Costruito a più di cinquecento metri. Si ergeva fiero e imperioso su un promontorio che spaziava da sinistra a destra per svariati chilometri sulla vallata. Realizzato agli inizi degli anni '30. La sua pietra bianca finemente decorata gli valse il nome di "Perla del massiccio". Ad ogni inverno giungevano sempre una gran quantità di nuovi ospiti, ovviamente tutte persone di un certo livello di notorietà e ricchezza, tuttavia però la stagione non poteva dirsi iniziata se non arrivavano i fedelissimi, quelli che da anni non potevano fare a meno di presenziare per le vacanze invernali. Si trattava nell'ordine del tenore Mirco Cecio, un omone tondo e paffuto, i coniugi Rocca il cui marito possedeva una fabbrica di acciaio, loro addirittura avevano prenotato la medesima camera per i prossimi otto anni, rinnovabile per altri otto, poi la settantenne contessa Isobalda Luigia di Costa Longa, nota per essere particolarmente eccentrica e ricca. D'altronde era lei stessa a raccontare spesse volte di quando negli anni '60 si era recata in India per incontrare il gran rajah a cavallo di un elefante bardato a festa partendo in grande pompa direttamente da casa sua in pieno centro cittadino causando il blocco totale del traffico, e infine il regista Riccardo Vincipane, noto per i suoi commenti diretti e taglienti. Ecco, una volta giunti loro, la stagione poteva dirsi iniziata, e allora era tutto un andirivieni di camerieri su e giù per le camere. Di richieste a tutte le ore e di tutti i tipi.
Grande scalpore una mattina di inizio novembre destò il ritrovamento del cadavere della contessa galleggiare nella piscina esterna. Il corpo venne trovato da uno degli inservienti che passando per dirigersi in una rimessa vide la contessa a faccia in giù nell'acqua. La piscina pur essendo all'esterno era circondata da una serie di ampie vetrate e coperta da un tetto in legno dove all'interno la temperatura era controllata dai caloriferi che emanavano un delicato tepore, il che la rendeva particolarmente piacevole in inverno quando tutt'attorno era nevicato. Immediatamente corse ad avvisare il maître che a sua volta svegliò il direttore con una telefonata.
-Pronto direttore Dermi, è successa una disgrazia... Luca, è morta la contessa nella piscina coperta-; abbandonando il formalismo gerarchico aveva chiamato il direttore per nome vista la loro lunga conoscenza. Lo stupore di quest'ultimo fu tale che lo si sentì trasalire da dentro camera sua sino nella hall principale. Immediatamente uscì dalla sua camera situata al secondo piano scendendo le scale praticamente in pigiama e assieme al collega della reception fu condotto nel luogo indicato.
Proprio così, dentro la piscina al coperto galleggiava il corpo morto della contessa Luigia di Costa Longa. Vennero perciò chiamati i soccorsi con i paramedici che non poterono che confermare la morte della contessa. Assieme arrivò anche il commissario Gico che prima di far portare via il corpo volle dare un'occhiata al corpo della donna. Fissò il cadavere e notando che alla donna mancava un orecchino chiese di controllare li attorno, ma non venne trovato nulla, nemmeno dentro la piscina.
Poco più tardi si decise di raccogliere qualche dichiarazione degli ospiti dell'albergo che visibilmente scossi si erano radunati nella sala comune e per l'occasione fu usato l'ufficio del direttore. Dopo i primi clienti che dissero di non aver visto nulla, arrivarono le dichiarazioni degli utenti più illustri che con molta probabilità si fecero avanti nell'essere ascoltati per poter così apparire nelle riviste di gossip.
-Mirco Cecio: Mi dispiace io non ho visto nulla o sentito qualcosa di particolare. Ero chiuso in camera mia che facevo dei suffumigi di eucalipto e miele per preservare le corde vocali, sa, il freddo di qua può essere dannoso alla voce, e comunque la mia camera è nel lato opposto a dove è stata trovata la contessa.
-Coniugi Rocca: Ilario Rocca: No signor commissario, mi dispiace non ho visto nulla. Ero fuori tutta la notte con mia moglie, siamo andati a mangiare in un ristorante qua nel borgo, si chiama La polenta stizzita, poi siamo andati a bere qualcosa in un locale e siamo tornati in albergo verso l'una".
Ida Spallo, la moglie: Siamo andati a mangiare in una trattoria in centro, tipo La polenta adirata o qualcosa di simile, dopo di che siamo andati a bere.
-Riccardo Vincipane: Ma cosa volete che ne sappia io. Certo che la conoscevo, ci vedevamo ogni inverno qua in albergo, ma nulla di più. Che donna volgare. Sempre attorniata dal suo stuolo lodante e servizievole. Ero chiuso in camera a leggere un copione orrendo che mi hanno chiesto di girare.
Anche il personale venne sentito a riguardo e pure loro diedero la medesima risposta, nessuno aveva visto la contessa dirigersi in piscina quella notte.
Il commissario Gico allora rivolse la sua attenzione verso il direttore che fece accomodare per ultimo nel suo stesso ufficio.
-Vuole raccontarmi la vicenda, so che venne immediatamente avvisato quando venne trovato il corpo della donna-.
-Si proprio così signor commissario. Erano circa le sei del mattino quando venni chiamato dal telefono del banco accoglienza. Venni avvisato dal collega in servizio che era stato trovato il corpo della contessa riverso in piscina-.
-A che ora prende servizio la mattina?-.
-Di solito mi sveglio alle sei e trenta, ma prendo regolare servizio un'ora dopo-.
Il commissario annuì e gli chiese di continuare.
-Dopo di che mi sono preparato velocemente e sono corso giù per le scale e assieme siamo andati nel luogo indicato. Una tragedia mi creda, la contessa era ospite fissa da decenni. Sa, da quando morì suo marito in un incidente sportivo, la contessa aveva iniziato a viaggiare per il mondo per superare il lutto e per vivere quello che il marito non aveva potuto-.
- Senta mi levi una curiosità. Ma è normale che i vostri clienti accedano al servizio piscine anche in piena notte?-.
-Vede signor commissario, come lei sa il Gran Panorama è uno degli alberghi più esclusivi della regione. Non per vantarmi, ma le stelle di cui ci onoriamo di fregiarci sono frutto di decenni di lavoro e di miglioramenti apportati negli anni dai vari direttori che si sono susseguiti con il tempo. Questo albergo ha superato quasi indenne la seconda guerra mondiale, forse perchè era meta anche degli ufficiali tedeschi, non è una cosa di cui andar fieri, ma la storia non si cambia.
Detto ciò, il servizio che offriamo è di altissimo livello il che significa che i nostri clienti sono abituati a vedere le loro richieste soddisfatte e perciò molte attività sono sempre disponibili a qualsiasi ora, come il bar, la biblioteca, la sala comune, il ristorante e la piscina. Ovviamente il personale notturno è ridotto a poche persone rispetto al resto della giornata".
-Comprendo signor Dermi. Quindi la signora di Costa Longa ha potuto accedere liberamente alla piscina senza che nessuno labbia vista. Non c'è nessun servizio di salvataggio?-.
-Come le ho detto, il personale notturno è ridotto al minimo, in pratica è presente solo il personale di cucina, del bar e del ristorante, invece la biblioteca e la piscina sono si libere ma non hanno personale, diciamo che lasciamo agli ospiti la scelta di autogestirsi-.
-Chiaro. Va bene lasciamo così al momento, se avrò necessità saprò dove trovarla, può andare, anzi no, sono io che lascio il suo studio, a presto-.
-Arrivederci, grazie-.
Non volendo tornare subito in città fece un altro sopralluogo nell'albergo. Per arrivare alla piscina esterna si poteva passare da un ingresso interno o in alternativa da un vestibolo esterno che dava su un cortile. L'uomo entrò da entrambi gli accessi ricordandosi però come sul bordo della piscina fosse assente la presenza di sangue, insomma anche con una caduta per quanto accidentale potesse essere lascerebbe tracce, invece non ne vennero trovate, fatto che venne confermato dagli investigatori della scientifica. Quindi si, quel caso non era un incidente ma un omicidio in piena regola. Accompagnato quello stesso pomeriggio da un piccolo gruppo di cinque uomini, il commissario si fece scortare dal direttore in persona nella camera della donna al terzo piano di modo che venisse controllata. Prima di entrare chiese se la contessa avesse depositato dei preziosi nella cassaforte dell'albergo, come ebbe a dire il direttore in modo un po' altezzoso, (evidentemente un po' stufo di questa sua presenza costante) "la contessa portava in vacanza sempre gli stessi gioielli e non li lasciava mai a deposito, li teneva in camera".
Levarono quindi i sigilli che erano stati messi la mattina e un volta all'interno si aggirarono per gli angoli controllando valigie e armadi ma non ne venne trovato nulla.
Il commissario guardò ovunque, arrivò perfino a smantellare i cassetti del mobile. Niente. I gioielli erano spariti. Si mise le mani tra i capelli facendoli scivolare sino al collo e con uno sbuffo si diresse verso la finestra dalla quale si poteva vedere uno dei panorami montani più belli che avesse mai visto.
Una lunga e verde vallata aperta tra due monti con al centro il borgo di Picchiasole dove su tutto e tutti troneggiava dall'alto il Gran Panorama che a quell'ora del tramonto si era inondato della piena luce arancione del sole che stava tramontando.
Ci volle qualche giorno perchè fosse pronto il referto del medico. In poche parole la donna era morta a causa di un colpo all'osso parietale sinistro. Un forte colpo che non le lasciò scampo e che la fece stramazzare in un attimo senza nemmeno rendersene conto, con un'orario che andava dalle 23:00 all'1:00.
Ricevuta quella comunicazione al commissario non spettò altro che tornare nuovamente all'albergo dove venne accolto dal direttore che in quel momento discuteva un modo serrato con uno dei camerieri.
Il commissario Gico, vedendo la difficoltà nel quale si trovava il sottoposto intervenne chiedendo cosa fosse successo e gli fu spiegato che il cameriere aveva perso una delle sue divise ed era da un paio di giorni che non la trovava dopo averla portata nella lavanderia dell'hotel. Il commissario seguendo il suo spirito investigativo chiese di poter vedere questa lavanderia.
Cosicché si fece condurre allo stabile che si trovava all'esterno dell'albergo. Un edificio a pianta unica di mattoni rossi su un solo piano con delle finestre che giravano attorno le mura. Entrarono direttamente dell'unica porta in acciaio e vennero investiti da un forte odore di detersivi misti a caldo umido. Si trovarono davanti ad un piccolo esercito di operai che facevano avanti e indietro tra lavatrici, asciugatrici e ferri da stiro. Domandò all'uomo se anche quel servizio era in funzione la notte e ricevette una risposta affermativa. Chiese poi se la sua divisa smarrita non fosse finita per sbaglio tra gli abiti degli ospiti. Gli venne spiegato che vi erano lavatrici destinate al personale e agli ospiti per evitare proprio che si creassero queste situazioni. Il commissario annuì con un veloce movimento del capo poi prese a girare tra i macchinari facendo attenzione a non intralciare il lavoro.
Dopo di che entrambi si diressero nuovamente all'albergo. Ma fu in una frazione di attimo che nel momento in cui una nuvola passando davanti al sole creò un raggio tagliente come una lama andò a illuminare il selciato di ghiaia e tra i sassi si sprigionò un fugace brillio. Il commissario Gico si bloccò immediatamente e fermando anche il suo accompagnatore piegò la schiena e puntando in direzione di quel luccichio si diresse come un segugio che fiuta la preda verso il brillio. Quale non fu la sua felicità quando scostando un ciottoli trovò un piccolo orecchino. Rigiratosi in direzione del cameriere sollevò il braccio e lo sventolò in aria come una bandiera esclamando dalla gioia. Era un orecchino in filigrana con una piccola perla nel mezzo come quello che portava la contessa. Immediatamente mise al sicuro il prezioso e avvisati i colleghi del laboratorio del ritrovamento, successivamente chiamò anche qualche rinforzo della centrale per far perlustrare il giardino.
Pochi minuti e arrivarono un gruppo di sette agenti che capitanati dal commissario presero a setacciare tutta la zona frugando in ogni anfratto. Fu una lunga ricerca che spaziò tra la piscina e il lavatoio. Fin quando il commissario Gico non venne avvicinato da uno dei giardinieri che recava in mano un fagotto ottenuto con una maglia in cotone.
Glielo porse e una volta svolto il nodo rivelò il misterioso contenuto. Sulle sue mani brillavano una manciata di gioielli, tre bracciali in oro, due collane di cui una con piccole pietre rosse, due paio di orecchini. Gli chiese dove l'avesse trovato e disse di averlo visto incastrato tra i rami di un arbusto che doveva essere potato.
Per avere conferma se appartenessero alla contessa l'unica persona al quale poter chiedere era il direttore che con un eccessivo sussiego confermò che "si quelli sono i gioielli che la contessa Luigia di CostaLonga portava abitualmente".
Tornato al punto indicato dal giardiniere fece un giro attorno al grande cespuglio dopo di che volle nuovamente tornare dal direttore e bussando al suo ufficio lo accolse un po' di malo modo.
-Signor Commissario, io capisco che lei stia lavorando, però anche qua io sto lavorando e il suo continuo andirivieni sta iniziando a infastidire i clienti-.
-Ha perfettamente ragione ma questo è il mio lavoro, fare avanti e in dietro. Lei quindi non ricorda nulla di strano la note della morte della contessa, che so, una persona che si aggirava sospetta, un ospite che non aveva mai visto?-.
-No, le ripeto che non ho visto nessuna persona sospetta. C'è altro?-.
-No, no. La ringrazio, buon lavoro signor direttore-. E così uscì dal ufficio e salutati i colleghi ancora presenti lasciò l'albergo. Visto che ormai si era fatta quasi ora di cena decise di andare a mangiare in uno dei vari ristorantini che offriva Picchiasole. In pochi minuti discese in auto la strada serpentina che si snodava dall'albergo sino al paese con la sue casette in legno e pietra. Trovato un locale dove poter mangiare si accomodò all'interno. Era un bello e piccolo ristorante tradizionale con legno e il caminetto che al momento era spento.
Una volta seduto al tavolo in legno e presa l'ordinazione, si trovò davanti ad un piatto della più tipica polenta al sugo accompagnata da un bicchiere di vino rosso. Pur non facendo ancora troppo freddo quel piatto caldo lo aveva ristorato andando così a chiudere una giornata particolarmente intensa.
Passarono giorni e le indagini si fermarono ad un punto morto nel vero senso della parola, una donna trovata morta in piscina, ma con molta probabilità ammazzata da un'altra parte, un furto di gioielli fortunatamente ritrovati e nessuno che avesse visto nulla. Odiava queste situazioni.
Una mattina, verso le undici ricevette però una telefonata, a parlare fu una voce femminile.
-Pronto, è il commissario Gico?-.
-Si, sono io, con chi parlo?-.
-So chi ha ucciso la contessa-.
-Come scusi?-.
-...-.
-Senta, non ci faccia perdere tempo, se deve dire qualcosa la dica-.
-É stato il direttore. L'ho visto dalla mia finestra, l'ha uccisa e poi è scappato-. Il commissario restò pietrificato.
-Signora ma è sicura?-. Nessuna risposta, la voce aveva riattaccato la conversazione.
Nel giro di quindici minuti dalla questura partirono tre volanti che vennero mandate all'albergo e una volta arrivate, con fare marziale il commissario accompagnato da altre tre persone entrò nell'edificio. Si avvicinò alla reception e si fece dire dove poter trovare il direttore Dermi, il viso era serissimo. Una volta raggiunto per prima cosa andarono nel suo ufficio dopo di che gli si fece presente che era in stato di fermo per l'omicidio della contessa, dopo di che venne scortato in caserma dove da qua a gran voce faceva sentire la sua innocenza. Che enorme sconvolgimento fu vederlo portare via attorniato dagli agenti. Colleghi e ospiti dell'albergo guardarono senza fiato quella scena.
-Signor Dermi, dunque, iniziamo con le domande facili, ha ucciso lei la contessa di Costa Longa?-
-Ma scherziamo signor commissario? Non ne avrei avuto motivo alcuno.-
- Ora la domanda difficile, può provare il contrario?-.
-No che non posso e chiunque vi abbia dato questa informazione è un farabutto.
-Si vocifera che avesse una relazione con lei-.
Il direttore rise, ma di un riso isterico
-Le assicuro che tra me e la contessa non c'è mai stata e mai sarebbe potuta esserci una relazione sentimentale. Io non ci faccio nulla qua-.
-Senta signor Dermi, la decisione non è stata presa da me di condurla qua-.
-Quindi sono in arresto?-.
-Mi ascolti, per prima cosa si faccia assistere da un avvocato. Immagino che non le sarà difficile trovarlo magari proprio tra i clienti dell'albergo-.
L'uomo lo fissava senza parlare.
-Per il momento è solo un sospettato-.
-Capisco-.
-Ora, le rifaccio nuovamente la stessa domanda, non si ricorda nulla di particolare che accadde quella notte, la mattina o anche giorni prima-.
-Non so commissario Gico-, disse quasi singhiozzando.
-So perfettamente che adesso non è in grado di poter pensare con lucidità. Per stanotte starà in caserma, poi domani il Giudice Preliminare farà la valutazione, ma sono fiducioso che tornerà al suo lavoro al più presto, mi creda. Ma le ripeto cerchi di ricordare qualsiasi cosa stanotte-. Dopo di che lo lasciò solo.
Quella fu la notte più lunga della sua vita chiuso nella cella della casa circondariale regionale.
Un continuo senso di nausea e claustrofobia lo attanagliava. Cercava di dormire, si girava e rigirava nel lettino scomodo. Il soffitto pareva espandersi verso l'infinito, mentre le mura sembravano invece chiudersi sempre più attorno a lui. Si alzò, girò per la stanza semi vuota, si sedette alla scrivania.
Il Gran Panorama tornò nuovamente sotto i riflettori del gossip e della cronaca quando venne annunciata la svolta, l'arresto del direttore come sospettato. I programmi di informazione che più che fare informazione inseguivano il caso solo per il lato scandalistico parlarono nuovamente della contessa e dei suoi eccessi. Si vociferava di una relazione segreta tra il direttore e lei. C'è chi sosteneva che l'avesse uccisa per l'eredità. Dal canto suo il direttore gridava a gran voce la sua innocenza.
Ancora chiuso nella cella di contenimento non si dava pace e ripensava all'albergo che aveva lasciato, al prestigio che sarebbe crollato se non fosse riuscito a provare che lui era estraneo all'omicidio. Poi una notte, quando i pensieri si fanno più insistenti ebbe un ricordo fulmineo della notte nel quale morì la contessa. Rivide se stesso discendere la scala principale e accomodarsi al bar in compagnia di colui che avrebbe potuto salvarlo.
Fremente di eccitazione chiamò il secondino chiedendo di parlare col commissario Gico, ma questo senza dare tante spiegazioni gli disse di aspettare la mattina. Così fece, e appena fu possibile, il giorno dopo chiese di poter conferire con il commissario, e verso le undici, assieme al suo avvocato venne condotto in una stanza dismessa al secondo piano che venne usata per l'incontro.
-Allora, mi dica-.
-Signor commissario, come lei mi ha detto ho cercato di fare mente locale su quello che accadde la notte prima. Ebbene, io la notte in cui è morta la contessa stetti in compagnia del signor Rocca. Le spiego. Erano tornati verso mezzanotte, io di solito mi ritiro verso quell'ora. Come stavo dirigendomi verso la mia stanza vidi i coniugi tornare in albergo. Notando che la signora era in evidente stato di alterazione da troppi drink, diciamo così, con molta discrezione mi offrii di scortarli sino all'ascensore.
Il marito per sdebitarsi e scusarsi della situazione volle offrirmi un aperitivo serale al bar poichè come le ho detto il bar resta aperto tutta la notte-. Il commissario fece cenno con la testa.
-Io rifiutai dicendogli che dovevo andare a dormire e che la mattina dopo sarei stato felice di stare in sua compagnia. Il signor Rocca fu però molto insistente che alla fine cedetti. Così mi disse di aspettarlo al bar e che lui sarebbe sceso di li a pochi minuti-.
-Che ora erano?- Chiese Gico.
-All'incirca mezzanotte e mezza-.
-Ok. Prego continui-.
-Dicevo. Io mi diressi al bar e lo attesi seduto. Al suo arrivo gli feci notare con un sorriso che non potevo trattenermi oltre. Cosi presa la mia ordinazione aspettai. Una volta giunto ci sedemmo in uno dei tavolini e mi porse un digestivo e parlammo di cose disparate, nulla in particolare. Infine ci salutammo e ognuno andò per la sua strada.
Io, molto stanco, appena entrai in camera mi cambiai e mi addormentai immediatamente. Questo è quanto commissario-.
-Va bene, la ringrazio vivamente-.
Il commissario Gico una volta uscito dalla camera confabulò con l'avvocato, dopo di che si strinsero la mano e l'avvocato tornò nuovamente nella stanza dove era ancora seduto il direttore, ovviamente guardato da uno degli agenti che per tutto il tempo era rimasto fuori dalla porta.
Nel percorso in auto che lo portava alla centrale Gico ripensava alle parole di Dermi e come arrivò nel suo ufficio fece una telefonata.
Il commissario senza parlare faceva avanti e in dietro nel suo studio, con le mani portate dietro la schiena e fissava il pavimento, poi guardando il suo interlocutore andò dritto al punto.
-Dunque signora Rocca; posso chiamarla con il suo cognome da sposata?, è bene che mi racconti tutta la questione-.
-Cosa vuole che le dica in più signor commissario?-.
-Forse che magari quando lei con suo marito tornaste in albergo, il direttore vi accompagnò all'ascensore visto il suo essere poco lucida, mi passi il termine e della sua telefonata anonima al mio numero-. La donna per poco non trasalì trovandosi con le spalle al muro inaspettatamente.
-Mah, vede, signor commissario. Si, lei ha ragione, avrei dovuto, ma... capisce, una donna come me che si ubriaca e che non riesce a stare da sola sulle gambe. Mi vergognavo a dirlo: che sarebbe accaduto alla mia immagine se fosse venuto fuori-.
-Signora Rocca, un uomo è in carcere e lei si preoccupa della sua reputazione?- Il commissario si era pacatamente inalberato.
-Se non le dispiace mi racconta per filo e per segno tutto quanto, da quanto avete lasciato il ristorante sino a quando lei e suo marito siete arrivati in camera vostra.
-Ve bene. Dunque. Dopo essere stati al ristorante siamo andati in un bar che c'è in città. Un locale elegante, non so il nome, mi creda. Non volevamo concludere la serata così decidemmo di bere qualcosa. Io come mio solito non eccedetti più di tanto, forse si, avrò bevuto qualcosa di più ma forse nemmeno terminai i drink. Iniziai a sentirmi stordita così prendemmo la decisione di tornare in albergo.
Saranno state forse dopo le ventitré e trenta. In macchina mi girava la testa, così quando arrivammo al parcheggio mio marito mi prese a braccetto e con fare indifferente entrammo nella hall. Poco dopo si avvicinò il direttore che con tanta gentilezza ci accompagnò all'ascensore. Sentii che stavano parlando.
Mio marito mi accompagnò in camera e mi lasciò sdraiata nel letto, non credo nemmeno di essermi cambiata. Sono letteralmente crollata. Poco più tardi mi svegliai per andare in bagno per alleggerirmi dalla pesantezza dell'alcol. Quando mi fui ripresa tornai a letto, ma in quel momento vidi dalla finestra un uomo che riconobbi nella persona del direttore che aggrediva la contessa con quello che mi sembrava una pala. Una volta colpita scappò via portandosi appresso la pala-.
-Non ha pensato di avvisare suo marito?-.
-Ci ho pensato, ma temevo che quello che avessi visto fosse frutto dell'ebrezza così tornai a letto-.
-Poi?-.
-Poi, signor commissario, il mattino dopo successa la disgrazia restai pietrificata. Non era un sogno.
Avevo visto la morte della contessa. Così a quel punto lo dissi a mio marito, ma sapendo che ero ubriaca quella notte, è proprio il momento di ammetterlo, non mi avrebbero presa seriamente. Attesi qualche giorno e ebbi l'idea di fare quella telefonata anonima credendo di essere protetta, ma invece non lo ero, ed eccoci qua-.
-Bene signora Rocca, ci è stata di aiuto-.
-Ancora una cosa-.
-Dica-.
-Quando mi alzai per andare in bagno sentii un odore particolare, non so bene come descriverlo. Era un odore come di detergente. Non capivo da dove provenisse, pensai stessero lavando i pavimenti-.
-Va bene, la ringrazio per il suo tempo-.
Il commissario Gico pur trovandosi davanti ad un piatto di manzo e patate accompagnato da zucchine al forno gratinate non riusciva a mangiare. Era nel suo solito ristorante da un'ora e rimescolava con la forchetta il cibo. Nella mente vagavano ancora le ultime parole della donna "non so bene come descriverlo. Era un odore come di detergente", perchè lo avevano colpito tanto? Improvvisamente un colpo di illuminazione gli trapassò i pensieri, fece un piccolo saltello di felicità e quella inaspettata idea gli sbloccò l'appetito e si gettò a capofitto sul piatto, tanto che finto quello ne prese un altro.
Il mattino seguente si recò di gran carriera in carcere dove era ancora detenuto Luca Dermi.
L'uomo non fu particolarmente felice di vederlo anzi lo accolse con uno sguardo molto torvo, ma il Gico non diede peso perchè comprendeva quello che stava passando. Il GIP aveva respinto la scarcerazione a favore dei domiciliari perchè riteneva possibile una sua fuga. Fu un colloquio serrato tra i due, dove il commissario spiegò quello che era accaduto la sera prima, omettendo il nome dalla donna ovviamente.
-Ma questa donna è completamente pazza-, disse a voca alta-
-Stia calmo signor Dermi-.
-Calmo? una persona mi ha visto uccidere la contessa accusandomi ingiustamente e io dovrei stare calmo-.
-Mi stia a sentire...-
-No, lei stia a sentire me. Io non ci resisto più qua dentro. Ho un albergo da gestire e non è un albergo da quattro soldi-. L'uomo si lasciò andare ad un flusso di pensieri che esprimevano tutta la sua frustrazione. Temeva che quello scandalo avrebbe affossato il nome del Gran Panorama. Tante volte aveva sognato che venisse acquistato da albergatori con pochi scrupoli per trasformarlo in un orribile albergo della domenica con famiglie chiassose che sciamavano come cavallette.
-Ascolti, mi serve il suo aiuto-.
-Ancora?-
-Si ancora-. Il commissario alzò la voce spazientito e infastidito.
-Perchè se è innocente come dice di essere allora deve fare uno sforzo per aiutarmi nelle indagini-.
Tornata la calma tra i due, Dermi stette ad ascoltare.
-Nuovamente le chiedo di venirmi in contro. Si ricorda quando venni in albergo?-.
-Quale delle tante volte?-. Il commissario non reagì alla provocazione.
-La volta in cui lei discuteva con un suo sottoposto a proposito di una divisa da lavoro che non si trovava più-.
-Si lo ricordo perfettamente. Il povero Michele non trovava più la sua divisa e mi aveva chiesto il permesso di andare a comperare un cambio. Di solito i dipendenti che stanno in sala hanno a disposizione tre divise che vengono lavate nella lavanderia, come la mia, con la differenza che la mia mi viene consegnata stirata in camera, quella dei personale deve essere stirata da loro stessi-. Il commissari lo guardò come dire "ti tratti bene", ma pensò che questo fosse uno dei privilegi dell'essere direttore di un albergo come il Gran Panorama.
-Venne mai trovata?-. Chiese Gico.
-No, anzi, si si, la ritrovò qualche giorno dopo gettata tra i cespugli strappata, forse morsa da qualche cane randagio-. Improvvisamente il direttore si bloccò. -Ora che mi ci fa pensare io avevo perso una divisa, anzi più che divisa, era una giacca elegante e non venne più ritrovata-.
-Quando successe?-.
-Mah, saranno state tre settimane fa o poco più. La diedi a uno dei camerieri al piano e poi non ne seppi più nulla. La cosa mi indispettì alquanto anche perchè sono delle giacche particolari che non si trovano in qualsiasi negozio di divise. Di solito le faccio arrivare-.
-E cosa fece?-.
-Beh, andai a lamentarmi direttamente in lavanderia, ma nessuno ne sapeva nulla. Dissero che non era mai arrivata-.
-Capisco-. Il commissario Gico si alzò dal tavolino della cella e prese a camminare in quel angusto spazio. Pensava. Il direttore lo guardava muovendo la testa ad ogni passaggio.
-Quindi non le è chiaro cosa le è successo signor Dermi?-.
-Beh a questo punto direi proprio di si-.
Nel frattempo al Gran Panorama le cose non presero una buona piega, anzi, già da qualche settimana molti dei clienti iniziarono a lasciare l'albergo prima del previsto con grave imbarazzo del personale che non poteva fare altro che prendere atto della loro scelta. Il vice direttore guardava uno dopo l'altro gli avventori andare via e non mancarono i commenti a cornice. Si andava dall'incredulità alle lamentele di come quell'albergo fosse caduto in basso, lamentele come quelle espresse dal regista Vincipane che non poté esimersi dal fare uno dei suoi commenti taglienti.
-Che vergogna. Un così importante albergo teatro di un crimine orribile ai danni di una donna anziana.
Ci sarebbe però del buon materiale per farne una sceneggiatura-. Infatti l'uomo si ripromise di farne una appena la vicenda si fosse definitivamente chiusa.
Anche il tenore Cecio si rammaricò della vicenda ed espresse vicinanza al direttore e augurò che il buon nome dell'albergo fosse presto ristabilito.
Dermi saputa questa notizia dal suo avvocato non poté che farsi prendere dallo sconforto più profondo. I suoi timori si stavano avverando, il Gran Panorama avrebbe chiuso i battenti forse per sempre.
Una volta andati via i clienti anche le prenotazioni pregresse vennero cancellate e nessuna ne venne registrata di nuova. Il destino era segnato. Così tra la fine di novembre e i primi giorni di dicembre uno degli hotel storici più influenti della mondanità invernale chiuse.
Gli ultimi a restare furono il personale di servizio che stando alle indicazioni impartite dal vice direttore dovevano provvedere alla pulizia della struttura. Se il Gran Panorama doveva chiudere allora avrebbe chiuso con la consueta classe che lo aveva sempre contraddistinto, quale che fosse il suo futuro.
Inservienti e camerieri si diedero gran da fare per rendere omaggio al bellissimo ed elegante palazzo che aveva visto passare personalità del mondo dello spettacolo e della politica e perfino qualche reale come i principi d'Olanda nel lontano 1955. Storie e amori si erano consumati tra quelle mura ma un assassinio che coinvolgeva addirittura il direttore ancora no. Forse in passato si sarebbe potuti soprassedere ma i tempi erano cambiati e ormai bastava molto poco affinché uno scandalo simile avesse ripercussioni pesantissime e definitive sulla reputazione di una struttura del genere, visti anche tutti i programmi televisivi che recensivano alberghiere e ristoranti dove il cliente si sentiva profondamente oltraggiato anche dal più piccolo e comune degli errori. Cosicché stanze, camere, la cucina, la piscina e il resto degli ambienti vennero puliti da cima a fondo. Ci vollero sette giorni affinché tutto fosse a posto
Si sprimacciarono i cuscini, si riempirono le lavastoviglie della cucina e del bar e si svuotò la piscina.
Tutto venne pulito come se fosse una normale giornata di lavoro, ma questa non era per nulla una normale giornata. Era l'ultimo respiro per il Gran Panorama, dopodiché avrebbe serrato le tende e chiuso gli scurini dicendo addio al mondo.
Trattandosi di un hotel di grande importanza non venne tralasciato nulla nella pulizia, pur trattandosi della sua chiusura. Infatti gli addetti salivano e scendevano da ogni piano con i lori carrelli ricolmi di detergenti, pezze, sgrassatori e spolverini ed entravano in ogni camera come fossero state delle api che andavano e venivano dall'alveare. Per prima cosa levavano le federe e le lenzuola per portarle in lavanderia. Poi era la volta dei tappeti che venivano aspirati, arrotolati e riposti nell'armadio, quelli sporchi venivano portati a lavare anch'essi. Poi toccava ai pavimenti. Liberato così lo spazio si procedeva ad aspirare la polvere dal parquet. Ogni angolo e pertugio veniva passato sotto il rumoroso attrezzo, nulla sfuggiva alla sua invadente missione. Tanto invadente che quando uno camerieri aspirò sotto al comode della camera della contessa, il tubo si inceppò come otturato. La donna guardò cosa fosse successo, e vide che si era incastrato un pezzo di carta. A fatica lo estrasse dalla prolunga e una volta aperto il pezzetto di carta, risultò facente parte di una lettera più grande poichè aveva i margini strappati e accartocciati. Vi era scritto parte di un messaggio a penna blu. Era indirizzato proprio alla contessa e sembrava essere una lettera dal sapore sentimentale.
"[...]ato, so che non potrei mai amare nessun'altra donna, sei stata tu ad avermi fatto aprire gli occhi sullo sbaglio che stavo facendo, ma ti prego conc[...]".
Il frammento terminava li. Subito chiamò il collega che si trovava nella stanza assieme a lei e che si stava occupando di pulire il mobilio.
Gli fece leggere quelle parole quasi in modo divertito come per mettere l'accento ancora una volta sulla stravaganza della contessa che ancora riceveva passionali lettere d'amore. Il collega lesse quelle poche righe e nei suoi occhi non si dipinse ilarità ma stupore. Immediatamente si avvicinò al sacco della spazzatura e frugando tra le cartacce estrasse altri quattro frammenti di carta stropicciati. Li svolse con attenzione e accostati componevano il messaggio per intero.
Il centralino suonava insistentemente da parecchi minuti quando finalmente venne aperta la comunicazione. Chi di dovere prese la chiamata e poi la girò nell'ufficio del commissario Gico.
Fu una breve telefonata che terminò con un appuntamento. Nel suo ufficio tra un'ora. E così fu. Un'ora più tardi si presentarono un po' intimorite due persone.
-Buonasera commissario Gico-.
-Buonasera, prego accomodatevi-. Li fece accomodare con un sorriso cordiale.
I due stavano in silenzio. L'imbarazzo era forte e non sapevano come iniziare, ma poi fu la donna ad aprire il discorso.
-Come le dicevo al telefono signor commissario, io stamattina, mentre pulivo la camera della contessa di Costa Longa trovai questo pezzo di carta-. Gli porse una bustina in plastica trasparente con dentro il pezzetto svolto. -Mentre il mio collega i restanti frammenti-. Gico si volse verso il collega.
-Si signor commissario-. E gli porse altre tre cartellette trasparenti. Una per ogni frammento. Il commissario si compiacque di tanta premura nel preservare quelle potenziali prove.
-Così mi dite che siete sicuri di sapere a chi appartengano questi frammenti-.
-Si signor commissario-, fece l'uomo. -Ne sono certo, quella è la scrittura del signor Rocca. Più volte mi è capitato di vedere la sua calligrafia-.
-Capisco, e i pezzi di carta dove sono stati trovati?-.
-Come le dicevamo prima al telefono uno sotto al mobile con i cassetti, e gli altri frammenti sotto i piedi dell'armadio. Inizialmente non ci feci caso, insomma, era spazzatura come tante altre cose, poi quando la mia collega mi ha fatto vedere quel frammento ho avuto come la sensazione che potessero combaciare e così è stato signor commissario-.
-Grazie potete andare-.
Una volta restato solo il commissario Gico si attaccò al telefono.
-Rintracciate immediatamente l'auto della famiglia Rocca.
Chiamò poi in albergo e fortunatamente trovò ancora il vicedirettore.
-Vicedirettore Linta, buona sera sono il commissario Gico, senta, mi serve il suo aiuto urgente. I coniugi Rocca sono già andati via immagino-.
-Immagina bene signor commissario, sono stati tra i primi ad andarsene. Stiamo parlando già di due settimane buone. Hanno pagato quanto dovevano e hanno lasciato l'albergo. Erano molto rammaricati-.
Rammaricati un cazzo, pensò Gico.
-Va bene, senta si ricorda per caso che macchina hanno?-.
-Dunque, di solito non vengono sempre con la stessa auto, ne hanno più di una. Quest'anno sono arrivati con una Mercedes grigia, ma non mi chieda il modello , non sono pratico-.
-Va bene la ringrazio-.
Intanto dalla motorizzazione arrivò il controllo incrociato e subito venne diramato una segnalazione per una Mercedes GLC, sostanzialmente un gigantesco SUV.
Vennero predisposti posti di blocco e due volanti vennero mandate al suo indirizzo.
A casa la moglie disse che il marito era uscito ma non sapeva dove fosse. Ci vollero ore prima di riuscire a trovare l'uomo. Ma finalmente lo rintracciarono che percorreva un'urbana principale.
Gli agenti fecero fermare l'auto e chiesero al Rocca di aprire il bagagliaio e di scendere.
Controllarono i documenti, poi gli chiesero di seguirlo in caserma facendolo salire sulla loro vettura.
Dopo un tragitto di un'ora arrivarono in centrale dove ad attenderlo c'era la moglie in stato di shock e davanti all'ingresso del suo ufficio il commissario Gico che tornando alla sua scrivania fece introdurre l'uomo, dopo di che chiusero la porta alle sua spalle e dal corridoio non si sentì più nulla.
-Riconosce questa lettera signor Rocca?-
-No signor commissario, certo che no-.
-Va bene-. Il commissario Gico stette in silenzio. -Proviamo così: lei immagino che conosceva la signora di Costa Longa-.
-Certo commissario, lo dissi anche a suo tempo quando prendeste le prime dichiarazioni all'albergo-.
-Ok. Quindi lei nega che tra lei e la contessa ci fosse una relazione sentimentale-.
-Nel modo più assoluto. Senta signor commissario, è il caso che chiami il mio avvocato-.
-Certo, ma è il caso che inizi a dire anche la verità signor Rocca-. Il commissari Gico iniziò a scaldare la voce. L'uomo restò bloccato sulla sedia. -Se chiama il suo avvocato potrà farsi assistere nella difesa, e si dovrà procedere con una perizia grafologica, facendoci perdere un sacco di tempo, perchè vede questa calligrafia è stata riconosciuta come sua e abbiamo anche prove tangibili di altri scritti fatti dal suo pugno-.
Il commissario stampò quindi un foglio e lesse a voce alta.
"Cara Isobalda, sai quanto mi manchi. Ogni volta che non ti vedo sto male e il cuore piange tristemente.
Sei una donna straordinaria e affianco a te è come se avessi ancora l'esuberanza di quando avevo vent'anni. So che può sembrare scontato, so che non potrei mai amare nessun'altra donna, sei stata tu ad avermi fatto aprire gli occhi sullo sbaglio che stavo facendo, ma ti prego concedimi ancora di stare assieme a te nonostante i miei errori.
Tuo per sempre Ilario."
-Di quali sbagli parla in questa lettera, sbagli nel tradire sua moglie? deplorevole, certo, ma nulla di che, o forse parla dei debiti che ha contratto al gioco e del quale sua moglie non sa nulla-.
L'uomo stette zitto. Si stringeva le mani.
-Voglio qui il mio avvocato-.
-Certamente, è nel suo pieno diritto-.
Mezz'ora dopo nello studio del commissario fece l'entrata in scena l'avvocato di Ilario Rocca. Un uomo sui sessant'anni, vestito in abito blu notte e cravatta grigia.
-Cosa sta succedendo Ilario?, c'è tua moglie in lacrime fuori-.
-C'è che il qui presente Ilario Rocca è sospettato di aver ucciso la contessa Isobalda Luigia di Costa Longa, signor avvocato-.
-Le prove commissario Gico?, senza prove direi che non avete nulla contro il mio assistito.
Certo, lei mi mostra questo frammento di lettera, ma non è prova sufficiente. Avete l'arma?-.
Improvvisamente Ilario parlò, ma talmente a voce bassa che nessuno lo sentì. Fu però il commissario a vederlo.
-Signor Rocca, che sta dicendo?-.
-Non so come dirlo-.
Gico lo spronò nuovamente.
-Non sei obbligato a dire nulla Ilario-. Fece l'avvocato.
-Va beh, ormai. Si sono pieno di debiti, debiti contratti al gioco nel casinò.
Fu una confessione veloce, senza troppi preamboli. Ilario Rocca intratteneva una relazione sentimentale alle spalle della moglie con la contessa già da svariati anni. Una relazione adulterina nata proprio al Gran Panorama, e che proseguiva anche lontano da quell'albergo.
Rocca era attanagliato dai debiti che troppo facilmente si accumulano in un luogo del gioco d'azzardo e da qualche tempo chiedeva soldi alla contessa per poterli ripagare. Quando la donna si rifiutò una volta per tutte di aiutare il suo spasimante decise di lasciarlo e di rivelare alla moglie il suo doppio gioco. Così vistosi con le spalle al muro preso dalla disperazione predispose un piano per uccidere la donna e incastrare il direttore, non perchè gli stesse antipatico ma solo perchè gli sembrò la persona più adatta.
Pagando uno degli addetti alla lavanderia si fece consegnare una delle sue divise appena lavate, tempo prima aveva rubato una delle divise appartenenti ad uno dei camerieri ma poi si rese conto che non era l'ideale.
La sera dell'omicidio aveva fatto ubriacare a posta la moglie e mise delle gocce con effetto ipnotico in uno dei drink in modo da stordirla. Poi sapendo che il direttore si recava a dormire verso mezzanotte attese fuori dall'albergo assieme alla moglie. Dopo di che fece il suo ingresso quando lo vide passare. Si fece accompagnare all'ascensore e per sdebitarsi volle offrirgli un amaro al bar dell'albergo. Quando andò a prendere la sua consumazione durante il tragitto al tavolino, versò delle altre gocce per stordire anche il direttore Dermi di modo da tenerlo fuori gioco con certezza, facendolo addormentare. Così una volta pronta la scena salì in camera, prese la sacca che conteneva la divisa e si presentò all'appuntamento con la sua amante nella piscina coperta, vestito da direttore. Lei vedendolo in quel modo lo prese in giro ridendo di gusto e schernendolo di come fosse caduto in basso, poiché aveva addirittura indossato dei baffi posticci per farlo rassomigliare. Dopo un approcciò di avances i due iniziarono a litigare.
Lei rivestitasi uscì dalla piscina. Lui la seguì fuori. Ebbero una veloce discussione a voce bassa per non svegliare chi stava dormendo, così l'uomo preso dalla rabbia trovò una pala e colpì la donna. Inizialmente il suo obiettivo era strangolarla e buttarla in piscina, ma si era trovato nella condizione di cambiare piano. Vestendosi come il direttore ed essendo buio si era così premunito dal fatto che qualcuno vedendolo non lo avrebbero riconosciuto.
Trascinò quindi la donna nuovamente in piscina e svestita la lasciò in costume e la gettò nell'acqua.
Dopodiché raccolse i suoi indumenti. Lui si svestì, rimise l'abito del direttore nella sacca con il quale era arrivato e presa la chiave della camera della contessa e salì in camera sua. Cercò i gioielli, li avvolse in una maglietta della donna e li gettò tra gli alberi. Dopo di che scese nuovamente in piscina passando nuovamente dal corridoio interno e rimise la chiave della sua camera vicino al lettino. Dopo di che tornò in camera sua. La moglie si era addormentata anche se lui era ignaro che avesse visto tutto dalla finestra non riconoscendolo.
- Un'ultima cosa signor Rocca. Nella sua ricostruzione manca la lettera che è stata trovata a pezzi.
-Questo dovete dirmelo voi signor commissario. Quando entrai in camera di Isobalda non notai nessuna lettera, né frammenti di essa. Come ho detto, sono entrato in camera sua, dopo aver cercato i gioielli ho aperto finestra e li ho lanciati per inscenare un un furto. Forse i pezzi saranno volati quando ho aperto le ante perché quella notte c'era vento-.
Durante l'interrogatorio a Ilario Rocca venne chiesto che fine avesse fatto la pala con il quale aveva colpito la donna. Inizialmente la mise in auto il giorno seguente e poi la gettò in un dirupo tra i monti.
Passò un anno. La notizia del modo in cui il direttore venne incastrato per la morte della contessa Isobalda Luigia di Costa Longa destò un nuovo clamore. Ilario Rocca venne condannato a quindici anni di reclusione senza attenuanti.
In tutto ciò il Gran Panorama non riaprì fino all'anno successivo.
Venne data per l'occasione una grande festa. Gli ospiti più importanti dello spettacolo e della società si presentarono in gran spolvero. Fu veramente l'anno del rilancio dell'albergo.
Tornarono ovviamente tutti i personaggi più noti, tanto che il tenore Cecio offrì un concerto per pianoforte e voce sola e il regista Vincipane come promesso iniziò la sceneggiatura per un film ispirato alla vicenda.
Ma su tutti l'ospite più gradito fu il commissario Gico che accompagnato dalla moglie venne accolti calorosamente dal direttore Dermi il quale offrì loro un soggiorno di una settimana con servizio di estrema qualità e lusso come solo il Gran Panorama sapeva offrire.