venerdì 31 ottobre 2014

La campanella argentata:

Era decisamente arrivato l'inverno. Il freddo pungente e il vento impetuoso aleggiavano sul paesino. Le strade e le case erano coperte dalla neve che giorni prima era caduta copiosa, vestendo tutta la città di bianco. Le mille luci di natale; gialle, verdi, rosse, che brillavano, coloravano e si riflettevano in tutti gli angoli.
Che bei giorni di vacanza erano quelli per Lorenzo, i più belli che potevano esserci; cosa c'era di più bello della neve, della cioccolata calda, dei caminetti accesi e delle gare con lo slittino? ben poco sicuramente e non era rado neppure vedere per le strade i cori natalizi che facevano da colonna sonora a quelle feste, dove le persone si incantavano a guardare le vetrine luccicanti con doni regalo, e correvano da una parte all'altra freneticamente, augurandosi gioiosamente buone feste.
E si la magia del natale era questa e Lorenzo l'amava, ma amava stare semplicemente a casa con il suo gatto Rufus, un bel gattone grigio che si accoccolava ronfando su di lui mentre leggeva, con il grande albero che troneggiava in bella vista nel salone con in sottofondo la radio.
Lorenzo era un bambino come gli altri, di sette anni, ne basso, ne alto, con i capelli scuri, ma non erano neri, non era furbo, ma neanche allocco, era però un gran sognatore.
Sognava ogni genere di cose perfino ad occhi aperti e spesso la madre lo aveva rimproverato per questo. Capitò un giorno che andò a sbattere il naso contro un palo, e dovette tornare a casa con il naso rosso come una fragola. Ma tant'è Lorenzo era fatto così, un po come tutti i bambini di sette anni.
Aveva una migliore amica, Clarissa, della sua età, una delle bambine più gentili che potessero esserci, il suo bel viso roseo era incorniciato dai lunghi capelli rossi ondulati tenuti da un fermaglio dietro la testa.
Abitava nella casa affianco alla sua; si conoscevano fin quando erano in fasce, infatti le loro famiglie erano amici sin da ragazzi.
Passavano giornate intere assieme, tra chiacchiere e giochi.
Una mattina le loro mamme erano in giro a far spese e parlavano come al solito della casa sempre in disordine e dei compiti che i due bambini dovevano fare, quando passarono davanti alla saracinesca mezzo sollevata di un negozio che era rimasta chiusa per anni. In pochi si ricordavano quali altri negozi avesse ospitato, c'è chi diceva una pescheria, chi un negozio di scarpe, insomma la diatriba era aperta tra gli abitanti.
Dalle poche fessure si potevano intravedere degli oggetti che luccicavano d'oro e rosso e si intravedevano delle piccole faccine sorridenti.
La curiosità nel paese cresceva di giorno in giorno, e tutti si chiedevano cosa mai ci fosse... fino a quando finalmente poco prima di natale aprì.
L'impazienza era stata ripagata.
I bambini si accalcarono sulla vetrina con i nasini appiccicati. Esponeva le cose più preziose che ci potessero essere al mondo: i giocattoli; trenini fumanti, fate, principi, pirati, folletti, peluches, e dentro non era da meno, era tutto uno sfavillio di luci, di oggettini, bambole, orsacchiotti, trottole, soldatini e tanto altro.
I cittadini non persero occasione per entrare ed essere avvolti da quelle meraviglie. Decorazioni natalizie adornavano gli scaffali con la porta d'ingresso che si apriva al suono di una piccola campanella argentata.
Al bancone era appoggiata una tozza e robusta cassa, un vecchio modello in ottone impreziosita da decorazioni a motivi floreali.
La proprietaria, una giovane signora, dai capelli biondi, era dietro di essa e sorrideva alla presenza curiosa dei bambini che ad ogni scaffale scoprivano nuove meraviglie.
Il suo nome era Marilen; signora Marilen, poco alta ma compensato da un bel sorriso e occhi vispi di un bel color cioccolato. Era pronta a rispondere alle curiosità e alle richieste dei più piccoli e con pazienza stare dietro alle richieste degli adulti, sempre con un sorriso pronto per tutti.
Da una porticina vicino alla vetrina, si accedeva all'altra stanza dove erano esposti burattini di legno di ogni forma ed espressione. Marilen raccontava di averli presi dai maestri burattinai più bravi di ogni paese che aveva visitato e in effetti erano veramente fatti con cura, lei ne andava fiera.
Anche Lorenzo seppe dell'apertura del nuovo negozio e si precipitò a vederlo assieme a Clarissa: "presto muoviti!" diceva mentre la trascinava, veniva letteralmente presa al volo.
Le loro aspettative non vennero deluse e rimasero affascinati da tutto quello sfavillare e ovviamente non resistettero alla tentazione e così entrambi uscirono da li dentro con un bel burattino per ciascuno.
I giorni passarono e lei divenne amica dei bambini che continuavano a guardare ammaliati quelle vertine, tra balocchi e luci.
Una sera, mentre i due amici si trovavano in giro per il paese, decisero di andare a trovare signora Marilen che li invitò ad entrare per un po di compagnia prima della chiusura e così fecero una lunga chiacchierata dove raccontò loro dei tanti viaggi che fece e dei tanti posti che visitò sin da ragazza e raccontando quanto i bambini le si affezionassero e li portasse sempre con se nel cuore.
Si spostarono nella stanza dei burattini dove gli mostrò il suo preferito; era un piccolo burattino con il visino triste, restava un pò nascosto, quasi fosse timido e non volesse farsi vedere. A lei piaceva proprio perchè era l'unico con quella espressione.
Così lo prese tra le dita e iniziò a farlo muovere e saltellare davanti a loro e commentarono "guarda, sembra che si muova da solo, sembra vivo" e in effetti le dita della donna erano veramente ferme nel mentre che il piccolo pupazzo di muoveva facendo piroette e inchini. Figuratevi lo stupore di Lorenzo e Clarissa nel vedere ciò.
Intanto Marilen lasciata marionetta si era allontanata lasciando soli i due bambini... "Sapete?" disse quando tornò "mi sento molto sola qua dentro tutto il giorno" i suoi occhi se erano fatti tristi e melanconici "a me piacciono i bambini perché danno la felicità e io li voglio sempre con me", dicendo così sollevò gli occhi dal pavimento e non fu più possibile riconoscerla, aveva cambiato faccia ed espressione. Era invecchiata di colpo, gli occhi le erano diventati gialli e penetranti come quelli dei gatti "Devo averli sempre vicino a me e che si muovano a mio comando" disse con un mezzo sorriso.
Dagli scaffali i burattini improvvisamente si destarono e iniziarono a muoversi. Guardandosi attorno scesero a terra e muovendosi in modo snodato si posero attorno ai due bambini iniziando a saltellare e urlare con vocine sottili e stridule; Marilen prese a ridere fragorosamente e più rideva più i burattini giravano come impazziti.
Lorenzo frastornato e un pò impaurito diede così un calcio colpendone uno che volò contro il muro. Prese per mano Clarissa e si precipitarono verso la porta, che però risultò chiusa.
I pupazzi nelle mensole attorno si erano svegliati cantavano a squarciagola canzoni natalizie. Era un turbinio di voci e di ombre che si muovevano e danzavano come forsennati.
Clarissa notò una botola e corsero verso di essa. I burattini prontamente gli si lanciarono addosso per inseguirli.
A fatica la aprirono e vi si gettarono dentro cadendo nel vuoto buio.
Erano sotto il negozio dove c'era un lungo tunnel. Iniziarono a correre più veloci che potevano, quasi alla cieca. Volevano andar via da li.
Nel frattempo in lontananza i burattini li seguivano come cavallette, urlando e ridendo, incastrandosi tra loro stessi con le loro gambette e i fili.
Correvano e correvano verso Lorenzo e Clarissa che affannosamente cercavano di allontanarsi da quello sciame impazzito. I burattini erano vicini, troppo vicini ormai, sentivano le loro urla proprio dietro la schiena. La loro fuga però terminò improvvisamente davanti ad un muro. Non c'era più modo di andare avanti. Da lontano potevano vederli arrivare: piccole creature che si affannavano nella corsa come topi nelle fogne.
Sempre più vicini, più vicini...
I due bambini vennero bloccati e avvolti con i fili e fatti cadere a terra. I burattini così li sommersero con un gran baccano di voci e risa concitate che rimbombavano nel lungo cunicolo.
"Fermi!" Interruppe improvvisamente la voce della donna che si avvicinò lentamente, trovando spazio tra i burattini che paurosamente si erano spostati, lasciando davanti a lei due piccole marionette in legno, un bambino e una bambina con i capelli rossi. Li gardò attentamente, poi li prese con cura, li accarezzò, diede loro un tenero bacio e guardandoli con delicato affetto si voltò sparendo nel buio del tunnel con tutti gli altri burattini che la seguivano silenziosamente. "Andiamo piccoli miei" disse prima di risalire nella botola. La mattina seguente i cittadini con molto stupore trovarono il negozio di giocattoli completamente vuoto e le saracinesche abbassate. Non c'era più nulla dentro, nemmeno un cartello appeso. La donna se ne era andata improvvisamente senza dire nulla. Era sparita improvvisamente, come improvvisamente era arrivata, e a ben poco servirono le ricerche per trovare Lorenzo e Clarissa.



giovedì 30 ottobre 2014

Un'aggressione:

Un rumore. Gli occhi si aprirono improvvisamente e il buio attorno a lui. Tra le coperte il corpo si irrigidì, iniziò a sudare.
Sapeva che era li, sapeva che c'era e lo stava guardando, ma non aveva il coraggio di muovere un solo muscolo per paura di scatenare l'aggressore.
I minuti trascorsero infiniti, nel silenzio ad ascoltare, a cercare di percepire qualche suono.
Ma niente.
Lentamente però con un po di coraggio decise che era arrivato il momento di affrontarlo; scese cautamente dal letto, le gambe strisciarono da sotto le coperte lentamente una dopo l'altra. Ogni singolo rumore che sentiva faceva aumentare in lui il terrore. Si trovò così in piedi ai bordi del letto avvolto dall'oscurità, da solo assieme a lui.
Dove era? dove si era nascosto? Era certo della sua presenza, lo sentiva.
"Ah!!" un sussulto, con la coda dell'occhio vide che era dietro di lui.
Chiuse gli occhi e inspirò profondamente, deglutendo quel poco di saliva che aveva in gola... e per un attimo pregò, brividi freddi gli elettrizzavano il corpo.
Ecco dove era dunque, alle sue spalle, pronto per attaccarlo vilmente.
Si girò, così da giocare ad armi pari, faccia a faccia. I piedi nudi si mossero nel pavimento in marmo liscio.
Fermi. I due si guardarono, immobili come statue, si studiavano pronti a cogliere quel momento di debolezza fatale; ne bastava soltanto uno e uno di loro sarebbe morto.
I nervi si tesero con il cuore che batteva all'impazzata, il respiro si fece affannoso, mentre il suo aggressore.... no, le sue emozioni non gli erano note.
Da anni quella presenza notturna lo tormentava, si intrufolava in camera la notte aspettando il momento adatto per ucciderlo, stava li fermo al buio lo guardava e aspettava.
Oggi era arrivato il momento di metter fine a quel tormento, se doveva morire si sarebbe difeso.
Aspettò, il cuore sempre più forte sembrava volesse spaccargli il petto, il respiro si strozzò in gola, strinse i pungi più forte che potè e cacciò un urlo dalla viscere per darsi coraggio, come fanno i soldati quando vanno alla carica.
Corse verso quella figura minacciosa, pronto per lo scontro frontale; lo avrebbe preso al collo, strangolato.
Corse, corse, eccolo, si avvicinava, poteva sentire il suo respiro carico di odio come un toro alla carica, urlava come un dannato, sempre più vicini.... "bham!" un rumore assordante, uno stridio straziato di vetri che si spaccano e un'improvvisa aria gelida gli invase l'intero corpo.
Era troppo tardi ormai per tornare indietro. Sotto di lui il vuoto, gli occhi si fecero enormi per lo stupore, non spettò altro che chiuderli e aspettare.

mercoledì 22 ottobre 2014

L'infinito: G. Leopardi

« Sempre caro mi fu quest'ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s'annega il pensier mio:
e il naufragar m'è dolce in questo mare. 

martedì 21 ottobre 2014

Monologo di Nina da "Il gabbiano" di Cechov

Si alza il sipario del piccolo palcoscenico nel giardino retrostante della casa con sfondo il lago e la luna che lentamente si alza. Nina, seduta, è vestita di bianco; parla:

"Gli uomini, i leoni, le aquile e le pernici, i cervi dalle ampie corna, le oche, i ragni, i silenziosi pesci abitatori delle acque, le stelle marine e quegli esseri invisibili a occhio nudo, in una parola tutte le vite, tutte le vite, tutte le vite, compiuto un malinconico ciclo si spensero... Da mille secoli ormai la terra non porta su di sé nemmeno una creatura viva, e questa povera luna invano accende il proprio lume.
Sul prato non si svegliano più con un grido le gru, non si sentono i maggiolini nei boschetti di tigli.
Freddo, freddo, freddo. Vuoto, vuoto, vuoto. Paura, paura, paura.
(Pausa.)
I corpi delle creature viventi sono svaniti nella polvere, e la materia secolare li ha trasformati in pietre, in acqua, in nubi, e le loro anime tutte si sono fuse in un'anima. La comune anima dell'universo sono io... Io...!
In me sono le anime di Alessandro, di Cesare, di Shakespeare e di Napoleone, e dell'ultima sanguisuga. In me si sono fuse le conoscenze degli uomini con gli istinti degli animali; e io ricordo tutto, tutto, tutto e rivivo in me da capo ogni singola vita.
(Pausa)
Sono sola. Una volta ogni cento anni io apro la bocca per parlare, e la mia voce risuona mestamente in questo vuoto, e nessuno la sente... Anche voi, poveri fuochi, non mi ascoltate... Sul far del mattino vi genera la putrida palude e vagabondate fino all'alba, ma senza pensieri, senza volontà, senza il fremito della vita.
Temendo che in voi si rigeneri la vita, il padre della materia eterna, Lucifero, ogni istante compie in voi, e nelle pietre e nell'acqua, uno scambio di atomi, e voi vi trasformate in continuazione. Il solo spirito resta costante e immutabile nell'universo.
Come un prigioniero gettato in un vuoto pozzo profondo, non so dove mi trovo e che cosa mi aspetta. Soltanto mi è noto che nell'ostinata, crudele lotta con il diavolo, principio delle forze materiali, sarò io vincitrice, e dopo la mia vittoria la materia e lo spirito si fonderanno in una meravigliosa armonia e inizierà il regno della volontà universale. Ma questo avverrà soltanto quando, a poco a poco, dopo una lunga, lunga serie di millenni, anche la luna e la luminosa Sirio e la terra si muteranno in polvere... Fino ad allora terrore, terrore...
(Pausa)
Ecco che si avvicina il mio potente avversario, il diavolo. Vedo i suoi spaventevoli occhi scarlatti...
Lucifero si annoia senza l'uomo...

lunedì 13 ottobre 2014

Tutto va

E' imbrunire, tutto si cheta, non si senton più i passeri tra i pioppi; le leste lucertole che si crogiolano all'ultimo sole sono ormai sparite da tempo, cade la prima foglia avvizzita di poca linfa. Tutto va, tutto è andato.

martedì 7 ottobre 2014

Blu è la notte.

Blu è la notte, Selene mia, gravida di luce porti negli animi di chi guarda pensieri melanconici ed eterni.
Stralci di nuvole ti sfiorano coprendo il tuo pallore mortale. Quantunque il tuo baluginio sia però nascosto, non certamente cessa il tuo misterio, ma ne viene moltiplicato per la paura che possa spengerti.