giovedì 8 ottobre 2020

Una cerimonia

  Prese quindi per mano la giovane che forse ignara di quello che veramente sarebbe accaduto quella notte, aprì un passaggio nascosto e la condusse per un lungo corridoio scuro. Alle loro spalle sopraggiungeva una donna di età non dissimile dalla ragazza che si guardava alla spalle per assicurarsi di non essere seguiti e prima di chiudere alle loro spalle la porta nascosta avvicinò il pesante clavicembalo di modo da chiudere il passaggio e serrò quindi l'ingresso. Le altre donne che nel frattempo li avevano preceduti erano già entrate nella stanza e parlando tra di loro, quasi bisbigliando della gioia di quella inaspettata festa, si preparavano alla celebrazione. La fece quindi entrare nella prima camera a sinistra; le luci della stanza erano di un giallo caldo e illuminavano delicatamente le poche cose che vi erano all'interno, delle sedie addossate alle pareti, uno scrittoio e credenze in vetro coperte da lunghi teli bianchi. Con un colpo di manovella accesero quindi un grammofono dal quale gracchiando venne fuori una vecchia musica da ballo alquanto stonata e si sistemarono in cerchio. 
Prima di iniziare però necessitò di recarsi in bagno, così lasciò la giovane alle cure di una ragazza che sorridente la accolse tra le sue mani e uscito dalla stanza ormai pronta per la cerimonia di iniziazione, percorse il corridoio che alla sua destra veniva intervallato da alte vetrate incorniciate da ferro battuto che davano alla corte interna. Un luogo quello di cui pochi conoscevano l'esistenza. Il crepuscolo ormai inoltrato sagomava di nero tutte figure; alberi frondosi e secchi, il pozzo centrale, oggetti da giardino abbandonati da tantissimo tempo e ormai rovinati venivano pallidamente rischiarati dalla lattea luce della luna che faceva capolino dal cornicione dell'edificio. 
La musica si spandeva leggera per il silenzioso corridoio che rimbombava delicatamente solo dei suoi passi. Arrivato alla stanza da bagno si accomodò. Anche li le vetrate sostituivano parte dei muri e davano sul giardino ingrigito dal sole che ormai spariva. 
Improvvisamente alle sue spalle un rumore che sembrò il frullare di ali attirò la sua attenzione. Nella penombra vide delle piccole sagome che sbattevano con insistenza verso i vetri e si accalcavano entrando da una fessura nell'angolo delle vetrate rotte. Erano degli uccelli che spingendosi entravano sempre più numerosi riempiendo l'aria dei loro versi rauchi e si dirigevano verso di lui con fare minaccioso allargando a dismisura il loro becco. Si risistemò velocemente e per evitare di essere attaccato si difese afferrandoli con le mani e lanciandoli con forza verso loro stessi. Gli uccelli rabbiosi, spalancarono ancora di più il becco che si deformava e fagocitarono il suo simile come chi voracemente ingoia un pezzo di torta. 

La stanza si riempiva sempre più di quel rumore di ali e vedeva volare attorno scuri uccelli che urlavano e lo incalzavano per attaccarlo. 
Afferrò nuovamente altri due di quei volatili per allontanarli da se e quando li ebbe tra le mani questi si attaccarono l'uno contro l'altro beccandosi a vicenda fino a quando uno non soccombette e venne ingoiato dal rivale. Preso dall'orrore uscì velocemente richiudendo alle sue spalle la porta di legno. Dall'interno sentiva il rumore di ali che battevano e i versi striduli dei loro attacchi che non si fermavano ma aumentavano con un rumore che sembrava un rombo di un tuono lontano. 
Passando a passi svelti accanto alla camera attigua vide che quella che poco prima era vuota adesso era piena di gatti rabbiosi che si azzuffavano tra di loro e c'era chi aveva tra i denti piume colorate e per terra ciò che restava del becco di un grande pappagallo. Non pareva che la sua presenza li infastidissero, sembravano indifferenti a lui. Tuttavia c'era chi lo fissava con feroci occhi come per studiarlo e calcolare la minaccia, fin quando uno di essi con un grido rauco gli si avventò alla manica del maglione e la strattonava come per lacerare ciò che aveva afferrato. Fortunatamente chi lo aveva aggredito era un gatto di piccole dimensioni, così poté staccarlo abbastanza facilmente dal suo braccio e rigettarlo in mezzo al gruppo dei suoi simili per poi sparire nel buio in quel groviglio di code, denti affilati e occhi iridescenti.
Finalmente raggiunse la camera con i confratelli e le consorelle. Li guardò con aria stralunata sperando non si accorgessero di quello che era appena successo ma sapeva che quello era dovuto ai preparativi e alle invocazioni di inizio, si racconta che ci fu a chi andò molto peggio in passato. 
Si avvicinò quindi alla giovane, che nel frattempo era stata preparata con profumi e agghindata con una coroncina di fiori di campo e la portò al centro del gruppo, così la cerimonia iniziò.

venerdì 2 ottobre 2020

Una spirale più grande di lui.

Erano gli ultimi giorni di settembre quando il tg regionale della sera apriva con la notizia shock del furto nella cattedrale: "Sconcerto in Santa Lucia, rubata dalla cripta la corona del principino". Un'intera città era rimasta basita da quel furto, possibile che in pieno centro storico e per di più in una zona fortemente turistica nessuno si fosse accorto del furto?, evidentemente no, altrimenti non sarebbe stato chiamato furto pensò Retici cautamente ironico nel mentre che dallo smartphone guardava il notiziario coricato sul suo divano.

   Quel primo pomeriggio era stato chiamato dal vescovo in persona direttamente nel suo ufficio; "Parlo col commissario Retici? Sono il Vescovo Armando Marsino" Retici sapeva bene chi fosse e la voce agitata non presagiva nulla di buono, "Signor Commissario è successo un fatto... abbiamo subito un furto qua in cattedrale", Retici ascoltò immobile, "hanno rubato la corona del principe Andrea dalla cripta, la aspetto nel mio studio". Chiusa la conversazione Retici chiamò immediatamente Fane nella stanza accanto e anche il questore fu prontamente avvisato dalla centrale. In pochi istanti l'auto della polizia uscì velocemente dalla caserma che dava sulla lunga passeggiata panoramica e si diressero verso l'edificio sacro posto a poche centinaia metri. Superate una serie di strette strade che si allungavano verso il quartiere alto della città si fermarono in un largo spazio attorniati dai palazzi storici. Trovarono i grandi portoni della cattedrale chiusi, turisti e residenti passeggiavano e si chiedevano come mai gli ingressi fossero stati chiusi improvvisamente. Retici infatti aveva consigliato al vescovo di far chiudere immediatamente gli ingressi e di trattenere al suo interno coloro che si trovavano, chiunque essi fossero. Il commissario da dentro la sua auto chiamò il vescovo che si trovava già all'interno della chiesa e lo avvisò del suo arrivo. Una porta secondaria accanto al campanile venne aperta e gli agenti vennero fatti entrare all'interno dell'edificio.

   Amava quel luogo, una grandiosa chiesa barocca nel suo complesso con i grandi portoni sormontati da enormi teste di angeli, con una lunghissima storia di arte e vicende che il corso dei secoli l'avevano reso protagonista, dalle conquiste medievali alla seconda guerra.                  Attraversato un breve vestibolo entrarono lateralmente dal transetto destro, entrati li dentro sopra le loro teste si alzava la grandissima cupola affrescata, con putti in gesso aggettanti oltre il cornicione che sembravano voler scendere e accoglierli in casa loro. Dalle finestre al di sotto del tamburo ottagonale filtrava la luce del pomeriggio che illuminava le grandi cornici bianche che correvano tutt'attorno al perimetro. Ma non erano li per fare i turisti. I veri turisti, seduti nella panche di legno videro sfilare silenziosamente davanti a loro gli agenti e li guardavano con aria interrogativa. Il parroco, don Pietro Meloni accompagnò gli agenti dal vescovo che si trovava nella sacrestia e dopo un veloce dialogo sul da farsi accomiatò Retici dicendo che lo avrebbe atteso. Raggiunta la navata centrale si presentò e si scusò con coloro che erano stati trattenuti, spiegò che cosa stesse succedendo e che si necessitava della loro collaborazione. Immediatamente un brusio di stupore si sollevò tra i presenti. 
   Vennero quindi fatti accomodare in una stanza e ascoltati uno per volta e quelli che portavano con se uno zaino gli venne controllato. Nessuno si era accorto di qualcosa. Dopo di che furono lasciati uscire e il personale della scientifica che nel frattempo era stato chiamato potè entrare nella cripta al di sotto dell'altare. Retici tornò quindi dal vescovo Marsino; "Vescovo, sono costernato per il furto, ma come era prevedibile di quelli che abbiamo ascoltato nessuno si è accorto di nulla e nessuno di loro aveva con se la refurtiva". Il commissario immaginò che questo furto avvenne veramente in una manciata di minuti, per non dire secondi. Il vescovo annuì in silenzio rigirando tra le mani la croce d'argento che portava al collo. Retici rivolse poi la sua attenzione al parroco chiedendo come si fosse accorto della sparizione, giacchè fu lui ad avvisare per prima cosa il vescovo. Gli disse che più volte al giorno lui o chi ne ha l'autorizzazione scende nella cripta per tenere accesa una piccola lanterna ad olio per l'adempimento ad un voto chiesto dai sovrani alla fine del '700 allorché il loro unico figlio maschio morì pochi anni dopo essere nato. "A che ora è sceso nella cripta?", "saranno state le 17:00 e prima di quell'ora scesi verso mezzogiorno e la corona era ancora al suo posto. La lanterna è controllata almeno quattro volte al giorno, la mattina alle 6:00, poi mezzogiorno, alle 17:00 e in fine alle 22:00", "si occupa sempre lei della sua accensione?", "no no, come le dicevo Signor Commissario, di solito sono io ad occuparmene e altre due persone da me autorizzate, tuttavia come ben vede la chiesa e la cripta sono aperte al pubblico tutto il giorno con un via vai costante di persone; ad accezione delle 17:00, a quell'ora viene celebrata la messa e i turisti vengono avvisati qualche minuto prima, in modo che coloro che non sono interessati alla celebrazione possono lasciare l'edificio in modo da non disturbare i fedeli", "quanto dura la messa?" chiese Retici, "mezz'ora, dopo di che la cattedrale è nuovamente accessibile alla fruizione del pubblico", "le altre due persone che si occupano del sepolcro chi sono?, dovrei parlare anche con loro se è possibile", intervenne quindi il vescovo, "sono Padre Andrea Serra e Padre Francesco Pinna, ma al momento sono fuori città per un seminario, torneranno fra tre giorni, ma se lo ritiene necessario posso mandare a prenderli anche in questo momento, mando una macchina a prelevarli" disse il vescovo quasi a voler mettere in evidenza il suo potere esecutivo all'interno della sua diocesi di competenza, "no no, non c'è bisogno Signor Vescovo, appena torneranno in città però avvisatemi", "sarà mia premura farlo Signor Commissario", i due si strinsero la mano e si salutarono. 
   Retici prima di tornare in centrale volle però entrare nella cripta, ricordò quando da ragazzo, arrivato in centrale dopo aver concluso l'accademia era andato in giro per la città ed era andato a visitare la cattedrale e il suo sotterraneo. Una spettacolare camera, divisa in due stanze laterali da una camera più grande nel mezzo con un volta decorata con fiori e rombi in stucco e decorata con pareti in marmo e piccole nicchie contenenti un numero infinito di reliquiari. Il mausoleo che conteneva i resti del principino si trovava nella camera a destra anch'essa decorata in geometriche tarsie marmoree e una piccola volta a botte con girali di fiori, e addossata alla parete la bara in marmo bianco con l'iscrizione che ricordava chi era deposto li dentro. Al di sopra del coperchio un piccolo rialzo a forma di cuscino dove sino a poche ore prima era poggiata una corona che nessuno avrebbe mai pensato venisse rubata.     Guardò il sepolcro e provò un motto di tristezza. Sapeva fin troppo bene che persone del genere non si fermavano davanti a nulla, nemmeno davanti alla tomba di un bambino. Tornò quindi sui suoi passi e uscì dalla cattedrale, questa volta usando uno dei tre portoni principali che nel frattempo erano stati riaperti e si diresse in centrale; i turisti avevano nuovamente preso possesso dell'edificio, e circolavano come nulla fosse, si domandava se capissero veramente in quale luogo stavano passeggiando e facendo foto che di li a pochi giorni sarebbero state dimenticate o cancellate.

   In centrale non ebbe il tempo di accomodarsi che Fane bussò al suo ufficio, "posso Signor Commissario?", "certo, sia mai che ti lasci fuori, tanto so già cosa devi dirmi", "bene allora posso tornare dove ero"  disse Fane indicando la porta, "dai scherzavo Fane, siediti, scusa ma ero ancora su di giri per la faccenda, dimmi tutto", "dunque prima che lei tornasse qua nel suo ufficio, io mi sono premunito di fare qualche controllo e chiedere qualche informazione in più", "hai fatto benissimo", "mi sono informato su chi si occupasse delle pulizie della chiesa, perchè ho immaginato che quel posto così grande non venisse pulito solo da semplici pie donne che di mattina dedicano il loro tempo al decoro di quel luogo, così ho chiamato nuovamente Padre Meloni che mi ha detto che una ditta, che si chiama Splender, manda una squadra di cinque persone quattro volte alla settimana verso le 6:00 del mattino a pulire l'edificio ed entrano dalla porta laterale, quella da dove siamo entrati noi prima e le chiavi le prendono dall'ufficio del principale e si occupano solo della chiesa, mentre la pulizia della cripta è di competenza esclusiva degli altri tre parroci, tuttavia però ho chiesto che mi venissero forniti i nomi delle cinque persone della ditta, eccoli" disse passandogli i nomi scritti su un foglio, Retici li lesse, guardò poi l'ora, le 20.43 "ci pensiamo domani... anzi no, chiama Sari e Riccardi e qualche altro agente e fatevi un bel giro di ronda vicino le abitazioni di queste persone, non si sa mai", questo significava che sarebbero andati a casa loro a fare qualche domanda. Fane obbedì. 
   Due ore dopo tornati in centrale, Fane si trovava nuovamente nell'ufficio di Retici assieme a Sari e Riccardi. Qua discussero sulle mosse da fare, in questi casi la tempistica non è mai a favore di chi indaga. Il tempo era tiranno e più passava il tempo e minori erano le probabilità che la refurtiva venisse ritrovata. Fane, messo a parte il commissario su ciò che scoprirono, praticamente nulla di interessante, disse che domani quei cinque nella lista sarebbero comunque passati in centraleErano ormai le undici di sera e nessuno era più lucido per pensare, così tornarono ognuno a casa propria. Retici si buttò sul divano e guardò il telegiornale della notte dal suo smartphone, tg che apriva con la notizia del furto. 

   Al mattino seguente Retici, nel suo ufficio assieme a Fane, ascoltarono le dichiarazioni dei cinque dipendenti della ditta che si occupavano della pulizia della cattedrale. Tutti e cinque prendevano servizio al medesimo orario perchè arrivavano con il furgoncino messo a disposizione dalla loro azienda e portavano con loro i vari detersivi; sostanzialmente risultarono estranei alla vicenda giacchè loro arrivavano alle sei del mattino e il furto avvenne poco dopo le 17:00. Ma gli venne chiesto di essere reperibili in caso ci fosse bisogno di loro.

   Fu però il giorno dopo che le cose precipitarono, nel vero senso della parola. Alle prime luci dell'alba il sole si alzava da dietro le montagne in lontananza e accendeva di luce la parte retrostante della chiesa che si affacciava direttamente da un alto costone, un tempo difesa naturale contro gli invasori; costone che dominava il lato est la città. Un lungo urlo svegliò i palazzi che circondavano la chiesa e poi un secco tonfo. Chi si affacciò dalle finestre li attorno potè vedere un corpo riverso al di sotto del campanile e le voci concitate si susseguirono di casa in casa. Qualche minuto dopo la volante con Retici assieme al brigadiere Fane si trovavano sul luogo e questa volta c'era anche il questore Sulis, "commissario non mi dia il buongiorno, la prego" disse in tono serioso, "se vuole nemmeno la saluto Signor Questore così risparmiamo tempo, ma tanto il cadavere da qua non si sposta" disse osservando il corpo accovacciato accerchiato da una scura chiazza di sangue. Anche gli agenti della scientifica erano sul luogo e furono loro a girare il cadavere scoprendo così una profonda ferita sulla pancia. Retici si avvicinò al corpo, poi alzò lo sguardo verso il campanile, una massiccia costruzione a base quadrata che si innalzava fin sopra la cattedrale, la finestre a ogiva dove erano alloggiate le campane erano ad una ventina di metri, poi guardò nuovamente il morto, il suo ragionamento venne però interrotto dal medico legale che si avvicinò al commissario, "Commissario buongiorno", "buongiorno Dottor Alchi, almeno lei mi saluta" disse guardando il questore che in quel momento stava parlando con Fane che prendeva le prime testimonianze, continuò, "la lascio lavorare, appena avete terminato mi avvisi, si ricordi che sto aspettando ancora i risultati del vostro intervento sotto la cripta", il Dottor. Archi sorrise, "Retici, ma pensa che solo lei ha l'esclusiva del nostro laboratorio?, a parte gli scherzi, entro domani al massimo le farò avere il rapporto e visto che ci conosciamo da tanto tempo le do anche la priorità su questo cadavere.", "molto gentile". 
   Il commissario si avvicinò al questore e a Fane. Il sole era ormai sorto e i passanti si accalcavano attorno e i giornalisti arrivavano e giravano come api impazienti.
 I tre uomini così si allontanarono e si diressero in caserma; "Qualcosa non mi torna in questa morte" disse Fane, "le persone dei palazzi qui attorno hanno detto che sono stati svegliati da un urlo e da un tonfo il che fa pensare ovviamente che sia caduto dal campanile", "ma cadendo da quella altezza il corpo avrebbe dovuto schiantare al contatto con il suolo, invece sembra non ci sia nemmeno una distorsione dello scheletro", "hai ragione Fane" concluse il commissario, "stavo guardando proprio quello prima, il cranio avrebbe dovuto fratturarsi e praticamente aprirsi, ma dobbiamo aspettare il resoconto dello studio del medico legale". 
   Retici venne contattato al cellulare dalla sezione della scientifica che lo informò dell'invio del rapporto dell'ispezione alla cripta e dell'autopsia. Il commissario che in quel momento era in pausa pranzo abbandonò immediatamente il filetto di orata nel piatto e si diresse in centrale "Pago dopo Riccardo" disse uscendo di corsa dalla trattoria, il gestore era ormai abituato e sapeva benissimo che non lo avrebbe fregato. Arrivato in ufficio controllò la sua mail e trovata la lettera stampò il file inviatogli, un lungo resoconto di sei pagine di cui l'unica importante erano le ultime due, la burocrazia italiana vuole che ci si dilunghi su tutto. 
Lesse frettolosamente l'intestazione -"Alla cortese attenzione del Dott. Retici, il Dipartimento della Scientifica, ecc. ecc, dopo accurato rilevamento delle superfici, ecc. ecc. all'interno della camera della sepoltura si riscontrano tracce compatibili con la consueta fruizione del luogo, e nessun segno di manomissioni, in sostanza avevano trovato cose che normalmente li dentro avrebbero dovuto esserci. Il secondo foglio riportava il resoconto dell'autopsia e confermava l'ipotesi della mattina, le ossa del cadavere e gli organi interni erano nelle loro rispettive sedi senza dislocazioni che sarebbero dovute invece esserci in caso di forte trauma dovuto a caduta di elevate altezze. Retici pur confortato da quel rapporto sul cadavere era ancora attanagliato dallo sconforto. 
   Bussarono alla porta del suo ufficio e fece accomodare una donna dall'aspetto arruffato e dai modi vagamente nervosi, che portava una grande borsa verde a tracolla, "buongiorno, è lei il Commissario Retici?", "buongiorno signora, se lei ha chiesto del commissario Retici allora l'hanno mandata dalla persona giusta, si accomodi pure", "bene Signor Commissario Retici... che bell'uomo che è, ma i capelli sono tinti?", "come scusi?", disse stupito, "Signor Commissario Retici, i capelli, dico, sono nero naturale o tinti?, se vuole posso mandarla da mia cognata Signor Commissario Retici, ha un bel salone mia cognata", Retici iniziando a sentirsi preso di mira mise fine a quella conversazione surreale, "Signora, lei si chiama? ed è qua per...?", "Signor Commissario Retici mi chiamo Gabriella Onnis", Fane intanto prendeva nota, "e sono venuta qua per l'uomo che hanno ucciso stamattina, "Ah!" intercalò il commissario, "bene mi dica, anzi ci dica", la signora osservò guardinga Fane e poi continuò "Signor Commissario Retici ma non è che poi mi chiamate in tribunale, o magari devo riconoscere l'assassino da dietro al vetro?, sa guardo molti film polizieschi e li fanno sempre quelle cose; altrimenti torno a casa e vi arrangiate", "stia tranquilla Signora Onnis nulla di tutto questo, il mio collega sta solo prendendo il verbale di ciò che diciamo e poi saremo noi a vedere il da farsi" , "quindi mi state dicendo che non credete a quello che visto dicendo?", "no signora ci mancherebbe altro, anche perchè non sta ancora dicendo nulla", "ah beh, io stamattina, erano le 5:30, lo ricordo bene perchè deve sapere che la mattina faccio una seduta di meditazione assieme al mio gruppo, mi aiuta a rilassarmi, si si mi rilassa, ci vediamo via internet, siamo un gruppo di sei persone, tutte...", Retici stava per perdere la pazienza, ma Fane anticipandolo di due secondi netti si schiarì la gola come per dire "Commissario si riprenda", Retici interruppe la signora e la invitò a raccontare solo ed esclusivamente il necessario per, come disse lui, agevolare il lavoro di trascrizione. La signora Onnis notò che era un ragionamento corretto e continuò "dicevo, erano le 5:30 del mattino e prima di fare la seduta di meditazione mi sono affacciata; Signor Commissario Retici, per quello che dovete scrivere è importante che dica dove ho la casa?", " beh se al momento non vuol dire la via, basta che dia l'indicazione generale, "ah ok, dicevo, mi sono affacciata dalla mia finestra che da sul piazzale, è il palazzo rosso mattone con le cornici bianche alle finestre, quello che sta un pò ad angolo, e quando mi sono affacciata ho visto due uomini che si muovevano, sembrava parlassero, uno di loro improvvisamente accoltellava l'altro, poi quello che ha accoltellato ha urlato fortissimo, ha quindi dato un calcio al portone della chiesa, e poi è scappato; aveva una cosa voluminosa tra le braccia e si è dileguato, si dice così, giusto? Non ho potuto vedere altro Signor Commissario Retici, era ancora troppo buio, ma quello che ricordo era che il tipo che fuggiva, mente si infilava di corsa nella via che sta proprio al lato della cattedrale inciampò su uno dei ciottoli che ricoprono la pavimentazione, cadendo pesantemente per terra e facendo rotolare una cosa dal rumore metallico". 
   Il commissario e Fane rimasero bloccati nell'ascoltare gli avvenimenti raccontati dalla donna, i due uomini si guardarono e il brigadiere Fane riprese a scrivere da dove aveva interrotto. 
Concluso il discorso la signora chiese se poteva andare, salutò il commissario e lasciò la stanza. 
   L'imprecazione che uscì dalla bocca del commissario o come lo chiamava la donna del Signor Commissario Retici, mise in luce lo stupore, e la meraviglia per quel insperato e provvidenziale aiuto. I due si recarono sul luogo indicato dalla donna, la lunga via posta proprio a destra della chiesa, si insinuava tra i palazzi; dal basso cercarono l'edificio rosso mattone dove viveva la signora Onnis e percorsero pochi metri a viso basso sulla pavimentazione quando sotto ad una borchia di ottone che teneva unite le lastre di pietra trovarono del sangue inscurito dall'aria e incastrata sotto di essa un pezzo di stoffa, Retici prese il suo cellulare e chiamò il Dottor Alchi nel suo studio medico e gli chiese di venire immediatamente, di li a pochi minuti il reperto venne portato in laboratorio per le analisi e dal referto si trattava di tessuto di un indumento da lavoro con tracce di detergente e venne isolato il dna di un uomo e sapeva subito dove andare.

   Retici tornato nel suo ufficio avvisò il questore Sulis sulle ultime vicende e chiese l'autorizzazione per effettuare una perquisizione, autorizzazione che venne data senza indugiare oltre.
   Retici, Fane, Sari e Riccardi salirono subito in macchina e si recarono alla ditta di pulizie Splender, chiesero di essere ricevuti dal principale ma gli venne detto che in quel momento era assente, gli uomini della polizia non fecero troppi complimenti ed entrarono lo stesso, iniziarono a rovistare nel magazzino e negli armadietti dei dipendenti alla ricerca di un possibile pantalone strappato. Tutti quelli controllati però non portavano tracce di abrasioni. In quel momento entrò il principale che come una furia si mise ad urlare contro Retici e i suoi uomini, il commissario zittì immediatamente l'uomo dicendogli che avevano una regolare autorizzazione a procedere e anzi ottenne che tutti i suoi dipendenti si sottoponessero ad un prelievo del sangue. Tutti i dipendenti, in totale di una squadra di otto persone furono sottoposti ad un veloce prelievo al quale non poterono sottrarsi.
   Il tempo incalzava ininterrottamente e Retici sapeva che il cerchio stava per chiudersi, era questione di poche ore o al massimo di pochissimi giorni, doveva solo correre più veloce.            Chiese al Dottor. Alchi il favore della massima priorità, il che significava 48 ore almeno prima del referto.
   Tornato nel suo ufficio non poteva fare altro che aspettare e concentrare il suo lavoro su altre incombenze di indagine, prese allora il faldone riguardante un caso di furto in un museo, caso che al momento non trovava risposta, riguardava la sparizione di una tavola del '400 rubata durante gli anni '80 e mai più trovata. Quello lo considerava il suo tallone di Achille.
Improvvisamente rivide nella mente un gesto. Chiamò il brigadiere Fane, praticamente urlò il nome dal suo ufficio, che accorse e recuperati Riccardi e Sari tornarono alla ditta di pulizie Splender. "Non sono loro", disse Retici, mentre guidava "Non possono essere loro; chi è che ha le chiavi della porta laterale?", "i dipendenti" rispose Fane, "Noo porca miseria, loro le usano ma a consegnarle ai dipendenti ogni volta è solo il principale". 
   La macchina sfrecciava nella città con le sirene che urlavano al vento, le auto si spostavano al loro arrivo, bruciarono persino un semaforo rosso; quella era l'adrenalina che piaceva a Retici, un pò meno agli altri passeggeri della vettura che venivano sballottati.
   Arrivati a destinazione praticamente inchiodarono davanti all'ingresso del locale e si buttarono dentro chiedendo dove fosse il signor Linas, il principale, mostrando il tesserino. La segretaria impaurita per quella irruzione disse che era andato via pochi minuti prima. Saliti in macchina dalla centrale si fecero dire il modello di auto che apparteneva al proprietario della ditta e la targa. Una Panda nuovo modello cinque porte color grigio, praticamente, più della metà delle auto in circolazione erano Panda nuovo modello color grigio. La radio di bordo gracchiò, Fane accese la comunicazione "Retici, sono Calia, dalla centrale, non so dove tu sia adesso ma devi andare alla cattedrale, sta succedendo un casino, un uomo minaccia di buttarsi dal campanile e vuole parlare con te, abbiamo mandato altre volanti sul posto". Il commissario non seppe cosa rispondere se non con un inebetito Ok e chiuse la comunicazione.. 
Alla prima curva utile fecero retromarcia e si diressero velocemente sul luogo indicato da Calia.

   Un capannello di gente e auto della polizia col girofaro acceso attorniavano la chiesa e sotto il campanile i vigili del fuoco avevano gonfiato un enorme cuscino di emergenza. L'uomo da sopra il campanile urlava di voler parlare con il commissario Retici e con nessun altro e minacciava di buttarsi. 
   Retici finalmente arrivò e scese dell'auto, non aveva mai visto una scena del genere, il questore si avvicinò e non seppe cosa dirgli, gli passò solamente il megafono. L'uomo, dall'alto, lo riconobbe e tra le lacrime lo chiamò, "scusatemi per quello che ho fatto" gridava tra le lacrime, "sono una persona orribile, chiedo perdono a tutti", intervenne Retici che prima di parlare fu scosso da un brivido ghiacciato nella spina dorsale, all'accademia queste cose non te le dicono come risolverle, e soprattutto risolverle bene, ma doveva, "Linas, sono Retici, ascoltami, non devi fare assolutamente nessun movimento, degli uomini sono sulle scale del campanile", "non fate salire nessuno" urlò, "non voglio nessuno, voglio chiedere scusa e restituire la corona" disse mostrandola agitandola al vento, "lo so che ho fatto una cosa brutta e ho ucciso quell'uomo e perciò verrò punito", "dimmi cosa posso fare", "nulla commissario, nulla, levate quel cuscino voglio essere io a punirmi", dicendo questo poggiò la corona e salì sul parapetto della finestra, Retici pregò che non lo facesse, il materasso ad aria dei vigili del fuoco avrebbe certo attutito la caduta, ma era comunque meglio che non facesse gesti assurdi da quella altezza. Il questore coordinava i movimenti degli agenti all'interno del campanile, che nel frattempo salivano i gradini in legno. 
   Arrivarono così al piano delle campane dove era salito Linas e Retici dal basso lo informò che dietro di lui stavano delle persone e che doveva scendere dal parapetto e andare al sicuro con loro. Linas non volle sentire ragioni e i singhiozzi coprivano ormai ogni parola. Gli agenti giunti sul piano lo guardavano come i gatti guardano un passerotto appoggiato a pochi centimetri da loro. Una trattativa lunghissima di due ore, che sembravano passate in poco più di dieci minuti. Retici ebbe quindi l'idea "Linas senti, lascia che gli agenti si avvicinino e recuperino almeno la corona, ho visto che l'hai appoggiata, così possono riportarla giù. Linas si voltò per un istante a guardare la corona che luccicava e disse che andava bene ma che poi dovevano tornare subito in dietro, "va bene, hai la mia parola, adesso do l'autorizzazione di prenderla" gli agenti ascoltarono quello che venne detto loro dalla trasmittente e si avvicinarono lentamente rassicurando l'uomo praticamente sospeso nel vuoto. Avrebbero preso l'oggetto lasciato a terra. 
   Linas li guardava. Quando si avvicinarono videro che con se aveva anche una pistola, cautamente si portarono verso la corona e fecero per prenderla ma un movimento velocissimo fece per afferrare l'uomo che non ebbe il tempo di reagire, in quell'istante Retici guardò l'ora e trasalì, le 17:00, le grandi campane si azionavano automaticamente e annunciavano il pomeriggio, persero a suonare e a battere i secondi, l'agente che stava per afferrarlo perse la presa, Linas per il frastuono e lo spavento istintivamente volle coprirsi le orecchie perdendo quindi l'equilibrio e precipitando nel vuoto da più di venti metri, una discesa che dal basso fece scoppiare la folla in un urlo di terrore. Venti metri che durarono una manciata di secondi e che si risolsero con l'uomo che cadeva sopra il materasso dei vigli del fuoco. Immediatamente i paramedici accorsero e dopo aver prelevato l'uomo videro che aveva smesso di respirare, portarono immediatamente un defibrillatore  stimolarono il battito, nel mentre che lo trasportavano sull'ambulanza per portarlo in ospedale. Retici restò in silenzio a guardare tutta la scena.

   La notizia del giorno dopo al telegiornale fu che l'uomo che aveva rubato la corona del Principe Andrea era morto durante il trasporto all'ospedale dopo che era caduto accidentalmente dal campanile minacciandosi di gettare nel vuoto. 

   Fu con l'aiuto della squadra della sezione informatica guidata dalla Dottoressa Landi che si riuscì a scoprire la rete di contatti che Sulis riuscì a creare per rubare la reliquia con l'intento poi di rivenderla. Dai tabulati telefonici e dalle intercettazioni si scoprì che il proprietario della ditta di pulizie sapeva bene che all'interno della cripta era conservata la corona e che assieme ad un complice, un losco figuro di nome Sandro Mozzo, già noto alle giustizia per precedenti furti, avevano organizzato il colpo, ma quello che non sapevano era che la corona era in semplice ottone e che Sulis credendo fosse oro volle tenere solo per se l'affare, uccidendo così il complice, e al momento della trattazione con i ricettatori questi si accorsero del valore praticamente nullo dell'oggetto così preso dal rimorso e dal timore per minacce di morte di coloro che avrebbero acquistato la corona si fece prendere dal panico e salì sulla torre campanaria per gridare il suo dolore per un gesto che non condusse a nulla di buono.

   In centrale, Retici e Fane restavano in silenzio controllando vecchie carte e nessuno aveva voglia di parlare, allorchè fu lo stesso commissario ad aprire il discorso "se ti stai chiedendo come è che ho capito chi era l'uomo visto fuggire dalla signora Onnis quella mattina è presto detto, quando ci siamo recati nell'azienda e Sulis entrò come un uragano, notai che sui palmi delle mani erano presenti delle escoriazioni e una delle gambe zoppicava vistosamente, le probabilità che quelle escoriazioni se le fosse procurate in altro modo se non con una caduta erano praticamente nulle e a conferma di ciò c'è stato anche il risultato della scientifica su un paio di pantaloni strappati con tracce di sangue trovati nel sacco della spazzatura fuori dall'azienda, tessuto e DNA appartenevano a Sulis. Sfortunatamente quel poveraccio era entrato in una spirale più grande di lui. Ora puoi concludere il rapporto Fane."
   Una brutta faccenda che Retici portò per tanto tempo nell'anima.