martedì 15 dicembre 2020

Buon Natale Retici:

   Erano da poco passate le 21:30 quando la professoressa Livia Pilia, insegnante universitaria di arte rinascimentale, una donna dall'aspetto particolarmente sereno e aggraziato e dai folti capelli mossi era a tavola assieme al compagno per cena con la tv accesa sulla rete nazionale guardando e commentando un telefilm di non particolare interesse, una commedia di intrecci ed equivoci, quando improvvisamente in una scena qualcosa sullo sfondo attirò il suo sguardo non facendoci però troppo caso, fu però nel momento in cui la telecamera passò nuovamente su quello stesso fondo che si bloccò con il boccone tra i denti... non poteva essere vero quello che stava vedendo. 
  Era praticamente impossibile. Stava di fatto che ad una successiva carrellata che intercalava il dialogo tra due attori, l'oggetto, appeso alla parete di fondo venne nuovamente inquadrato questa volta un pò più da vicino e non ebbe dubbi pur nella assurdità della situazione; - Non può essere- disse esterrefatta a voce alta, - è impossibile-, il compagno le chiese di cosa stesse parlando, ma non ricevette risposta perchè la donna si era diretta al telefono nel salotto li affianco e impaziente aspettava che dall'altra parte qualcuno rispondesse; - pronto Dario, si tutto bene tranquillo, senti, ti ricordi la tavola di Pietro Canado, la Madonna con bambino, quella della foto del '44... bene, l'ho appena vista in un film, no non sono ubriaca Dario, era quella-; - ma sei sicura?-; fece Dario, l'amico collezionista dall'altra parte del ricevitore; -dai è impossibile-; -era quella ti dico, l'hanno inquadrata da vicino; -Livia, stiamo parlando di una tavola scomparsa da decenni e che ora riappare tra le scene di un film, mi stai dicendo questo?-; -è quello che ho visto pochi minuti fa-; -immagino che ti renda conto pure tu della assurdità di questa cosa?-; -certo che me ne rendo conto, ma ti assicuro che era quella, era lei ti dico-; indugiò, -potrebbe essere una riproduzione pittorica, magari uno degli pittori di scena ha visto quella foto e ha voluto farne una copia a colori-; -ricreando anche la spaccatura della tavola che taglia nel mezzo la torre nel paesaggio?-; ribattè Livia; -Dario, è irreale lo so, ma era li, era in quel film-; -non so cosa dire Livia, cosa vuoi fare?-; -non lo so, ma domani mando una mail alla rete televisiva con la foto del quadro e spiego la situazione, vediamo cosa succede-; -la fortuna aiuta gli audaci, si dice, domani fammi sapere, buona notte, saluta Ivan-.
 Il mattino dopo la donna terminata la lezione in aula e tornata nel suo studio cercò l'indirizzo di posta elettronica delle rete televisiva e mandò la mail: 

Alla cortese attenzione della redazione di Canale 1; 

   Spettabile redazione di Canale, sono la professoressa Livia Pilia, docente di arte rinascimentale presso l'Università degli Studi di Calasi, mando questa Mia per avere informazioni circa il telefilm da Voi mandato in onda ieri notte, nello specifico mi riferisco ad una scena in particolare nella quale alle spalle di due attori compare tra gli arredamenti scenici un quadro raffigurante una Madonna con bambino che stando ad un primo sguardo parrebbe essere un quadro del '500, scomparso tanti anni e di cui resta ad oggi solamente una foto in bianco e nero degli anni '40 come unica testimonianza della sua esistenza.
   Vorrei sapere se c'era, in qualche modo, la possibilità di essere contattata da uno dei dirigenti o da un'altra persona per poter accertare la fondatezza di questa ipotesi. In allegato mando la foto del quadro in questione.

Cordiali saluti.
Prof.ssa Livia Pilia.

  Inviò il messaggio e non le restò che aspettare sperando che non la prendessero per una pazza mitomane e cestinassero la lettera.
  Passarono i giorni e la casella delle mail in entrata rimaneva senza risposta alcuna da parte della redazione televisiva. Ovviamente Dario, amico collezionista e antiquario, non perse occasione di far notare a Livia la poca probabilità che questo potesse accadere realmente, e questo lo sapeva pure lei, ma almeno un tentativo doveva farlo. 

   Fu verso la fine di ottobre che ricevette una chiamata nel suo studio passatale dal centralino chiedendo il suo intervento; -pronto, parlo con il commissario Italo Retici? sono Rosalia DeMontis la dirigente di Canale 1-; -buongiorno-; -venga qua agli studi, uno dei nostri dipendenti è stato trovato morto,... venga commissario-; la dirigente non sapendo come terminare la chiamata chiuse la conversazione. Retici riattaccò e chiamò Fane al telefono nel suo ufficio; -Fane ti va di andare in televisione? abbiamo un morto negli studi di Canale 1-. I due salirono sulla macchina di servizio e si recarono agli studi televisivi posti poco fuori dal centro abitato. 
  Ad accoglierli un grande cancello a sbarre dove dietro gorgheggiava una bella fontana composta da un grande pannello verticale di plexiglas trasparente dal quale cadeva una cascata d'acqua portata su da tubi in acciaio posti ai lati. 
Retici e Fane scesero dall'auto e ad aspettarli davanti all'ingresso c'era la dirigente in persona che dopo una breve presentazione li condusse dove era stato trovato il corpo; -chi lo ha trovato?, chiese Retici-; -è stata una delle nostre dipendenti, stamattina si è recata nel deposito di scena e ha trovato la porta aperta, il dipendente si chiamava Luca Podda. Ha visto il collega riverso per terra e le sue urla hanno richiamato chi si trovava li vicino. In questo momento è seduta in uno degli studi di posa, si è chiusa in un mutismo e non parla con nessuno-. 
  Continuarono a camminare superando il palazzo degli uffici alla loro sinistra, addentrandosi nella grande area degli studi televisivi con 6 edifici dove all'interno venivano registrati i programmi televisivi. Passarono attraverso un parco alberato con panchine sino ad arrivare ad uno dei magazzini, all'ingresso di questo c'era un capannello di persone visibilmente commosse. Retici salutò i presenti con un veloce inchino del capo e si addentrò nel deposito seguito da Fane. Un enorme caseggiato industriale dalla copertura a botte tenuta da tubi in metallo, intervallato da infiniti ripiani alti cinque-sei metri. Sempre accompagnati dalla dirigente si addentrarono in quel labirinto di scaffali con oggetti scenici composti da manichini, attrezzi vari, scenografie, sedie, cucine, statue, tavoli, piante in plastica, finestre, divani, pareti in cartongesso; più che uno un magazzino di scena sembrava di essere entrati in un negozio di arredamento. 
  Finalmente dopo svariati metri di scaffalature arrivarono al cadavere, la direttrice restò qualche passo indietro, non voleva rivederlo. 
  Il cadavere era riverso schiena a terra fra due scansie in acciaio con un foro sulla fronte, attorno a lui erano sparsi vari oggetti caduti dalle mensole. Retici e Fane si avvicinarono e osservarono il cadavere, nel frattempo alle loro spalle sentirono arrivare i colleghi della scientifica che presero ad esaminare l'area con spazzoline, reagenti chimici e fotografie; il capo della squadra parlottò con Retici che tornò quindi sul corpo e dopo qualche minuto lasciarono il luogo, portandosi via il cadavere. Fane si rivolse alla direttrice DeMontis chiedendo se il magazzino fosse allarmato e se gli oggetti fossero tutti inventariati; - si si l'allarme viene attivato dalla guardia, e tutti gli oggetti hanno un numero di inventario, di solito si trova sul retro-; disse mostrando loro il retro di una radio; -non sa se magari sia stato rubato qualcosa?-; -così a prima vista non saprei, dovrei chiedere a chi lavora nei magazzini; questi sono oggetti di scena, hanno un valore economico relativo solo al loro uso-; -faccia fare un controllo e ci informi in tal caso-; -certamente Commissario-; -sono un brigadiere signora, non  commissario;- rispose Fane con un certo imbarazzo visto che Retici era li vicino.
  I due agenti si recarono quindi dalla donna che aveva trovato il collega: era seduta su una poltroncina in uno degli studi assistita da un'altra collega che le faceva compagnia. La poveretta non seppe dire molto, era arrivata quella mattina alle 8:30, aveva aperto la porta blindata del magazzino e qualche istante dopo aveva visto l'uomo morto; -non ha notato nulla di strano?-; chiese Retici; -no nulla, come sempre ho aperto l'ingresso e sono entrata-; -quindi non ha trovato segni di effrazione?-; la donna pensò; -no, non mi pare, la porta era integra-; Fane in quell'istante abbandonò la stanza uscendo con passo svelto, Retici lo guardò, sapeva dove stava andando, al suo ritorno confermò, -si Commissario la porta, come dice la signora, non ha segni si scasso-; -va bene, direi che qua abbiamo terminato per il momento, si riprenda signora, se si ricordasse qualcos'altro ci contatti-. Retici salutò e tornarono in centrale. 
  -Morale della favola "commissario"?-; chiese Retici a Fane con un tono ironico nel mentre che si sedeva alla scrivania, provocazione che il collega non colse; -morale della favola abbiamo tre possibilità, quale busta vuole? la 1: il morto ha aperto al suo assassino e dobbiamo capire perchè, la 2: il magazziniere era già li dentro e faceva da complice ed è stato poi fatto fuori, o la 3: quel poveraccio ha sorpreso il ladro e per disgrazia sua ci è rimasto secco, da dove vuole iniziare?-.
 
   Passarono i giorni e i telegiornali avevano dato la notizia del delitto negli studi televisivi, la professoressa Pilia avendo saputo del fatto non sapeva cosa fare, insomma, aveva mandato la mail proprio a quello studio televisivo e ora li dentro avevano trovato un morto. Aspettò qualche giorno poi il lunedì successivo, erano i primi giorni di novembre, prese coraggio e chiamò Retici; -Buongiorno commissario, senta...-; titubava; -ho da dirle qualcosa che potrebbe essere legato a quello che è successo agli studi di Canale 1-. Retici che in quel mentre stava per uscire rimandò quello che stava per fare e si recò subito a casa della donna. 
  Lo accolse il compagno che condusse Retici attraverso un piccolo cortile sino all'interno della casa dove in piedi poggiata alla finestra c'era la professoressa. Era una casa molto elegante e luminosa, con vari quadri appesi, dalle pareti giallo chiaro. La donna si avvicinò; -buongiorno signor Commissario sono Livia Pilia, insegno arte rinascimentale presso l'Università degli Studi di Càlasi-; la donna si sedette indicando la sedia anche al commissario; -non so se possa essere utile per quello che è successo, ma occupandomi di arte i miei studi mi portano ad imbattermi in quadri antichi-; Retici la ascoltava, voleva capire dove voleva arrivare la donna; -per farla breve, qualche settimana fa guardando un film su Canale 1 ho visto un quadro, una tavola per essere più precisi, sparita da 60 anni-; Retici fece un veloce calcolo e la guardò stupita; -è un quadro conosciuto ad oggi solo da una foto in bianco e nero, ne ho una copia qua con me-; allungò la mano verso il tavolo in vetro e gli porse la riproduzione, raffigurava una tavola quadrangolare con una Madonna col bambino ad un parapetto dal quale ricadeva un drappo decorato, sullo sfondo un paesaggio collinare e una torre sulla sinistra con una grossa fenditura del legno che divideva la costruzione a metà. 
  Retici la osservò; -è un quadro di un pittore locale del '500, Pietro Canado. Come le dicevo, del quadro resta solo questa foto fatta durante gli anni della guerra, dopo di che si sono perse completamente le tracce-; -dove si trovava il quadro?; -come tante opere sino all'800 era conservata in una chiesa, questa inizialmente era nella chiesa di San Marino qua a Calasi, è una chiesa gotica, ma a causa di quello che si chiama Eversione dell'Asse Ecclesiastico gli ordini religiosi vennero aboliti e il Regno d'Italia confiscò i beni ecclesiastici per un'ideale di Stato laico, diciamo così, il che significò però per molte chiese soprattutto perdere opere d'arte che vennero vendute dagli stessi enti per ricavare introiti o trafugati e poi spariti. 
  Questo quadro ebbe una sorte simile, venne prelevata alla fine dell'800 dalla chiesa di San Marino come le dicevo, per essere restaurata e poi venduta, dopo di che non si sa nulla, venne poi nuovamente appeso, sarebbe meglio dire riapparso non si sa bene come, nella chiesa di Santa Francesca, sempre qua a Calasi, negli anni '30. Nel 1942 durante la guerra venne fotografato per essere inventariato, e anche li il quadro sparì, venne rubato-. Retici ascoltò attentamente questa vicenda. 
  -Lei al telefono mi ha detto che questo quadro lo ha visto in un film, è sicura si tratti proprio di questo?-; -sicura al cento per cento no finchè non lo avrò eventualmente davanti e saranno fatte le analisi sul reperto, ma ho una ragionevole certezza. Le assicuro però che ci sono molte probabilità che sia proprio quello. Avevo mandato una mail alla redazione del canale per avere qualche informazione e di li a pochi giorni poi è successo quello che sappiamo-; -le hanno risposto?-; -no Signor Commissario, nessuna risposta-; -sa chi scattò la foto?-; -certo, se gira la riproduzione può leggere il nome dello studio fotografico, oggi non esiste più-; Retici lesse: Studio d'Arte Fotografica Fratelli Meloni, via del Romagnino 24, Calasi, si appuntò quel nome in un taccuino e restituì la foto, ma la donna gliela ridiede, ne aveva un'altra copia, con la promessa che glie l'avrebbe restituita. -Va bene signora Pilia, grazie, aggiungo anche quest'altro tassello-. 
  Poco prima di uscire accompagnato questa volta dalla donna, il commissario si fermò a guardare un'incisione con un paesaggio campestre appesa all'ingresso, apprezzandone la bellezza della luce.

   Tornato in centrale dopo pranzo e aver mangiato alla mensa, Retici e Fane si misero alla ricerca di qualche notizia dello studio fotografico, non fu però un'impresa facile, ci volle qualche giorno per ritrovarlo negli archivi della Camera di Commercio. Nello studio fotografico risultava come dipendente un certo Livio Meloni. Quest'ultimo fu più veloce da rintracciare, fortunatamente era ancora in vita nonostante fossero passati tanti anni, così rintracciato l'indirizzo andarono a casa sua. Il vecchio si presentò in ciabatte e stava per cacciarli via in malo modo se non fosse stato per Retici che riuscì a convincere l'uomo e la badante che lo assisteva di essere veramente dei poliziotti. Abitava in un palazzo anni '50 in centro città, al quarto piano.
  Li fece accomodare in un piccolo salottino antiquato fermo come design agli anni '60, con i mobili in noce scuro e poltroncine scomode con fodere a fiori bordeaux. Retici andò subito al sodo, non si sa mai vista l'età sugli ottanta dell'uomo... era un attimo pensò; -senta Signor Meloni, lei era proprietario di uno studio fotografico, giusto?-; -si era mio e di mio fratello, più mio che suo a dirla tutta, ero appena ventenne quando lo aprimmo nel 1941, in via Romagnino al numero 24. Mio fratello poi lasciò lo studio solo a me e lui partì. Difficile in quel periodo aprire un'attività, o eri nel partito nero o conoscevi qualcuno che ti aiutasse, a me aiutarono, ma mai con quelli-; disse in tono serio. 
  Improvvisamente si fermò, li guardò attentamente e in dialetto stretto chiese cosa volessero e Retici che pur non essendo del posto aveva ormai imparato a capirlo a parlarlo, gli rispose però in italiano; -vede questa foto Signor Meloni, se la ricorda?-; Retici gli porse la foto del quadro che l'uomo guardò molto attentamente e la rigirò tra le mani. Notando il marchio del suo studio se ne stupì; -questa è una delle mie foto-; disse quasi commosso per quella inaspettata sorpresa ritrovata dopo tutto quel tempo, la mostrò anche alla sua assistente;        -certo che la ricordo, questo era un quadro che mi chiesero di fotografare durante la guerra, me lo portarono nello studio; il parroco e un altro uomo mi pare, non ricordo più il nome del prete, sicuramente è morto da tempo, era già anziano al periodo... mischino. Stavano facendo l'inventario della chiesa, in quel periodo era meglio non fidarsi di nessuno. Lo portai nel mio studio, nel retro e ne feci delle riproduzioni, non so quante, forse due, tre-; -si ricorda da quale chiesa glielo portarono?-; -no Signor Commissario questo non lo ricordo, magari non esiste più nemmeno la chiesa, sa i bombardamenti hanno raso al suolo la città e anche il mio studio di fotografia-. 
  La conversazione terminò li, quindi l'uomo educatamente congedò i due poliziotti e li fece accompagnare dalla badante che era rimasta li con loro.

   -Abbiamo ancora tempo?; chiese Retici; -sono le 17:00, dove vuole andare Commissario?; -a Santa Francesca, l'ultima volta il quadro era in quella chiesa-; -ma quell'uomo ha detto che forse la chiesa non esiste più-; -e tu a cosa pensi servano i motori di ricerca negli smartphone?, metti in moto su-; così dopo una ricerca veloce in internet si diressero nella chiesa di Santa Francesca e qua trovarono il parroco. Li accolse in una piccola chiesa barocca stretta tra vecchi palazzi storici in quella che oggi era la via dello shopping. 
  Don Rossano Tocco, un uomo di una certa età con un naso aquilino, si presentò con una stretta di mano. Quando gli venne mostrata la foto ricordò la storia; -si conosco la vicenda di questo quadro, mi venne raccontata tempo fa, era esposto in questa chiesa durante la guerra-; e indicò una delle cappelle sulla destra-; -e poi se ne persero le tracce, più che altro venne rubato. Al periodo, erano gli anni '40, venne accusato del furto un certo Meloni, il fotografo che fece le foto per l'archivio. Questo è quanto, non so altro mi dispiace-. 
  Senza che nessuno l'ebbe notata, una donnina anziana con un fazzoletto avvolto sulla testa si alzò dai banchi, ritirò il rosario nella borsetta, fece il segno della croce e si avvicinò col suo bastone con passo malfermo versi tre uomini. Si rivolse al parroco in dialetto dicendo che lei si ricordava molto bene della vicenda. Al periodo era una giovane ragazza. 
  Don Roberto Pitzalis, il prete che officiava all'epoca si fece accompagnare a fare la foto da un certo Federico Podda, un giovane che era sempre affaccendato in mille cose ma che poi non concludeva mai nulla. Se lo ricordava perchè durante la guerra quel giovane l'aveva corteggiata più volte senza che lei ne fosse interessava proprio perché era un buono a nulla sfaccendato.
  I due agenti ringraziarono il parroco e la donna e stavano per tornare velocemente a casa del Meloni quando vennero richiamati dalla centrale per una comunicazione urgente. Retici diede un pugno al clacson e dovette tornare in caserma di malavoglia. Nel suo studio gli passarono la chiamata dalla direzione di Canale 1, era la dirigente. 
  -Pronto commissario?, sono la dottoressa DeMontis, come mi aveva chiesto lei controllando negli inventari dei nostri magazzini pare sia sparito un quadro, una crosta con una Madonna col bambino; Retici trattenne il fiato; -la cosa strana è che quel quadro ha un numero di serie corrispondente a quello di quest'anno pur non essendo stato acquistato in questa annata. 
  Mi spiego, ogni annata ha un suo numero di serie, quindi, gli oggetti acquistati nel 1975 avranno un numero di matricola iniziale diverso da quelli acquistati nel 1997, e ovviamente risultano nella lista degli acquisti di quell'anno, ok?-; -la seguo-; -questo quadro però sembra essere apparso quest'anno, è inventariato al 2018 e quindi compare nella lista inventario di quest'anno, ma non risulta nella lista degli acquisti, in nessuna delle annate di acquisto-. 
  La donna continuò; -gli attrezzisti di scena mi hanno detto che era un vecchio quadro molto rovinato, sembrava dimenticato nei magazzini da chissà quanti anni, nessuno ne sapeva nulla. Venne comunque inventariato perchè doveva essere usato per le riprese di un telefilm che abbiamo mandato in onda il mese scorso e girato nei nostri studi-; -capisco, senta un pò, le risulta che alla vostra redazione giunse una mail da parte di una docente universitaria che chiedeva informazioni riguardo un quadro apparso in un vostro film?-; -... si la ricordo perfettamente, me la girò la redazione, ma non feci in tempo a rispondere a causa della morte del dipendente-; -va bene, senta signora DeMontis un'altra domanda, voi avete tutti gli elenchi dei vostri dipendenti?-; -si dovremmo averli tutti, ma guardi che sono molti, questo studio televisivo esiste dagli anni '50, non so se...-; -lei non si preoccupi dottoressa DeMontis, chiedo l'autorizzazione al questore e poi mando dei miei agenti a ritirarli-; -va bene Signor Commissario a presto allora, avviso i dipendenti che si occupano degli archivi-; -perfetto, grazie mille-. 

   Qualche giorno dopo il brigadiere Fane, assieme all'agente Sari e Riccardi prelevarono dall'archivio degli studi televisivi cinque pesanti faldoni e li portarono in centrale. Retici si buttò a capofitto sul faldone del 1950; -cosa sta cercando Commissario?; -devo fugare un dubbio, tu intanto torna dal Meloni e fatti dire che fine ha fatto il fratello e fatti spigare anche la questione del furto; -comandi Signor Commissario-; così assieme a Sari tornarono a casa di Livio Meloni; -Buongiorno Signor Meloni, possiamo?; -ancora voi?-; disse con un sorriso; -prego entrate-; -solo qualche istante glielo prometto, vorremmo qualche informazione su suo fratello-; -mio fratello?, è morto minimo da 40 anni, riposi in pace-; si sedette; -un male brutto se lo portò via ancora giovane-; Fane capì, il signor Meloni era di quella generazione che il cancro non lo chiamava col suo nome, quasi come se fosse una vergogna averlo. 
  -Ci saprebbe dire che lavoro faceva, intendo dopo che ha lasciato lo studio fotografico-; -era emigrato in Germania con un amico subito dopo che finì la guerra, nel '45, si sposò li e poi tornò qua negli anni '50, aveva trovato lavoro a Canale 1, aveva vinto il concorso regionale-; disse con un pò di orgoglio-; Fane strinse i pugni appena sentì quello ma cercò di non dare a vedere la reazione; -senta, ha voglia di raccontarmi del furto che accadde al quadro che lei fotografò?-; -Me lo ricordo ancora bene, venni accusato ingiustamente e tutte le prove a mio carico non servirono a nulla, sono innocente io e lo rivendico con orgoglio. Il farabutto che per poco non mi fece fallire però non venne mai preso. Si era introdotto nello studio e l'aveva portato via; una notte lo tenni nel laboratorio, solo una e il giorno dopo non c'era più; gli auguro di essere finito sotto le bombe-; il vecchio Meloni si stava visibilmente alterando, evidentemente certe cicatrici non guariscono mai. 
  La badante cercò di calmare il suo paziente e chiese ai due poliziotti di lasciarlo tranquillo se non c'era altro che volessero sapere, Fane a Sari risposero che andava bene così quindi tornarono in centrale e appena entrati nello studio di Retici il brigadiere si rivolse al commissario in tono sarcastico; -poteva anche dirmelo che stava cercando il nome del fratello di Livio Meloni nei registri di Canale1-; -Fane, così ti avrei tolto il piacere della scoperta, e io magari non avrei fatto la figura del baccalà davanti a te se avessi fatto un buco nell'acqua.   Comunque, cosa ti ha detto?-; Fane lo guardò di sbieco e si accomodò, -subito dopo la guerra il signor Lorenzo Meloni lasciò lo studio fotografico e partì in Germania con un amico, era il 1945, e li si sposò. Poi tornò qua negli anni '50 e con un concorso venne assunto nella rete televisiva, morì poi di cancro negli anni '60-; -bravo Fane, proprio così, dai registri risulta che Lorenzo Meloni abbia lavorato in Germania dal 1946 sino al 1950 e poi sia stato assunto come tecnico di magazzino scenico proprio in questi studi dal 1951 al 1963, anno della morte-; -ok, ma che c'entra il quadro e che c'entra col morto? chiese l'agente Sari levandosi il berretto e passando la mano sul viso; -tieni, controlla un pò la lista delle persone coinvolte-; rispose il Commissario Retici con un mezzo sorriso-; Sari prese il foglio e scorse un paio di volte l'elenco, improvvisamente strabuzzò gli occhi e stette per dire qualcosa, ma il commissario lo bloccò; -ecco vedo che hai capito, adesso vai controlla e vedi se si conoscevano-; -subito Signor Commissario;- uscì dall'ufficio portando la mano alla fronte.

   Ci vollero due giorni perchè dall'Ufficio Anagrafe del comune rispondessero alla richiesta fatta Sari, che a sua volta la fece pervenire alla scrivania di Retici che lesse il foglio; -è come sospettava lei Signor Commissario, la vittima di Canale1, Luca Podda e Federico Podda, l'amico di Lorenzo Meloni, sono imparentati. Federico Podda era lo zio di Luca, ed è morto nel 2001-; il Commissario Retici fece un sorriso largo sino alle orecchie e rispose; -che dici, c'è l'avrà un padre in vita questo Luca?-; -so anche questa risposta Signor Commissario, è ancora in vita e mi son preso la briga di segnare l'indirizzo dell'abitazione-; -siete fenomenali, non saprei cosa fare se non ci foste voi... Fane!;- chiamò Retici dal suo ufficio. Il brigadiere si precipitò aprendo la porta; -piano Fane che mi butti giù l'ufficio, non è una gara a premi se arrivi prima, su andiamo a parlare con il padre della vittima-.
  L'abitazione dell'uomo si trovava in un paese limitrofo a Calasi, un paese di campagna con la sua chiesetta, la sua bottega e gli immancabili bar. Era una tipica casa di paese con un cortile e alberi da frutto e attrezzi da lavoro nella rimessa. Retici si presentò sperando in una accoglienza meno ostile di quella che ebbe a casa di Lorenzo Meloni che per poco non gli sbatteva il bastone sulla testa. 
  L'uomo, un uomo anziano dagli occhi di un celeste che risaltava con il candore dei capelli bianchi fece sentire la sua voce dal citofono, ma ad accogliere i due poliziotti fu la figlia, che abitava al piano superiore. Li fece entrare in un soggiorno scaldato dal grande caminetto che occupava un angolo della stanza. Novembre si era fatto ormai freddo. Era evidente che il lutto per la morte del figlio era ancora vivo nei familiari. 
  -Signor Podda, sono il Commissario Retici. Mi dispiace per la morte di suo figlio, stiamo portando avanti le indagini e ci servirebbe anche il suo aiuto;- l'uomo guardava fissamente verso il vuoto; -cosa volete sapere?-; -tutto quello che riesce a ricordarsi, è estremamente importante, sospettiamo che la morte di suo figlio sia legata al furto di un quadro che era conservato nel magazzino degli studi televisivi-; -ma cosa volete che ne sappia io-; Retici fece vedere all'uomo la foto del quadro ma questo fece una smorfia come dire, "non mi dice nulla", la figlia però chiese di poter vedere la foto; -io mi ricordo una storia legata ad un quadro che mio zio Francesco, il fratello di babbo, ci raccontava quando eravamo piccoli io e mio fratello-.
  Retici portò le mani al mento e ascoltò; -ci diceva che da ragazzo durante la guerra aveva rubato un quadro dallo studio di un fotografo, ma noi non gli davamo credito, lo diceva solo per fare un pò il gradasso, insomma era sempre stato un tipo al quale piaceva raccontar storie e spesso erano anche divertenti, però questa era particolare, la raccontava con più cognizione di causa diciamo così: dettagli, aneddoti, ci disse persino che-; -mio fratello era un gran fanfarone Signor Commissario-; intervenne l'uomo-; -da quando era tornato dalla Germania gli piaceva raccontare scempiaggini per intrattenerci, ma non gli davamo retta. 
  Ricordo anche io, ora, la storia del furto, disse persino che si fece aiutare dal fratello del fotografo a rubare il quadro. Partì con lui per il continente alla fine della guerra, con il fratello del fotografo intendo-; -si ricorda il nome del fratello?-; chiese Retici; -mi pare Lorenzo, erano sempre assieme quei due-; -cosa sapete dirmi della storia del furto, cosa raccontava?-; -l'ha raccontata così tante volte che la conosco a ancora memoria, l'aveva pensata proprio bene-; fece la donna. 
  -Era la fine del secondo conflitto. Lorenzo Meloni disse a mio zio che nel suo studio di fotografia era arrivato un quadro che doveva essere fotografato. Quindi gli venne l'idea di rubarlo per rivenderlo e poi partire. Chiese a mio zio di aiutarlo. Così si introdusse nello studio e lo portò via durante la notte. Aggiungeva ogni volta aneddoti sempre diversi, descriveva mirabolanti peripezie per riuscire ad entrare li dentro. 
  Ci raccontò che dovettero nascondere il quadro, e lo nascosero un una casa disabitata in campagna di proprietà della famiglia Meloni. Non potevano rivenderlo subito perchè sarebbero stati scoperti, così aspettarono un pò di tempo. Il tempo passò e il quadro rimase sempre nascosto aspettando il momento di essere rivenduto. Quel momento però non venne mai, perciò mio zio e Lorenzo abbandonarono il progetto e partirono comunque in Germania negli anni '50, lasciando qua la refurtiva. 
  -Quello che vi sto raccontando è ciò che ci raccontava tante volte Signor Commissario, poi fate voi-; Retici annuì; -continui, ammetto che è avvincente come racconto-; -si, mio zio lo raccontava spesso perchè da bambini ci piaceva sentirla. 
  Dicevo, tornarono qua e a suo dire finalmente riuscirono a vendere il quadro ad un antiquario che lo comprò e lo rivendette. I due si divisero i soldi e fine della storia, no anzi, il gran finale di mio zio, il quadro venne acquistato dal primo direttore di Canale 1, gli studi dove mio zio e Lorenzo Meloni vennero assunti come magazzinieri quando vennero aperti gli studi televisivi-; i due agenti per poco non caddero dalla sedia quando sentirono quello. 
  Retici a quel punto intervenne non potendosi più trattenere; -signora Podda, si rende conto della storia che ci ha raccontato?-; -certo che me ne rendo conto Commissario, ed ecco perchè all'inizio le dicevo che alle storie raccontate mio zio non ci credeva mai nessuno, ma siete stati voi a volerla sentire e io ve l'ho raccontata-; -e lei ha fatto benissimo. Che ora abbiamo fatto?; disse Retici guardando l'orologio; -direi che è tempo di andare, grazie per il vostro tempo-; -ma si figuri Signor Commissario. Prego, vi faccio strada-. 
  Poco prima di lasciarli andare davanti al cancelletto la donna trattenne ancora qualche istante i due agenti ed espresse loro la sua preoccupazione; -temo che mio fratello si sia infilato in una brutta faccenda, vero?. Mio padre è molto anziano ormai e ogni tanto non c'è con la testa, non si rende nemmeno bene conto di quello che sta succedendo: forse è un bene. Commissario, aspettiamo tutti che questa storia finisca-; gli occhi della donna divennero umidi, Retici sospirò; -stiamo facendo tutto il possibile signora Podda, ma non posso dirle nulla al momento, bisogna fare un passo alla volta. Abbia fiducia-.

   Gherardo Dorri, il primo direttore di Canale 1, sepolto nel cimitero di San Francesco di Càlasi nella cappella privata di famiglia, lasciò in eredità alla famiglia un patrimonio di svariati zeri, terreni e alla moglie ancora in vita, la loro casa nella quale viveva assistita da un'infermiera personale, tre persone di servizio (più vari ed eventuali) assieme ai due cani pechinese color miele. 
  Nonostante la veneranda età della donna e una folta chioma bianca a boccoli tenuta su da svariate bombolette di lacca spray, dimostrava ancora uno spirito ironico e una parlantina invidiabile; -il furto del quadro?, quale furto del quadro... ah si si il furto, mi ricordo... Susy, vieni qua, Susy; -chiamava il cane che accorse rantolando col respiro e battendo le unghiette sul pavimento, seguito ovviamente anche dall'altro e assieme si lanciarono sul divano-; -si Signora Dorri, stiamo facendo le indagini sulla morte del dipendente di Canale 1 e ci servirebbe qualche informazione, se si ricorda qualcosa, legate al furto del quadro-; -certo che mi ricordo qualcosa, mi ricordo tutto io Commissario Lentici... Clara vieni qua un attimo, portami un bicchierino di mirto-; arrivò una delle donne di servizio; -Signora lo sa che non può bere alcolici-; disse imbarazzata davanti a Retici e Fane; -e allora perchè li comprate dico io?, non si preoccupi brigadiere Redici, è tutta scena, appena sarete andati via un bicchierino me lo rigira, sperando non lo sappia il medico-; rise sotto i baffi-.
 -Signora Dorri vorremmo sapere qualcosa del furto-; insistè Retici -si si il furto, mi ricordo tutto, era il 1963, bei tempi quelli, avevamo creato una televisione garbata, certo era ancora un pò acerba per certi aspetti, ma certo non la schifezza di adesso, piena di cosa inutile.   Comunque, mio marito, buon anima, prodigo e persona sempre umile, aveva comprato quel quadro, quello che mi ha fatto vedere prima, da un antiquario in città. Dovrei ancora... aspetti, Loretta!-; si avvicinò una delle altre donne-; -dica Signora Dorri-; -senta vada nello studio di mio marito, nello scaffale, quello in metallo, prenda... fai bene attenzione mi raccomando, quel librone dalla copertina argentata e dallo ai signori inquirenti-; i due agenti si guardarono non sapendo cosa pensare. 
  Qualche minuto dopo dal piano di sopra si sentì un tonfo e poco dopo la cameriera tornò porgendo un libro contabile a Retici; -li dentro troverà un pò di informazioni riguardo l'acquisto del quadro, ricevute e cosa varie se lo legga se vuole; dicevo del furto, sparì una notte del '63 proprio da questa stanza, l'aveva comprato nei primi anni '50, un bel quadro con una Madonna col bambino; facemmo una denuncia ma non venne mai ritrovato, sicuramente rivenduto o chissà. Dio vorrà se riuscirò a rivedere il quadro un giorno, ma tant'è son vecchia ormai, me lo vedrò dalla bara Commissario Retici-; la donna rise e chiamò l'altra delle dipendenti dicendo che quello era quanto si ricordava. Anche Retici rispose con un silenzioso sorriso, forse più per il fatto che finalmente si ricordò il suo nome. Fece quindi accomodare i due agenti e salutatili richiuse dietro di loro la porta.
  -Vostro Onore Retici lo sa che siamo in pieno alto mare vero?-; fece Fane sarcastico quando salirono in auto, Retici annuì; -lo so Fane, lo so, un passo alla volta però. Dai andiamo a berci qualcosa, ormai direi che la giornata è finita, devo anche andare in bagno-.

   -Non so cosa pensare, è tutto maledettamente intricato; il furto di un quadro che già venne rubato e per di più ovviamente ci scappa il morto che è imparentato con uno che disse di averlo trafugato-. 
  -Chiusa questa indagine io me ne vado in vacanza per un bel pò, tu che farai Giulio?;- disse Retici a Fane nel mentre che bevevano una birra-; -io?, io resterò in caserma Italo dove vuoi che vada, non posso premettermi di assentarmi come te-; rise. Fuori dal lavoro i due colleghi avevano l'abitudine di chiamarsi per nome e darsi del tu, era un modo che si erano presi per allentare la tensione che gravava durante le ore di lavoro; -la vedo grigia questa volta, molto grigia-; rispose il commissario.

  Dicembre era finalmente arrivato, il che significava freddo, termosifoni al massimo della temperatura negli uffici a dispetto delle indicazioni ministeriali e più persone per le strade che a sua volta significava più incidenti e più denunce per furti nelle case. Dicembre ed agosto i mesi nei quali i topi d'appartamento si divertivano di più.
  Gente che tornava, gente che partiva e partiva pure lui con l'auto diretto alla nave finalmente, aveva programmato quel viaggio da settimane, era la fine di un lungo lavoro. Mise il bagaglio nel cofano e accese il cruscotto. Per quanto gli fu possibile prese strade secondarie per non imbottigliarsi nel traffico, aveva la partenza del traghetto alle 18:00 da Calasi, direzione Roma, e si erano già fatte le 17:15, ma conosceva le strade interne e le fece con calma. 
  Uscì dalla città, prese lo svincolo e si incanalò nella statale e si incamminò spedito. Quello che non aveva messo in conto, o se lo aveva fatto sperava di non incapparci, erano i posti di blocco, che proprio ad agosto e dicembre venivano intensificati. Notò il bagliore azzurro in lontananza nel buio della strada, procedeva spedito.

  L'uomo in divisa fece ripartire l'auto e sistemati i fogli nella cartella riprese possesso della paletta e si accostò al cofano della volante.

  Si accorse dell'agente che oltre il cofano della vettura di servizio muoveva la paletta in giù e in su.

  In mezzo al freddo umido della sera, bardato dentro un cappotto in panno faceva oscillare la paletta di segnalazione.

Strinse le mani, fissò le luci di segnalazione e quindi portò la mano destra sul pomello del cambio, uno scatto secco e cambiò marcia facendo rallentare la vettura. Si accostò. Gli chiesero i documenti, la patente.
  Glieli consegnò aspettando con pazienza. Ci vollero una decina di minuti, dopo di che potè tornare sulla corsia e dirigersi all'imbarco. Questa volta dovette accelerare abbastanza perchè controllando l'orologio sul cruscotto vide che erano già le 18:15, entro quindici minuti avrebbe preso la nave. Spinse la macchina a velocità sostenuta e superò con destrezza le auto; quando fu dietro la curva che bruciò un altro posto di blocco. Si accorse una frazione di secondo dopo di quello che accadde, fu il flash dell'autovelox che glielo fece notare, cercò di rallentare ma ormai era troppo tardi, la volante era dietro di lui. Li vedeva riflessi negli specchietti retrovisori, gli stavano dietro nonostante stesse procedendo ad una velocità più moderata, ma questi non demordevano, e fu in quell'attimo che accadde, andò a schiantarsi sull'auto che aveva davanti e che aveva rallentato improvvisamente, le due auto prima si incastrarono l'una dentro l'altra poi il contraccolpo le fece sobbalzare con una carambola che invase tutta la corsia andando a coinvolgere anche un'altra vettura che procedeva al suo fianco. 
  In pochi minuti sulla strada si depositarono frammenti di vetro, pezzi della scocca e anche dei copertoni. La volante si trovò ad assistere dal vivo a quella scena delle tre auto che carambolavano come palline. Immediatamente allertarono i soccorsi. La corsia venne bloccata e il traffico deviato con l'inevitabile rallentamento. 
  Arrivarono le ambulanze, in tutto quattro, e altre due pattuglie assieme ai vigili del fuoco. Il bagliore delle luci di soccorso si spandevano nel pulviscolo umido della notte.
  Le auto di passaggio rallentavano e guardavano allibiti quella scena incredibile.
  Con tenacia si cercava di estrarre dal cartoccio di auto i passeggeri che erano rimasti incastrati. 
  Si cercava anche di capire chi fosse stato coinvolto nel tamponamento, non fu facile riuscire a trovare i documenti.
  Si prese nota di tutti i nomi coinvolti e fu quello di Riccardo Pittau che il giorno dopo interessò Retici; dentro la sua auto venne ritrovata, anzi, al di fuori di essa, sbalzata di pochi metri, una valigia antiurto, e portata in centrale. I colleghi della scientifica riuscirono ad aprirla nonostante fosse ammaccata e al suo interno trovarono qualcosa che non avrebbero mai pensato di vedere, un quadro. 
  Rimasero a guardarlo per un pò, aveva subito dei danni a causa dell'impatto, ma la valigia imbottita riuscì a parare gli urti e un volo di un paio di metri. Come tutti i reperti venne anche quello venne fotografato e il suo contenuto venne conservato in un magazzino all'interno degli uffici. Il commissario venne immediatamente avvisato e si precipitò nel laboratorio. 
  La Dottoressa Landi, la direttrice del laboratorio scientifico, fece arrivare Retici nel suo studio e come vi entrò trovo la donna dietro la scrivania e la valigia chiusa; -Se mi state prendendo per il culo, io ti giuro Landi...-; lei sorrise; -ti ho mandato le foto nella tua mail e l'hai visto tu stesso il contenuto-.
  Fece scattare i blocchi della chiusura e pur con un pò di fatica riuscì ad aprire lo sportello e lo vide, settimane di ricerca ed era davanti a lui, la tavola con la Madonna con Bambino di Canaro, era veramente bella come dicevano. 
  La foto non le rendeva giustizia.
  -Retici, ti commuovi?-; le fece notare la dottoressa.
  -No!, forse si, è una lunga storia Landi, che non è ancora finita però. Questa la porto via io-;    -fai pure, a noi non serve più commissario-.

  La notizia del ritrovamento del quadro e il modo in cui venne ritrovato destò l'attenzione di molti e la notizia venne data anche nei telegiornali nazionali.
  Retici fece un doveroso giro di chiamate, in primis alla vedova Dorri, dove però gli venne detto che la Signora era deceduta da qualche giorno dopo un ricovero in ospedale. La professoressa Pilia ebbe la notizia dai mezzi di informazione e fu veramente molto felice del ritrovamento, tuttavia le disse Retici che il quadro non poteva ancora essere reso al pubblico perchè il caso non era ancora chiuso. Il vecchio Livio Meloni non seppe mai la verità sul fatto che a rubare il quadro dallo studio fosse stato il fratello, ma forse era stato meglio così, morì verso la fine di dicembre assistito dalla sua badante.
  Ci vollero un bel pò di mesi perchè Riccardo Pittau terminasse la convalescenza e appena fu dichiarato idoneo alla dimissione, venne prelevato dagli agenti e condotto direttamente in caserma nella stanza adibita per gli interrogatori dove il commissario lo stava aspettando col suo avvocato; -sentimi un pò, io e te non ce ne andiamo da qua finchè non mi dici tutta la storia e vedi di non dimenticare nulla-. Il resoconto fatto da Pittau fu lungo e minuzioso.   L'uomo disse che Federico Podda gli raccontò la storia del quadro che lo zio rubò tanti anni fa a casa del direttore nascondendo all'interno dei magazzini degli oggetti scenici di Canale 1. Lo zio morì e del quadro se ne perse completamente la memoria. Nessuno credette a questa storia, l'unico che ci ha sempre creduto era proprio Luca, il nipote, che riuscì ad entrare a lavorare negli studi della rete televisiva. Mi disse che vide un film trasmesso da Canale 1 e che tra gli arredi c'era proprio il quadro che gli aveva sempre descritto lo zio-. 
  -Il resto si scrive da se Commissario, gli venne in mente di cercare il quadro per farci soldi, perchè lui era sicuro che si trattasse proprio di quel quadro. 
  Gli serviva un complice però, preparò il piano in un paio di giorni e chiese il mio aiuto. Conoscevo Luca diversi anni e il suo piano mi sembrava fattibile. 
  La sua idea era quella di farmi rimanere dentro il magazzino sino all'ora di chiusura, poichè ha una password sia in entrate che uscita, alla chiusura prelevare il quadro e uscire dagli studi-; -com'è che poi Federico Podda è finito con un buco sulla fronte?-; fece il Commissario Retici; -finì che entrambi perdemmo la testa, una parola di troppo e così presi la pistola...-; Pittau smise di parlare, ma Retici lo incalzò; -dove hai tenuto il quadro nel frattempo?-; -a casa mia, mi procurai una valigetta protettiva e decisi di andare via, avrei rivenduto il quadro a qualche antiquario o restauratore estero. Sapevo che era un reperto ricercato da tempo, ero fiducioso nel fatto che al di fuori non avrei avuto problemi a rivenderlo, questo è tutto, veramente-.

  Ci vollero parecchi mesi di lavoro di restauro per riuscire a rendere la tavola dipinta nuovamente splendente, fu un'operazione delicata, ma diede i suoi frutti. Gli eredi Dorri offrirono la tavola alla città pur rimanendone loro i proprietari. La professoressa Pilia presenziò la giornata di studi dedicato al pittore Pietro Canado organizzato dall'Università di Càlasi. 
  Si organizzò un'incontro poco prima di natale all'interno della pinacoteca cittadina al quale parteciparono storici dell'arte, restauratori e anche il Commissario Retici che pur non essendo abituato a discorsi su larga platea riuscì a riepilogare le fila delle indagini, e su tutti la tavola dipinta, una meravigliosa Madonna col bambino che appoggiati al parapetto sorridevano a chi li guardavano; una brillantezza di colori e vividezza dell'immagine che il restauro era riuscito a far risaltare. L'incarnato roseo della Vergine risaltava dal fondo del muro brunastro e sullo sfondo la cicatrice che tagliava di netto la torre, che per volere di chi curò il restauro venne lasciata a vista, divenendo un pò il simbolo di tutta la storia.
  
  In accordo anche con la Soprintendenza ai Beni Culturali si decise che la tavola dovesse tornare nella sua originaria collocazione, venne così portata all'interno della chiesa di San Marino, situata al di sopra di un colle della città di Càlasi, colle che dava direttamente sul mare dove venne sistemata in una cappella laterale e valorizzata con delle luci apposite. Per il suo ritorno venne celebrata una messa solenne alla presenza del Vescovo.

  Retici finalmente potè chiudere quella lunga storia che lo aveva tenuto impegnato per mesi, giorno e notte, e potè pensare ad altro. Era al suo computer che scriveva il resoconto quando l'agente Sari bussò ed entrò nell'ufficio; -è arrivato un pacco per lei Signor Commissario, lo ha portato il postino poco fa-.
  Retici prese la voluminosa scatola e con una taglierina aprì i due lembi, al suo internò trovò una lettera e un involto di rivestimento in bolle. Aprì la lettera e vi trovò scritto "Buon natale Commissario Retici" firmato in calce, "Professoressa Livia Pilia". Prese quindi l'involto e notando il peso lo srotolò delicatamente. Al suo interno trovò una cornice che proteggeva una un foglio disegnato, era l'incisione di un paesaggio campestre al tramonto. Retici improvvisamente si ricordò. 
  Un altro biglietto allegato dentro la scatola lo informava che quella incisione venne realizzata nel '700 da un artista sardo di nome Giusto Pinna. Retici sorrise e conservò con cura tutta la cornice nella scatola e la appoggiò accanto a se battendo un delicato tocco di mano come per assicurarsi che non scappasse. 
  
  Accese quindi la stampante, aprì il file e stampò due biglietti aerei. Destinazione Roma. Era il 23 dicembre.

giovedì 26 novembre 2020

Voglio giocare:

Come ebbe premuto il tasto per far partire la registrazione del cd passarono circa tre secondi e dopo un flebile fruscio l'altoparlante della radio gracchiò un urlo così acuto e graffiante da far vibrare la membrana delle casse. Dopo di che si stemperò in un pianto supplichevole nel quale venivano biascicate delle parole a malapena comprensibili, -Aiuto! Salvatemi!-, piangeva e chiedeva aiuto; era una voce femminile.
L'agente Silvia Delis ascoltò l'audio che durò non più di una decina di secondi, audio che terminava bruscamente interrompendo i singhiozzi. Quel cd le venne consegnato quindici minuti prima sulla sua scrivania all'interno di una busta gialla accompagnata da una lettera scritta al computer. Era indirizzata a lei nel quale c'era scritto "Salve agente Delis, facciamo un gioco, se riesci a trovare la ragazza allora riuscirà a salvarsi", la lettera si chiudeva li. Fu in quel momento che il collega alla scrivania nel suo stesso ufficio prese una chiamata e pochi istanti dopo si voltò verso di lei, le fece capire che stava per passarle la chiamata al suo ricevitore. Dall'altra parte rispose una voce maschile- "Agente Delis è lei?, vi prego aiutateci, mia figlia è scomparsa, non so dove sia" la voce dell'uomo trattenne un nodo alla gola e si capiva che era estremamente spaventato, in sottofondo poteva sentire la voce di una donna che piangeva. Si fece dare l'indirizzo e salita in macchina assieme al collega Ferrario, detto Felix, si diresse a casa loro.

Era in una zona di villette a schiera in un quartiere residenziale; tante belle casette giallo champagne dagli infissi bianchi con giardino e un lungo viale alberato a separare i due marciapiedi. -Pensi che la chiamata sia legata al cd che hai ricevuto prima?-, -quante possibilità ci siano che non è così Felix?- rispose lei impassibile scendendo dall'auto che avevano fermato davanti al numero civico della chiamata. 

I due saliti un ingresso di quattro gradini suonarono al campanello; la porta venne immediatamente aperta, si presentò un uomo di mezza età dai capelli bruni che fece accomodare i due agenti portandoli in salotto; un'ampia stanza dalle pareti verdine illuminata da due finestre dagli infissi in legno, con quadri, piante, un tavolino e due poltrone, dove su una di queste era seduta una donna dallo sguardo fisso sul vuoto. -Grazie per essere venuti subito- disse l'uomo, -non so cosa pensare, mia figlia non so dove sia-, -ci racconti tutto Signor Steni-, lo interruppe Delis, -da dove posso iniziare? non so dove sia, ho ricevuto un cd con la voce registrata della mia piccola che chiede aiuto, -mi sta dicendo che avete ricevuto un cd con la voce registrata di vostra figlia?, -si ve l'ho detto...-, i due agenti si guardarono, -mi farebbe sentire l'audio?-, l'uomo si avvicinò allo stereo e mandò in play la registrazione che riprodusse la stessa voce ascoltata da Delis in ufficio, una voce tremante e malferma che chiamando i genitori chiedeva aiuto, poi una serie di rumori secchi, che vennero interpretati come degli schiaffi interruppero la voce che prese quindi a urlare e piangere. L'audio si interruppe li. 
La madre rimasta in un silenzio catatonico fino a quel momento, appena sentì la voce della figlia si sollevò in piedi e tra le lacrime cadde per terra. L'agente Felix si precipitò verso di lei e la sollevò facendola accomodare nuovamente sulla poltrona; consigliò al marito di
 chiamare il loro medico di famiglia per farle dare un calmante. Il marito annuì guardando la moglie che piangeva  e si diresse al telefono. Tornato dai due agenti, -signor Steni, è meglio che adesso ci racconti bene quello che è successo, intervenne l'agente Delis, -certo-, disse sedendosi in una sedia li vicino, -mia figlia, Cinzia, era uscita ieri sera, saranno state le otto, le venti intendo. Come ogni sabato va con degli amici in un piccolo locale che sta qua vicino, non mi ricordo come si chiama. Stamattina come ci siamo svegliati abbiamo visto che in camera sua non c'era, non ci siamo allarmati subito, ma dopo aver fatto un giro di chiamate ai suoi amici allora abbiamo iniziato a preoccuparci perchè ci dissero di averla lasciata davanti casa a fine serata-, - e il cd, quando lo avete trovato?, -i l cd, si, l'ha trovato mia moglie poco più tardi saranno state le dieci, ha sentito bussare alla porta credendo che fosse Cinzia, ma sul tappeto di ingresso ha trovato il cd nella custodia di plastica trasparente-, disse indicandolo  sopra la radio, -l'abbiamo ascoltato e c'era la sua voce; oddio, mia figlia-, si mise le mani sul viso coprendo una smorfia di dolore, -all'interno c'era anche una lettera che diceva di chiamare l'agente Delis-. Nel frattempo era giunto il medico che messo a parte della vicenda si avvicinò alla donna e cercò di tranquillizzarla con delle gocce disciolte in acqua, i due agenti ovviamente gli chiesero se conoscesse la ragazza e rispose affermativamente, dicendo che pur non essendo sua paziente la conosceva fin da bambina. Le gocce fecero effetto in pochi attimi e resero la donna quanto meno più predisposta al colloquio.

Era seduta nella poltrona e sembrava sprofondarci dentro viste le sue condizioni psichiche del momento; l'agente Delis le si avvicinò con la sedia e cercò di scambiare qualche parola, -signora Steni-, lei si girò a guardarla cercando di capire chi avesse davanti,- signora Steni, senta-, la ascoltava, -sa, o magari anche solo un dubbio, se sua figlia fosse minacciata in qualche modo o non si sentisse tranquilla?-, -no-, rispose assorta, -andava a lezione all'università, usciva, -sa se aveva un ragazzo o stava frequentando qualcuno?-, -qualcuna...-, la corresse la madre, qualcuna, mia figlia ha una compagna da qualche anno, so che si sono conosciute fra i banchi all'università, si chiama Giorgia Valto. Immagino fosse con lei ieri notte... la trovi, ritrovi mia figlia-, la voce le tremava. Silvia le strinse le mani sperando che quel gesto potesse, chissà, trasmetterle un pò di forza. Dopo di che si avvicinò al marito e dopo averlo salutato uscirono.

In auto la conversazione fra i due colleghi fu praticamente nulla, fecero giusto il punto della situazione, -che idea ci siamo fatti Felix?-, -al momento nessuna, però mi sono fatto consegnare il cd con la custodia e la lettera, la porto alla scientifica e vediamo che tirano fuori-, -io allora intanto cerco di rintracciare gli amici e la compagna-. 

Fu abbastanza semplice rintracciare la ragazza. La trovò nel primo pomeriggio in uno degli appartamenti dello studentato. Un enorme e alto palazzo di sette piani che poggiava si grossi pilastri grigi, e un androne di pianelle verde ospedale si snodava tra di essi. Le scale conducevano ad una serie di appartenenti intervallati da lunghissimi corridoi beige e porte rosse che si susseguivano infinite una appresso all'altra, illuminati da lampade giallo caldo. Per raggiungere il piano dove alloggiava la ragazza prese l'ascensore che la condusse sino al quinto. Si incamminò spedita nell'androne facendo eco con le suole delle scarpe, e trovato il numero della camera bussò. Aprì una ragazza vestita con una felpa e in ciabatte; i capelli neri e corti alle spalle talmente lisci e bel tagliati da dare l'idea che portasse una parrucca. L'agente Delis si presentò e la informò del perchè si trovasse li. Giorgia la fece entrare e come prevedibile era visibilmente preoccupata; -Immaginavo perchè fosse qua, ho parlato qualche minuto fa con i signori Steni di quello che sta succedendo e mi avevano avvertito che sarebbe arrivata. Immaginavo però di trovare un uomo al suo posto, brutta cosa il pregiudizio-, disse con mezzo sorriso, -bene signorina Valto è importante che mi dica quello che è successo ieri notte-; -non so cosa dirle, l'unica cosa è che da ieri notte non ho più notizie di Cinzia, ci siamo lasciate verso mezzanotte, mezzanotte e quindici. L'ho riaccompagnata a casa e poi sono andata via, nel senso, sono tornata qui nell'appartamento-, -ha aspettato che che entrasse in casa?, -certo, a quell'ora non si è mai sicuri, è entrata e poi sono ripartita-, -dove eravate ieri notte?, domandò Delis, -c'erano altre persone con voi?-, -si, ieri era il compleanno di un amico e abbiamo passato la serata in un locale che si chiama EmmeEmme, per via delle due grandi lettere M come insegna-, -avete litigato o c'è stato qualcosa che aveva turbato in qualche modo la serata?, lo so sono domande su domande, ma devo farle?-, -no agente... scusi ho dimenticato il suo cognome-, -Delis- le rammentò, -... no agente Delis non è accaduto nulla di tutto ciò, una serata come tante-, -può bastare va bene signorina Valto, mi serve sapere però i nomi delle altre persone che erano con lei e Cinzia al locale-, -siamo pochi amici, dunque, io, Cinzia, Stefano Livi, Cristian Urso, il festeggiato, e Marco Ose, siamo tutti colleghi di università-, -va bene grazie di nuovo, a presto-. Le due si salutarono e Delis fece il percorso inverso per tornare all'auto. Chiamò quindi Felix e gli chiese di rintracciare quei nomi.

Ai mezzi di informazione la notizia non era ancora stata data.

Il giorno dopo ricevette sulla sua scrivania il rapporto della scientifica che aveva operato sul cd audio ricevuto dai genitori di Cinzia. Oltre alle impronte dei genitori, non trovarono altre tracce, l'unica particolarità fu che l'audio pervenuto all'agente Delis e agli Steni era il medesimo, ma diviso il due tracce e riversate sui due cd.

A metà pomeriggio i tre ragazzi indicati dalla Valto si presentarono in centrale; sembravano dei bambini che entravano nell'ufficio del preside per essere sgridati per aver combinato un guaio. Tutti e tre confermarono quello che disse il giorno prima la ragazza. Delis chiese che tipo di rapporto ci fosse tra lei e i genitori di Cinzia, questi dissero che erano buoni rapporti e che si conoscevano già da tempo e che venne accolta come una persona di famiglia. Chiese poi se ci fosse qualcosa che stesse turbando la vita di Cinzia, ma i tre non poterono che dire che a loro saputa non c'era nulla che la stesse preoccupando particolarmente. 

Non un indizio, non una richiesta di riscatto; Cinzia Steni era sparita e solo una traccia audio attestava il fatto che fosse in vita. Fu però nel pomeriggio che la notizia della scomparsa della giovane venne data alle tv e in pochi istanti anche i social network si moltiplicarono di post e di commenti con frasi di speranza, incredulità e rabbia. Si parlava del rapimento e di un audio con la sua voce, notizia questa che però non venne ufficialmente confermata dagli investigatori. Nel giro di poche ore la casa dei genitori di Cinzia fu assalita dai cronisti e semplici passanti. Gli Steni decisero di esporsi alle telecamere facendo un appello verso chiunque avesse notizie della figlia. 

Delis dopo aver chiamato il collega Felix andarono al locale dove i ragazzi avevano passato il compleanno. Essendo un locale notturno dovettero aspettare le 20:00 per trovarlo aperto.

Era il tipico pub per universitari, non certo un jazz bar. Entrarono facendo suonare la campanella di ottone appesa allo stipite della porta, si avvicinarono al bancone e chiesero del proprietario, il barista rispose che era lui. Era un ragazzotto alto senza capelli con delle occhiaie scure; dopo le presentazioni gli dissero del perchè si trovassero li, -Si ricordo la ragazza che state cercando, viene spesso. Ho letto la notizia poco fa in internet, ma non so dirvi nulla di particolare. Vengono qua spesso, più o meno li conosco tutti: è un locale per universitari, sa, pochi soldi, birra medio buona, due antipasti e la serata finisce-, -non ha notato nulla di strano?-, -no mi spiace agente, nulla che non accade in un pub il sabato sera-, -va bene, grazie-. La serata era finita anche per i due colleghi, così visto che erano già li presero una birra medio buona e due antipasti. In poco tempo il locale si riempì di universitari e fu come tornare ai tempi dell'accademia all'università. Giunse quindi il momento di tornare a casa e di abbandonare i ricordi universitari e salita in macchina fece la via di rientro accompagnata da una pioggia battente che obliterava quasi la visuale.

L'aria si fece improvvisamente fredda così dovette riscaldarsi attaccando il bocchettone dell'aria calda col risultato di far appannare il cristallo di guida. Giunta a casa vide che però tutti i parcheggi erano già stati occupati, così dovette trovare posto almeno cento metri più in fondo e farsi il percorso verso il portone sotto la pioggia battente. Arrivata all'ingresso cercò le chiavi nella borsa e stava per entrare in ascensore quando con la coda dell'occhio notò qualcosa che sbucava dalla cassetta della posta. Aprì lo sportellino e dentro c'era una busta gialla di quelle anti urto con dentro un cd e un foglio di carta. Lo prese immediatamente cercando di non lasciare troppe impronte. Uscì fuori dal portone per vedere se ci fosse qualcuno, ma ovviamente con quella pioggia e a quell'ora non vide proprio nessuno, la strada era totalmente deserta. Entrata in casa si diresse velocemente allo stereo, mise il cd nello scomparto e nel frattempo chiamò al cellulare Felix. Dopo avergli detto cosa fosse successo, lo lasciò con la conversazione in viva voce. Mandò in play il cd e dopo pochi secondi tutto ciò che si sentì furono le urla della ragazza, piangeva nel mentre che veniva percossa, si sentivano chiaramente i rumori delle botte. Circa otto secondi di assoluto terrore. Poi l'audio si interruppe, -sentito Felix?-, -perfettamente-, rispose dall'altro capo in modo netto, continuò, -questo ci sta andando giù pesante-, -aspetta, ora leggo cosa ha scritto nel foglio, lo aprì con cautela, "Salve agente Delis, vedo che siamo ancora in alto mare. Su, un pò di impegno... tic tac, tic, tac, Delis. Ma tranquilla non ho ancora intenzione di chiudere la partita, siamo solo all'inizio delle indagini", smise di leggere; -questo è quanto Felix, non c'è scritto altro. Domani porto tutto alla centrale per farlo analizzare-. Restò un attimo in silenzio portando il cellulare all'orecchio, -mi è passato il sonno Felix, vedo se con una veloce sbronza riesco a recuperare. Buonanotte... si, si, tranquillo, ci vediamo domani. Ciao.

Il mattino dopo l'agente Delis fece arrivare i genitori di Cinzia per metterli al corrente del nuovo cd e gli disse che pure lei la mattina del rapimento ricevette un cd con la voce della figlia; era giusto che lo sapessero; ma preferì non fargli sentire nessuno dei due audio che ricevette, sarebbe stato troppo doloroso e anche inutile. Li mise a parte dell'esistenza della nuova lettera e gli lesse la trascrizione che fece prima di mandarla al laboratorio; gli Steni rimasero ad ascoltare ammutoliti, -è una partita che sta giocando con me quel maledetto, disse l'agente Delis, -ho spedito tutto il materiale alla sezione della scientifica, potrebbe saltare fuori qualcosa nei prossimi giorni, vi farò sapere. -Non so cosa pensare agente Delis,- disse la madre, -perchè, mia figlia?... siete poliziotti, avrete delle banche dati con foto e profili-, dicendo questo la donna nel frattempo torturava una collanina in pietre azzurre che teneva al collo, -trovatela!-, implorava, il marito la sorresse stringendola per le spalle e assieme si allontanarono dalla stanza.

Due giorni dopo a sera inoltrata sulla scrivania dell'agente arrivarono i risultati dalla sezione scientifica, aprì il file al pc e lo lesse avidamente, dai test risultò che sia il cd che la lettera erano privi di tracce biologiche, se si escludevano le impronte di Delis. Anche dal pc prelevato da casa della ragazze non emerse nulla. Tuttavia questa volta i tecnici erano riusciti a isolare un suono di fondo nella traccia audio del secondo cd; una debole vibrazione, così la indicava la relazione, un suono simile ad una fresatrice; aprì quindi l'audio in allegato alla mail e chiamò Felix alla sua scrivania e lo ascoltarono assieme. Nel frattempo le nuvole che si erano fatte cariche di pioggia e avevano coperto il cielo che stava lentamente volgendo alla sera, stavano iniziando a liberarsi di tutta quell'acqua facendo piovere a dirotto in pochi istanti. Il suono di fondo era ora più nitido, anche se le grida della ragazza, passate in secondo piano erano comunque ben distinguibili, tuttavia si percepiva più chiaramente e pulito il rumore come di un ingranaggio che ruotava e sfregava a grande velocità, un suono che si faceva più intenso e poi scemava per poi riprendere nuovamente con più vigore fino ad affievolirsi nuovamente, -si, sembra il suono di una fresa o di una sega elettrica o quanto meno di uno strumento elettrico che sfrega su qualcosa a intermittenza-, fece Felix, - si hai ragione, però ascolta bene, il suono non ha intervalli regolari, insomma se taglio qualcosa ho dei suoni più cadenzati immagino, questi invece si susseguono anche a distanza ravvicinata-, alzò il volume, questo invece va e viene a ritmo variabile è come se andasse e venisse molto velocemente-. Stettero ad ascoltare in silenzio nel mentre che dalla finestra i tuoni imperversavano copiosi. Tra quel suono nella cassa del pc se ne percepiva un altro, anzi più di uno, erano lievi, alzò nuovamente il volume, ascoltarono più e più volte, sembravano piccole trombe, -non può essere il rumore di una fresa questo o di una sega che sia-, disse l'agente Delis, -non sono cadenzati ritmicamente, sembrano più delle macchinette elettriche-, improvvisamente i due colleghi si fermarono, -non è un rumore industriale quello-, fece Delis con forza, -quelle sono macchine, macchine che corrono e quelle trombe sono i clacson; Felix, è il kartodromo, Cinzia è al kartodromo-, urlò Delis dando una sonora manata alla scrivania.

Pochi secondi dopo e tre auto della polizia si scagliarono fuori dal cancello della caserma diretti alla pista di go-kart fuori la città. L'acqua batteva violentemente sul parabrezza; le sirene urlavano nella notte appena iniziata e la loro luce si confondeva con i fulmini e i lampi.

La famiglia Steni venne prontamente avvisata e una pattuglia prelevò i genitori praticamente in pigiama e li condusse velocemente in caserma. Non passava mezzo di comunicazione ormai che non parlasse della giovane universitaria. I social da giorni erano ricolmi di post e foto col suo volto, c'è chi aveva cambiato la propria foto profilo con quella di Cinzia in segno di vicinanza e omaggio.

I talk show e i programmi di approfondimento, più o meno accurati, avevano riempito i palinsesti con la vicenda che aveva incollato l'opinione nazionale; chi aveva rapito Cinzia Steni? si chiedevano.

Lungo il percorso un serpentone lampeggiante procedeva spedito dalla città alla buia periferia. Le ruote macinavano l'asfalto bagnato. Dopo quasi un'ora arrivarono li davanti e inchiodarono nei parcheggi della pista; una squadra di venti agenti scese dalla auto avvolti in giubbotti in cerata gialla anti pioggia. I fulmini accendevano la notte come fosse giorno illuminando i caseggiati li attorno, Cinzia con molta probabilità si trovava in uno di quelli, dovevano solo fare in fretta. Erano circondati da più di dieci edifici tra casupole e strutture di servizio abbandonate. Si divisero in tre gruppi e spartirono l'area in tre zone.

Le torce sondavano ogni angolo. Il rumore dei passi sul selciato si susseguivano uno dopo l'altro. Ogni agente teneva tra le mani una pistola e si copriva le spalle l'uno con l'altro. La radiotrasmittente era sempre a portata di mano nella cinta. Delis assieme a Felix e ad un altro collega si diressero nell'area della pista da corsa e per entrare furono costretti a usare un piede di porco per far saltare il lucchetto che chiudeva la cancellata. Le grandi luci bianche dei fari circondavano il circuito di velocità proiettando sul suolo ombre multiple. Si diressero quindi verso la rimessa delle auto, scardinarono anche quella entrata e si trovarono davanti a una quindicina di go-kart dalla seduta bassa e con le ruote sporgenti. Si addentrarono in quello spazio coperto e asciutto. Passavano silenziosamente tra quelle piccole vetture facendo ondeggiare la luce gialla della torcia. Il frastuono del temporale incombeva e la luce dei fulmini passava dalle finestre in alto rischiarando di azzurro-viola l'interno e le cromature della auto parcheggiate. Improvvisamente la radio di Delis mandò un bip, rispose, -Agente Delis, sono Bei, presto venga, sono al capanno dietro a quello dove vi trovate voi-, immediatamente uscirono e si diressero dove li aveva indicato il collega, vedendolo da lontano con la luce della torcia che li chiamava facendola oscillare. 

Dovettero salire una zona alquanto scoscesa e trovarono Bei con un collega davanti ad un piccolo caseggiato semi nascosto da alti cespugli e isolato. -Abbiamo trovato la porta già aperta, erano qui dentro- disse spostando il fascio di luce all'interno. -Entri e veda quello che c'è-, Silvia entrò seguita da Felix all'interno del capanno che era diviso in due stanze. Non c'era corrente, l'interruttore posto subito alla destra non funzionava. All'ingresso del primo ambiente erano sparsi dei vestiti femminili e qualche pezzo di fune e il residuo di un rotolo di carta usato per avvolgere del nastro adesivo; -chiamate la scientifica e continuate a cercare qua attorno- disse Felix. L'agente Delis proseguì addentrandosi nel secondo locale illuminando il percorso con la torcia e li dentro le si gelò il sangue. In mezzo alla camera c'era una sedia in legno con una corda gettata tra le gambe e pezzi di nastro americano accartocciato. 

Quando illuminò poi le pareti quelle che sembravano macchie di umido, capì essere invece incrostazioni di sangue rappreso e ciuffi di capelli scuri. L'agente uscì da li dentro senza dire nulla, non aveva il coraggio di aprire bocca.

All'arrivo della scientifica il luogo venne scandagliato da cima a fondo, prelevato un campione di ogni traccia; le funi, il nastro adesivo, venne messo tutto nei sacchetti trasparenti e portato in laboratorio. Vennero scattate anche le fotografie e alla luce bianca dei flash apparirono dettagli angoscianti, macchie di sangue ovunque e tracce di segni sulla calce delle pareti che erano evidentemente segni lasciati dal graffio delle unghie.

Ormai era l'alba e li non c'era c'era altro da fare se non tornare in centrale e poi a casa almeno per quel giorno. I tg stavano già dando la notizia di quello che era successo quella notte appena trascorsa.

I genitori di Cinzia ricevettero la notizia dal capo della polizia e avrebbe preferito se gli avesse dovuto dare una pugnalata piuttosto che veder sbriciolare quella speranza al quale si erano aggrappati sino a quel momento.

Giorni e settimane passarono senza che più nessuna notizia si ebbe del rapitore, non un audio con il quale era solito comunicare o una sua lettera.

I mezzi di informazione avevano allentato la presa sulla vicenda e avevano smesso di prendere d'assalto gli Steni che chiusi nel loro dolore non uscivano più. Solo qualche parente andava a trovarli.

Fu però una mattina di fine Febbraio che le cose ebbero una accelerata. Una pesante nebbia copriva la città quella mattina in pieno inverno e un senza tetto, un girovago che andava di via in via, si presentò in caserma per parlare con l'agente Silvia Delis. Per l'occasione era andato in un centro che accoglie e assiste persone indigenti e si era reso presentabile indossando una giacca da uomo di seconda mano color viola scuro e un paio di scarpe di camoscio.

Aspettò paziente fin quando la donna lo ricevette nel suo ufficio; -Buongiorno, si accomodi, mi dica-, -buongiorno agente, devo... devo dirle una cosa, ho trovato la ragazza, Cinzia Steni... morta-, Silvia si bloccò scolorendo in volto, Felix che era nella scrivania a fianco, praticamente si lanciò sul vagabondo incalzandolo di domande, chiedendo se fosse sicuro di quello che stava dicendo. L'uomo confermò, -è nella rimessa dei treni abbandonati, una scena orribile-. L'agente Delis chiamò immediatamente il questore e lo informò di quella notizia. Felix continuava a fare domande, -si, gliel'ho detto, è in uno di quei vagoni abbandonati, l'ho vista questa mattina. Sono andato nella rimessa ieri notte per dormire, sono entrato dal cancello secondario che di solito rimane sempre aperto, poi questa mattina nel mentre che raccoglievo le mie cose per spostarmi ho sentito un forte odore, a dire il vero l'avevo sentito dalla notte prima, ma non ci feci troppo caso-, nel mentre era sopraggiunto anche il questore, -quindi stamattina ho cercato di capire da dove provenisse quell'odore, e in uno di vagoni vicino a dove avevo passato la notte ho visto il corpo di quella ragazza. Sono un vagabondo ma le notizie le leggo ugualmente, è lei-, l'uomo si fermò per prendere un gran respiro e chiuse per un istante gli occhi, -la troverete distesa per terra, è terrificante, non ho mai visto una scena del genere-, si guardava attorno cercando lo sguardo di chi stava ad ascoltare. Gli chiesero di accompagnarlo alla rimessa, ma non se la sentì, gli descrisse però il treno, una vecchia carrozza corrosa, color verde con una striscia rossa sui lati, i vetri rotti, senza seggiolini ne portine. Il vagabondo lasciò quindi lo studio e tornò nel suo mondo invisibile dal qual era venuto.

Delis e Felix salirono in auto con un paio di colleghi e la scientifica si recarono sul luogo indicato. Una brutta e grigia giornata invernale accompagnava gli agenti in quel luogo silenzioso. Una infinita distesa di treni addormentati, vecchi anche di settant'anni li aspettavano. Mano mano che si addentravano in quel labirinto di lamiere silenziose e vandalizzate, si faceva più insistente un odore particolarmente pungente e fastidioso. Quei vecchi vagoni sembravano li stessero guardando con i loro grandi fari ormai ciechi. Con passo marziale la squadra cercava la locomotiva indicatagli dal senza tetto e la videro vicino all'ingresso secondario semi aperto. L'odore si era fatto molto più forte e quando si avvicinarono non ci fu alcun dubbio, era li dentro. L'agente Delis si preparò, mise i guanti in lattice e salì a bordo di quel spettrale vagone. Le scarpe grattavano sui gradini in metallo facendo staccare la ghiaia che si era attaccata alle suole. Un passo dopo l'altro, saliva lentamente quasi a voler dilatare il tempo per non affrontare l'inevitabile: superò l'ingresso e oltre il piccolo vestibolo d'accesso, alla sinistra, la vide nel fondo, come aveva detto l'uomo, poggiata con le spalle alla parete del vagone. Per una frazione di secondo temette di non farcela, ma fu un'emozione che durò un attimo. Si avvicinò lentamente, in modo rispettoso, quasi come non volesse svegliarla e finalmente l'ebbe davanti. Gli occhi le si inumidirono per la pietà che stava provando, perfino l'odore nauseabondo passò in secondo piano. La guardava. L'aveva trovata. Cinzia era li con gli occhi chiusi e sereni. Il corpo però tradiva quella presunta serenità e aveva niziato il processo di necrosi; la pelle si stava ritraendo e aveva cambiato colore. I capelli scuri si erano fatti radi e le sporgenze delle ossa erano ben visibili. Felix salì pure lui dentro il vagone e non sapeva cosa dire, pensava solamente che erano arrivati troppo tardi, ma sapeva altresì che partite del genere si perdono con molta facilità. Tuttavia solo il DNA avrebbe potuto dare conferma l'identità del corpo, anche se c'era ben poco da confermare, era Cinzia Stani.

I genitori ricevettero la notizia personalmente dall'agente Delis che si era recata a casa loro. Dovette assistere alla straziante scena di due genitori che sanno di non avere più una figlia. Le urla di dolore della madre echeggiarono per tutta la via. Furono momenti interminabili quelli. Fuori casa i giornalisti erano riapparsi come api operose e mille telecamere riprendevano ciò che accadeva, un vociare fastidioso di commentatori cercavano di avvicinarsi e fare domande appena li videro uscire di casa. Gli agenti scortarono gli Steni dentro le loro auto sino all'ospedale e li condussero nel sottosuolo dell'obitorio. Prima dell'autopsia gli chiesero se volessero vederla, nonostante comunque glielo sconsigliarono visto le condizioni nel quale era la ragazza, consiglio che gli Steni seguirono e preferirono non vederla. Ma vollero comunque essere li con lei anche senza vederla. Sapevano che era nella stanza davanti a loro coperta da un telo bianco in quel luogo freddo e gelido fatto di luci al neon.

I media e i social impazzirono a quella notizia. L'ingresso del luogo del ritrovamento nella rimessa divenne meta di pellegrinaggio e in poco tempo venne coperto da una gigantesca coperta di fiori bianchi, quasi a voler scaldare idealmente l'anima della poverina che aveva giaciuto li dentro al treno in mezzo al freddo per chissà quanto. Era una continua processione di persone che deponevano fiori, lasciavano dei biglietti, delle piccole candele o semplicemente si avvicinavano per dare uno sguardo.

L'autopsia durò qualche giorno e ciò che si scoprì fu sconcertante, la ragazza era stata percossa su tutto il corpo con un pesante oggetto, molto probabilmente un bastone di legno. Venne legata ai polsi e alle caviglie con delle corde e sulle labbra si trovarono abrasioni da strappo. Sostanzialmente però la causa della morte fu causata da infarto dovuto molto probabilmente alla brutalità delle percosse. Tuttavia si riscontrò però che non le venne usata nessuna violenza a sfondo sessuale. All'interno della bocca, tra il canino e il premolare trovarono però un pezzo di lattice nero. Forse un guanto.

Tra quello che venne rinvenuto sul corpo della ragazza, dentro la tasca del pantalone c'era anche un biglietto indirizzato a Delis, glielo fece pervenire il giorno dopo il medico che aveva condotto l'autopsia; -Tic Tac agente Delis, tempo scaduto, c'eri quasi, se fossi arrivata un giorno prima al kartodromo l'avresti potuta salvare!!!-; quelle parole di derisione montarono in lei una rabbia feroce che pochissime volte aveva provato. Non poteva strappare quella lettera in quanto era un indizio, ma avrebbe voluto farla sparire per sempre.

Ai funerali partecipò tutta la comunità e il primo cittadino decise per un giorno di lutto comune. Fu una cerimonia affollata ma rispettosa e partecipata da parte di tutti. Un profondo e vivo cordoglio accompagnò quella giovane che tutti percepirono come una loro figlia. 

Al suo ufficio bussò il commissario capo che era venuto per darle supporto morale e ricordarle di non lasciarsi trascinare in quella spirale perversa nel quale l'aveva trascinato abilmente quel mostro, anzi le propose di abbandonare il caso per, come diceva lui, decomprimersi, ma Delis pur apprezzando quel gesto rifiutò, trovando un sorriso nel viso di Felix, che presa una sedia si mise davanti a lei; -senti, forse ha ragione il grande capo, prenditi una pausa, stai a casa un paio di giorni, almeno tu: è chiaro che in questo momento sei coinvolta emotivamente-, Silvia lo ascoltava, -lo sappiamo fin troppo bene che questo lavoro ad un certo punto smette di esserlo per diventare una missione-; prese la mani della collega fra le sue, un gesto che Delis avrebbe permesso solo a lui visto che lavoravano assieme da più di vent'anni; -torna a casa, qua per un pò possiamo farcela anche se non ci sei. Una settimana, sono sicuro che te la concederanno e poi riprendi-. Silvia sospirò.

La notte non passò tranquilla, incubi si susseguivano quando dormiva. Lo stesso sogno angosciante ogni volta, si trovava da sola in un lungo cunicolo buio con lampi di luce che la abbagliavano, urlava ma dalla bocca non veniva nessun suono, le sembrava di urlare dentro una bolla. Il cunicolo si faceva sempre più stretto man mano che camminava e la comprimeva facendola annaspare affannosamente come quando ci si trova a prendere fiato in acqua. La galleria si chiudeva sempre di più attorno a lei. Urlava con voce muta e annaspava sempre più, la gola sempre più serrata. Improvvisamente una figura nera le prese per le spalle e la gettò per terra. A quel punto si risvegliò, ritrovandosi con le mani che stringevano le coperte e i piedi attorcigliati alle lenzuola. Capì che aveva bisogno veramente di una pausa, lo sapeva benissimo, ma non poteva e non doveva. Non avrebbe mollato il colpo. Lo avrebbe preso e voleva vederlo in faccia. Si liberò quindi dalle coperte e si alzò, si diresse alla finestre e si affacciò guardando i palazzi bui, fece un grosso respiro liberatorio che si condensò in una leggera nuvola di vapore grigio bianco. 

La mattina dopo chiamò in centrale; -pronto Commissario Lorenzi?, sono l'agente Delis, mi prendo una settimana di ferie-; riattaccò.

Fu la settimana più strana della sua vita, non era abituata a stare a casa, era abituata a stare sul campo; le uniche volte che era dovuta rimanere in casa era quando le veniva l'influenza, ma almeno li aveva un motivo valido, così invece le sembrava di sprecare le giornate. Tuttavia era consapevole che le avrebbe giovato allontanarsi per un pò dal lavoro. I primi giorni furono abbastanza semplici, si era messa l'anima in pace e aveva fatto buon viso a attivo gioco, ma il quarto giorno iniziò a sentire il peso della noia, non sapeva più cosa fare, andava a fare la spesa, a correre visto che le giornate di Marzo permettevano di stare all'aperto. Anche il gatto si era stufato di averla tra i piedi tutto il giorno. Così un sabato decise di chiamare Marta, una cara amica e le propose di uscire. Si recarono al pub EmmeEmme; -quindi in pratica è come se stessi ancora lavorando-; esclamò l'amica nel mentre che teneva in mano una birra; -no, tecnicamente sono in ferie, non sto nemmeno guardando la tv in questi giorni-; -tu la tv non la guardi quasi a prescindere-; -rispose sarcastica Marta. Nel frattempo arrivò la loro ordinazione di crocchette di patate accompagnate da un involtino di verdure e pancetta. -Ma dimmi, come stai?, ho saputo... tutti hanno saputo del ritrovamento-; -meno male che non dovevo pensare al lavoro!-; risero; -non posso dire molto per via delle indagini ancora in corso, però è frustrante e ti senti prosciugata da qualsiasi spirito di vita, credimi; un pò sapevo che sarebbe finita così, anzi no, diciamo che era una eventualità che sapevo sarebbe potuta accadere, ma speri sempre che non accada-; Marta ascoltava, si era resa conto che Silvia aveva bisogno di parlare. Le birre dal loro tavolo andavano e venivano e alla chiusura, attorno all'una, chiesero il conto e si resero conto di essere particolarmente alterate dall'alcol e prima di andare alle auto decisero di fare una passeggiata all'aria fresca per smaltire i fumi. Forse era la birra o chissà, ma si sentiva leggera. Le ferie davano i loro frutti finalmente. 

Passeggiarono a lungo nella notte fredda e quando videro che erano abbastanza sobrie tornarono alle macchine e si salutarono promettendosi che si sarebbero riviste uno di quei giorni. Tornò a casa e forse si sentiva veramente felice, e anche abbastanza stordita, così si cambiò velocemente, si portò il gatto sul letto e dormì sino al mattino inoltrato. Si svegliò verso l'una del pomeriggio e si ricordò che era domenica, le restavano ancora due giorni di ferie. Aveva un male feroce alla testa, ma tanto non doveva andare da nessuna parte fortunatamente. Si alzò e dopo essere andata in bagno si diresse nel salotto e accese la tv, nel mentre cercava i croccantini da dare a Crispy, il suo paffuto gatto che dormiva sopra la poltrona. Fu però la tv ad attrarre la sua attenzione, la voce della giornalista era incalzante e incisiva; -...ma torniamo alla notizia di apertura del nostro telegiornale, il rapimento di una donna sui 30 anni, scomparsa ieri notte dopo che non ha fatto ritorno a casa dopo una serata fuori. Si parla anche di una lettera inviata alla famiglia della giovane donna, ma al momento non ci sono conferme, appena avremmo notizie vi terremo aggiornati-. Immediatamente Silvia andò a cercare il telefono cellulare in mezzo alle coperte, la spia delle notifiche pulsava di verde. Illuminò lo schermo e trovò sei chiamate da parte di Felix e quattro dalla centrale. Compose il numero del collega che rispose in modo sbrigativo; -Silvia, vieni immediatamente in centrale-; senza chiedere spiegazioni si preparò nel giro di due minuti netti e si diresse giù per le scale. Buttò uno sguardo alla cassetta della posta ma non vide nulla al suo interno. Entrò in macchina e accese il motore. Non gli diede il tempo di scaldare che si lanciò a tutta velocità alla caserma. Quando entrò nell'edificio venne accolta dagli sguardi silenziosi dei colleghi che pur felici di vederla non dissero nulla, la seguirono con lo sguardo fino all'ufficio del Commissario capo. Entrò e salutò velocemente; -Silvia siediti, immagino l'abbia saputo-; lei annuì; -i tg però non hanno detto tutto perchè non gli abbiamo detto tutto-. Felix entrò con una scatola di plastica trasparente, tirò fuori un cd e una lettera; -la lettera è indirizzata a te, l'abbiamo fatta analizzare e l'abbiamo letta. Abbiamo provato a contattarti più volte, ma giustamente sei in ferie e stavi facendo gli affari tuoi, ma adesso sei qua-.

Felix le consegnò la lettera: "Ciao agente Delis, non sono sparito. Voglio continuare a giocare, vediamo se hai più fortuna. Come hai visto ho una nuova concorrente. No agente Delis, non cercare schemi, profili. I telefilm li lascio alla televisione. Io scelgo a caso, la prima era mora, questa bionda, Una era studentessa, questa una impiegata, la prima giovane, questa già una donna adulta. Ti dirò, anzi, non sono io che le prendo, sono loro che vengono da me. Il cd agente Delis, il cd". Silvia ormai aveva perso tutte le parole, le restava solo lo sgomento.

Il commissario capo prese il cd e lo attivò, questa volta però lo mise dentro ad un lettore dvd; -non ditemi che questa volta ha filmato?; il silenzio dei due valse per un si. Il video si apriva con una camera buia semi illuminata. Improvvisamente una lampada illuminò dall'alto una sedia alla quale era legata una donna con le braccia legate e la bocca coperta dal nastro adesivo. Silenziosamente le si fece vicino una figura vestita completamente di scuro. Nessun segno particolare. 

Solo una sagoma nera che teneva in mano qualcosa di lungo, un lungo frustino flessibile e improvvisamente con forza prese a colpire il viso della donna che sotto il nastro adesivo che le occludeva la bocca iniziò ad urlare e piangere. Un video di quindici secondi di feroce tortura. La figura nera si avvicinò alla videocamera, guardò dritto in camera, la staccò dal cavalletto e la portò verso il viso della donna, ora in primo piano, rosso e gonfio per le percosse violente, le lacrime le solcavano la faccia. Il video si interruppe.

Nessuno li dentro ebbe il coraggio di commentare. 

Fu però Felix ad aprire il discorso dicendo che la scientifica aveva analizzato il video e la lettere. Tutto pulito, nessuna traccia o impronta. Nulla di nulla; -Sapete il nome della donna?- chiese Delis; -si-; disse il commissario capo; -si chiama Caterina Bello, 35 anni, è impiegata in un ufficio di spedizione pacchi. E' stata la famiglia a contattarci dopo che hanno ricevuto la lettera e anche loro hanno ricevuto il dvd con il video. Stavamo per mandare gli agenti a casa sua per fare dei rilevamenti, se vuoi puoi unirti a loro-. Silvia annuì con la testa. I due colleghi tornarono quindi in ufficio e si prepararono, -ferie finite- disse l'agente Delis a voce alta, -dai che invece ti stavi annoiando a casa-; disse Felix, -no, ti dirò mi stava pure piacendo. Ricordi Marta? quella amica che c'era il giorno che avevo organizzato la cena a casa l'anno scorso?, mi sono vista con lei ieri, era da molto che non ci vedevamo-, la conversazione però durò poco. 

Due macchine della polizia si fermarono davanti all'abitazione di Caterina Bello e con poco sforzo aprirono la porta d'ingresso. Dentro era tutto in ordine e silenzioso. Un luminoso ingresso soggiorno open space con angolo cottura sul fondo e una porta finestra che conduceva ad un cortile retrostante, poi subito alla loro destra una porta laterale conduceva alla scale che portava al piano superiore. Gli agenti si misero i guanti e ispezionarono l'abitazione. Venne controllato tutto, dagli effetti personali, ai cassetti del soggiorno, e gli armadi, perfino il cesto dei vestiti da lavare. 

Nella camera adibita a piccolo studio prelevarono il suo diario agenda e il computer. Il cellulare non si trovava, molto probabilmente doveva averlo con lei. Nel mentre che girava per la zona cottura, Delis notò un appunto segnato nel calendario, era del 28 marzo, il giorno prima del rapimento "incontro per lavoro", chiamò con un fischio uno dei colleghi che avevano prelevato l'agenda e la aperse alla data indicata nel calendario, a quel giorno sulla agenda recava scritto "Appuntamento con Cristian per lavoro ore 19:00", mentre nella colonna del giorno successivo, sabato 29, giorno della scomparsa c'era scritto di un incontro che sarebbe dovuto avvenire alle ore 17:00, ma non era segnato il luogo, tuttavia però vide che sotto la cancellatura a penna era segnato il nome EmmeEmme abbastanza leggibile nonostante il depennamento in blu. Immediatamente Delis chiamò l'agente Felix per fargli vedere l'appunto trovato. Salirono quindi subito in macchina e dopo aver contattato la centrale si diressero a casa del proprietario del pub. 

Ci volle un pò prima che aprisse. Gli aprì l'uomo in abiti da casa con una maglia a maniche lunghe fucsia e dallo sguardo di chi se è appena svegliato. Il giovane li fece entrare nonostante fosse stupito di trovarseli li a casa. -Senta signor Lai, ci sa dire se nel suo locale c'è un cliente che si chiama Cristian?-, rifletté ma dal suo sguardo dubbioso si capiva che non ricordava nessuno con quel nome; -ha mai visto la donna rapita? mi riferisco a Caterina Bello, è stata rapita l'altro giorno-, negò anche in quel caso, non conosceva nessun Cristian e non aveva mai visto la donna che stavano cercando. Sivlia, con un unico sguardo abbracciò l'intero ingresso, dopo di che saluto l'uomo lasciandosi la porta di ingresso alle loro spalle.

Prima di ripartire restarono seduti in macchina a fissare la casa, -gli credi?-, fece Felix, -nemmeno mezza parola, ma fino a prova contraria sono tutti innocenti...- Mise in moto l'auto e se ne tornarono in caserma. Scesi dall'auto vennero fermati da una ragazza con i capelli folti e ricci, che chiese di poter parlare con loro, così si recarono in un bar li vicino. Si sedettero e dopo aver bevuto un caffè, la giovane si presentò come una amica di Caterina; -agenti, temo che Caterina sia finita in un brutto giro. Qualche giorno fa mi disse che era entrata in contatto con un certo Cristian, il cognome non lo so e non mi stupirebbe se non lo sapesse nemmeno Caterina stessa: mi disse che le aveva proposto un lavoro extra, diciamo così, per fare soldi, -di cosa si trattava?- chiese Felix, -mi disse che doveva fare delle foto... delle foto hard per una rivista. Caterina me ne aveva parlato perchè è una mia cara amica, io le dissi di lasciar perdere e cercai di dissuaderla, ma lei ha un carattere molto indipendente ed è molto disinibita dal punto di vista del pudore. 

Non lo so, magari le due cose sono collegate agenti; -sa dove doveva incontrarsi con questo Cristian?, chiese l'agente Delis, -mi aveva detto solamente che doveva andare in un luogo fuori città, però aveva accennato anche ad un posto che si chiama EmmeEmme, credo sia un locale, -ti ha anche detto come lo ha conosciuto questo Cristian, insomma non sarà spuntato dal nulla- disse Silvia alterando la voce, parlando più a se stessa che alla ragazza che aveva davanti, Silvia stava solo aspettando un nome come collegamento; -sinceramente? non gliel'ho chiesto come si sono conosciuti- , l'agente Delis fece un lungo sospiro; -va bene, grazie è stata utile, lasci pure ci penso io al caffè-, la giovane sorrise e andò via. I due colleghi si guardarono; -beh quanto meno ha confermato quello che abbiamo al momento, Caterina entra in contatto con un certo Cristian che le ha proposto di fare delle foto hard, il punto di incontro sembra essere l'EmmeEmme, e temo che anche Cinzia Steni sia caduta nello stesso giro, ma questo è quanto abbiamo al momento-.

Qualche giorno dopo al suo ufficio le venne recapitata una cartella gialla con il suo nome scritto sopra, si sedette e la aprì, era la relazione del reparto informatico. Nella mail non si riscontrò nulla di inerente alla vicenda, però dalla cronologia del motore di ricerca si evidenziò il fatto che Caterina la notte del 28 marzo fece una ricerca digitando i lemmi "Cristian Trente". All'agente Delis non sembrò vero quello che stava leggendo. Praticamente urlò così forte che Felix entrò di corsa in ufficio, facendolo uscire dal bagno come un fulmine; un nome, abbiamo un nome completo finalmente, guarda, leggi Felix, Cristian Trente, è quello che ha cercato Caterina in internet il giorno prima di essere rapita-. Fu quello il nome sul quale concentrarono le energie. Scandagliarono tutto l'archivio informatico, ma non saltò fuori nessun nome, anche in internet non trovarono nulla con quel nome, pensarono fosse uno pseudonimo. Così contattarono l'amica di Caterina e le chiesero se il nome di Cristian Trente le facesse venire in mente qualcosa, ma nuovamente fecero un buco nell'acqua. Non si fermarono. Rintracciarono gli amici di Cinzia e anche loro diedero risposta negativa. Chiamarono poi la compagna di Cinzia; -Pronto, sono l'agente Silvia Delis, parlo con Giorgia Valto?, -buongiorno agente Delis, mi dica, -senta, è importante, mi serve sapere se Cinzia le ha mai parlato di un certo Cristian, Cristian Trente-, a Giorgia mancò il fiato sentendo quel nome, -no signor agente, Cinzia non me ne ha mai parlato, ad essere sincera sono stata io a parlare a Cinzia di questo Cristian Trente... senta io sto per finire la lezione in facoltà, qualche minuto, prendo il pullman e vengo in centrale, mi dica l'indirizzo-. 

Dopo di che chiamarono anche i genitori di Cinzia, però nemmeno loro avevano sentito quel nome. Possibile che Cinzia non avesse detto nulla a nessuno?

L'attesa fu abbastanza lunga e verso le 19:00 Giorgia arrivò in centrale accolta da Silvia. Si presentò con una borsa a tracolla con libri e appunti delle lezioni; un pò affaticata per il lungo viaggio in pullman dopo la mattina in facoltà.

L'agente Delis la fece accomodare e le presentò Felix. La giovane era visibilmente a disagio e Silvia se ne accorse, cercò quindi di essere il più accomodante possibile pur trovandosi all'interno di una caserma della polizia; Felix si propose di andare a prendere qualcosa di caldo al solito bar li vicino, Giorgia annuì e nel mentre che aspettavano, si sistemò sfilandosi il pesante borsone e sistemando il giubbotto nella spalliera della sedia. Osservava gli attestati di merito dell'Agente Delis appesi alle sue spalle, -sono tutti suoi?- chiese indicandoli con un movimento circolare dell'indice, Silvia sorrise dicendo di si, che erano frutto di anni di lavoro. Dopo un pò entrò il collega con un piccolo vassoio e della tazze in cartone con del tè caldo che appoggiò sul tavolo. 

L'agente Delis iniziò la conversazione chiedendo conferma di quello che si dissero poco prima al telefono e Giorgia confermò. Si fece raccontare come avesse conosciuto Cristian; -al periodo-, disse, -avevo finito il secondo anno e volevo tenermi impegnata per l'estate con un lavoro, da Luglio ad Agosto, così cercai un pò in giro, ed ero stata fortunata, tre locali stavano cercando aiuto per quel periodo, tra i locali al quale chiesi c'era anche l'EmmeEmme che però non stava cercando nessuno, tuttavia il proprietario mi disse di un certo suo amico, Cristian Trente appunto, che stava cercando delle persone per un lavoro. Però non lo contatti poichè nel frattempo ero stata assunta da un'altra parte e quindi lasciai perdere la faccenda-, -come è che però disse a Cinzia di Cristian?-, -parlando in generale. Cinzia sapeva che stavo cercando lavoro e le dissi tra le altre cose che c'era anche questo amico del titolare del pub che stava cercando persone per lavorare-, -non sa di che lavoro si trattasse?-, -no, come le dicevo venni assunta e lasciai perdere la questione. Dite che la morte di Cinzia è legata a questo?-, -non lo sappiamo e pur sapendolo non possiamo dire nulla- disse Delis con un sorriso bonario, -certo, giustamente- rispose la giovane. La conversazione andò scemando li, così visto che non c'era altro da dire, la ragazza si congedò con una stretta di mano, ma prima di andarsene l'agente Delis le lasciò il suo numero privato in caso di aggiornamenti.

Era ormai fine giornata e a Silvia e Felix non spettò altro che infilarsi i giubbotti e tornarsene a casa loro.

Fu però poco dopo cena che il cellulare di Silvia squillò; -pronto?; -Salve agente Delis, sono Giorgia Valto, è passata da me stasera, ho trovato il numero di cellulare di Cristian Trente, era segnato in una vecchia agenda che sapevo di avere ancora, me lo diede il titolare del pub anni fa. A Silvia stette per scivolare il bicchiere d'acqua che teneva in mano, le chiese di aspettare che stava cercando carta e penna ma non trovando la carta segnò il numero direttamente sulla coscia. -Prendetelo quell'animale, agente. Buonanotte-. 

Dopo qualche giorno ebbe riscontro dalla ricerca fatta fare sui tabulati, quel numero apparteneva a Cristian Trente anni prima, risultava infatti che aveva cambiato numero e compagnia telefonica. Chiese di farsi dare l'indirizzo collegato a quel nome. Ne risultavano ben tre a suo nome. 

Era ormai sera e Felix era già a casa. Così chiamò immediatamente il collega; -Ferrario, Dio santo, Felix, ci siamo, ho l'indirizzo di Cristian Trente-. Il collega stava già dormendo ma a quelle parole perse immediatamente il sonno e si scaraventò dal letto e si buttò in bagno. Nel giro di due minuti netti fu pronto. La moglie ancora sveglia davanti alla tv, si accorse del trambusto e vide il marito che si gettava letteralmente fuori dalla porta salutandola così velocemente che non capì cosa avesse detto. Intese però che questa volta era successo qualcosa di grosso, così cambiò canale, mise quello dedicato alle notizie live h24 e non le restò altro che aspettare di avere gli aggiornamenti, sempre che non si fosse addormentata prima.

Silvia e Felix si trovarono così nell'ufficio del commissario capo assieme al questore. Dovevano decidere cosa fare e farlo velocemente: un nome, tre indirizzi; due nella zona industriale periferica alla città, l'altro all'interno del centro abitato.

Predisposero una squadra di sei pattuglie capitanate dall'agente Delis che si sarebbero divise i tre indirizzi. Non appena tutti i colleghi richiamati vennero aggiornati su come si sarebbe svolta l'operazione, che venne chiamata "Voglio Giocare", uscirono velocemente dalla caserma con i giro fari accesi. La pattuglia di Delis con Felix alla guida, si recò a casa di Cristian Trente, mentre le altre due si diressero verso la zona industriale lontana dalla città. Complice l'orario ormai tardo, arrivarono in pochi minuti a casa sua. Una modesta abitazione bianca su un piano, con un cancelletto e due finestre rettangolari ai lati della porta. Era totalmente al buio. Suonarono il campanello più volte ma non rispose nessuno, decisero quindi di forzare la porta d'ingresso che si aprì con molta facilità. Una volta dentro illuminarono con le torce e videro un ingresso semi circolare con quattro porte chiuse davanti a loro. Si divisero e con cautela cercarono l'interruttore. Delis entrò nella prima porta a destra, Felix in quella frontale rispetto all'ingresso e gli altri agenti si diressero nelle altre stanze. Felix era entrato nella cucina e accesa la luce iniziò a fare il sopralluogo, aprendo i cassetti e frugando tra i mobili. Silvia entrò nel soggiorno. Al suo interno c'era un tavolo quadrato e mobili alle pareti e una libreria sul quale erano accatastate custodie di compact disc vuote. Aprì una delle credenze e trovò altri cd. Poco dopo gli altri colleghi chiamarono Felix e Delis che si recarono nella stanza opposta al soggiorno. L'interno era sistemato come un piccolo studio di registrazione. 

Trovarono un grosso scaffale in acciaio con sopra una televisione, tre lettori dvd, un video registratore e sulle mensole una collezione infinita di cd e vhs. Le etichette riportavano dei nomi femminili e delle annate che andavano dalla fine degli anni '90 e primi anni del '2000. Anche dentro i mobili trovarono cd e videocassette, sempre con nomi femminili e l'anno. Misero uno di quei cd in nel lettore dvd e sullo schermo passarono le immagini di una donna vestita in intimo e reggiseno dalle forme generose in atteggiamenti estremamente provocanti, che si muoveva in modo sensuale. Poi si fermò e rivolgendosi a chi stava riprendendo chiese in modo implorante di poter smettere. Cosicchè nella inquadratura entrò il "regista" che con una frusta in cuoio nero prese a picchiarla con forza. La donna, piangendo riprese allora con quei movimenti provocanti. Felix interruppe la riproduzione video chiudendo gli occhi per pochi istanti. Improvvisamente sentirono arrivare dei rumori dall'altra parte della casa e una porta che veniva chiusa a chiave. Un ingresso secondario pensò Delis.

I passi si fecero più vicini e una voce maschile esclamo; -chi cazzo c'è in casa?, sono armato!-.

Attesero che si avvicinasse ancora un po', i passi erano più vicini, le mani si aggrapparono saldamente alle pistole. Delis si mise schiena alla porta e improvvisamente uscì allo scoperto, immediatamente anche gli colleghi si pararono davanti all'uomo. Silvia puntò la pistola sull'uomo e urlò; -Cristian Trente, sei in arresto per il rapimento di Cinzia Steni e Caterina Bello-; l'uomo rimase bloccato vedendo tutte quelle armi puntate su di lui. Il tempo si immobilizzò con le armi puntate a mezz'aria. Fu in quell'istante che la ricetrasmittente portata alla cinta gracchiò un bip e tanto bastò per alterare quell'equilibrio di tensione che Cristian sparò un colpo verso l'agente Delis colpendola al fianco sinistro. L'uomo fece per continuare a sparare ma venne freddato dalla pallottola di Felix che centrò l'uomo alla gola facendolo stramazzare per terra. Immediatamente chiamarono i soccorsi, ma Silvia si rialzò stordita e rispondendo alla ricetrasmittente, la maledì; -sono l'agente Delis-, -agente, sono Faresa, abbiamo trovato la ragazza, è viva-; -arriviamo; tagliò secca Silvia. I due colleghi si diressero sul luogo della chiamata mentre gli altri due restarono in casa di Trente ad aspettare l'ambulanza e un'altra squadra che li riportasse in caserma. Questa volta Deils accese le sirene e si precipitarono nella zona industriale. Correvano come fossero inseguiti dal demonio. In pochi minuti furono sulla bretella con portava direttamente alla periferia. Dovettero guidare per un bel pò prima di arrivare alla zona indicata. Una costruzione abbandonata e fatiscente in una via secondaria lontana da tutto. 

Da lontano videro le luci blu lampeggianti e capirono di essere arrivati.

Scesero dall'auto e uno degli agenti li salutò portando la mano alla fronte poi li accompagnò al caseggiato. Al suo interno sentiva le urla della donna che chiedeva aiuto. Si inoltrarono dentro l'ambiente dove c'era una botola, dal quale proveniva della luce, scese i gradini in metallo entrando in un piano interrato. Alla fine della scala c'era una pesante porta scorrevole in acciaio chiusa da una massiccia serratura in ferro. Per terra sudiciume vario e qualche topo che fuggiva dalla luce dei fari. Chiese come mai fosse ancora li dentro e le dissero che stavano aspettando l'arrivo della macchina attrezzata per aprire il pesante blocco di metallo. Silvia si avvicinò all'ingresso, -Caterina sono l'agente Delis. Caterina, ascoltami, è finita. Ti stiamo per liberare-, la donna piangeva e biascicava parole, credette di sentire anche una preghiera tra quelle parole. Arrivarono finalmente i colleghi con gli attrezzi per smuovere il cancello. 

Si spostarono tutti gli agenti e lasciarono che la pesante sega circolare venisse messa in moto. Una volta accesa iniziò a mangiare e consumare la lamiera in direzione dei cilindri della serratura. Il frastuono era accentuato dall'eco che si sprigionava in quel luogo sotterraneo e le scintille rimbalzavano ovunque. 

Dall'interno della prigione nel quale era segregata la donna venivano le sue urla strazianti di terrore. Pezzo dopo pezzo le barre saltavano. La lamiera si era fatta rovente. Ci volle un pò prima si freddasse. Dall'interno però non si sentiva più nessun rumore, la donna non rispondeva più. Un gruppo di cinque agenti a fatica riuscì a far scivolare sul binario la barriera in metallo. Appena fu possibile, l'agente Delis entrò dentro quel bunker che i fari illuminarono abbagliando quel luogo senza finestre e trovò uno scenario da girone infernale. La povera era per terra, distesa sopra un materasso all'interno di una camera che faceva orrore. Sporco ovunque, ad un lato un secchio serviva come bagno. Al muro c'era una catena con delle manette e per terra residui di sigaretta e delle siringhe. Sul muro macchie di sangue ossidato e muffa maleodorante. 

La donna coricata per terra non si muoveva più, Delis le tastò il collo e percepì il battito, era ancora viva. L'ambulanza giunta sul posto qualche minuto prima la trasportò quindi sul lettino e venne portata via. Silvia restò qualche istante dentro quella camera. L'odore di urina e di umido però la convinsero a non poter stare ancora per molto li dentro.

Era la fine di un incubo. Risalì i gradini.

Si ricordò del colpo di pistola ricevuto a casa di Trente e si tastò il fianco, salvata dal giubbotto protettivo. Tornò in superficie e respirò l'aria pulita e fredda della notte. Passò davanti a Felix che nel frattempo stava parlando con un collega della scientifica. Si allontanò da sola per stare un pò in disparte qualche attimo. Camminò calpestando le sterpaglie fradice. Poi si fermò. Pensò a tante cose, al perchè decise di fare l'accademia per entrare nelle forze dell'ordine, pensò alla violenza, alla forza distruttiva dell'essere umano. Alzò lo sguardo e spalancando la bocca fece venir fuori uno sbuffo di vapore caldo che si disperse velocemente.

Le si avvicinò Felix ma non disse nulla, si abbracciarono solamente, stretti per farsi forza l'uno con l'altra. Riuscì a convincerla ad andare sull'ambulanza, visto che ne erano state chiamate due, almeno una non andava sprecata.


Quello che si scoprì nelle settimane successive fu un lavoro complicato di ricostruzione e si mise alla luce un macchina terribilmente inquietante e malefica: Cristian Trente, che di lavoro faceva la guardia di un parco cittadino, da anni adescava donne per fargli fare video hard da rivendere poi sul mercato nero e il dark web. A procurargli le vittime era Luca Lai, il proprietario del pub che convinceva le vittime con il raggiro di un buon lavoro. Saputa la notizia del ritrovamento della ragazza e la morte del collega in affari, dal quale riceveva una grossa percentuale sul materiale rivenduto, si buttò quella stessa notte dal balcone di casa sua precipitando sul cristallo di un'auto.

Il materiale video trovato a casa di Trente era pressoché infinito. Aveva messo su una videoteca hard illegale con tanti tipi di donne usate come schiave, che forniva poi a qualsiasi tipo di clientela che ne facesse richiesta. Venne scardinata una lunga catena di violenza e malaffare con ramificazioni in tutta Europa e contatti anche oltre il vecchio continente.

La notizia di tutta quella vicenda fece il giro del mondo. I notiziari internazionali raccontarono questa storia terribile e ci fu chi volle farne un libro e addirittura un film. 

In tutto ciò Caterina Bello non si riebbe mai da quello che accadde, venne tenuta sotto stretta osservazione psichiatrica per tutta la sua vita.