mercoledì 24 ottobre 2018

Poesia dell'autunno

Secche cadon le foglie
e la scopa le raccoglie.
Il sole non più caldo
saluta il gatto che alla finestra si è adagiato.
Spunta poi il fungo dal prato,
ecco l'autunno è arrivato.

giovedì 18 ottobre 2018

Azulejos; l'arte sotto i piedi

Per chi fosse interessato, a #Cagliari, nella Cittadella dei Musei nello Spazio San Pancrazio, il mese scorso è iniziata una mostra molto interessante sugli "azulejos" (mattonelle decorate a mano di origine spagnola) che decoravano gli edifici storici della nostra città e che vennero anche dipinti sui retabli... la data di chiusura della mostra è prevista per il 10 gennaio 2019.

lunedì 20 agosto 2018

La principessa e l'anello magico:


C'era una volta una rana che nuotando nello stagno trovò un forziere. A fatica riuscì a portarlo a riva e una volta aperto vi trovò dentro pietre preziose e monete. Tra quei preziosi trovò anche un piccolo anello, se lo mise in una delle zampe e si trasformò in un giovane. In quel mentre passava la principessa in carrozza con la sua guardia reale, il ragazzo si accorse di non essere coperto, così velocemente si nascose dietro un cespuglio, ma la principessa si accorse di quel movimento fra le piante e ordinò alle guardie di andare a controllare. Così le guardie fecero uscire il giovane dai cespugli, avendo però provveduto prima a coprirlo con uno dei loro mantelli; la principessa chiese chi fosse, ma il povero sventurato non sapendo proprio cosa rispondere, disse che era un principe che era stato derubato delle sue vesti da dei ladroni. La principessa divertita da quella situazione diede l'ordine di far salire il ragazzo su uno dei cavalli e di scortarlo assieme a loro al castello. 
Arrivati al palazzo venne vestito e presentato al re padre. Lui però non sapeva proprio cosa fare o dire, si era trovato invischiato in una situazione che non sapeva gestire. 
A pranzo mangiò con le mani e leccava i piatti con la lingua , sotto lo sguardo attonito di tutta la corte, goffamente cercava poi di camminare sulle due gambe ma sembrava ubriaco. Doveva fuggire da li e levarsi l'anello il prima possibile.
Finalmente arrivò la notte e dopo la cena, trovatosi nella sua stanza stava per levarsi l'anello quando apparve una fata che gli disse che quel tesoro trovato nello stagno era suo e che se si fosse levato l'anello prima di 3 giorni sarebbe rimasto essere umano per sempre. Il giovane venne preso dallo sconforto, non voleva rimanere un essere umano; l'unico consiglio che la fata gli diede fu quello di continuare a far finta di essere principe, anche se goffo, per quei pochi giorni, chè tanto nessuno sapeva chi realmente lui fosse e passati quei giorni sarebbe nuovamente tornato rana e tutto sarebbe stato dimenticato. Così, sconsolato, fece.
I giorni seguenti la principessa lo portò a cavallo nei suoi boschi, fece con lui gite nello stagno, andarono al tiro al bersaglio; la principessa era una perfetta arciere; insomma per farla breve il finto principe finì per innamorarsi della principessa.
Arrivò così il terzo giorno e il giovane un pò circospetto si diresse senza essere visto allo stagno, prese qualche istante per riflettere; capì voleva restare umano ma non poteva rischiare, magari, per qualche incauta azione di perdere l'anello magico e trasformarsi improvvisamente in rana, così a malincuore si levò l'anello e immediatamente riprese le sue sembianze animali; la principessa, che lo aveva seguito, vide il momento esatto in cui si trasformò. A quella trasformazione la giovane donna restò impietrita. Anche lei si era innamorata del principe ma ora si era trasformato in una rana. 
In quel momento alle sue spalle apparve la fata dello stagno che la chiamò e vide gli occhi tristi e umidi di pianto della principessa, le disse di non disperare e di andare dalla rana e dirle del suo amore, lei giustamente fece notare che lui era una rana, non poteva innamorarsi di una rana, la fata insisté e così la giovane, fiduciosa ma anche dubbiosa, si avvicinò alla rana che si trovava sulla riva dell'acqua e sedutasi accanto a lei iniziò a parlargli, gli confessò il suo amore, gli disse che quei tre giorni passati assieme furono giorni che avrebbe ricordato per tanto tempo; la rana la guardava con i suoi occhi tondi e lucidi, sembrava capire quello che diceva la principessa.
Dall'alto, delicatamente iniziò a scendere una fine polvere che brillava e cadeva sopra la rana e che la avvolse in una luce bianca. Quando la luce svanì, al posto della rana apparve il giovane principe.
Era il dono che la fata fece ai due giovani per premiarli del loro amore sincero nonostante la loro differenza. Si diedero un lungo bacio e pochi giorni dopo venne celebrato il matrimonio.
Volete sapere se il principe, che divenne realmente principe per decreto del re, imparò a camminare correttamente? Si ma solo perchè la regina gli fece prendere lezioni da un maestro di buone maniere. 

Fine.

La topina che si perse nel bosco

c'era una volta una piccola topina di campagna che si perse camminando nel bosco.
Un pettirosso la vide vagare spaesata, si avvicinò e le chiese se volesse aiuto, la topina annuì, così l'uccellino la prese sul dorso e volando la riportò alla sua tana. Fine.


giovedì 16 agosto 2018

Gotico internazionale:

Ci troviamo tra fine 300 e primi anni del 400 tra Nord Italia e Nord Europa; Ha vari nomi "gotico fiammeggiante" "gotico cortese" e tutti questi nomi mettono in risalto la particolare attenzione all'eleganza dei gesti, alla forma sinuosa di ciò che si vuole rappresentare sia in pittura, scultura che architettura (es. Duomo di Milano); ma è specialmente nella pittura che il G.I. pone la sua attenzione, poichè era una pittura che riprendeva il vestiario delle corti del nord Europa, eleganti, molto più decorate rispetto a quelle Fiorentine.Grande risalto si dà alla "iper decorazione"; tutto sembra sempre essere un cerimoniale elegante di "amor cortese", tra dame e cavalieri. Tra i pittori di sicuro spiccano Gentile da Fabriano, Pisanello o Michelino da Besozzo.
               Gentile da Fabriano; Adorazione dei Magi.


Pisanello; San Giorgio e la Principessa.

Michelino da Besozzo; Matrimonio mistico di Santa Caterina d'Alessandira.

Come potete ben vedere l'arte tardo gotica tende ad una cerimoniosità dei gesti a pose eleganti e a volte innaturali e a un decorativismo insistente.

mercoledì 1 agosto 2018

Carillon

Favola della buonanotte;c'era una volta un bambino che non voleva dormire, così si mise a contare le stelle che vedeva dalla finestra. Una di queste si avvicinò, lui aprì la finestra e la prese in mano.
Al suo interno la stella conteneva un carillon in argento che faceva una dolce musica. Lo mise sul comodino e così si addormentò.

venerdì 27 luglio 2018

La favola della luna rossa.

Tanto tanto tempo fa, al tempo in cui si creò l'universo, il sole vide nascere anche un piccolo satellite delicato e bianco che ruotava attorno alla terra. 
Il sole innamoratosi lo guardava passare e più la guardava più si innamorava. Era la bella luna bianca; non era perfetta, aveva qualche cratere ma a lui piaceva lo stesso. 
Pensò quindi che avrebbe dovuto dirglielo, così dopo aver pensato bene a quali parole usare, quando la vide roteare verso di lui, prese coraggio e le cantò una canzone fatta di luce e caldi raggi. 
La luna, a quelle parole così romantiche e inaspettate sorrise felice, anche lei era innamorata del sole, ma per la timidezza corse a nascondersi dietro la terra il più velocemente che poté. 
Il suo bel pallore d'argento divenne così rosso dall'emozione che pure gli esseri umani riuscirono a vederlo. 
Da quel momento il sole rinnova i suoi sentimenti per l'amato astro e lei sempre timida diventa ogni volta rossa.
Fine.

mercoledì 18 luglio 2018

Una notte di pesca:

Stava seduta tutta la notte Cristina sopra la scogliera e non riusciva a chiudere occhio per aspettare il rientro della barca il mattino seguente.
Aspettava finché da lontano vedeva le luci dell'imbarcazione dirigersi verso il porto e ringraziava le buone stelle per aver tenuto il cielo libero dalle nubi e permetteva di vedere così il piccolo faro del villaggio che era costruito la grossa roccia.
Le notti passavano e lei come sempre aspettava il suo ritorno, anche con il vento che lì sferzava violento.
Molte volte aveva temuto per il suo rientro, assistendo da lontano alla lotta con il mare quando ingrossava, ma sapeva che era un marinaio esperto.
Quella notte però il tempo sembrava decisamente aver voluto divertirsi con la bravura del pescatore; come a volerlo sfidare.
Alte onde si inseguivano iniziando a infrangersi sugli scogli e proprio il vento sembrava aizzarle sempre con più forza.
Da lontano Cristina assisteva con apprensione e angoscia alla scena della barca che ondeggiava.
Le onde facevano sbandare l'imbarcazione che a fatica adesso lottava con il mare.
Improvvisamente il vento aumentò come non era mai accaduto e dovette tenersi ad un albero li vicino per evitare di cadere, una feroce bufera ruggiva tra gli scogli.
In pochi attimi il mare si fece minaccioso. A stento adesso riusciva a vedere le luci che venivano ingoiate da quel mostro d'acqua e aveva visto già troppe volte la barca sparire tra le onde.
Era evidente che l'imbarcazione stava cercando di dirigersi verso il porto, ma veniva riportata a largo.
Cristina era aggrappata stretta all'albero dal quale si staccò un ramo, sfiorandole il viso e precipitando andò rovinosamente a schiantarsi contro il faro che si spense. Il buio profondo, la scogliera era ormai invisibile a chi si trovasse in mezzo al mare.
Ormai la tempesta aveva avvolto l'isola.
Guardava impietrita, ma non sapeva assolutamente dove guadare con esattezza, le luci apparivano e scomparivano in pochi istanti. Pregava le stelle affinché facessero smettere quell'agonia.
Da sotto la scogliera sentì improvvisamente delle grida incomprensibili, guardò con difficoltà e vide che erano gli abitanti delle case che si accorsero del faro spento e si stavano dirigendo per cercare di riaccenderlo.
Qualche istante dopo uno squarcio di luce bianca illuminò il mare che ormai era diventato una furia senza controllo.
Agli occhi di Cristina e dei soccorritori si presentò uno spettacolo terrificante, la barca, illuminata dal faro, venne sollevata dai flutti e rivoltandosi si schiantò sotto il colpo delle onde senza più riemergere. Dal petto della donna scaturì un urlo talmente lacerante da riuscire ad essere percepito fin giù al faro; gli abitanti capirono immediatamente di chi si trattava. Ma ormai non poterono più fare nulla.
Il mattino arrivò, rosa e sereno, il mare era piatto e placido ma sugli scogli erano adagiati i resti della barca che sino a poche ore prima si era confrontata con qualcosa che nessuno aveva mai visto prima.

lunedì 9 luglio 2018

Cicerone e la difesa di Cornelio Balbo


Cicerone e la difesa di Cornelio Balbo.


Membro di antica famiglia, Balbo, nasce attorno al 100 a. C. a Gades (l'odierna Cadice).
Dei suoi primi anni non si hanno molte informazioni, le notizie certe iniziano dal 79 a. C. quando è arruolato come soldato romano in Spagna1 contro Sertorio, prima sotto il comando di Quinto Metello Pio e successivamente sotto Pompeo, dal quale ricevette la cittadinanza a Balbo per meriti militari nel 72 a. C.
Trasferitosi a Roma2, Balbo stringe una forte amicizia anche con Cesare, che nel 61 a. C. lo porta con sé in Spagna, con la carica di praefectus fabrum3, e poi anche in Gallia.
Il 60 a. C. è l'anno del triumvirato tra Cesare, Pompeo e Crasso e ancora una volta la figura politica di Balbo è presente per la creazione di questa alleanza4, salvo poi schierarsi dalla parte di Cesare nella successiva guerra civile.

In questo momento si intreccia la biografia di Cicerone con quella di Balbo, infatti i triumviri chiedono a Cicerone di appoggiare la legge agraria5 in favore dei veterani di Pompeo, ma per non essere tacciato di tradimento verso l'aristocrazia6, rifiuta tale voto, provocando la vendetta dei populares.
Infatti nel 58 a. C. il tribuno della plebe Clodio Pulcro, amico di Cesare7, ma nemico di Cicerone per un processo per sacrilegio8, fa approvare una legge con valore retroattivo che condannava all'esilio chiunque avesse mandato a morte un cittadino romano senza concedere la cosiddetta provocatio ad populum9.
Così all'Arpinate non spettò altro che lasciare la città e sperare nella clemenza.
Balbo quindi si adoperò per far concedere il perdono all'oratore, che venne concesso da Pompeo nell'anno 57 a. C.

Venendo al casus belli, l'anno successivo, il 56 a. C. Balbo viene accusato da un anonimo cittadino di Gades di usurpata cittadinanza romana. La questione verte sul fatto che Pompeo avvalendosi della legge Gellia-Cornelia10 aveva dato la cittadinanza romana a Balbo per meriti militari, quello che però contesta l'accusatore non sono tali meriti, ma il fatto che Pompeo non poteva concedere la cittadinanza ai cittadini di città federate che non avessero aderito alla legge.
Balbo quindi fu accusato di godere illegittimamente di un diritto di cui non poteva disporre.
Per analizzare meglio il problema è opportuno soffermarsi su due aspetti, la prima su cosa fosse una città federata e a quali leggi sottostasse, il secondo è il cursus che ebbero le leggi di Roma sull'attribuzione della civitas.
Per prima cosa le città extra-italiche, al tempo di Cicerone, si dividevano in città che erano in stato di pieno asservimento ed erano dette vectigalis e stipendiariae e in città nelle quali la soggezione a Roma poteva conciliarsi col rispetto di una larga autonomia riconosciuta e garantita per mezzo di trattati bilaterali ed erano dette liberae o foederatae. […], possiamo dire che queste, pur essendo tenute a prestare al magistrato romano quei contributi di denaro, di navi, di vettovaglie che erano stabiliti dal foedus11, e pur essendo obbligate ad astenersi da certi tipi di commercio, che potessero nuocere l'economia pubblica dei Romani, erano libere e serbavano i propri organi, le proprie istituzioni, le proprie leggi, la propria amministrazione, il diritto di modificare l'ordinamento legislativo interno, quando loro paresse opportuno, ed anche di adottare le leggi di Roma, purché questa concedesse il suo benestare e purché il popolo concordemente dichiarasse di accettarla. Questa libertà di adottare le leggi romane si estendeva anche al diritto di applicare ai propri cittadini lo ius civitatis purché ci fosse il beneplacito di Roma.12

Ecco quindi il nocciolo della questione: Gades, città federata non aveva aderito alla legge Gellia-Cornelia e perciò il conferimento della cittadinanza a Balbo concesso da Pompeo, secondo l'accusatore, doveva essere considerato nullo13.

Passando all'analisi del secondo punto iniziamo con il dire che possedere la civitas romana era indubbiamente un fatto di prestigio per chi ne entrava in possesso, giacché molto spesso i detentori di tale diritto provenivano da città o abitati poco sviluppati, in confronto a Roma, pur rientrando sotto la sua giurisdizione.
Il prestigio di appartenere ad un grande territorio quale era Roma comportava diritti di cui solo un civis Romanus poteva godere, diritto al voto, aspirare alle cariche politiche, diritti di proprietà, matrimonio e soprattutto il diritto di appello al popolo nelle cause di giudizio.
Col tempo quindi Roma, man mano che il suo territorio si allargava ha sentito la necessità di inglobare nel proprio sistema economico-politico anche altri soggetti che non fossero i patrizi o i plebei autoctoni.
Cicerone vede con positività questo allargamento della cittadinanza poiché dava a Roma la possibilità di fortificarsi e crescere la sua potenza14.

Volendo fare quindi un excursus sulle varie fasi della legislazione romana in materia di concessione della cittadinanza è utile ricorrere alla spiegazione che il Bonfiglioli da nella sua introduzione alla Pro Balbo: “Dopo la conquista dell'Italia trasmarina e transalpina, molti italici e molti stranieri avevano posto il loro domicilio in Roma e fraudolentemente erano riusciti ad insinuarsi nella lista dei cittadini romani. Fu allora che un decreto del Senato dell'anno 187 a. C. ordinò al pretore urbano Terenzio Culleone di allontanare da Roma, rimandandoli nella loro patria, i latini e i forestieri che abitassero nella capitale dal 204 in poi. Secondo quanto ci narra Livio15, allora dodicimila Latini furono espulsi […].
Questo provvedimento non portò gli effetti desiderati, perché nel 126 a. C. il tribuno Marco Giunio Penna, preoccupandosi che i Latini e i peregrini potessero usurpare la cittadinanza, vietava ad essi colla lex Iulia de peregrinis la dimora in Roma. Questa legge colpiva troppo duramente un gran numero di persone, che nella capitale occupavano ragguardevoli posizioni, ed allora, per mitigarne gli effetti, nel 95 a. C. i consoli L. Licinio Crasso e Q. Mucio Scevola promulgavano la lex Licinia Mucia, la quale permetteva agli
stranieri di conservare la propria dimora in Roma, ma ordinava una severissima revisione
per impedire ogni abuso [...].
Non v'ha dubbio che questa legge inasprì i rapporti degli italici verso Roma […]. Per tranquillizzare gli animi il console L. Giulio Cesare […], promulgò nel 90 a. C. la lex Iulia dei civitate consociis, colla quale la cittadinanza veniva concessa a tutti gli alleati, che durante le guerra fossero rimasti fedeli a Roma.
La liberalità di Cesare fu accresciuta ancora dal plebiscito dei tribuni della plebe M. Plauzio Silvano e C. Papirio Carbone, che nell'89 a. C. promulgavano la lex Plautia Papiria, secondo la quale chiunque poteva diventare cittadino Romano purché si trovasse nelle condizioni e ottemperanza alle disposizioni seguenti: 1° fosse cittadino di una città federata di Roma, 2° avesse il proprio domicilio in Italia al momento della promulgazione della legge, 3° facesse la relativa dichiarazione di domicilio, iscrivendosi nelle nuove liste dei cittadini nel termine di 60 giorni presso il pretore a ciò delegato16.
La legge Plautia Papiria incontrò non poche difficoltà nella sua applicazione, perché non si sapeva a quali tribù dovessero essere iscritti i nuovi cittadini che si temeva avessero le preponderanza nei comizi, ne fossero distribuiti in tutte le tribù. Furono allora create 8 nuovi tribù, alle quali vennero assegnati. Tale misura, però, […] non fu applicata. […] Dopo la legge Plautia Papiria a nessun italico fu più vietato di prendere domicilio a Roma, ma principiarono allora gli stranieri ad agitarsi e molti riuscirono una godere abusivamente della cittadinanza. Fu allora che il tribuno C. Papio, richiamando in vigore l'antica lex Iunia, nell'anno 65 promulgò la lex Papia de civitate Romana, secondo la quale tutti coloro che non erano cittadini di Roma dovevano essere banditi e dovevano essere sottoposti a giudizio quelli che fraudolentemente si erano arrogata la cittadinanza romana17”, ed è proprio questa legge che l'ignoto usò contro Balbo.
Resta un ultimo tassello da inserire prima di analizzare la difesa di Cicerone18.
Come mai questo anonimo cittadino di Gades si prodigò tanto per far sì che a Balbo venisse revocata la cittadinanza? Per il fatto che anche questo anonimo pur essendo cittadino romano, a causa di una condanna gli venne revocata la cittadinanza, perdendo de facto tutti i privilegi della sua condizione di civis Romanus e l'unico modo per poterla riavere era vincere una causa in un processo da lui intentato; senza poi dimenticare che attaccando Balbo, che con la sua scalata politica aveva anche suscitato molta invidia, avrebbe indebolito Pompeo e Cesare.
Cicerone riesce quindi a smontare tali accuse con un impianto difensivo attentamente studiato; facendo appello alle numerose norme giuridiche in materia di cittadinanza, che Cicerone stesso definisce essere innumerabiles leges de civis iure19, portando soprattutto exempla del passato, e nel contempo esaltando la figura di Pompeo (il fautore del suo rientro a Roma) e Balbo. Cicerone fa anche uso di figure retoriche che ritroviamo in più parti dell'orazione; la metafora20, l'anafora21, e l'ironia22. Ma Cicerone ricorre anche all'uso dei superlativi23; per citare qualche esempio gli alleati vengono definiti fidelissimos et coniunctissimos socios24, oppure usa la parola peritissimis per riferirsi ai generali del passato25, e anche eloquentissimis o amicissimis26.
L'esaltazione di Pompeo inizia dall'exordium27, e continua anche durante il resto del discorso28. Cicerone infatti prima di intraprendere la sua argomentazione in difesa di Balbo, cerca di accattivarsi la benevolenza dell'uditorio29 insistendo sul fatto che prima di lui avevano argomentato personaggi più autorevoli30, usando la frase «Si auctoritates patronorum in iudiciis valent, ab amplissimis viris L. Corneli causa defensa est [...]» si chiede perciò quale sia il suo ruolo nella difesa di Balbo31 giacché Pompeo il giorno prima aveva tenuto un discorso in difesa di Balbo che definisce con termini entusiastici; incensa Pompeo: «Quale fu la gravità del discorso di Gneo Pompeo ieri, giudici, quale eloquenza, quale abbondanza, si è visto che non con una tacita impressione del vostro animo, ma con
un'ammirazione ben visibile è stata esaltata. Non ho mai sento niente che mi sembrasse più
acuto sul piano giudico, niente con una più ricca evocazione dei precedenti, niente di più
esperto sui trattati, niente di più chiara autorità sulle guerre, niente di più serio sulla Repubblica, niente di più modesto verso se stesso, niente di più bello sul processo e sul crimine»:32 e l'elogio continua :«Quindi per me è molto difficile prendere la parola per ultimo. Infatti succedo a un'orazione che non ha solo sfiorato le vostre orecchie, ma si è insediata nel profondo del vostro animo, così che non potrete ricevere non solo dalla mia, ma anche dall'orazione di chiunque altro, un piacere maggiore che dal ricordo delle sue parole.[...]»:33 sono frasi che esaltano Pompeo, lo descrivono come una persona dalle migliori capacità mnemoniche, una persona dalla profonda conoscenza giuridica e Cicerone ha ben ragione nell'elogiarlo e a sentirsi in soggezione rispetto a Pompeo poiché la fine del suo allontanamento da Roma la deve proprio alla clementia34 del generale.
Ma l'esaltazione di Pompeo non si esaurisce con l'exordium35, continua nei capitoli 4 e 536. Specialmente in questi due capitoli Cicerone alza l'asticella dell'esaltazione dei meriti del suo benefattore, con una serie di aggettivi quali ingenium37, integritas38, diligentia39, pudor40, moderatiorem41. Sembrerebbe perciò che questa orazione più che difendere Balbo, sia stata tenuta per difendere Pompeo ed elogiarlo.

Chiaramente Cicerone non dimentica di mettere in buona luce il suo assistito, anzi esalta i meriti con una gradatio ascendente42. Infatti l'Arpinate nei capitoli 2 e 3 afferma: «Questi sono i meriti personali di Cornelio verso la Repubblica, l'attività, la perseveranza, la battaglia, il valore degno del suo grande capo, la speranza di ricompense adeguata ai pericoli; i premi stessi non sono poi merito di quello che li riceve, ma di quello che li concede. Ebbene per questi motivi gli fu conferita la cittadinanza da Gneo Pompeo. Questo l'accusa non lo nega, ma lo contesta, cosicché contro Cornelio si accetta la sua difesa.[…] Tu ammetti, infatti, che in quella città in cui è nato, era nato da una famiglia sommamente rispettabile, e che fin dalla tenera età, lasciate tutte le sue faccende, si dedicò alle nostre guerre insieme ai nostri comandanti, e si prodigò in ogni fatica, in ogni assedio, in ogni battaglia. Tutti questi fatti sono non soltanto lodevoli, ma anche propri di Cornelio, e non c'è in queste cose alcun fondamento per un'accusa43». Mette in evidenza le sue qualità, la liberalitas44 verso la Repubblica, il labor45, la dimicatio46, e mettendo da parte i propri interessi47 ha combattuto le guerre di Roma e perciò furono queste le ragioni che indussero Pompeo a conferire la cittadinanza a Balbo.

Perciò Cicerone mettendo in evidenza la sue qualità morali e militari di Balbo di modo che sia evidente all'uditorio che Balbo meriti la cittadinanza e che è l'uditorio a sbagliarsi nella interpretazione della legge, non Pompeo che viene accusato dalla assemblea di ignoranza nelle questioni giuridiche e di diritto internazionale; dice infatti Cicerone: «Si avrà dunque il coraggio di sostenere che Gneo Pompeo ignorasse ciò che è noto a persone comuni, prive di esperienza e interessi militari, addirittura noto a degli scribacchini? Per parte mia, giudici, ritengo al contrario che, se Pompeo eccelle in ogni genere e varietà di conoscenze[...], un suo merito straordinario è l'eccezionale conoscenza dei trattati, degli accordi, delle clausole imposte ai popoli, ai re e alle nazioni straniere: in una parola, del diritto internazionale nel suo complesso, sia di guerra che di pace, a meno che non si dia il caso che Pompeo non abbia potuto apprendere dai testi nei periodi di riposo né dai luoghi stessi nei periodi di attività ciò che noi apprendiamo dai libri nella quiete e nel fresco dello studio»48.
Cicerone mostra all'assemblea che Pompeo, da profondo conoscitore della giurisprudenza, non ha commesso nessun errore, ma che anzi l'ha applicata senza errori, un esempio è infatti l'uso della parola excellat49; perciò la conclusione alla quale giunge Cicerone è che Pompeo essendo profondamente esperto nella conoscenza di questioni giuridiche e trattati internazionali è impossibile che si sia sbagliato.

Ma l'orazione di Cicerone non si limita agli elogi, che usa per creare quel clima favorevole alla causa e ingraziarsi l'uditorio.
Da buon giurista e avvocato, sa che per far pendere l'ago della bilancia a favore di Balbo è necessario che porti all'assemblea altri exempla50 di conferimento della cittadinanza verso gli alleati51 che si sono spesi per il potere di Roma.
Questo concetto è meglio espresso al capitolo IX nei paragrafi dal 23 al 26, dove tocca vari punti, il primo52 è il suo disappunto per il fatto che Roma si sia dimostrata poco riconoscente nei confronti di chi si è sacrificato per la civitas53, giacché per Cicerone, uomo di Stato, chi serve la Patria, da lui definita madre comune54, merita grandi onori quali la cittadinanza, infatti dice: «[...] se da questi popoli è venuto fuori qualcuno che abbia aiutato i nostri generali con la sua operosità e i nostri approvvigionamenti con suo personale pericolo, che abbia sovente combattuto contro i nostri nemici affrontandoli a corpo a corpo sul campo, che si sia esposto spesso ai dardi dei nemici, alla lotta per la vita e perfino alla morte, a nessuno patto potrebbe ottenere come premio la nostra cittadinanza?»55.
Cicerone lamenta poi il fatto che i privilegi come la cittadinanza in passato sono stati concessi sia a schiavi56 (servi57), ma anche ai nemici (hostes58) che durante la guerra sono passati nelle fila dell'esercito Romano59. Sarebbe quindi oltraggioso, secondo il ragionamento dell'Arpinate, dare la cittadinanza ad uno schiavo o un ex nemico e non ad un soldato che ha servito coraggiosamente Roma, e che i Gaditani, se avessero voluto, avrebbero potuto decidere tramite loro leggi60 che nessun cittadino di Gades avrebbe dovuto combattere per Roma, visto che pur combattendo per Lei non ci sarebbe stata la ricompensa della cittadinanza61, trovandosi perciò in penuria di alleati62.


Se fino adesso abbiamo visto che il concittadino di Balbo si era opposto al conferimento di questa cittadinanza, Cicerone si domanda quale sia stata la reazione del resto della cittadinanza a tale concessione. Le prove che porta all'assemblea mettono in luce una realtà molto diversa da quella che si evince dall'accusa mossa dall'anonimo, infatti Cicerone dimostra come i Gaditani non abbiano avuto nessun tipo di rimostranza verso il conferimento fatto da Pompeo al loro concittadino, ma che anzi si siano compiaciuti per i beneficia63 ricevuti da tale nomina64, demolendo perciò l'accusa dell'anonimo.
Infatti Cicerone porta una serie di prove che scagionano l'imputato, dice: «Io affermo che parecchi anni fa in Gaditani hanno accordato ufficialmente a Lucio Cornelio il diritto di ospitalità: esibirò la tessera65, invito ad alzarsi delegati: voi avete davanti agli occhi degli uomini eminenti e nobili che sono stati inviati per questo processo come testimone a difesa per scongiurare il pericolo di una condanna, infine, molto tempo prima del processo, si ebbe la notizia che il mio cliente sarebbe stato posto sotto accusa, i Gaditani presero in Senato dei gravi provvedimenti contro l'accusatore, benché loro cittadino66»: i concetti chiave di questa parte del discorso sono sicuramente il fatto che già da tempo i Gaditani stabilirono con Lucio Cornelio l'atto di hospitium67; infatti Cicerone è pronto a mostrare la tessera di hospitium68, che addirittura sia arrivata da Cadice una delegazione di eminenti uomini in difesa di Balbo69 e che come abbiamo visto si sono presi provvedimenti contro questo anonimo cittadino che aveva accusato Balbo.

Chiaramente in questa difesa la sola presenza di cittadini Gaditani non bastava a levare da Balbo il sospetto di essere un usurpatore della cittadinanza70. Quindi quello che fa Cicerone è portare ulteriori exempla71 di concessione della cittadinanza, poiché sono quelli che l'Arpinate usa per rafforzare la sua tesi a favore di Balbo.
Sono exempla che si snodano dai capitoli XX al XXIII, esempi che vanno dal conferimento di cittadinanza da parte di personaggi illustri72, controversie giuridiche73, sentenze di tribunali74 e decreti del popolo75 e del Senato76.

Tra gli esempi illustri viene ricordato: […]«Forse che Gneo Pompeo, il padre, dopo i suoi grandi successi nella guerra sociale, non ha concesso il diritto di cittadinanza a Publio Cesio, ancora oggi in vita, cavaliere romano e gran galantuomo di Ravenna, cioè appartenente uno Stato confederato? È Gaio Mario non ha conferito lo stesso privilegio a due intere coorti di Camerino? E l'illustre Publio Crasso non l'ha dato ad Alexas di Eraclea, appartenente ha una città con la quale si strinse ai tempi di Pirro, sotto il consolato di Gaio Fabrizio, un trattato che si ritiene quasi unico? E Lucio Silla al marsigliese Aristone? E poiché parliamo di Gaditani, non l'ha pure concessa a nove Gaditani? E Quinto Metello Pio, un uomo tanto retto, scrupoloso è misurato, a Quinto Fabio di Sagunto? E il qui presente Marco Crasso, [...] non ha concesso la cittadinanza […] a un abitante ad Avignone, città federata?»77 Cicerone con questo lungo elenco vuole dimostrare come Pompeo abbia agito seguendo gli exempla dei generali del passato, esempi chiari del mos maiorum78.
Cicerone cita poi la controversia giuridica79 provocata dalla concessione di cittadinanza a cittadini di popoli federati, controversie sempre risolte conformemente alla sua tesi80, che cioè nulla vieta ad un generale di concedere il premio più ambito a coloro che più valorosamente hanno combattuto, qualunque sia la condizione della loro patria nei riguardi di Roma81.

Gli esempi proseguono portando davanti all'uditorio anche sentenze di tribunali82 riguardanti per esempio “Marco Cassio, reclamato come cittadino dai Mamertini.83” salvo poi rinunciare alla causa intentata, o anche Lucio Cassinio84 e Tito Coponio, entrambi di Tivoli, che divennero cittadini romani dopo aver vinto una causa di condanna su due cittadini85.
Ma forse l'esempio più particolare è la sentenza riguardante “delle sacerdotesse di Cerere86, le quali erano tratte da Velia e da Napoli, città federate, e che, affinché potessero esercitare il loro ministero religioso in Roma erano fatte per decreto del popolo e del Senato cittadine romane, senza che le città da cui derivavano sollevassero opposizione.”87

Dopo questa presentazione di sentenze e decreti del popolo, e prima di concludere il suo discorso, Cicerone manifesta il sospetto che questo processo fosse intentato principalmente per questioni di invidia88 per il prestigio e la ricchezza raggiunte dal Balbo.
Cicerone dice infatti: «Perché certi discorsi di gente che si duole dell'altrui buona fortuna raggiungessero pure alle vostre orecchie e pesassero perfino sul verdetto, che voi vedevate spargere con arte sopraffina in ogni parte del discorso delle insinuazioni: ora sul patrimonio di Lucio Cornelio, che non è tale da destare invidia e, qualunque sia la sua entità, dà più l'impressione di essere stato bene amministrato che mal acquistato; ora sulla vita lussuosa, che però non veniva bollata con una ben precisa cosa di immoralità ma con delle generiche maldicenze [...]»89 e che le ricchezze guadagnate da Balbo, come l'acquisto della villa di Tusculo90 sono il frutto del suo risparmio e non accumulate con qualsiasi mezzo91 e per scagionare Balbo e ribadire la sua buona persona dice che si è sempre comportato con lealtà verso gli oppositori politici92 e che Cicerone stesso è l'esempio diretto della nobiltà d’animo di Balbo, giacchè si adoperò per porre fine il suo esilio93, ma non solo, afferma che Balbo è accusato non dai suoi nemici ma dai nemici di Pompeo e Cesare94:«Ad attaccarlo, dunque, non sono i suoi nemici, inesistenti, ma quelli, numerosi e potenti, dei suoi amici: erano proprio loro che ieri Gneo Pompeo, nel suo facondo ed elevato discorso, invitava a lottare direttamente assieme a lui, se lo volevano, e ad abbandonare questa lotta ineguale e questa ingiusta contesa»95.

Chiude l'orazione a difesa di Balbo la peroratio96 nel capitolo XXVIII, nella quale Cicerone porta all'uditorio le ultime conclusioni.
Ricorda all'assemblea che l'amicizia di Cesare nei confronti di Balbo deve essere considerata una summa laus97, piuttosto che una fraus98, ricorda perciò all'assemblea che Cesare apprezzò le qualità di Balbo come il consilium99 e la fidem100.

Per concludere Cicerone ricorda nuovamente come in passato personaggi quali Marco Crasso, Quinto Metello, Cneo Pompeo padre, Lucio Silla, Publio Crasso, Caio Mario, e che figure quali il Senato e il popolo hanno dato la cittadinanza a popoli federati, e che Pompeo, non fa altro che avere come guida gli esempi del passato e che accusare Pompeo equivale ad accusare quei personaggi che hanno concesso la cittadinanza e che ora sono morti, il Senato e infine il popolo di Roma e che la condanna di Balbo è una condanna a Pompeo: «Infine, giudici, tenete ben fissa in mente questa verità: in questa causa il vostro giudizio verterà non già su un'azione cattiva di Lucio Cornelio, ma su un'azione buona di Gneo Pompeo»101.


Bibliografia

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1La Spagna in quel momento storico era “federata” di Roma, e tutta la questione della cittadinanza legittima di Balbo verterà su questa titolatura della regione ispanica.
2A Roma Balbo cambierà nome con l'aggiunta del prenome Lucio e del nome Cornelio in onore di Lucio Cornelio Lentulo “che pare avesse interposto i suoi benevoli uffici presso Pompeo, affinché gli concedesse la cittadinanza.” M. Tullio Cicerone, Orazione in difesa di L. C. Balbo; introduzione di Bonfiglioli; Milano 1934; p. 5
3La carica che ricopre Balbo in questo momento è praefectus fabrum, ruolo che prevedeva incarichi speciali.” M. Tullio Cicerone, Orazione in difesa di L. C. Balbo; op. cit. p 5
4“[...] aveva svolto un delicato ruolo di intermediario nei negoziati che avevano portato alla formazione del triumvirato” vd Cicerone La parola e la politica, Emanuele Narducci; Bari 2010; p. 284
5La legge agraria di Servilio Rullo al quale Cicerone si oppose con l'orazione De lege agraria
6Ricordiamo che Cicerone faceva parte degli “optimates”, la classe dirigente degli aristocratici e degli “onesti viri
7Cesare vedeva in Cicerone l'ostacolo alla sua ascesa al potere.
8Plutarco; Vita di Cicerone 28, 2; 29, 1. Il processo in questione è legato ai congiurati di Catilina, che tentarono di uccidere Cicerone, provocare tumulti in città e destabilizzare il Senato per arrivare al potere.
9 Tale norma prevedeva la possibilità che la pena di morte venisse commutata in altra pena se questo veniva deciso dal giudizio popolare.
10Legge del 72 a. C. votata da L. Gellio Publicola e C. Cornelio Lentulo e firmata anche dal Senato. La legge dava il potere di conferire la cittadinanza romana a coloro che ne erano meritevoli. Ed è questa legge che usa Pompeo per conferire la cittadinanza a Balbo.
11Trattato di alleanza
12vd. M. Tullio Cicerone Orazione “Pro L. Cornelio Balbo”con introduzione e commento di Giorgio Bonfiglioli, Milano 1933 p. 12
13“[...] perché la legge Gellia-Cornelia non poteva essere applicata a popoli federati senza che questi avessero esplicitamente dichiarato di aderire e di sottostare al decreto stesso. Cadice era città federata, non aveva dichiarato adesione al decreto [...], quindi Balbo veniva a trovarsi nella condizione di godere di un beneficio illegalmente elargitogli ed usurpava la qualità di cittadino romano, che doveva essergli contestata e quindi tolta.” vd. M. Tullio Cicerone Orazione in difesa di L. C. Balbo cit. pp. 6, 7
14Cic. Pro Balbo; 31
15Livio, XXXIX, 3
16Questo plebiscito ci è noto dal cap. 7 dell'orazione Pro Archia.
17vd. M. Tullio Cicerone; Orazione “Pro L. Balbo” cit. pp. 9, 10
18La difesa di Balbo venne tenuta da Cicerone ma anche da Pompeo e Crasso, che parlarono per primi.
19Cic. Pro Balbo; 21
20“I maestri di retorica hanno visto nella metafora un mezzo per rimediare all'indigenza del linguaggio” vd Chaïm Perelman cit. p. 382
:«non praetervecta sit auris vestras» Pro Balbo I “si può mantenere il significato metaforico della frase «non è entrata da un orecchio per uscire dall'altro» cit M. Tulli Cicerone; Pro L. Corneli Balbo Oratio, cit. p 24
[… ]a me quasi perpoliendi […]» Pro Balbo VII “espressione metaforica, il cui concetto è tratto dall'opera di colui che intonaca le pareti. Cicerone usa spesso il participio perpolitus riferito ad oratio: «levigare, affinare l'opera»” cit M. Tulli Cicerone; Pro L. Corneli Balbo Oratio, cit. p 36
:«[… ]et cum duo fulmina nostri imperi [...]» Pro Balbo XV “la metafora rende bene l'immagine della rapida ascesa compiuta da Gneo e Publio Scipione, seguita da altrettanto rapida rovina, che termina colla loro morte” cit M. Tulli Cicerone; Pro L. Corneli Balbo Oratio, cit. p 53
:«[...] ne saeptum sit iis iter in perpetuum ad hoc amplissimum praemium civitatis» :«[...]perché non sia loro chiusa la via verso questa altissima ricompensa che è la nostra cittadinanza» Pro Balbo XVIII
:«[...]né ritengo segno d'incostanza regolare opinione e comportamento , come una nave fa con la rotta, secondo la burrasca che lo Stato incontra»: :«Reprendo neminem, sed adsentior non omnibus; neque esse inconstantis puto sententiam tamquam aliquod navigium atque cursum ex rei publicae tempestate moderari» Pro Balbo XXVIII Cicerone usa la parola latina tempestate: “parola scelta a proposito perché rende il concetto, sia presa in senso metaforico “secondo i tempestosi eventi dello Stato”, sia in senso reale, riferita al secondo termine del confronto, cioè alle tempeste che si svolgono sul mare” cit. M. Tulli Cicerone; Pro L. Corneli Balbo Oratio p. 77
21Cicerone infatti dice :«Nihil enim umquam audivi quod mihi de iure subtilius dici videretur, nihil memoria maiore de exemplis, nihil peritius de foederibus, nihil inlustriore auctoritate de bellis, nihil de re publica gravius, nihil de ipso modestius, nihil de causa et crimine ornatius» Pro Balbo I :«Non udii mai, infatti, un discorso che mi paresse trattare più sottilmente la questione dal punto di vista giuridico, nessuno che dimostrasse miglior capacità mnemonica nel ricordare casi fisicamente analoghi, nessuno che rivelasse più profonda conoscenza giuridica intorno ai patti da alleanza, nessuno che fosse più notevole per l'autorevole conoscenza delle guerre, nessuno più importante politicamente, nessuno più modesto nei riguardi dell'oratore stesso, nessuno più elaborato riguardo alla causa ed all'oggetto delle accuse» vd M. Tullio Cicerone, Orazione in difesa di L. C. Balbo; op. cit. p. 10
:«in nostris bellis nostris cum imperatoribus [... ]» Pro Balbo II :«Si dedicò alle nostre guerre, coi comandanti nostri, […]» “A bella posta Cicerone ripete l'aggettivo possessivo (nostris) per richiamare meglio l'attenzione dell'attività svolta da Balbo sempre a beneficio della causa romana.” cit. M. Tulli Cicerone; Pro L. Corneli Balbo Oratio, cit. p. 23
:«nullius laboris, nullius obsessionis, nullius proeli expertem fuisse» Pro Balbo II :«E non si sottrasse mai ad alcuna fatica, ad alcuna assedio, ad alcuna battaglia» vd M. Tullio Cicerone, Orazione in difesa di L. C. Balbo; op. cit. p 13 “La triplice ripetizione ha la stessa ragione di essere della precedente ripetizione della parola (nostris), naturalmente qui a scopo oratorio e defensionale Cicerone esagera” vd. M. Tulli Cicerone; Pro L. Corneli Balbo Oratio p. 28
:«nihil enim mihi novi, nihil integri neque M. Crassus qui totam causam et pro facultate et pro fide sua diligentissime vobis explicavit, neque Cn. Pompeius» Pro Balbo VII «Giacchè niente di nuovo, nessun argomento in trattato mi hanno lasciato da svolgere né Marco Crasso, ll quale tutta la causa con quella maestria e con quella lealtà che gli sono proprie, ha sviscerato con ogni diligenza, né Cneo Pompeo» M. Tullio Cicerone, Orazione in difesa di L. C. Balbo; op. cit. p 20 “Le due negazioni non si escludono, ma si rafforzano, perché la prima, collocata in principio della proposizione, ha un valore generale che la seconda specifica.” M. Tulli Cicerone; Pro L. Corneli Balbo Oratio p. 36
22“Con l'ironia si può fare intendere il contrario di quanto si dice” vd Chaïm Perelman Trattato dell'argomentazione op. cit. p. 218
:«O praeclarum interpretem iuris, auctorem antiquitatis, correctorem atque emendatorem nostrae civitatis, [...]» Pro Balbo VIII “Nota l'ironia con la quale l'oratore finge di accondiscendere gli argomenti dell'accusatore” vd. M. Tulli Cicerone; Pro L. Corneli Balbo Oratio cit. p. 39 trad. :«Oh, l'esimio interprete del diritto! Oh il correttore e l'emendatore della nostra legislazione civile!» vd. M. Tullio Cicerone, Orazione in difesa di L. C. Balbo; op. cit. p.23
:«iste magister» trad. :«questo maestro» Pro Balbo XI “potente ironia, colla quale l'oratore colpisce l'accusatore” vd. M. Tulli Cicerone; Pro L. Corneli Balbo Oratio p. 45
23“Questo considera un oggetto, sia superiore a tutti gli esseri di una serie, sia incomparabile e perciò unico nel suo genere. Così l'unicità può anche essa risultare dal superlativo, allo stesso modo che in Leibnz l'unicità delle verità contingenti è fondata sul principio del migliore. D'altra parte i giudizi fondati sul superlativo, in parte per il loro aspetto quasi logico sono ben più impressionanti che non in giudizi più moderati”. vd Chaïm Perelman, Trattato dell'argomentazione; cit. p. 259
24Pro Balbo 24
25 “peritissimis imperatores nostros” Pro Balbo XX 45
26 “[...]ab eloquentissimis, […] ab amicissimis [...]” Pro Balbo I1; quando parla di Pompeo e Crasso
27“L'esordio è la parte del discorso che mira nel modo più specifico ad agire sulla disposizione dell'uditorio. [...]. Lo scopo sarà di conciliarsi l'uditorio, di ottenere la benevolenza, l'attenzione, e l'interesse.” vd Chaïm Perelman, Trattato dell'argomentazione; cit. p. 518
28Cic. Pro Balbo cap. 9, 13
29“Il contatto tra l'oratore e il suo uditorio non riguarda soltanto le condizioni preliminari all'argomentazione, ma è essenziale anche per l'intero sviluppo di questa. In realtà, giacché mira ad ottenere l'adesione di coloro ai quali si rivolge, l'argomentazione è, nel suo insieme, relativa all'uditorio sul quale si vuole influire. [...]È per questa ragione che ci sembra preferibile definire l'uditorio, in campo retorico, come l'insieme di coloro sui quali l'oratore vuole influire per mezzo della sua argomentazione. Ogni oratore pensa, in modo più o meno cosciente, a coloro che egli cerca di persuadere e che costituiscono l'uditorio al quale i suoi discorsi sono rivolti.” vd. Chaïm Perelman, Trattato dell'argomentazione; cit. pp. 20, 21
30Si riferisce a Pompeo e Crasso che avevano tenuto il loro discorso in difesa di Balbo due giorni prima. Cicerone usa la frase «Si auctoritates patronorum in iudiciis valent, ab amplissimis viris L. Corneli causa defensa est [...]» Cic. Pro Balbo I; I. Il concetto di auctoritas esercitata di Pompeo e Crasso si fonda sul fatto che loro, personaggi di spicco della vita militare e politica romana erano sicuramente i migliori difensori di Balbo per caratura morale. Infatti “[...] l'importanza politica di un personaggio è determinata da un numero di fattori materiali, intellettuali e morali che insieme costituiscono la stessa capacità di questo personaggio di esercitare un ruolo guida. Questa capacità, considerata nella sua forma più generale, vale a dire l'influenza esercitata sulla vita politica, è espressa dalla parola auctoritas.” J. Hellegouarc'h Le vocabulaire latin des relations et des psrtis politiques sous la République, Parigi 1924 cit. p. 294
31:«quae sunt igitur meae partes?»: Cic. Pro Balbo I, 1
32:«Quae fuerit hesterno die Cn. Pompei gravitas in dicendo, iudices, quae facultas, quae copia, non opinione tacita vestrorum animorum, sed perspicua admiratione declarari videbatur. Nihil enim umquam audivi quod mihi de iure subtilius dici videretur, nihil memoria maiore de exemplis, nihil peritius de foederibus, nihil inlustriore auctoritate de bellis, nihil de re publica gravius, nihil de ipso modestius, nihil de causa et crimine ornatius»: Cic. Pro Balbo I 2
33:«Quo mihi difficilior est hic extremus perorandi locus. Etenim ei succedo orationi quae non praetervecta sit auris vestras, sed in animis omnium penitus insederit, ut plus voluptatis ex recordatione illius orationis quam non modo ex mea, sed ex cuiusquam oratione capere possitis»: Cic. Pro Balbo I 4
34Per il concetto di Clementia vd. J. Hellegouarc'h Le vocabulaire cit. pp. 261, 263
35Si riferisce ai capitoli dall' 1 al 4
36Sono i capitoli della narratio e vanno dal cap. 2 al cap. 8
37Il termine ingenium racchiude in sè diverse sfumature che identificano la personalità positiva dell'optimus viri, viene assimilato alla ratio, al consiluim, alla prudentia, sonotermini che esprimono l'intelligenza e la saggezza pratica degli uomini politici” cit. vd. S. Laconi. Dal vir bonus atque strenuus al vir fortis sapiensque cit. pp. 283, 284
38Integritas che a volte è associata alla severitas. Ha una sfumatura morale ancora più netta. Designa specialmente l'onestà delle donne e la si applica anche ai giudici [...]” J. Hellegouarc'h Le vocabulaire latin cit. p. 282
39“Michèle Ducos (Les Magistrats et le pouvoir, cit., p. 93) osserva che: «la diligentia e la prudentia, traditionellement associées à l'activité des magistrats, reçoivent ainsi une portée plus aple e plus haute, tandis que l'accent est mis sur la force de chésion que représente le pouvoir. De telles obligations sont suffisamment importantes et pesantes pour qu'il soit nécessaire de choisir avec un discerniment tout particulier les hommes auxquelles elles seront confiées».” -Per il termine diligentia vd. J. Hellegouarc'h Le vocabulaire latin cit. pp. 251, 252. e cit. vd. S. Laconi. Dal vir bonus atque strenuus al vir fortis sapiensque; p. 52
40Pudor è anche uno degli ornamenta per i candidati al consolato; è citato come parte della integritas, come uno degli elementi necessari ad un uomo con una carica politica e appare evidentemente come una forma di severitas, esprime il fatto di saper contenere le passioni, e quindi designa una forma di onestà morale [...]” J. Hellegouarc'h Le vocabulaire latin cit. p. 283
41“[...]la moderatio, c'est donc le fait de régler, de mainter dans le mesure” J. Hellegouarc'h Le vocabulaire latin cit. p. 265
42“L'ordine degli argomenti dovrà dunque essere tale da dare loro il massimo della forza [...]” vd Chaïm Perelman Trattato dell'argomentazione cit. p. 523
43:«Haec sunt propria Corneli, pietas in rem publicam nostram, labor, adsiduitas, dimicatio, virtus digna summo imperatore, spes pro periculis praemiorum; praemia quidem ipsa non sunt in eius facto qui adeptus est, sed in eius qui dedit. Donatus igitur est ob eas causas a Cn. Pompeio civitate. […] Hunc enim in ea civitate in qua sit natus honestissimo loco natum esse concedis, et ab ineunte aetate relictis rebus suis omnibus in nostris bellis nostris cum imperatoribus esse versatum, nullius laboris, nullius obsessionis, nullius proeli expertem fuisse. Haec sunt omnia cum plena laudis tum propria Corneli, nec in iis rebus crimen est ullum: Pro Balbo II 3 “Nota la distribuzione opportuna e graduale delle parole e quindi dei concetti. Dapprima la pietas, cioè il sentimento di dovere e di amore verso la repubblica, quella che noi chiamiamo devozione; poi, come manifestazione e conseguenza di questo sentimento, la fatica, la costanza, la lotta […], il valore, e finalmente la speranza di un premio” cit. M. Tulli Cicerone; Pro L. Corneli Balbo Oratio, cit. p. 26
44Per il concetto di liberalitas vd. J. Hellegouarc'h Le vocabulaire latin cit. pp. 215, 221
45“Exprime lui aussi l'un des aspectes de la virtus. Il est proche de fortuido en ce qui'il marque également l'effort fait pour triompher des difficultés te des dangers […] J. Hellegouarc'h Le vocabulaire latin cit. pp. 248, 249
46Che Cicerone afferma degna d'essere caratteristica del suo comandante Pompeo. virtus digna summo imperatore
47Poiché Pompeo ha premiato il fatto che Balbo abbia messo da parte i propri interessi per il bene dello Stato, Cicerone ricorda come nell'antica Roma il prodigarsi verso la res publica sia sempre stato considerato come una qualità del buon cittadino, dell'optimus vir. Il vir bonus che designa il civis bene meritus de republica, il civis de republica bene sentiens, sarà colui che difende la politica del Senato, che tra l'altro giudica chi è meritevole di questo titolo; il cittadino energico verso i sediziosi e demagoghi, colui che pratica una politica moderata, ostile sia agli ottimati intransigenti che ai demagoghi, colui che tenta di conciliare politica e morale, distinguendosi così dai locupletes o dagli ottimati che si lasciano guidare solo dall'interesse personale, colui che ricerca il consensus se non per tutta la comunità per lo meno per le altre classi.” cit. vd S. Laconi Dal vir bonus atque strenuus al vir fortis sapiensque cit p. 247
48 :«Id igitur quisquam Cn. Pompeium ignorasse dicere audebit quod mediocres homines, quod nullo usu, nullo studio praediti militari, quod librarioli denique scire se profiteantur? Equidem contra existimo, iudices, cum in omni genere ac varietate artium, etiam illarum quae sine summo otio non facile discuntur, Cn. Pompeius excellat, singularem quandam laudem et praestabilem eius esse scientiam in foederibus, pactionibus, condicionibus populorum, regum, exterarum nationum, in universo denique belli iure atque pacis; nisi forte ea quae nos libri docent in umbra atque otio, ea Cn. Pompeium neque cum requiesceret litterae, neque cum rem gereret regiones ipsae docere potuerunt.
Atque, ut ego sentio, iudices, causa dicta est: Cic. Pro Balbo VI 14, 15
49Per l'analisi della parola vd. J. Hellegouarc'h Le vocabulaire latin cit. p. 233
50“Enfin pour inciter à la bravoure, voire au labor, Cicéron use des exempla. Rien n'est plus efficace à Rome que de montrer des modèles à imiter surtout si ces personnages exemplaires appartiennent au passé. Le passé présente en effet un très éclat. les exemples sont anciens, plus ils ont de force et de charme: (Exempla ex uetere memoria) plurimum solent et auctoritatis à bandum et iucunditatis ad audiendumon exemples emprunté ancien temps) à la fois le plus d'autorité pour la preuve et plus de charme pour les auditeurs). Pour les boni viri l'histoire est "magistra vitae”. Les orateurs jugent d'ailleurs que les exempla des aïeux sont surtout utiles pour inciter à une noble conduite: Qui ad dignitatem impellet, maiorum exempla, quae erunt vel cum periculo gloriosa colliget (celui qui pousse à l'honneur recueillera les exemples où nos pères ont bravé les périls, parce qu'il y allait de la gloire). De plus ces arguments sont particulièrement efficaces s'il s'adressent à des patriciens ou à des nobles: ceux-ci se sentent en effet redevables envers leurs ancêtres du rang qu'ils occupent dans la société: sont fieres de leurs aïeux. Ces sentiments de gratitude et d'orgueil sont si vifs qu'un Metellus Celer tombe en larmes quand P. Servilius lui rappelle les hauts faits de ses ancêtres et qu'un M. Brutus est poussé à tuer César par le désir d'imiter le régicide Brutus.” Guy Achard Pratique rhétorique et idéologie politique dans les discours 'Optimates' de Cicéron, Netherland; 1981 p. 483
51Definiti da Cicerone come socii cfr. Pro Balbo 9
52Pro Balbo 9, 23
53Nostra civitas careatPro Balbo 9, 23. “civitas” Qui nel senso di Stato”; vd. M. Tullio Cicerone Orazione “Pro L. Cornelio Balbo” cit. p. 42
Per la definizione di civitas vd. J. Hellegouarc'h Le vocabulaire latin p. 380
54Nunc te patria, quae communis est parens omnium nostrumCat. VI 17
55:«aut, si quis ex his populis sit exortus qui nostros duces auxilio laboris, commeatus periculo suo iuverit, qui cum hoste nostro comminus in acie saepe pugnarit, qui se saepe telis hostium, qui dimicationi capitis, qui morti obiecerit, nulla condicione huius civitatis praemiis adfici possit?»: Cic. Pro Balbo 9, 23
56Cic. Pro Balbo 9; 24
57“Non sono rari gli esempi di schiavi a cui fu concessa la libertà e che furono fatti cittadini per premiarli di atti di valore, a principiare da quel Vindicio che fu manomesso per aver svelato la congiura dei figli di Bruto. Dopo la battaglia di Canne numerosi furono i servi manomessi e il loro numero crebbe ancora ai tempi di Mario.” vd. M. Tullio Cicerone Orazione “Pro L. Cornelio Balbo” cit. p. 43
58Cic. Pro Balbo 9, 24
59 “Nel 458 L. Mamilio, dittatore di Tusculo (cfr. Livio, Ab urbe condita libri, 3, 29, 6); nel 215 trecento cavalieri campani comportatisi valorosamente in Sicilia (ibid., 23, 31, 10) nel 211 lo spagnolo Merico distintosi all'assedio di Siracusa (ibid., 26, 21, 10)[...]” Le Orazioni di M. Tullio Cicerone; Volume terzo dal 57 al 52 a. C. a cura di Giovanni Bellardi, Torino; 2001 p. 688
60In virtù del fatto che essendo foederatae avevano libertà legislativa indipendente da Roma
61Possibilità però data dalla legge Gellia-Cornelia
62Pro Balbo 9, 25
63“Cesare annovera Balbo fra i suoi amici fin da quando questi era venuto ad abitare a Roma.
Nel 61 a. C., andando nell' Ispagna ulteriore come pretore, lo condusse con sé quale praefectus fabrum e durante il suo governo in quella provincia si dimostrò molto benigno verso gli abitanti di Cadice, forse per l'ascendente che su di lui esercitava Cornelio Balbo. Cicerone per il suo scopo difensivo tende a mettere in evidenza la stretta amicizia che legava questi due illustri uomini e della quale i primi a ricavare vantaggio erano proprio i cittadini di Cadice.” vd. M. Tullio Cicerone Orazione “Pro L. Cornelio Balbo” cit; p 60.
Per la definizione di beneficium vd. J. Hellegouarc'h Le vocabulaire latin cit. pp. 163,169
64 :« Omitto quantis ornamentis populum istum C. Caesar, cum esset in Hispania praetor, adfecit [...]» Pro Balbo 19
È utile far notare come Cicerone in questo caso, ma come in altri, faccia uso della cosiddetta praeteritio; la negazione di un concetto pur facendone riferimento.La negazione, in generale, ha una funzione prossima a quella della concessione: si rinuncia a un'affermazione che si sarebbe potuta sostenere [...], conservando però una traccia di questa come testimonianza della ricchezza di informazione, e della chiaroveggenza di chi ha riconosciuto il non valore di una proposizione” vd. Chaïm Perelman Trattato dell'argomentazione p. 512
altri esempi di praeteritio sono
:« Multa praetereo quae cotidie labore huius et studio aut omnino aut certe facilius consequantur» Pro Balbo XIX
:« Mitto vetera […]» Pro Balbo XXV 56
65 tessera di hospitium; leggere nota 69
66:«Hospitium multis annis ante hoc tempus cum L. Cornelio Gaditanos fecisse publice dico. Proferam tesseram; legatos excito; laudatores ad hoc iudicium, summos homines ac nobilissimos, deprecatores huius periculi missos videtis; re denique multo ante Gadibus inaudita, fore ut huic ab illo periculum crearetur . . . gravissima autem in istum civem suum Gaditani senatus consulta fecerunt: Pro Balbo; XVIII 41. Di quali provvedimenti si tratti non vi è notizia. Tuttavia è indubbio che ricordando all'assemblea i provvedimenti presi contro l'anonimo Gaditano, Cicerone vuole mettere in cattiva luce accusatore. Non è certamente un modello al confronto di Balbo che invece si prodigò per Roma, ma anzi un antimodello; A tal proposito si può analizzare ciò che dice Chaïm Perelman sul tema modello-antimodello “L'individuo di prestigio sarà descritto in funzione del suo ruolo di modello, si metterà in evidenza l'una o l'altra delle sue caratteristiche o dei suoi atti, […] in modo da poter più agevolmente trarre ispirazione dalla sua condotta.” vd Chaïm Perelman, Trattato dell'argomentazione; cit p. 385 e per estensione “[…] tutto ciò che abbiamo detto del modello può applicarsi, mutatis mutandis, all'antimodello” vd Chaïm Perelman, Trattato dell'argomentazione cit. p. 387
67“Stabilirono con atto ufficiale il diritto di ospitalità. Cornelio Balbo era dunque considerato non più cittadino di Cadice dagli stessi abitanti di questa città, dal momento che con atto pubblico gli veniva riconosciuta la qualità di hospes, tanto più che l'hospitium publicum veniva sancito con un regolare contratto fra le due parti, cioè fra chi concedeva la ospitalità e chi la otteneva e doveva essere redatto in iscritto, in modo che all'ospite rimanesse un segno tangibile della stipulazione del contratto.” vd. M. Tullio Cicerone; Orazione; cit. p. 59
68“È questo il segno tangibile di cui sopra, cioè la tessera di riconoscimento, che [...] veniva consegnata al forestiero da chi gli aveva concesso l'ospitalità” vd. M. Tullio Cicerone Orazione “Pro L. Cornelio Balbo” cit. p. 59
Dimostrando perciò all'assemblea che Balbo, a Gades era considerato non come cittadino di Gades ma cittadino di Roma.
69“Una simile ambasciata era stata inviata anche dei cittadini di Eraclea a fare pubblica testimonianza a favore del poeta Archia, nel processo che sei anni prima a lui pure era stato intentato” vd. M. Tullio Cicerone Orazione “Pro L. Cornelio Balbo” cit. p. 59
70Accusa che veniva rivolta invece al poeta Archia, che nel 62 a. C. venne accusato di usurpare la cittadinanza romana, e che Cicerone difese con argomentazioni che miravano a dimostrare che non esisteva nessuna registrazione del suo assistito come cittadino di Eraclea perché gli uffici dei registri erano stati distrutti durante la Guerra sociale, che i rappresentanti della cittadina di Eraclea ammisero che il poeta effettivamente era un loro concittadino. Inoltre, possedeva residenza a Roma ed era segnato anche nei registri del pretore Metello; infine, Archia non appariva nel censo romano perché era partito nella campagna militare con Lucullo ogni volta che ricorreva il censimento. Accusa dalla quale poi fu scagionato.
71“In questa forma di argomentazione è importante che l'esempio scelto non possa essere contestato in quanto è proprio la realtà di ciò che viene evocato a servire da fondamento alla conclusione” vd. Chaïm Perelman, Il dominio retorico, Torino 1981 cit. p. 118
72Pro Balbo XX; XXII
73Pro Balbo XXI
74Cic. Pro Balbo XXIII
75Cic. Pro Balbo XXIV
76Cic. Pro Balbo XXIV
77:«Quid? Cn. Pompeius pater rebus Italico bello maximis gestis P. Caesium, equitem Romanum, virum bonum, qui vivit, Ravennatem foederato ex populo nonne civitate donavit? Quid? cohortis duas universas Camertium C. Marius? Quid? Heracliensem Alexam P. Crassus, vir amplissimus, ex ea civitate quacum prope singulare foedus Pyrrhi temporibus C. Fabricio consule ictum putatur? Quid? Massiliensem Aristonem L. Sulla? Quid? quoniam de Gaditanis agimus, idem servos novem Gaditanos? Quid? vir sanctissimus et summa religione ac modestia, Q. Metellus Pius, Q. Fabium Saguntinum? Quid? hic qui adest, a quo haec quae ego nunc percurro subtilissime sunt omnia perpolita, M. Crassus, non Aveniensem foederatum civitate donavit, homo cum gravitate et prudentia praestans, tum vel nimium parcus in largienda civitate?: Cic. Pro Balbo; XXII, 50
78“La cultura politica romana guardava al passato e il mos maiorum aveva assunto valore di codice etico” cfr. S. Laconi Dal vir bonus atque strenuus al vir fortis sapiensque; cit. p. 39
79Cic. Pro Balbo; XXI
80Di Cicerone
81 vd. M. Tullio Cicerone; Orazione in difesa di L. C. Balbo; cit. p. 46
82Pro Balbo XXIII
83cfr. M. Tullio Cicerone Orazione “Pro L. Cornelio Balbo” cit. p 68.
84Legato dell'esercito di P. Vatinio, morì nel 73 a. C. combattendo contro Spartaco
85Pro Balbo XXIII
86Una di queste sacerdotesse si chiamava Callifana; Pro Balbo; XXIV
87 vd. M. Tullio Cicerone; Orazione in difesa di L. C. Balbo; cit. p. 52
88Cicerone usa i termini: «malivolorum, iniquorum, invidiorum animum[...]» per descrivere la personalità di chi ha accusato Balbo. Pro Balbo XXV
89:«[...]ut aliqui sermones hominum alienis bonis maerentium etiam ad vestras auris permanarent et in iudicio ipso redundarent, idcirco illa in omni parte orationis summa arte adspergi videbatis; tum pecuniam L. Corneli, quae neque invidiosa est et, quantacumque est, eius modi est ut conservata magis quam correpta esse videatur; tum luxuriam, quae non crimine aliquo libidinis, sed communi maledicto notabatur[...]: Pro Balbo XXV, 56
90Che Cornelio Balbo possedesse una villa a Tusculo è confermato in una lettera di Cicerone ad Attico (VII, 7, 6) M. Tullio Cicerone; Orazione in difesa di L. C. Balbo; cit. p. 54
91:«[...]Ut conservata magis quam correpta esse videatur»: Pro Balbo XXV, dimostrando come Balbo sia da annoverare in quell'alveo di uomini virtuosi, boni viri e di famiglia onorevole, che miravano alla publica utilitas e che raggiungono il prestigio e la ricchezza lecitamente e non in modo illecito; infatti “Nell'ideale di cittadino di buona nascita (“bono genere natus”) dunque non rientrano nè quei cittadini che fanno uso smodato delle ricchezze sperperando il loro patrimonio, nè i cittadini indigenti: la ricchezza, o meglio la ricchezza usata a scopi di piacere (voluptas), e la povertà erano considerati impolitiche. […] Il possesso delle ricchezze non era d'altronde condannato dalla morale romana, ciò che preoccupava era solo un problema di misura: tanto la povertà quanto l'eccessiva ricchezza potevano porre il cittadino in una condizione economica tale per cui, per rimediare alla povertà o per accumulare senza posa, questi non pensava più all'utile pubblico ma l'interesse individuale.” Tuttavia è bene ricordare che “[...] col decadere del patriziato, l'antichità delle origini diviene elemento secondario, al suo posto si afferma, quale discriminante, la ricchezza. Le leggi Licinie-Sestie (367 a. C.), di fatto permettono l'accesso alle alte cariche, […], solo a chi può far fronte alle spese che comporta la nuova posizione sociale (cfr. L Harmand, Un aspect social et politique du monde romain. Le patronat sur les collectivités politiques des origines au Bas-Empire, Paris, P. U. F. 1957, pp. 120ss.) cit. S. Laconi; dal vir bonus atque strenuus op cit. pp. 269, 271
92Cic. Pro Balbo XXVI
93Cic. Pro Balbo XXVI
94Cic. Pro Balbo XXVI
95Cic. Pro Balbo XXVI
96 “Secondo i dettami della retorica classica, la parte finale dell’orazione, in cui si riassumeva quanto s’era detto prima e con cui si cercava di commuovere l’uditorio”  www.treccani.it.
Gli antichi oratori avevano l'abitudine, nei dibattiti giudiziari, di finire i loro discorsi con un attacco contro quello che accusavano in modo da togliere, in anticipo, ogni valore alla sua arringa due punti chi si difendeva, doveva invece di conquistarsi nell'esordio, la benevolenza e dei suoi uditori e giudici, sforzandosi di modificare lo stato d'animo sfavorevole creato dalla perorazione del suo avversario.” vd Chaïm Perelman, Trattato dell'argomentazione; cit. p. 524
97vd J. Hellegouarc'h Le vocabulaire latin cit. pp. 365, 369
98“La parola fraus è usata nel significato di danno, detrimento recato con frode, così da Cicerone in parecchi luoghi, come da Livio. Cfr. aliqui noxiae esse fraudive.” M. Tullio Cicerone; Orazione; cit. p. 78
99“[...]indica la capacità naturale di dare un consiglio efficace o di prendere una decisione saggia e comporta un intervento limitato nel tempo[...] Dal vir bonus atque strenuus al vir fortis sapiensque cit. p. 45
100vd. J. Hellegouarc'h Le vocabulaire latin cit., pp. 23, 25 e pp. 275, 277
101Pro Balbo XXVIII