Cicerone
e la difesa di Cornelio Balbo.
Membro
di antica famiglia, Balbo, nasce attorno al 100 a. C. a Gades
(l'odierna Cadice).
Dei
suoi primi anni non si hanno molte informazioni, le notizie certe
iniziano dal 79 a. C. quando è arruolato come soldato romano in
Spagna
contro Sertorio, prima sotto il comando di Quinto Metello Pio e
successivamente sotto Pompeo, dal quale ricevette la cittadinanza a
Balbo per meriti militari nel 72 a. C.
Trasferitosi
a Roma,
Balbo stringe una forte amicizia anche con Cesare,
che nel 61 a. C. lo porta con sé
in Spagna, con la carica di praefectus
fabrum,
e poi anche in Gallia.
Il
60 a. C. è l'anno del triumvirato tra Cesare, Pompeo e Crasso e
ancora una volta la figura politica di Balbo è presente per la
creazione di questa alleanza,
salvo poi schierarsi dalla parte di Cesare nella successiva guerra
civile.
In
questo momento si intreccia la biografia di Cicerone con quella di
Balbo, infatti i triumviri chiedono a Cicerone di appoggiare la legge
agraria
in favore dei veterani di Pompeo, ma per non essere tacciato di
tradimento verso l'aristocrazia,
rifiuta tale voto, provocando la vendetta dei populares.
Infatti
nel 58
a. C. il tribuno
della plebe Clodio
Pulcro,
amico di Cesare,
ma
nemico di Cicerone per un processo per sacrilegio,
fa approvare una legge con
valore retroattivo che condannava all'esilio chiunque avesse mandato
a morte un cittadino romano senza concedere la cosiddetta
provocatio
ad populum.
Così
all'Arpinate non spettò altro che lasciare la città e sperare nella
clemenza.
Balbo
quindi si adoperò per far concedere il perdono all'oratore, che
venne concesso da Pompeo nell'anno 57 a. C.
Venendo
al casus
belli, l'anno
successivo, il 56 a. C. Balbo viene accusato da un anonimo cittadino
di Gades di usurpata cittadinanza romana. La questione verte sul
fatto che Pompeo avvalendosi della legge Gellia-Cornelia
aveva dato la cittadinanza romana a Balbo per meriti militari, quello
che però contesta l'accusatore non sono tali meriti, ma il fatto che
Pompeo non poteva concedere la cittadinanza ai cittadini di città
federate che non avessero aderito alla legge.
Balbo
quindi fu accusato di godere illegittimamente di un diritto di cui
non poteva disporre.
Per
analizzare meglio il problema è opportuno soffermarsi su due
aspetti, la prima su cosa fosse una città federata e a quali leggi
sottostasse, il secondo è il cursus che ebbero le leggi di
Roma sull'attribuzione della civitas.
Per
prima cosa “le
città extra-italiche, al tempo di Cicerone, si dividevano in città
che erano in stato di pieno asservimento ed erano dette
vectigalis
e stipendiariae
e in città nelle quali la soggezione a Roma poteva conciliarsi col
rispetto di una larga autonomia riconosciuta e garantita per mezzo di
trattati bilaterali ed erano dette liberae
o foederatae.
[…], possiamo dire che queste, pur essendo tenute a prestare al
magistrato romano quei contributi di denaro, di navi, di vettovaglie
che erano stabiliti dal foedus,
e pur essendo obbligate ad astenersi da certi tipi di commercio, che
potessero nuocere l'economia pubblica dei Romani, erano libere e
serbavano i propri organi, le proprie istituzioni, le proprie leggi,
la propria amministrazione, il diritto di modificare l'ordinamento
legislativo interno, quando loro paresse opportuno, ed anche di
adottare le leggi di Roma, purché questa concedesse il suo benestare
e purché il popolo concordemente dichiarasse di accettarla. Questa
libertà di adottare le leggi romane si estendeva anche al diritto di
applicare ai propri cittadini lo ius
civitatis
purché ci fosse il beneplacito di Roma.”
Ecco
quindi il nocciolo della questione: Gades, città federata non aveva
aderito alla legge Gellia-Cornelia e perciò il conferimento della
cittadinanza a Balbo concesso da Pompeo, secondo l'accusatore, doveva
essere considerato nullo.
Passando
all'analisi del secondo punto iniziamo con il dire che possedere la
civitas romana era indubbiamente un fatto di prestigio per chi
ne entrava in possesso, giacché molto spesso i detentori di tale
diritto provenivano da città o abitati poco sviluppati, in confronto
a Roma, pur rientrando sotto la sua giurisdizione.
Il
prestigio di appartenere ad un grande territorio quale era Roma
comportava diritti di cui solo un civis Romanus poteva godere,
diritto al voto, aspirare alle cariche politiche, diritti di
proprietà, matrimonio e soprattutto il diritto di appello al popolo
nelle cause di giudizio.
Col
tempo quindi Roma, man mano che il suo territorio si allargava ha
sentito la necessità di inglobare nel proprio sistema
economico-politico anche altri soggetti che non fossero i patrizi o i
plebei autoctoni.
Cicerone
vede con positività questo allargamento della cittadinanza poiché
dava a Roma la possibilità di fortificarsi e crescere la sua
potenza.
Volendo
fare quindi un excursus sulle varie fasi della legislazione
romana in materia di concessione della cittadinanza è utile
ricorrere alla spiegazione che il Bonfiglioli da nella sua
introduzione alla Pro Balbo: “Dopo la conquista dell'Italia
trasmarina e transalpina, molti italici e molti stranieri avevano
posto il loro domicilio in Roma e fraudolentemente erano riusciti ad
insinuarsi nella lista dei cittadini romani. Fu allora che un decreto
del Senato dell'anno 187 a. C. ordinò al pretore urbano Terenzio
Culleone di allontanare da Roma, rimandandoli nella loro patria, i
latini e i forestieri che abitassero nella capitale dal 204 in poi.
Secondo quanto ci narra Livio,
allora dodicimila Latini furono espulsi […].
Questo
provvedimento non portò gli effetti desiderati, perché nel 126 a.
C. il tribuno Marco Giunio Penna, preoccupandosi che i Latini e i
peregrini potessero usurpare la cittadinanza, vietava ad essi colla
lex Iulia de peregrinis la dimora in Roma. Questa legge
colpiva troppo duramente un gran numero di persone, che nella
capitale occupavano ragguardevoli posizioni, ed allora, per mitigarne
gli effetti, nel 95 a. C. i consoli L. Licinio Crasso e Q. Mucio
Scevola promulgavano la lex Licinia Mucia, la quale permetteva
agli
stranieri
di conservare la propria dimora in Roma, ma ordinava una severissima
revisione
per
impedire ogni abuso [...].
Non
v'ha dubbio che questa legge inasprì i rapporti degli italici verso
Roma […]. Per tranquillizzare gli animi il console L. Giulio Cesare
[…], promulgò nel 90 a. C. la lex Iulia dei civitate consociis,
colla quale la cittadinanza veniva concessa a tutti gli alleati, che
durante le guerra fossero rimasti fedeli a Roma.
La
liberalità di Cesare fu accresciuta ancora dal plebiscito dei
tribuni della plebe M. Plauzio Silvano e C. Papirio Carbone, che
nell'89 a. C. promulgavano la lex Plautia Papiria, secondo la
quale chiunque poteva diventare cittadino Romano purché si trovasse
nelle condizioni e ottemperanza alle disposizioni seguenti: 1° fosse
cittadino di una città federata di Roma, 2° avesse il proprio
domicilio in Italia al momento della promulgazione della legge, 3°
facesse la relativa dichiarazione di domicilio, iscrivendosi nelle
nuove liste dei cittadini nel termine di 60 giorni presso il pretore
a ciò delegato.
La
legge Plautia Papiria incontrò non poche difficoltà nella
sua applicazione, perché non si sapeva a quali tribù dovessero
essere iscritti i nuovi cittadini che si temeva avessero le
preponderanza nei comizi, ne fossero distribuiti in tutte le tribù.
Furono allora create 8 nuovi tribù, alle quali vennero assegnati.
Tale misura, però, […] non fu applicata. […] Dopo la legge
Plautia Papiria a nessun italico fu più vietato di prendere
domicilio a Roma, ma principiarono allora gli stranieri ad agitarsi e
molti riuscirono una godere abusivamente della cittadinanza. Fu
allora che il tribuno C. Papio, richiamando in vigore l'antica lex
Iunia, nell'anno 65 promulgò la lex Papia de civitate Romana,
secondo la quale tutti coloro che non erano cittadini di Roma
dovevano essere banditi e dovevano essere sottoposti a giudizio
quelli che fraudolentemente si erano arrogata la cittadinanza
romana”,
ed è proprio questa legge che l'ignoto usò contro Balbo.
Resta
un ultimo tassello da inserire prima di analizzare la difesa di
Cicerone.
Come
mai questo anonimo cittadino di Gades si prodigò tanto per far sì
che a Balbo venisse revocata la cittadinanza? Per il fatto che anche
questo anonimo pur essendo cittadino romano, a causa di una condanna
gli venne revocata la cittadinanza, perdendo de facto tutti i
privilegi della sua condizione di civis Romanus e l'unico modo
per poterla riavere era vincere una causa in un processo da lui
intentato; senza poi dimenticare che attaccando Balbo, che con la sua
scalata politica aveva anche suscitato molta invidia, avrebbe
indebolito Pompeo e Cesare.
Cicerone
riesce quindi a smontare tali accuse con un impianto difensivo
attentamente studiato; facendo appello alle numerose norme giuridiche
in materia di cittadinanza, che Cicerone stesso definisce essere
innumerabiles leges de civis iure,
portando soprattutto exempla del passato, e nel contempo
esaltando la figura di Pompeo (il fautore del suo rientro a Roma) e
Balbo. Cicerone fa anche uso di figure retoriche che ritroviamo in
più parti dell'orazione; la metafora,
l'anafora,
e l'ironia.
Ma Cicerone
ricorre anche all'uso dei superlativi;
per citare qualche esempio gli alleati vengono definiti fidelissimos
et coniunctissimos socios,
oppure
usa
la parola
peritissimis per
riferirsi ai generali del passato,
e anche eloquentissimis
o
amicissimis.
L'esaltazione di Pompeo
inizia dall'exordium,
e
continua anche durante il resto del discorso.
Cicerone infatti prima di intraprendere la sua argomentazione in
difesa di Balbo, cerca di accattivarsi la benevolenza dell'uditorio
insistendo sul fatto che prima di lui avevano argomentato personaggi
più autorevoli,
usando
la frase
«Si
auctoritates patronorum in iudiciis valent, ab amplissimis viris L.
Corneli causa defensa est [...]» si
chiede perciò quale sia il suo ruolo nella difesa di Balbo
giacché Pompeo il giorno prima aveva tenuto un discorso in difesa di
Balbo che definisce con termini entusiastici; incensa Pompeo: «Quale
fu la gravità del discorso di Gneo Pompeo ieri, giudici, quale
eloquenza, quale abbondanza,
si è visto che non con una tacita impressione del vostro animo, ma
con
un'ammirazione
ben visibile è stata esaltata. Non ho mai sento niente che mi
sembrasse più
acuto
sul piano giudico, niente con una più ricca evocazione dei
precedenti, niente di più
esperto
sui trattati, niente di più chiara autorità sulle guerre, niente di
più serio sulla Repubblica, niente di più modesto verso se stesso,
niente di più bello sul processo e sul crimine»:
e l'elogio continua :«Quindi
per me è molto difficile prendere la parola per ultimo. Infatti
succedo a un'orazione che
non ha solo sfiorato le vostre orecchie, ma si è insediata nel
profondo del vostro animo, così che non potrete ricevere non solo
dalla mia, ma anche dall'orazione di chiunque altro, un piacere
maggiore che dal ricordo delle sue parole.[...]»:
sono
frasi che esaltano Pompeo, lo descrivono come una persona dalle
migliori capacità mnemoniche, una persona dalla profonda conoscenza
giuridica e Cicerone ha ben ragione nell'elogiarlo e a sentirsi in
soggezione rispetto a Pompeo poiché la fine del suo allontanamento
da Roma la deve proprio alla clementia
del generale.
Ma
l'esaltazione di Pompeo non si esaurisce con l'exordium,
continua
nei capitoli 4 e 5.
Specialmente in questi due capitoli Cicerone alza l'asticella
dell'esaltazione dei meriti del suo benefattore, con
una serie di aggettivi quali ingenium,
integritas,
diligentia,
pudor,
moderatiorem.
Sembrerebbe
perciò che questa orazione più che difendere Balbo, sia stata
tenuta per difendere Pompeo ed elogiarlo.
Chiaramente
Cicerone non dimentica di mettere in buona luce il suo assistito,
anzi esalta i meriti con una gradatio ascendente.
Infatti l'Arpinate nei capitoli 2 e 3 afferma: «Questi
sono i meriti personali di Cornelio verso la Repubblica, l'attività,
la perseveranza, la battaglia,
il valore degno del suo grande capo, la speranza di ricompense
adeguata ai pericoli; i premi stessi non sono poi merito di quello
che li riceve, ma di quello che li concede. Ebbene per questi motivi
gli fu conferita la cittadinanza da Gneo Pompeo. Questo l'accusa non
lo nega, ma lo contesta, cosicché contro Cornelio si accetta la sua
difesa.[…]
Tu
ammetti, infatti, che in quella città in cui è nato, era nato da
una famiglia sommamente rispettabile,
e che fin dalla tenera età, lasciate tutte le sue faccende, si
dedicò alle nostre guerre insieme ai nostri comandanti, e si prodigò
in ogni fatica, in ogni assedio, in ogni battaglia. Tutti questi
fatti sono non soltanto lodevoli, ma anche propri di Cornelio, e non
c'è in queste cose alcun fondamento per un'accusa».
Mette in evidenza le sue qualità, la liberalitas
verso la Repubblica, il labor,
la dimicatio,
e mettendo da parte i propri interessi
ha combattuto le guerre di Roma e perciò furono queste le ragioni
che indussero Pompeo a conferire la cittadinanza a Balbo.
Perciò
Cicerone mettendo in evidenza la sue qualità morali e militari di
Balbo di modo che sia evidente all'uditorio che Balbo meriti la
cittadinanza e che è l'uditorio a sbagliarsi nella interpretazione
della legge, non Pompeo che viene accusato dalla assemblea di
ignoranza nelle questioni giuridiche e di diritto internazionale;
dice infatti Cicerone: «Si
avrà dunque il coraggio di sostenere che Gneo Pompeo ignorasse
ciò che è noto a persone comuni, prive di esperienza e interessi
militari, addirittura noto a degli scribacchini?
Per
parte mia, giudici, ritengo al contrario che, se Pompeo eccelle in
ogni genere e varietà di conoscenze[...], un suo merito
straordinario è l'eccezionale conoscenza dei trattati, degli
accordi, delle clausole imposte ai popoli, ai re e alle nazioni
straniere: in una parola, del diritto internazionale nel suo
complesso, sia di guerra che di pace, a meno che non si dia il caso
che Pompeo non abbia potuto apprendere dai testi nei periodi di
riposo né dai luoghi stessi nei periodi di attività ciò che noi
apprendiamo dai libri nella quiete e nel fresco dello studio».
Cicerone
mostra all'assemblea che Pompeo, da profondo conoscitore della
giurisprudenza, non ha commesso nessun errore, ma che anzi l'ha
applicata senza errori, un esempio è infatti l'uso della parola
excellat;
perciò
la conclusione alla quale giunge Cicerone è che
Pompeo
essendo profondamente esperto nella conoscenza di questioni
giuridiche e trattati internazionali è impossibile che si sia
sbagliato.
Ma
l'orazione di Cicerone non si limita agli elogi, che usa per creare
quel clima favorevole alla causa e ingraziarsi l'uditorio.
Da
buon giurista e avvocato, sa che
per
far pendere l'ago della bilancia a favore di Balbo è necessario che
porti all'assemblea altri exempla
di
conferimento della cittadinanza verso gli alleati
che si sono spesi per il potere di Roma.
Questo
concetto è meglio espresso al capitolo IX nei paragrafi dal 23 al
26, dove tocca vari punti, il primo
è il suo disappunto per il fatto che Roma si sia dimostrata poco
riconoscente nei confronti di chi si è sacrificato per la civitas,
giacché per Cicerone, uomo di Stato, chi serve la Patria, da lui
definita madre comune,
merita grandi onori quali la cittadinanza, infatti dice: «[...] se
da questi popoli è venuto fuori qualcuno che abbia aiutato i nostri
generali con la sua operosità e i nostri approvvigionamenti con suo
personale pericolo, che abbia sovente combattuto contro i nostri
nemici affrontandoli a corpo a corpo sul campo, che si sia esposto
spesso ai dardi dei nemici, alla lotta per la vita e perfino alla
morte, a nessuno patto potrebbe ottenere come premio la nostra
cittadinanza?».
Cicerone
lamenta poi il fatto che i privilegi come la cittadinanza in passato
sono stati concessi sia a schiavi
(servi),
ma anche ai nemici (hostes)
che durante la guerra sono passati nelle fila dell'esercito Romano.
Sarebbe quindi oltraggioso, secondo il ragionamento dell'Arpinate,
dare la cittadinanza ad uno schiavo o un ex nemico e non ad un
soldato che ha servito coraggiosamente Roma, e che i Gaditani, se
avessero voluto, avrebbero potuto decidere tramite loro leggi
che nessun cittadino di Gades avrebbe dovuto combattere per Roma,
visto che pur combattendo per Lei non ci sarebbe stata la ricompensa
della cittadinanza,
trovandosi perciò in penuria di alleati.
Se
fino adesso abbiamo visto che il concittadino di Balbo si era opposto
al conferimento di questa cittadinanza, Cicerone si domanda quale sia
stata la reazione del resto della cittadinanza a tale concessione. Le
prove che porta all'assemblea mettono in luce una realtà molto
diversa da quella che si evince dall'accusa mossa dall'anonimo,
infatti Cicerone dimostra come i Gaditani non abbiano avuto nessun
tipo di rimostranza verso il conferimento fatto da Pompeo al loro
concittadino, ma che anzi si siano compiaciuti per i beneficia
ricevuti da tale nomina,
demolendo perciò l'accusa dell'anonimo.
Infatti
Cicerone porta una serie di prove che scagionano l'imputato, dice:
«Io affermo che parecchi anni fa in Gaditani hanno accordato
ufficialmente a Lucio Cornelio il diritto di ospitalità: esibirò la
tessera,
invito ad alzarsi delegati: voi avete davanti agli occhi degli uomini
eminenti e nobili che sono stati inviati per questo processo come
testimone a difesa per scongiurare il pericolo di una condanna,
infine, molto tempo prima del processo, si ebbe la notizia che il mio
cliente sarebbe stato posto sotto accusa, i Gaditani presero in
Senato dei gravi provvedimenti contro l'accusatore, benché loro
cittadino»:
i
concetti chiave di questa parte del discorso sono sicuramente il
fatto che già da tempo i Gaditani stabilirono con Lucio Cornelio
l'atto di hospitium;
infatti Cicerone è pronto a mostrare la tessera di hospitium,
che
addirittura sia arrivata da Cadice una delegazione di eminenti uomini
in difesa di Balbo
e che come abbiamo visto si sono presi provvedimenti contro questo
anonimo cittadino che aveva accusato Balbo.
Chiaramente
in questa difesa la sola presenza di cittadini Gaditani non bastava a
levare da Balbo il sospetto di essere un usurpatore della
cittadinanza.
Quindi quello che fa Cicerone è portare ulteriori exempla
di
concessione della cittadinanza,
poiché sono quelli che l'Arpinate usa per rafforzare la sua tesi a
favore di Balbo.
Sono
exempla
che si snodano dai capitoli XX al XXIII, esempi che vanno dal
conferimento di cittadinanza da parte di personaggi illustri,
controversie giuridiche,
sentenze di tribunali
e decreti del popolo
e del Senato.
Tra
gli esempi illustri viene ricordato: […]«Forse che Gneo Pompeo, il
padre, dopo i suoi grandi successi nella guerra sociale, non ha
concesso il diritto di cittadinanza a Publio Cesio, ancora oggi in
vita, cavaliere romano e gran galantuomo di Ravenna, cioè
appartenente uno Stato confederato? È Gaio Mario non ha conferito lo
stesso privilegio a due intere coorti di Camerino? E l'illustre
Publio Crasso non l'ha dato ad Alexas di Eraclea, appartenente ha una
città con la quale si strinse ai tempi di Pirro, sotto il consolato
di Gaio Fabrizio, un trattato che si ritiene quasi unico? E Lucio
Silla al marsigliese Aristone? E poiché parliamo di Gaditani, non
l'ha pure concessa a nove Gaditani? E Quinto Metello Pio, un uomo
tanto retto, scrupoloso è misurato, a Quinto Fabio di Sagunto? E il
qui presente Marco Crasso, [...] non ha concesso la cittadinanza […]
a un abitante ad Avignone, città federata?»
Cicerone con questo lungo elenco vuole dimostrare come Pompeo abbia
agito seguendo gli exempla
dei generali del passato, esempi chiari del mos
maiorum.
Cicerone
cita poi la controversia giuridica
“provocata dalla concessione di cittadinanza a cittadini di
popoli federati, controversie sempre risolte conformemente alla sua
tesi,
che cioè nulla vieta ad un generale di concedere il premio più
ambito a coloro che più valorosamente hanno combattuto, qualunque
sia la condizione della loro patria nei riguardi di Roma.
Gli
esempi proseguono portando davanti all'uditorio anche sentenze di
tribunali
riguardanti per esempio “Marco Cassio, reclamato come cittadino dai
Mamertini.”
salvo poi rinunciare alla causa intentata, o anche Lucio Cassinio
e Tito Coponio, entrambi di Tivoli, che divennero cittadini romani
dopo aver vinto una causa di condanna su due cittadini.
Ma
forse l'esempio più particolare è la sentenza riguardante “delle
sacerdotesse di Cerere,
le quali erano tratte da Velia e da Napoli, città federate, e che,
affinché potessero esercitare il loro ministero religioso in Roma
erano fatte per decreto del popolo e del Senato cittadine romane,
senza che le città da cui derivavano sollevassero opposizione.”
Dopo
questa presentazione di sentenze e decreti del popolo, e prima di
concludere il suo discorso, Cicerone manifesta il sospetto che questo
processo fosse intentato principalmente per questioni di invidia
per il prestigio e la ricchezza raggiunte dal Balbo.
Cicerone
dice infatti: «Perché certi discorsi di gente che si duole
dell'altrui buona fortuna raggiungessero pure alle vostre orecchie e
pesassero perfino sul verdetto, che voi vedevate spargere con arte
sopraffina in ogni parte del discorso delle insinuazioni: ora sul
patrimonio di Lucio Cornelio, che non è tale da destare invidia e,
qualunque sia la sua entità, dà più l'impressione di essere stato
bene amministrato che mal acquistato; ora sulla vita lussuosa, che
però non veniva bollata con una ben precisa cosa di immoralità ma
con delle generiche maldicenze [...]»
e
che le ricchezze guadagnate da Balbo, come l'acquisto della villa di
Tusculo
sono il frutto del suo risparmio e non accumulate con qualsiasi
mezzo
e per scagionare Balbo e ribadire la sua buona persona dice che si è
sempre comportato con lealtà verso gli oppositori politici
e che Cicerone stesso è l'esempio diretto della nobiltà
d’animo di
Balbo, giacchè si adoperò per porre fine il suo esilio,
ma non solo, afferma che Balbo è accusato non dai suoi nemici ma dai
nemici di Pompeo e Cesare:«Ad
attaccarlo, dunque, non sono i suoi nemici, inesistenti, ma quelli,
numerosi e potenti, dei suoi amici: erano proprio loro che ieri Gneo
Pompeo, nel suo facondo ed elevato discorso, invitava a lottare
direttamente assieme a lui, se lo volevano, e ad abbandonare questa
lotta ineguale e questa ingiusta contesa».
Chiude
l'orazione a difesa di Balbo la peroratio
nel capitolo XXVIII, nella quale Cicerone porta all'uditorio le
ultime conclusioni.
Ricorda
all'assemblea che l'amicizia di Cesare nei confronti di Balbo deve
essere considerata una summa laus,
piuttosto che una fraus,
ricorda perciò all'assemblea che Cesare apprezzò le qualità di
Balbo come il consilium
e la fidem.
Per
concludere Cicerone ricorda nuovamente come in passato personaggi
quali Marco Crasso, Quinto Metello, Cneo Pompeo padre, Lucio Silla,
Publio Crasso, Caio Mario, e che figure quali il Senato e il popolo
hanno dato la cittadinanza a popoli federati, e che Pompeo, non fa
altro che avere come guida gli esempi del passato e che accusare
Pompeo equivale ad accusare quei personaggi che hanno concesso la
cittadinanza e che ora sono morti, il Senato e infine il popolo di
Roma e che la condanna di Balbo è una condanna a Pompeo: «Infine,
giudici, tenete ben fissa in mente questa verità: in questa causa il
vostro giudizio verterà non già su un'azione cattiva di Lucio
Cornelio, ma su un'azione buona di Gneo Pompeo».
Bibliografia