Cicerone
e la difesa di Cornelio Balbo.
Membro
di antica famiglia, Balbo, nasce attorno al 100 a. C. a Gades
(l'odierna Cadice).
Dei
suoi primi anni non si hanno molte informazioni, le notizie certe
iniziano dal 79 a. C. quando è arruolato come soldato romano in
Spagna1
contro Sertorio, prima sotto il comando di Quinto Metello Pio e
successivamente sotto Pompeo, dal quale ricevette la cittadinanza a
Balbo per meriti militari nel 72 a. C.
Trasferitosi
a Roma2,
Balbo stringe una forte amicizia anche con Cesare,
che nel 61 a. C. lo porta con sé
in Spagna, con la carica di praefectus
fabrum3,
e poi anche in Gallia.
Il
60 a. C. è l'anno del triumvirato tra Cesare, Pompeo e Crasso e
ancora una volta la figura politica di Balbo è presente per la
creazione di questa alleanza4,
salvo poi schierarsi dalla parte di Cesare nella successiva guerra
civile.
In
questo momento si intreccia la biografia di Cicerone con quella di
Balbo, infatti i triumviri chiedono a Cicerone di appoggiare la legge
agraria5
in favore dei veterani di Pompeo, ma per non essere tacciato di
tradimento verso l'aristocrazia6,
rifiuta tale voto, provocando la vendetta dei populares.
Infatti
nel 58
a. C. il tribuno
della plebe Clodio
Pulcro,
amico di Cesare7,
ma
nemico di Cicerone per un processo per sacrilegio8,
fa approvare una legge con
valore retroattivo che condannava all'esilio chiunque avesse mandato
a morte un cittadino romano senza concedere la cosiddetta
provocatio
ad populum9.
Così
all'Arpinate non spettò altro che lasciare la città e sperare nella
clemenza.
Balbo
quindi si adoperò per far concedere il perdono all'oratore, che
venne concesso da Pompeo nell'anno 57 a. C.
Venendo
al casus
belli, l'anno
successivo, il 56 a. C. Balbo viene accusato da un anonimo cittadino
di Gades di usurpata cittadinanza romana. La questione verte sul
fatto che Pompeo avvalendosi della legge Gellia-Cornelia10
aveva dato la cittadinanza romana a Balbo per meriti militari, quello
che però contesta l'accusatore non sono tali meriti, ma il fatto che
Pompeo non poteva concedere la cittadinanza ai cittadini di città
federate che non avessero aderito alla legge.
Balbo
quindi fu accusato di godere illegittimamente di un diritto di cui
non poteva disporre.
Per
analizzare meglio il problema è opportuno soffermarsi su due
aspetti, la prima su cosa fosse una città federata e a quali leggi
sottostasse, il secondo è il cursus che ebbero le leggi di
Roma sull'attribuzione della civitas.
Per
prima cosa “le
città extra-italiche, al tempo di Cicerone, si dividevano in città
che erano in stato di pieno asservimento ed erano dette
vectigalis
e stipendiariae
e in città nelle quali la soggezione a Roma poteva conciliarsi col
rispetto di una larga autonomia riconosciuta e garantita per mezzo di
trattati bilaterali ed erano dette liberae
o foederatae.
[…], possiamo dire che queste, pur essendo tenute a prestare al
magistrato romano quei contributi di denaro, di navi, di vettovaglie
che erano stabiliti dal foedus11,
e pur essendo obbligate ad astenersi da certi tipi di commercio, che
potessero nuocere l'economia pubblica dei Romani, erano libere e
serbavano i propri organi, le proprie istituzioni, le proprie leggi,
la propria amministrazione, il diritto di modificare l'ordinamento
legislativo interno, quando loro paresse opportuno, ed anche di
adottare le leggi di Roma, purché questa concedesse il suo benestare
e purché il popolo concordemente dichiarasse di accettarla. Questa
libertà di adottare le leggi romane si estendeva anche al diritto di
applicare ai propri cittadini lo ius
civitatis
purché ci fosse il beneplacito di Roma.”12
Ecco
quindi il nocciolo della questione: Gades, città federata non aveva
aderito alla legge Gellia-Cornelia e perciò il conferimento della
cittadinanza a Balbo concesso da Pompeo, secondo l'accusatore, doveva
essere considerato nullo13.
Passando
all'analisi del secondo punto iniziamo con il dire che possedere la
civitas romana era indubbiamente un fatto di prestigio per chi
ne entrava in possesso, giacché molto spesso i detentori di tale
diritto provenivano da città o abitati poco sviluppati, in confronto
a Roma, pur rientrando sotto la sua giurisdizione.
Il
prestigio di appartenere ad un grande territorio quale era Roma
comportava diritti di cui solo un civis Romanus poteva godere,
diritto al voto, aspirare alle cariche politiche, diritti di
proprietà, matrimonio e soprattutto il diritto di appello al popolo
nelle cause di giudizio.
Col
tempo quindi Roma, man mano che il suo territorio si allargava ha
sentito la necessità di inglobare nel proprio sistema
economico-politico anche altri soggetti che non fossero i patrizi o i
plebei autoctoni.
Cicerone
vede con positività questo allargamento della cittadinanza poiché
dava a Roma la possibilità di fortificarsi e crescere la sua
potenza14.
Volendo
fare quindi un excursus sulle varie fasi della legislazione
romana in materia di concessione della cittadinanza è utile
ricorrere alla spiegazione che il Bonfiglioli da nella sua
introduzione alla Pro Balbo: “Dopo la conquista dell'Italia
trasmarina e transalpina, molti italici e molti stranieri avevano
posto il loro domicilio in Roma e fraudolentemente erano riusciti ad
insinuarsi nella lista dei cittadini romani. Fu allora che un decreto
del Senato dell'anno 187 a. C. ordinò al pretore urbano Terenzio
Culleone di allontanare da Roma, rimandandoli nella loro patria, i
latini e i forestieri che abitassero nella capitale dal 204 in poi.
Secondo quanto ci narra Livio15,
allora dodicimila Latini furono espulsi […].
Questo
provvedimento non portò gli effetti desiderati, perché nel 126 a.
C. il tribuno Marco Giunio Penna, preoccupandosi che i Latini e i
peregrini potessero usurpare la cittadinanza, vietava ad essi colla
lex Iulia de peregrinis la dimora in Roma. Questa legge
colpiva troppo duramente un gran numero di persone, che nella
capitale occupavano ragguardevoli posizioni, ed allora, per mitigarne
gli effetti, nel 95 a. C. i consoli L. Licinio Crasso e Q. Mucio
Scevola promulgavano la lex Licinia Mucia, la quale permetteva
agli
stranieri
di conservare la propria dimora in Roma, ma ordinava una severissima
revisione
per
impedire ogni abuso [...].
Non
v'ha dubbio che questa legge inasprì i rapporti degli italici verso
Roma […]. Per tranquillizzare gli animi il console L. Giulio Cesare
[…], promulgò nel 90 a. C. la lex Iulia dei civitate consociis,
colla quale la cittadinanza veniva concessa a tutti gli alleati, che
durante le guerra fossero rimasti fedeli a Roma.
La
liberalità di Cesare fu accresciuta ancora dal plebiscito dei
tribuni della plebe M. Plauzio Silvano e C. Papirio Carbone, che
nell'89 a. C. promulgavano la lex Plautia Papiria, secondo la
quale chiunque poteva diventare cittadino Romano purché si trovasse
nelle condizioni e ottemperanza alle disposizioni seguenti: 1° fosse
cittadino di una città federata di Roma, 2° avesse il proprio
domicilio in Italia al momento della promulgazione della legge, 3°
facesse la relativa dichiarazione di domicilio, iscrivendosi nelle
nuove liste dei cittadini nel termine di 60 giorni presso il pretore
a ciò delegato16.
La
legge Plautia Papiria incontrò non poche difficoltà nella
sua applicazione, perché non si sapeva a quali tribù dovessero
essere iscritti i nuovi cittadini che si temeva avessero le
preponderanza nei comizi, ne fossero distribuiti in tutte le tribù.
Furono allora create 8 nuovi tribù, alle quali vennero assegnati.
Tale misura, però, […] non fu applicata. […] Dopo la legge
Plautia Papiria a nessun italico fu più vietato di prendere
domicilio a Roma, ma principiarono allora gli stranieri ad agitarsi e
molti riuscirono una godere abusivamente della cittadinanza. Fu
allora che il tribuno C. Papio, richiamando in vigore l'antica lex
Iunia, nell'anno 65 promulgò la lex Papia de civitate Romana,
secondo la quale tutti coloro che non erano cittadini di Roma
dovevano essere banditi e dovevano essere sottoposti a giudizio
quelli che fraudolentemente si erano arrogata la cittadinanza
romana17”,
ed è proprio questa legge che l'ignoto usò contro Balbo.
Resta
un ultimo tassello da inserire prima di analizzare la difesa di
Cicerone18.
Come
mai questo anonimo cittadino di Gades si prodigò tanto per far sì
che a Balbo venisse revocata la cittadinanza? Per il fatto che anche
questo anonimo pur essendo cittadino romano, a causa di una condanna
gli venne revocata la cittadinanza, perdendo de facto tutti i
privilegi della sua condizione di civis Romanus e l'unico modo
per poterla riavere era vincere una causa in un processo da lui
intentato; senza poi dimenticare che attaccando Balbo, che con la sua
scalata politica aveva anche suscitato molta invidia, avrebbe
indebolito Pompeo e Cesare.
Cicerone
riesce quindi a smontare tali accuse con un impianto difensivo
attentamente studiato; facendo appello alle numerose norme giuridiche
in materia di cittadinanza, che Cicerone stesso definisce essere
innumerabiles leges de civis iure19,
portando soprattutto exempla del passato, e nel contempo
esaltando la figura di Pompeo (il fautore del suo rientro a Roma) e
Balbo. Cicerone fa anche uso di figure retoriche che ritroviamo in
più parti dell'orazione; la metafora20,
l'anafora21,
e l'ironia22.
Ma Cicerone
ricorre anche all'uso dei superlativi23;
per citare qualche esempio gli alleati vengono definiti fidelissimos
et coniunctissimos socios24,
oppure
usa
la parola
peritissimis per
riferirsi ai generali del passato25,
e anche eloquentissimis
o
amicissimis26.
L'esaltazione di Pompeo
inizia dall'exordium27,
e
continua anche durante il resto del discorso28.
Cicerone infatti prima di intraprendere la sua argomentazione in
difesa di Balbo, cerca di accattivarsi la benevolenza dell'uditorio29
insistendo sul fatto che prima di lui avevano argomentato personaggi
più autorevoli30,
usando
la frase
«Si
auctoritates patronorum in iudiciis valent, ab amplissimis viris L.
Corneli causa defensa est [...]» si
chiede perciò quale sia il suo ruolo nella difesa di Balbo31
giacché Pompeo il giorno prima aveva tenuto un discorso in difesa di
Balbo che definisce con termini entusiastici; incensa Pompeo: «Quale
fu la gravità del discorso di Gneo Pompeo ieri, giudici, quale
eloquenza, quale abbondanza,
si è visto che non con una tacita impressione del vostro animo, ma
con
un'ammirazione
ben visibile è stata esaltata. Non ho mai sento niente che mi
sembrasse più
acuto
sul piano giudico, niente con una più ricca evocazione dei
precedenti, niente di più
esperto
sui trattati, niente di più chiara autorità sulle guerre, niente di
più serio sulla Repubblica, niente di più modesto verso se stesso,
niente di più bello sul processo e sul crimine»:32
e l'elogio continua :«Quindi
per me è molto difficile prendere la parola per ultimo. Infatti
succedo a un'orazione che
non ha solo sfiorato le vostre orecchie, ma si è insediata nel
profondo del vostro animo, così che non potrete ricevere non solo
dalla mia, ma anche dall'orazione di chiunque altro, un piacere
maggiore che dal ricordo delle sue parole.[...]»:33
sono
frasi che esaltano Pompeo, lo descrivono come una persona dalle
migliori capacità mnemoniche, una persona dalla profonda conoscenza
giuridica e Cicerone ha ben ragione nell'elogiarlo e a sentirsi in
soggezione rispetto a Pompeo poiché la fine del suo allontanamento
da Roma la deve proprio alla clementia34
del generale.
Ma
l'esaltazione di Pompeo non si esaurisce con l'exordium35,
continua
nei capitoli 4 e 536.
Specialmente in questi due capitoli Cicerone alza l'asticella
dell'esaltazione dei meriti del suo benefattore, con
una serie di aggettivi quali ingenium37,
integritas38,
diligentia39,
pudor40,
moderatiorem41.
Sembrerebbe
perciò che questa orazione più che difendere Balbo, sia stata
tenuta per difendere Pompeo ed elogiarlo.
Chiaramente
Cicerone non dimentica di mettere in buona luce il suo assistito,
anzi esalta i meriti con una gradatio ascendente42.
Infatti l'Arpinate nei capitoli 2 e 3 afferma: «Questi
sono i meriti personali di Cornelio verso la Repubblica, l'attività,
la perseveranza, la battaglia,
il valore degno del suo grande capo, la speranza di ricompense
adeguata ai pericoli; i premi stessi non sono poi merito di quello
che li riceve, ma di quello che li concede. Ebbene per questi motivi
gli fu conferita la cittadinanza da Gneo Pompeo. Questo l'accusa non
lo nega, ma lo contesta, cosicché contro Cornelio si accetta la sua
difesa.[…]
Tu
ammetti, infatti, che in quella città in cui è nato, era nato da
una famiglia sommamente rispettabile,
e che fin dalla tenera età, lasciate tutte le sue faccende, si
dedicò alle nostre guerre insieme ai nostri comandanti, e si prodigò
in ogni fatica, in ogni assedio, in ogni battaglia. Tutti questi
fatti sono non soltanto lodevoli, ma anche propri di Cornelio, e non
c'è in queste cose alcun fondamento per un'accusa43».
Mette in evidenza le sue qualità, la liberalitas44
verso la Repubblica, il labor45,
la dimicatio46,
e mettendo da parte i propri interessi47
ha combattuto le guerre di Roma e perciò furono queste le ragioni
che indussero Pompeo a conferire la cittadinanza a Balbo.
Perciò
Cicerone mettendo in evidenza la sue qualità morali e militari di
Balbo di modo che sia evidente all'uditorio che Balbo meriti la
cittadinanza e che è l'uditorio a sbagliarsi nella interpretazione
della legge, non Pompeo che viene accusato dalla assemblea di
ignoranza nelle questioni giuridiche e di diritto internazionale;
dice infatti Cicerone: «Si
avrà dunque il coraggio di sostenere che Gneo Pompeo ignorasse
ciò che è noto a persone comuni, prive di esperienza e interessi
militari, addirittura noto a degli scribacchini?
Per
parte mia, giudici, ritengo al contrario che, se Pompeo eccelle in
ogni genere e varietà di conoscenze[...], un suo merito
straordinario è l'eccezionale conoscenza dei trattati, degli
accordi, delle clausole imposte ai popoli, ai re e alle nazioni
straniere: in una parola, del diritto internazionale nel suo
complesso, sia di guerra che di pace, a meno che non si dia il caso
che Pompeo non abbia potuto apprendere dai testi nei periodi di
riposo né dai luoghi stessi nei periodi di attività ciò che noi
apprendiamo dai libri nella quiete e nel fresco dello studio»48.
Cicerone
mostra all'assemblea che Pompeo, da profondo conoscitore della
giurisprudenza, non ha commesso nessun errore, ma che anzi l'ha
applicata senza errori, un esempio è infatti l'uso della parola
excellat49;
perciò
la conclusione alla quale giunge Cicerone è che
Pompeo
essendo profondamente esperto nella conoscenza di questioni
giuridiche e trattati internazionali è impossibile che si sia
sbagliato.
Ma
l'orazione di Cicerone non si limita agli elogi, che usa per creare
quel clima favorevole alla causa e ingraziarsi l'uditorio.
Da
buon giurista e avvocato, sa che
per
far pendere l'ago della bilancia a favore di Balbo è necessario che
porti all'assemblea altri exempla50
di
conferimento della cittadinanza verso gli alleati51
che si sono spesi per il potere di Roma.
Questo
concetto è meglio espresso al capitolo IX nei paragrafi dal 23 al
26, dove tocca vari punti, il primo52
è il suo disappunto per il fatto che Roma si sia dimostrata poco
riconoscente nei confronti di chi si è sacrificato per la civitas53,
giacché per Cicerone, uomo di Stato, chi serve la Patria, da lui
definita madre comune54,
merita grandi onori quali la cittadinanza, infatti dice: «[...] se
da questi popoli è venuto fuori qualcuno che abbia aiutato i nostri
generali con la sua operosità e i nostri approvvigionamenti con suo
personale pericolo, che abbia sovente combattuto contro i nostri
nemici affrontandoli a corpo a corpo sul campo, che si sia esposto
spesso ai dardi dei nemici, alla lotta per la vita e perfino alla
morte, a nessuno patto potrebbe ottenere come premio la nostra
cittadinanza?»55.
Cicerone
lamenta poi il fatto che i privilegi come la cittadinanza in passato
sono stati concessi sia a schiavi56
(servi57),
ma anche ai nemici (hostes58)
che durante la guerra sono passati nelle fila dell'esercito Romano59.
Sarebbe quindi oltraggioso, secondo il ragionamento dell'Arpinate,
dare la cittadinanza ad uno schiavo o un ex nemico e non ad un
soldato che ha servito coraggiosamente Roma, e che i Gaditani, se
avessero voluto, avrebbero potuto decidere tramite loro leggi60
che nessun cittadino di Gades avrebbe dovuto combattere per Roma,
visto che pur combattendo per Lei non ci sarebbe stata la ricompensa
della cittadinanza61,
trovandosi perciò in penuria di alleati62.
Se
fino adesso abbiamo visto che il concittadino di Balbo si era opposto
al conferimento di questa cittadinanza, Cicerone si domanda quale sia
stata la reazione del resto della cittadinanza a tale concessione. Le
prove che porta all'assemblea mettono in luce una realtà molto
diversa da quella che si evince dall'accusa mossa dall'anonimo,
infatti Cicerone dimostra come i Gaditani non abbiano avuto nessun
tipo di rimostranza verso il conferimento fatto da Pompeo al loro
concittadino, ma che anzi si siano compiaciuti per i beneficia63
ricevuti da tale nomina64,
demolendo perciò l'accusa dell'anonimo.
Infatti
Cicerone porta una serie di prove che scagionano l'imputato, dice:
«Io affermo che parecchi anni fa in Gaditani hanno accordato
ufficialmente a Lucio Cornelio il diritto di ospitalità: esibirò la
tessera65,
invito ad alzarsi delegati: voi avete davanti agli occhi degli uomini
eminenti e nobili che sono stati inviati per questo processo come
testimone a difesa per scongiurare il pericolo di una condanna,
infine, molto tempo prima del processo, si ebbe la notizia che il mio
cliente sarebbe stato posto sotto accusa, i Gaditani presero in
Senato dei gravi provvedimenti contro l'accusatore, benché loro
cittadino66»:
i
concetti chiave di questa parte del discorso sono sicuramente il
fatto che già da tempo i Gaditani stabilirono con Lucio Cornelio
l'atto di hospitium67;
infatti Cicerone è pronto a mostrare la tessera di hospitium68,
che
addirittura sia arrivata da Cadice una delegazione di eminenti uomini
in difesa di Balbo69
e che come abbiamo visto si sono presi provvedimenti contro questo
anonimo cittadino che aveva accusato Balbo.
Chiaramente
in questa difesa la sola presenza di cittadini Gaditani non bastava a
levare da Balbo il sospetto di essere un usurpatore della
cittadinanza70.
Quindi quello che fa Cicerone è portare ulteriori exempla71
di
concessione della cittadinanza,
poiché sono quelli che l'Arpinate usa per rafforzare la sua tesi a
favore di Balbo.
Sono
exempla
che si snodano dai capitoli XX al XXIII, esempi che vanno dal
conferimento di cittadinanza da parte di personaggi illustri72,
controversie giuridiche73,
sentenze di tribunali74
e decreti del popolo75
e del Senato76.
Tra
gli esempi illustri viene ricordato: […]«Forse che Gneo Pompeo, il
padre, dopo i suoi grandi successi nella guerra sociale, non ha
concesso il diritto di cittadinanza a Publio Cesio, ancora oggi in
vita, cavaliere romano e gran galantuomo di Ravenna, cioè
appartenente uno Stato confederato? È Gaio Mario non ha conferito lo
stesso privilegio a due intere coorti di Camerino? E l'illustre
Publio Crasso non l'ha dato ad Alexas di Eraclea, appartenente ha una
città con la quale si strinse ai tempi di Pirro, sotto il consolato
di Gaio Fabrizio, un trattato che si ritiene quasi unico? E Lucio
Silla al marsigliese Aristone? E poiché parliamo di Gaditani, non
l'ha pure concessa a nove Gaditani? E Quinto Metello Pio, un uomo
tanto retto, scrupoloso è misurato, a Quinto Fabio di Sagunto? E il
qui presente Marco Crasso, [...] non ha concesso la cittadinanza […]
a un abitante ad Avignone, città federata?»77
Cicerone con questo lungo elenco vuole dimostrare come Pompeo abbia
agito seguendo gli exempla
dei generali del passato, esempi chiari del mos
maiorum78.
Cicerone
cita poi la controversia giuridica79
“provocata dalla concessione di cittadinanza a cittadini di
popoli federati, controversie sempre risolte conformemente alla sua
tesi80,
che cioè nulla vieta ad un generale di concedere il premio più
ambito a coloro che più valorosamente hanno combattuto, qualunque
sia la condizione della loro patria nei riguardi di Roma81.
Gli
esempi proseguono portando davanti all'uditorio anche sentenze di
tribunali82
riguardanti per esempio “Marco Cassio, reclamato come cittadino dai
Mamertini.83”
salvo poi rinunciare alla causa intentata, o anche Lucio Cassinio84
e Tito Coponio, entrambi di Tivoli, che divennero cittadini romani
dopo aver vinto una causa di condanna su due cittadini85.
Ma
forse l'esempio più particolare è la sentenza riguardante “delle
sacerdotesse di Cerere86,
le quali erano tratte da Velia e da Napoli, città federate, e che,
affinché potessero esercitare il loro ministero religioso in Roma
erano fatte per decreto del popolo e del Senato cittadine romane,
senza che le città da cui derivavano sollevassero opposizione.”87
Dopo
questa presentazione di sentenze e decreti del popolo, e prima di
concludere il suo discorso, Cicerone manifesta il sospetto che questo
processo fosse intentato principalmente per questioni di invidia88
per il prestigio e la ricchezza raggiunte dal Balbo.
Cicerone
dice infatti: «Perché certi discorsi di gente che si duole
dell'altrui buona fortuna raggiungessero pure alle vostre orecchie e
pesassero perfino sul verdetto, che voi vedevate spargere con arte
sopraffina in ogni parte del discorso delle insinuazioni: ora sul
patrimonio di Lucio Cornelio, che non è tale da destare invidia e,
qualunque sia la sua entità, dà più l'impressione di essere stato
bene amministrato che mal acquistato; ora sulla vita lussuosa, che
però non veniva bollata con una ben precisa cosa di immoralità ma
con delle generiche maldicenze [...]»89
e
che le ricchezze guadagnate da Balbo, come l'acquisto della villa di
Tusculo90
sono il frutto del suo risparmio e non accumulate con qualsiasi
mezzo91
e per scagionare Balbo e ribadire la sua buona persona dice che si è
sempre comportato con lealtà verso gli oppositori politici92
e che Cicerone stesso è l'esempio diretto della nobiltà
d’animo di
Balbo, giacchè si adoperò per porre fine il suo esilio93,
ma non solo, afferma che Balbo è accusato non dai suoi nemici ma dai
nemici di Pompeo e Cesare94:«Ad
attaccarlo, dunque, non sono i suoi nemici, inesistenti, ma quelli,
numerosi e potenti, dei suoi amici: erano proprio loro che ieri Gneo
Pompeo, nel suo facondo ed elevato discorso, invitava a lottare
direttamente assieme a lui, se lo volevano, e ad abbandonare questa
lotta ineguale e questa ingiusta contesa»95.
Chiude
l'orazione a difesa di Balbo la peroratio96
nel capitolo XXVIII, nella quale Cicerone porta all'uditorio le
ultime conclusioni.
Ricorda
all'assemblea che l'amicizia di Cesare nei confronti di Balbo deve
essere considerata una summa laus97,
piuttosto che una fraus98,
ricorda perciò all'assemblea che Cesare apprezzò le qualità di
Balbo come il consilium99
e la fidem100.
Per
concludere Cicerone ricorda nuovamente come in passato personaggi
quali Marco Crasso, Quinto Metello, Cneo Pompeo padre, Lucio Silla,
Publio Crasso, Caio Mario, e che figure quali il Senato e il popolo
hanno dato la cittadinanza a popoli federati, e che Pompeo, non fa
altro che avere come guida gli esempi del passato e che accusare
Pompeo equivale ad accusare quei personaggi che hanno concesso la
cittadinanza e che ora sono morti, il Senato e infine il popolo di
Roma e che la condanna di Balbo è una condanna a Pompeo: «Infine,
giudici, tenete ben fissa in mente questa verità: in questa causa il
vostro giudizio verterà non già su un'azione cattiva di Lucio
Cornelio, ma su un'azione buona di Gneo Pompeo»101.
Bibliografia
Achard
G., Pratique
rhétorique et idéologie politique dans les discours 'Optimates' de
Cicéron,
Netherland 1981.
Bellardi
G., Le Orazioni di M. Tullio Cicerone; Volume terzo dal 57 al 52
a. C., Torino 2001.
Bonfiglioli
G., M., Tullio Cicerone Orazione “Pro L. Cornelio Balbo” con
introduzione e commento, Milano 1933.
Bonfiglioli
G., M. Tullio Cicerone, Orazione in difesa di L. C. Balbo,
Milano 1934.
Hellegouarc'h
J., Le vocabulaire
latin des relations et des psrtis politiques sous la République,
Parigi
1924.
Laconi
S., Dal
vir bonus atque strenuus al vir fortis sapiensque. Virtus e sapientia
tra tradizione e innovazione, Dolianova
2014.
Narducci
E., Cicerone
La parola e la politica,
Bari 2010.
Perelman
C.,
Il dominio retorico, Torino
1981.
Perelman
C., Trattato
dell'argomentazione, Torino
2001.
1La
Spagna in quel momento storico era “federata” di Roma, e tutta
la questione della cittadinanza legittima di Balbo verterà su
questa titolatura della regione ispanica.
2A
Roma Balbo cambierà nome con l'aggiunta del prenome Lucio e del
nome Cornelio in onore di Lucio Cornelio Lentulo “che pare avesse
interposto i suoi benevoli uffici presso Pompeo, affinché gli
concedesse la cittadinanza.” M. Tullio Cicerone, Orazione in
difesa di L. C. Balbo; introduzione di Bonfiglioli; Milano 1934; p.
5
3“La
carica che ricopre Balbo in questo momento è praefectus
fabrum,
ruolo che prevedeva incarichi speciali.”
M. Tullio Cicerone, Orazione in difesa di L. C. Balbo; op. cit. p 5
4“[...]
aveva svolto un delicato ruolo di intermediario nei negoziati che
avevano portato alla formazione del triumvirato” vd Cicerone La
parola e la politica, Emanuele Narducci; Bari 2010; p. 284
6Ricordiamo
che Cicerone faceva parte degli “optimates”, la classe
dirigente degli aristocratici e degli “onesti viri”
7Cesare
vedeva in Cicerone l'ostacolo alla sua ascesa al potere.
10Legge
del 72 a. C. votata da L. Gellio Publicola e C. Cornelio Lentulo e
firmata anche dal Senato. La legge dava il potere di conferire la
cittadinanza romana a coloro che ne erano meritevoli. Ed è questa
legge che usa Pompeo per conferire la cittadinanza a Balbo.
11Trattato
di alleanza
12vd.
M. Tullio Cicerone Orazione “Pro L. Cornelio Balbo”con
introduzione e commento di Giorgio Bonfiglioli, Milano 1933 p. 12
13“[...]
perché la legge Gellia-Cornelia non poteva essere applicata a
popoli federati senza che questi avessero esplicitamente dichiarato
di aderire e di sottostare al decreto stesso. Cadice era città
federata, non aveva dichiarato adesione al decreto [...], quindi
Balbo veniva a trovarsi nella condizione di godere di un beneficio
illegalmente elargitogli ed usurpava la qualità di cittadino
romano, che doveva essergli contestata e quindi tolta.” vd. M.
Tullio Cicerone Orazione in difesa di L. C. Balbo cit. pp. 6, 7
14Cic.
Pro Balbo; 31
15Livio,
XXXIX, 3
17vd.
M. Tullio Cicerone; Orazione “Pro L. Balbo” cit. pp. 9, 10
18La
difesa di Balbo venne tenuta da Cicerone ma anche da Pompeo e
Crasso, che parlarono per primi.
20“I
maestri di retorica hanno visto nella metafora un mezzo per
rimediare all'indigenza del linguaggio” vd Chaïm
Perelman cit. p. 382
:«non
praetervecta sit auris vestras»
Pro Balbo I “si può mantenere il significato metaforico della
frase «non è entrata da un orecchio per uscire dall'altro» cit
M. Tulli Cicerone; Pro L. Corneli Balbo Oratio, cit. p 24
:«[…
]a me quasi perpoliendi […]»
Pro Balbo VII “espressione metaforica, il cui concetto è tratto
dall'opera di colui che intonaca le pareti. Cicerone usa spesso il
participio perpolitus
riferito
ad oratio:
«levigare, affinare l'opera»” cit M. Tulli Cicerone; Pro L.
Corneli Balbo Oratio, cit. p 36
:«[…
]et
cum duo fulmina nostri imperi [...]»
Pro Balbo XV “la metafora rende bene l'immagine della rapida
ascesa compiuta da Gneo e Publio Scipione, seguita da altrettanto
rapida rovina, che termina colla loro morte” cit M. Tulli
Cicerone; Pro L. Corneli Balbo Oratio, cit. p 53
:«[...]
ne saeptum sit iis iter in perpetuum ad hoc amplissimum praemium
civitatis»
:«[...]perché
non sia loro chiusa la via verso questa altissima ricompensa che è
la nostra cittadinanza» Pro
Balbo XVIII
:«[...]né
ritengo segno d'incostanza regolare opinione e comportamento , come
una nave fa con la rotta, secondo la burrasca che lo Stato
incontra»:
:«Reprendo
neminem, sed adsentior non omnibus; neque esse inconstantis puto
sententiam tamquam aliquod navigium atque cursum ex rei publicae
tempestate moderari»
Pro
Balbo XXVIII
Cicerone usa la parola latina tempestate:
“parola
scelta a proposito perché rende il concetto, sia presa in senso
metaforico “secondo i tempestosi eventi dello Stato”, sia in
senso reale, riferita al secondo termine del confronto, cioè alle
tempeste che si svolgono sul mare” cit.
M. Tulli Cicerone; Pro L. Corneli Balbo Oratio
p. 77
21Cicerone
infatti dice :«Nihil
enim umquam audivi quod mihi de iure subtilius dici videretur, nihil
memoria maiore de exemplis, nihil peritius de foederibus, nihil
inlustriore auctoritate de bellis, nihil de re publica gravius,
nihil de ipso modestius, nihil de causa et crimine ornatius»
Pro
Balbo I
:«Non
udii mai, infatti, un discorso che mi paresse trattare più
sottilmente la questione dal punto di vista giuridico, nessuno che
dimostrasse miglior capacità mnemonica nel ricordare casi
fisicamente analoghi, nessuno che rivelasse più profonda conoscenza
giuridica intorno ai patti da alleanza, nessuno che fosse più
notevole per l'autorevole conoscenza delle guerre, nessuno più
importante politicamente, nessuno più modesto nei riguardi
dell'oratore stesso, nessuno più elaborato riguardo alla causa ed
all'oggetto delle accuse»
vd M.
Tullio Cicerone, Orazione in difesa di L. C. Balbo; op. cit. p. 10
:«in
nostris bellis nostris cum imperatoribus [... ]»
Pro
Balbo
II :«Si
dedicò alle nostre guerre, coi comandanti nostri, […]» “A
bella posta Cicerone ripete l'aggettivo possessivo (nostris)
per richiamare meglio l'attenzione dell'attività svolta da Balbo
sempre a beneficio della causa romana.” cit. M. Tulli Cicerone;
Pro L. Corneli Balbo Oratio, cit. p. 23
:«nullius
laboris, nullius obsessionis, nullius proeli expertem fuisse»
Pro Balbo II :«E
non si sottrasse mai ad alcuna fatica, ad alcuna assedio, ad alcuna
battaglia» vd M.
Tullio Cicerone, Orazione in difesa di L. C. Balbo; op. cit. p 13
“La triplice ripetizione ha la stessa ragione di essere della
precedente ripetizione della parola (nostris),
naturalmente qui a scopo oratorio e defensionale Cicerone esagera”
vd. M.
Tulli Cicerone; Pro L. Corneli Balbo Oratio
p. 28
:«nihil
enim mihi novi, nihil integri neque M. Crassus qui totam causam et
pro facultate et pro fide sua diligentissime vobis explicavit, neque
Cn. Pompeius»
Pro Balbo VII «Giacchè niente di nuovo, nessun argomento in
trattato mi hanno lasciato da svolgere né Marco Crasso, ll quale
tutta la causa con quella maestria e con quella lealtà che gli sono
proprie, ha sviscerato con ogni diligenza, né Cneo Pompeo» M.
Tullio Cicerone, Orazione in difesa di L. C. Balbo; op. cit. p 20
“Le due negazioni non si escludono, ma si rafforzano, perché la
prima, collocata in principio della proposizione, ha un valore
generale che la seconda specifica.” M.
Tulli Cicerone; Pro L. Corneli Balbo Oratio p.
36
22“Con
l'ironia si può fare intendere il contrario di quanto si dice” vd
Chaïm
Perelman Trattato dell'argomentazione op. cit. p. 218
:«O
praeclarum interpretem iuris, auctorem antiquitatis, correctorem
atque emendatorem nostrae civitatis, [...]»
Pro Balbo VIII “Nota l'ironia con la quale l'oratore finge di
accondiscendere gli argomenti dell'accusatore” vd. M. Tulli
Cicerone; Pro L. Corneli Balbo Oratio cit. p.
39
trad. :«Oh,
l'esimio interprete del diritto! Oh il correttore e l'emendatore
della nostra legislazione civile!» vd. M.
Tullio Cicerone, Orazione in difesa di L. C. Balbo; op. cit. p.23
:«iste
magister»
trad. :«questo
maestro» Pro Balbo XI “potente ironia, colla quale l'oratore
colpisce l'accusatore” vd. M. Tulli Cicerone; Pro L. Corneli Balbo
Oratio p.
45
23“Questo
considera un oggetto, sia superiore a tutti gli esseri di una serie,
sia incomparabile e perciò unico nel suo genere. Così l'unicità
può anche essa risultare dal superlativo, allo stesso modo che in
Leibnz l'unicità delle verità contingenti è fondata sul principio
del migliore. D'altra parte i giudizi fondati sul superlativo, in
parte per il loro aspetto quasi logico sono ben più impressionanti
che non in giudizi più moderati”. vd Chaïm
Perelman, Trattato dell'argomentazione; cit. p. 259
24Pro
Balbo 24
25
“peritissimis imperatores nostros” Pro Balbo XX
45
26
“[...]ab eloquentissimis, […]
ab amicissimis [...]”
Pro Balbo I1; quando
parla di Pompeo e Crasso
27“L'esordio
è la parte del discorso che mira nel modo più specifico ad agire
sulla disposizione dell'uditorio. [...]. Lo scopo sarà di
conciliarsi l'uditorio, di ottenere la benevolenza, l'attenzione, e
l'interesse.” vd Chaïm
Perelman, Trattato dell'argomentazione; cit. p. 518
28Cic.
Pro Balbo cap. 9, 13
29“Il
contatto tra l'oratore e il suo uditorio non riguarda soltanto le
condizioni preliminari all'argomentazione, ma è essenziale anche
per l'intero sviluppo di questa. In realtà, giacché mira ad
ottenere l'adesione di coloro ai quali si rivolge, l'argomentazione
è, nel suo insieme, relativa all'uditorio sul quale si vuole
influire. [...]È per questa ragione che ci sembra preferibile
definire l'uditorio, in campo retorico, come l'insieme di coloro sui
quali l'oratore vuole influire per mezzo della sua argomentazione.
Ogni oratore pensa, in modo più o meno cosciente, a coloro che egli
cerca di persuadere e che costituiscono l'uditorio al quale i suoi
discorsi sono rivolti.” vd. Chaïm
Perelman, Trattato dell'argomentazione; cit. pp. 20, 21
30Si
riferisce a Pompeo e Crasso che avevano tenuto il loro discorso in
difesa di Balbo due giorni prima. Cicerone usa la frase «Si
auctoritates patronorum in iudiciis valent, ab amplissimis viris L.
Corneli causa defensa est [...]»
Cic.
Pro Balbo
I; I. Il concetto di auctoritas
esercitata
di
Pompeo e Crasso
si
fonda sul fatto che loro, personaggi di spicco della vita militare e
politica romana erano sicuramente i migliori difensori di Balbo per
caratura morale. Infatti “[...] l'importanza politica di un
personaggio è determinata da un numero di fattori materiali,
intellettuali e morali che insieme costituiscono la stessa capacità
di questo personaggio di esercitare un ruolo guida. Questa capacità,
considerata nella sua forma più generale, vale a dire l'influenza
esercitata sulla vita politica, è espressa dalla parola
auctoritas.”
J. Hellegouarc'h Le
vocabulaire latin des relations et des psrtis politiques sous la
République, Parigi
1924
cit.
p. 294
32:«Quae
fuerit hesterno die Cn. Pompei gravitas in dicendo, iudices, quae
facultas, quae copia, non opinione tacita vestrorum animorum, sed
perspicua admiratione declarari videbatur. Nihil enim umquam audivi
quod mihi de iure subtilius dici videretur, nihil memoria maiore de
exemplis, nihil peritius de foederibus, nihil inlustriore
auctoritate de bellis, nihil de re publica gravius, nihil de ipso
modestius, nihil de causa et crimine ornatius»:
Cic. Pro Balbo I 2
33:«Quo
mihi difficilior est hic extremus perorandi locus. Etenim ei succedo
orationi quae non praetervecta sit auris vestras, sed in animis
omnium penitus insederit, ut plus voluptatis ex recordatione illius
orationis quam non modo ex mea, sed ex cuiusquam oratione capere
possitis»:
Cic. Pro Balbo I 4
35Si
riferisce ai capitoli dall' 1 al 4
37Il
termine ingenium racchiude
in sè diverse sfumature che identificano la personalità positiva
dell'optimus viri, viene
assimilato alla
ratio, al consiluim,
alla prudentia,
sono“termini
che esprimono l'intelligenza e la saggezza pratica degli uomini
politici” cit. vd. S. Laconi.
Dal
vir bonus atque strenuus al vir fortis sapiensque cit.
pp. 283, 284
38“Integritas
che a volte è associata alla severitas. Ha una sfumatura
morale ancora più netta. Designa specialmente l'onestà delle donne
e la si applica anche ai giudici [...]” J.
Hellegouarc'h Le
vocabulaire latin cit.
p. 282
39“Michèle
Ducos (Les Magistrats et le pouvoir, cit., p. 93) osserva che: «la
diligentia
e la prudentia,
traditionellement
associées à l'activité des magistrats, reçoivent ainsi une
portée plus aple e plus haute, tandis que l'accent est mis sur la
force de chésion que représente le pouvoir. De telles obligations
sont suffisamment importantes et pesantes pour qu'il soit nécessaire
de choisir avec un discerniment tout particulier les hommes
auxquelles elles seront confiées».”
-Per il termine diligentia
vd.
J.
Hellegouarc'h Le
vocabulaire latin cit.
pp. 251, 252. e cit.
vd. S. Laconi. Dal vir bonus atque strenuus al vir fortis
sapiensque; p. 52
40“Pudor
è anche uno degli ornamenta per i candidati al consolato; è
citato come parte della integritas, come uno degli elementi
necessari ad un uomo con una carica politica e appare evidentemente
come una forma di severitas, esprime
il fatto di saper contenere le passioni, e quindi designa una forma
di onestà morale [...]” J.
Hellegouarc'h Le
vocabulaire latin cit.
p. 283
41“[...]la
moderatio, c'est donc le fait de régler, de mainter dans le
mesure” J.
Hellegouarc'h Le
vocabulaire latin cit.
p. 265
42“L'ordine
degli argomenti dovrà dunque essere tale da dare loro il massimo
della forza [...]” vd Chaïm
Perelman Trattato dell'argomentazione cit. p. 523
43:«Haec
sunt propria Corneli, pietas in rem publicam nostram, labor,
adsiduitas, dimicatio, virtus digna summo imperatore, spes pro
periculis praemiorum; praemia quidem ipsa non sunt in eius facto qui
adeptus est, sed in eius qui dedit. Donatus igitur est ob eas causas
a Cn. Pompeio civitate. […] Hunc enim in ea civitate in qua sit
natus honestissimo loco natum esse concedis, et ab ineunte aetate
relictis rebus suis omnibus in nostris bellis nostris cum
imperatoribus esse versatum, nullius laboris, nullius obsessionis,
nullius proeli expertem fuisse. Haec sunt omnia cum plena laudis tum
propria Corneli, nec in iis rebus crimen est ullum: Pro Balbo II
3 “Nota la distribuzione opportuna e graduale delle parole e
quindi dei concetti. Dapprima la pietas, cioè il sentimento
di dovere e di amore verso la repubblica, quella che noi chiamiamo
devozione; poi, come manifestazione e conseguenza di questo
sentimento, la fatica, la costanza, la lotta […], il valore, e
finalmente la speranza di un premio” cit.
M. Tulli Cicerone; Pro L. Corneli Balbo Oratio, cit. p. 26
45“Exprime
lui aussi l'un des aspectes de la virtus. Il est proche de
fortuido en ce qui'il marque
également l'effort fait pour triompher des difficultés te des
dangers […] J.
Hellegouarc'h Le
vocabulaire latin cit.
pp. 248, 249
46Che
Cicerone afferma degna d'essere caratteristica del suo comandante
Pompeo. virtus
digna summo imperatore
47Poiché
Pompeo ha premiato il fatto che Balbo abbia messo da parte i propri
interessi per il bene dello Stato, Cicerone ricorda come nell'antica
Roma il prodigarsi verso la res publica sia
sempre stato considerato come una qualità del buon cittadino,
dell'optimus vir. “Il
vir bonus che designa il civis bene meritus de republica,
il civis de republica bene sentiens,
sarà colui che difende la politica del Senato, che tra l'altro
giudica chi è meritevole di questo titolo; il cittadino energico
verso i sediziosi e demagoghi, colui che pratica una politica
moderata, ostile sia agli ottimati intransigenti che ai demagoghi,
colui che tenta di conciliare politica e morale, distinguendosi così
dai locupletes o
dagli ottimati che si lasciano guidare solo dall'interesse
personale, colui che ricerca il consensus
se non per tutta la comunità per lo meno per le altre classi.”
cit.
vd S. Laconi Dal
vir bonus atque strenuus al vir fortis sapiensque cit
p. 247
48
:«Id igitur quisquam Cn.
Pompeium ignorasse dicere audebit quod mediocres homines, quod nullo
usu, nullo studio praediti militari, quod librarioli denique scire
se profiteantur? Equidem contra existimo, iudices, cum in omni
genere ac varietate artium, etiam illarum quae sine summo otio non
facile discuntur, Cn. Pompeius excellat, singularem quandam laudem
et praestabilem eius esse scientiam in foederibus, pactionibus,
condicionibus populorum, regum, exterarum nationum, in universo
denique belli iure atque pacis; nisi forte ea quae nos libri docent
in umbra atque otio, ea Cn. Pompeium neque cum requiesceret
litterae, neque cum rem gereret regiones ipsae docere potuerunt.
Atque, ut ego sentio, iudices,
causa dicta est: Cic.
Pro Balbo VI 14, 15
50“Enfin
pour inciter à la bravoure, voire au labor, Cicéron use des
exempla. Rien n'est plus efficace à Rome que de montrer des
modèles à imiter surtout si ces personnages exemplaires
appartiennent au passé. Le passé présente en effet un très
éclat. les exemples sont anciens, plus ils ont de force et de
charme: (Exempla ex uetere memoria) plurimum solent et
auctoritatis à bandum et iucunditatis ad audiendumon exemples
emprunté ancien temps) à la fois le plus d'autorité pour la
preuve et plus de charme pour les auditeurs). Pour les boni viri
l'histoire est "magistra vitae”. Les orateurs jugent
d'ailleurs que les exempla des aïeux
sont surtout utiles pour inciter à une noble conduite: Qui ad
dignitatem impellet, maiorum exempla, quae erunt vel cum periculo
gloriosa colliget (celui qui pousse à l'honneur recueillera les
exemples où nos pères ont bravé les périls, parce qu'il y allait
de la gloire). De plus ces arguments sont particulièrement
efficaces s'il s'adressent à des patriciens ou à des nobles:
ceux-ci se sentent en effet redevables envers leurs ancêtres du
rang qu'ils occupent dans la société: sont fieres de leurs aïeux.
Ces sentiments de gratitude et d'orgueil sont si vifs qu'un Metellus
Celer tombe en larmes quand P. Servilius lui rappelle les hauts
faits de ses ancêtres et qu'un M. Brutus est poussé à tuer César
par le désir d'imiter le régicide Brutus.” Guy
Achard Pratique
rhétorique et idéologie politique dans les discours 'Optimates' de
Cicéron, Netherland;
1981
p. 483
52Pro
Balbo 9, 23
53“Nostra
civitas careat“
Pro Balbo 9, 23.
“civitas” Qui nel
senso di Stato”; vd. M. Tullio Cicerone Orazione
“Pro L. Cornelio Balbo” cit. p. 42
Per la definizione di civitas
vd. J.
Hellegouarc'h Le
vocabulaire latin
p. 380
55:«aut,
si quis ex his populis sit exortus qui nostros duces
auxilio laboris, commeatus periculo suo iuverit, qui cum hoste
nostro comminus in acie saepe pugnarit, qui se saepe telis hostium,
qui dimicationi capitis, qui morti obiecerit, nulla condicione huius
civitatis praemiis adfici possit?»:
Cic. Pro Balbo
9, 23
56Cic.
Pro Balbo 9; 24
57“Non
sono rari gli esempi di schiavi a cui fu concessa la libertà e che
furono fatti cittadini per premiarli di atti di valore, a
principiare da quel Vindicio che fu manomesso per aver svelato la
congiura dei figli di Bruto. Dopo la battaglia di Canne numerosi
furono i servi manomessi e il loro numero crebbe ancora ai tempi di
Mario.” vd. M. Tullio Cicerone Orazione “Pro L. Cornelio
Balbo” cit. p. 43
58Cic.
Pro Balbo 9, 24
59
“Nel 458 L. Mamilio, dittatore di Tusculo (cfr. Livio, Ab
urbe condita libri, 3, 29, 6);
nel 215 trecento cavalieri campani comportatisi valorosamente in
Sicilia (ibid., 23, 31, 10) nel 211 lo spagnolo Merico distintosi
all'assedio di Siracusa (ibid., 26, 21, 10)[...]” Le Orazioni di
M. Tullio Cicerone; Volume terzo dal 57 al 52 a. C. a cura di
Giovanni Bellardi, Torino; 2001 p. 688
60In
virtù del fatto che essendo foederatae avevano
libertà legislativa indipendente da Roma
61Possibilità
però data dalla legge Gellia-Cornelia
62Pro
Balbo 9, 25
63“Cesare
annovera Balbo fra i suoi amici fin da quando questi era venuto ad
abitare a Roma.
Nel 61 a. C., andando nell' Ispagna
ulteriore come pretore, lo condusse con sé quale praefectus
fabrum e durante il suo governo in quella provincia si dimostrò
molto benigno verso gli abitanti di Cadice, forse per l'ascendente
che su di lui esercitava Cornelio Balbo. Cicerone per il suo scopo
difensivo tende a mettere in evidenza la stretta amicizia che legava
questi due illustri uomini e della quale i primi a ricavare
vantaggio erano proprio i cittadini di Cadice.” vd. M. Tullio
Cicerone Orazione “Pro L. Cornelio Balbo” cit; p 60.
Per la definizione di beneficium vd.
J.
Hellegouarc'h Le
vocabulaire latin cit.
pp. 163,169
64
:«
Omitto
quantis ornamentis populum istum C. Caesar, cum esset in Hispania
praetor, adfecit
[...]»
Pro
Balbo
19
È
utile far notare come Cicerone in questo caso, ma come in altri,
faccia uso della cosiddetta praeteritio;
la
negazione di un concetto pur facendone riferimento.“La
negazione, in generale, ha una funzione prossima a quella della
concessione: si rinuncia a un'affermazione che si sarebbe potuta
sostenere [...], conservando però una traccia di questa come
testimonianza della ricchezza di informazione, e della
chiaroveggenza di chi ha riconosciuto il non valore di una
proposizione” vd. Chaïm
Perelman Trattato dell'argomentazione p. 512
altri
esempi di praeteritio
sono
:«
Multa
praetereo quae cotidie labore huius et studio aut omnino aut certe
facilius consequantur»
Pro
Balbo
XIX
:«
Mitto vetera […]» Pro
Balbo
XXV 56
65
tessera di hospitium;
leggere nota 69
66:«Hospitium
multis annis ante hoc tempus cum L. Cornelio Gaditanos fecisse
publice dico. Proferam tesseram; legatos excito; laudatores ad hoc
iudicium, summos homines ac nobilissimos, deprecatores huius
periculi missos videtis; re denique multo ante Gadibus inaudita,
fore ut huic ab illo periculum crearetur . . . gravissima autem in
istum civem suum Gaditani senatus consulta fecerunt: Pro Balbo;
XVIII 41. Di quali provvedimenti si tratti non vi è notizia.
Tuttavia è indubbio che ricordando all'assemblea i provvedimenti
presi contro l'anonimo Gaditano, Cicerone vuole mettere in cattiva
luce accusatore. Non è certamente un modello al confronto di Balbo
che invece si prodigò per Roma, ma anzi un antimodello; A tal
proposito si può analizzare ciò che dice Chaïm
Perelman sul tema modello-antimodello “L'individuo di prestigio
sarà descritto in funzione del suo ruolo di modello, si metterà in
evidenza l'una o l'altra delle sue caratteristiche o dei suoi atti,
[…] in modo da poter più agevolmente trarre ispirazione dalla sua
condotta.” vd Chaïm
Perelman, Trattato dell'argomentazione; cit p. 385 e per estensione
“[…] tutto ciò che abbiamo detto del modello può applicarsi,
mutatis mutandis,
all'antimodello”
vd
Chaïm
Perelman, Trattato dell'argomentazione cit. p. 387
67“Stabilirono
con atto ufficiale il diritto di ospitalità. Cornelio Balbo era
dunque considerato non più cittadino di Cadice dagli stessi
abitanti di questa città, dal momento che con atto pubblico gli
veniva riconosciuta la qualità di hospes, tanto più che
l'hospitium publicum veniva sancito con un regolare contratto
fra le due parti, cioè fra chi concedeva la ospitalità e chi la
otteneva e doveva essere redatto in iscritto, in modo che all'ospite
rimanesse un segno tangibile della stipulazione del contratto.”
vd. M. Tullio Cicerone; Orazione; cit. p. 59
68“È
questo il segno tangibile di cui sopra, cioè la tessera di
riconoscimento, che [...] veniva consegnata al forestiero da chi gli
aveva concesso l'ospitalità” vd. M. Tullio Cicerone Orazione “Pro
L. Cornelio Balbo” cit. p. 59
Dimostrando perciò all'assemblea che
Balbo, a Gades era considerato non come cittadino di Gades ma
cittadino di Roma.
69“Una
simile ambasciata era stata inviata anche dei cittadini di Eraclea a
fare pubblica testimonianza a favore del poeta Archia, nel processo
che sei anni prima a lui pure era stato intentato” vd. M. Tullio
Cicerone Orazione “Pro L. Cornelio Balbo” cit. p. 59
70Accusa
che veniva rivolta invece al poeta Archia, che nel 62 a. C. venne
accusato di usurpare la cittadinanza romana, e che Cicerone difese
con argomentazioni che miravano a dimostrare che non esisteva
nessuna registrazione del suo assistito come cittadino di Eraclea
perché gli uffici dei registri erano stati distrutti durante la
Guerra sociale, che i rappresentanti della cittadina di
Eraclea ammisero che il poeta effettivamente era un loro
concittadino. Inoltre, possedeva residenza a Roma ed era segnato
anche nei registri del pretore Metello; infine, Archia non appariva
nel censo romano perché era partito nella campagna militare con
Lucullo ogni volta che ricorreva il censimento. Accusa dalla quale
poi fu scagionato.
71“In
questa forma di argomentazione è importante che l'esempio scelto
non possa essere contestato in quanto è proprio la realtà di ciò
che viene evocato a servire da fondamento alla conclusione” vd.
Chaïm
Perelman, Il dominio retorico, Torino 1981 cit. p. 118
72Pro
Balbo XX; XXII
73Pro
Balbo XXI
75Cic.
Pro Balbo XXIV
77:«Quid?
Cn. Pompeius pater rebus Italico bello maximis gestis P. Caesium,
equitem Romanum, virum bonum, qui vivit, Ravennatem foederato ex
populo nonne civitate donavit? Quid? cohortis duas universas
Camertium C. Marius? Quid? Heracliensem Alexam P. Crassus, vir
amplissimus, ex ea civitate quacum prope singulare foedus Pyrrhi
temporibus C. Fabricio consule ictum putatur? Quid? Massiliensem
Aristonem L. Sulla? Quid? quoniam de Gaditanis agimus, idem servos
novem Gaditanos? Quid? vir sanctissimus et summa religione ac
modestia, Q. Metellus Pius, Q. Fabium Saguntinum? Quid? hic qui
adest, a quo haec quae ego nunc percurro subtilissime sunt omnia
perpolita, M. Crassus, non Aveniensem foederatum civitate donavit,
homo cum gravitate et prudentia praestans, tum vel nimium parcus in
largienda civitate?: Cic.
Pro Balbo; XXII, 50
78“La
cultura politica romana guardava al passato e il mos maiorum
aveva assunto valore di codice etico” cfr. S. Laconi
Dal
vir bonus atque strenuus al vir fortis sapiensque; cit.
p. 39
79Cic.
Pro Balbo; XXI
80Di
Cicerone
81
vd. M. Tullio Cicerone; Orazione in difesa di L. C. Balbo; cit. p.
46
82Pro
Balbo XXIII
83cfr.
M. Tullio Cicerone Orazione “Pro L. Cornelio Balbo” cit.
p 68.
84Legato
dell'esercito di P. Vatinio, morì nel 73 a. C. combattendo contro
Spartaco
85Pro
Balbo XXIII
86Una
di queste sacerdotesse si chiamava Callifana; Pro Balbo; XXIV
87
vd. M. Tullio Cicerone; Orazione in difesa di L. C. Balbo; cit. p.
52
88Cicerone
usa i termini: «malivolorum,
iniquorum, invidiorum animum[...]»
per descrivere la personalità
di chi ha accusato Balbo. Pro Balbo
XXV
89:«[...]ut
aliqui sermones hominum alienis bonis maerentium etiam ad vestras
auris permanarent et in iudicio ipso redundarent, idcirco illa in
omni parte orationis summa arte adspergi videbatis; tum pecuniam L.
Corneli, quae neque invidiosa est et, quantacumque est, eius modi
est ut conservata magis quam correpta esse videatur; tum luxuriam,
quae non crimine aliquo libidinis, sed communi maledicto
notabatur[...]: Pro Balbo XXV, 56
90Che
Cornelio Balbo possedesse una villa a Tusculo è confermato in una
lettera di Cicerone ad Attico (VII, 7, 6) M. Tullio Cicerone;
Orazione in difesa di L. C. Balbo; cit. p. 54
91:«[...]Ut
conservata magis quam correpta esse videatur»:
Pro Balbo XXV, dimostrando come Balbo sia da annoverare in
quell'alveo di uomini virtuosi, boni viri e
di famiglia
onorevole, che miravano alla publica utilitas
e che raggiungono il
prestigio e la ricchezza lecitamente e non in modo illecito; infatti
“Nell'ideale di cittadino di buona nascita (“bono
genere natus”) dunque non
rientrano nè quei cittadini che fanno uso smodato delle ricchezze
sperperando il loro patrimonio, nè i cittadini indigenti: la
ricchezza, o meglio la ricchezza usata a scopi di piacere
(voluptas), e la
povertà erano considerati impolitiche. […] Il possesso delle
ricchezze non era d'altronde condannato dalla morale romana, ciò
che preoccupava era solo un problema di misura: tanto la povertà
quanto l'eccessiva ricchezza potevano porre il cittadino in una
condizione economica tale per cui, per rimediare alla povertà o per
accumulare senza posa, questi non pensava più all'utile pubblico ma
l'interesse individuale.” Tuttavia è bene ricordare che “[...]
col decadere del patriziato, l'antichità delle origini diviene
elemento secondario, al suo posto si afferma, quale discriminante,
la ricchezza. Le leggi Licinie-Sestie (367 a. C.), di fatto
permettono l'accesso alle alte cariche, […], solo a chi può far
fronte alle spese che comporta la nuova posizione sociale (cfr. L
Harmand, Un aspect social et politique du monde romain. Le
patronat sur les collectivités politiques des origines au
Bas-Empire, Paris, P. U. F.
1957, pp. 120ss.)
cit. S. Laconi; dal vir bonus atque strenuus op cit. pp. 269, 271
92Cic.
Pro Balbo XXVI
94Cic.
Pro Balbo XXVI
95Cic.
Pro Balbo XXVI
96 “Secondo
i dettami della retorica classica, la parte finale dell’orazione,
in cui si riassumeva quanto s’era detto prima e con cui si cercava
di commuovere l’uditorio”
www.treccani.it.
“Gli
antichi oratori avevano l'abitudine, nei dibattiti giudiziari, di
finire i loro discorsi con un attacco contro quello che accusavano
in modo da togliere, in anticipo, ogni valore alla sua arringa due
punti chi si difendeva, doveva invece di conquistarsi nell'esordio,
la benevolenza e dei suoi uditori e giudici, sforzandosi di
modificare lo stato d'animo sfavorevole creato dalla perorazione del
suo avversario.” vd Chaïm
Perelman, Trattato dell'argomentazione; cit. p. 524
98“La
parola fraus è usata nel significato di danno, detrimento
recato con frode, così da Cicerone in parecchi luoghi, come da
Livio. Cfr. aliqui noxiae esse fraudive.” M. Tullio
Cicerone; Orazione; cit. p. 78
99“[...]indica
la capacità naturale di dare un consiglio efficace o di prendere
una decisione saggia e comporta un intervento limitato nel
tempo[...] Dal
vir bonus atque strenuus al vir fortis sapiensque cit. p. 45
101Pro
Balbo XXVIII
Nessun commento:
Posta un commento