padronale con un alto muro di cinta. Si spostò quindi in direzione del cancello in ferro battuto e ancora una volta chiamò l'attenzione di chi vi dimorava. Una piccola e flebile luce sia accese da una delle camere alte poste proprio davanti all'ingresso, erano le camere delle serve (quelle dei padroni erano nella parte retrostante, quella più silenziosa perchè non davano direttamente sulla strada). La lucetta si spostava di finestra in finestra, poi sparì fino a ricomparire davanti all'ingresso. Era una delle serve, che in un dialetto poco elegante gli chiese cosa avesse da urlare a quell'ora di notte. Dopo avergli spiegato cosa stava accadendo, la giovane, vestita con una leggera tunica di cotone bianco e una mantella per coprire le spalle dall'umido della notte aprì il pesante ingresso e lo fece entrare nella corte interna e assieme andarono in casa, ma solo lei potè entrare nella camera padronale dove dormivano marito e moglie dopo aver bussato quel tanto che bastava per destarli.
-Signore, c'è giù il figlio dei Pais-.
-Cosa vuole?-, rispose l'uomo ancora assonnato-.
-Dice che l'oliveto sta bruciando-. La voce tremò quando disse questo.
-Santo cielo-.
Si buttò immediatamente giù dal letto e in pochi istanti l'intera casa venne svegliata.
-Vai a chiamare gli altri nel frattempo-.
-Subito, signore-.
I due coniugi finirono di vestirsi velocemente e scesero nel piccolo vestibolo dove trovarono ad attenderlo il giovane. Nei pochi istanti che seguirono scese anche il resto della famiglia. Il maggiore, Gerardo, era arrivato per primo, a seguire gli altri tre fratelli. Clara, Isabella e infine Ruggero.
-Signore, l'oliveto sta bruciando. Mio padre con dei vicini stanno cercando di spegnere il fuoco-.
La famiglia Calia guardò con sgomento il ragazzo immaginando ciò che stava avvenendo nella loro campagne.
-Le bestie sono al sicuro?- fece Michele Calia.
Si, signore loro stanno bene-.
-Dobbiamo andare, padre-. Fece Gerardo prendendo la parola.
-Si certo. Anna, tu e le ragazze state qua. Io con il resto degli uomini ci dirigiamo all'oliveto. Prendiamo i cavalli senza la carrozza, andremo più veloci-. La donna fece un cenno assertivo con la testa e con fare protettivo si avvicinò alle due figlie. Il resto della famiglia, accompagnati da tre servitori presero i cavalli e sellati, si diressero di volata in direzione delle campagne. Alle altre non restò che aspettare in casa, in compagnia del resto delle donne che componevano la servitù, le due serve e la cuoca. L'unico pensiero che avevano tutti era quello di salvare la loro principale fonte di reddito, l'oliveto che di generazione in generazione era passato in eredità alla famiglia dei Calia.
Piantato dal nonno del marito Michele, col tempo era diventato una delle più grandi piantumazioni di olivo del sud della Sardegna. Saverio Calia stesso era andato di persona nel continente agli inizi dell'800 per cercare le qualità migliori tra la Toscana e le Marche. Portando poi con se sessanta casse con all'interno le giovani piante, in un viaggio in vaporetto durato sei giorni. Sbarcato poi a Cagliari da li aveva affittato una quindicina di carri per portarli poi nei loro possedimenti. Da quel momento la sua famiglia lo aveva tramandato ai figli maggiori. Ora toccava a Michele che a sua volta poi lo avrebbe lasciato a Gerardo dopo che avrebbe compito gli studi di agraria a Roma. Col tempo erano riusciti a ritagliarsi uno spazio importante nella produzione dell'olio, arrivando a possedere un vastissimo terreno con oltre tremila alberi.
Nel frattempo si erano accese le luci delle case attorno alla loro, poichè svegliati da quel baccano, ed erano accorsi per capire cosa fosse successo. In men che non si dica tante altre persone si mobilitarono per portare aiuto e spegnare l'incendio. Partirono una ventina di uomini. Anna con le figlie restarono a guardare il gruppo dei cavalieri che uscivano per le strade al galoppo. Non riuscendo a tornare a dormire si recarono tutte e tre nel piccolo salottino al piano inferiore e si sedettero sulle poltroncine di vellutino verde e dal legno intagliato. Nessuna osava parlare. Solo Clara non resistette a lungo seduta e si recò in cucina, nel reto della casa, portando con se la lampada a olio. Un silenzio irreale avvolgeva l'abitazione. La madre prese il rosario e in silenzio iniziò a sussurrare raccomandandosi a Santa Barbara e a Sant'Isidoro, protettore dei contadini, nonchè anche patrono di Madrid, sua città di origine per famiglia giacché lei faceva Boil di cognome e i suoi predecessori arrivarono nell'isola quattrocento anni fa al periodo della conquista della Sardegna da parte della Spagna qui avevano portato la loro nobiltà e dote. Alla silenziosa preghiera si unì anche Isabella che aveva acceso una piccola candela ai piedi della madonna in gesso esposta all'ingresso. Poco dopo Clara tornò nel salotto portandosi appresso una delle serve con un vassoio e poggiatolo sul tavolino tra le due poltroncine porse ad ognuna una tazza in ceramica fine.
-Cos'è?-. Chiese la donna sollevando lo sguardo.
-Un po' di Camomilla, madre, aiuterà a distendere i nervi-. Fece Clara. Lei sorrise e sollevata la tazza ne prese un sorso. Così pure fece Isabella.
-Non servirà a tanto, ma non possiamo fare molto adesso. Preghiamo perchè riescano a spegnerlo al più presto-. Disse Anna.
-Signora-.
-Dimmi Severina-. Rivolgendosi alla giovane servetta.
-Vado a chiamare Don Pibiri?, gli chiedo di accendere una cero alla madonna-.
-Non c'è bisogno-. rispose lei con mezzo sorriso, -non scomodiamolo-.
-Va bene-. Passandosi le mani nel grembiule per allisciarlo tornò quindi nel vestibolo della cucina. Li la aspettava Paschedda, la cuoca e la serva più anziana, Teresa, chiamata anche Teresina dal resto della famiglia dei Calia visto che era con loro da tanto tempo. Una donna rotonda e bassa che portava sempre una crocchia tenuta da uno spillone in madre perla.
-Che disgrazia-. Disse Paschedda che vista l'ora iniziò a preparare la collazione per i padroni e qualcosa in più anche per il resto degli uomini di casa che stavano lavorando.
-Speriamo riescano a salvare le piante-. Le fece Teresa.
Erano da poco passatele cinque e iniziava ad est a sorgere il sole. La notte nera iniziava a farsi rosata. Le tre donne erano ancora in attesa di notizie. Clara non resistendo alla stanchezza si era lasciata andare al sonno e si era addormentata nel divanetto. Finalmente i primi colpi di zoccoli di cavallo si fecero sentire tra i vicoli silenziosi. Entrarono con tanta foga nel cortile interno che per poco il cavallo non inciampò. Era uno dei servitori dei Calia. Era nero inviso e il sudore gli rigava la faccia. Si gettò giù dalla bestia e corse in casa.
-Padrona, padrona. Donna Anna.- Chiamava a gran voce l'uomo. -Signora...- L'uomo si lasciò andare sulla sedia del salottino. La donna accorse immediatamente.
-Signora mia-.
-Cosa succede?, siete riusciti a spegnere il fuoco?-.
-Padrona mia. Gerardo. Una disgrazia è stata. Una folata di vento ha alzato le fiamme e ha investito vostro figlio. Signora padrona-.
-Come sta? oddio, cosa è accaduto...-. Si strinse le mani facendole diventare rosse. Lo sgomento attanagliò tutti in casa.
Nel frattempo giunse Michele Calia circondato da altre due persone. Entrò senza dire nulla. Il volto stravolto testimoniava tutta la fatica della notte che stava andando via.
-Cosa è successo, Michele-. Gli si fece incontro con il terrore negli occhi. L'uomo la abbracciò forte.
-Amore mio, sii forte adesso-.
-Michele, dimmelo-. Lo implorava guardandolo negli occhi pieni di lacrime.
Quando vide poi entrare anche il prete ella non ebbe più nessun dubbio.
-Morto, è morto.... nooo, Michele, perchè?-. Urlò lei. Quella parola echeggiò per tutta la casa sino alla sue viscere più intime e per le case vicine. Il pianto e il dolore più nero si aggrappò all'anima di tutti i presenti e non li lasciò più.
Il sole di metà agosto sorgeva in un nuovo giorno e portava tristezza in casa dei Calia. Non c'era nessuna consolazione che potesse servire a lenire il dolore. I funerali vennero celebrati il giorno successivo visto il caldo afoso che schiacciava le campagne nella parrocchiale della Beata Vergine dei Santi Martiri. La piccola chiesa di Serralio era gremita come non mai. Padre Pibiri celebrò una funzione solenne e sobria, omaggiando la solerzia del primogenito dei Calia. Mise in luce il suo essere pronto ad aiutare il prossimo, la sua prontezza nel rendersi utile quando ce ne fu bisogno. Il sindaco per l'occasione dichiarò due giorni di lutto, poichè la morte del giovane aveva sconcertato tutti. Il secolo '800 si sarebbe chiuso nel modo più terribile per i Calia, la morte del loro primo figlio, colui che avrebbe portato avanti la tenuta e portata nel nuovo secolo. Tutto ora era da riscrivere. Tutto era stato messo in discussione.
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