Aveva finalmente ricevuto la risposta tanto attesa per quel lavoro di assistente. Un annuncio trovato per caso in una delle pensiline del pullman. Non richiedevano particolari esperienze, solo buona voglia di lavorare e praticità del saper fare. Il tutto era avvenuto via posta elettronica. Aveva inviato la candidatura con il curriculum e in pochi giorni aveva ricevuto la risposta assieme all'indirizzo.
Gentile signor XXX, le comunichiamo che abbiamo preso in considerazione la sua candidatura, pertanto saremo lieti di se si presentasse per un colloquio conoscitivo presso il nostro indirizzo.
Cordiali saluti.
Così quel sabato mattina, preparatosi di tutto punto si recò nel luogo indicato. Un palazzo di cinque piani in una zona un po' defilata della città. Guardò il numero civico e accertatosi che fosse quello corretto entrò nell'androne. Un ingresso alquanto lugubre e triste, con del perlinato demodè che copriva sino a metà parete.
L'indicazione ricevuta recava scritto quarto piano. Essendo primavera già inoltrata decise di prendere l'ascensore per non dover arrivare sudato e con il fiato corto.
Entrato all'interno della cabina, premette il tasto numerico quattro e lasciò che il macchinario facesse il suo lavoro. Qualcosa di strano però accadde. Una volta arrivato al terzo piano si aspettò che si fermasse al piano indicato ma questo proseguì oltre. Pensò di aver premuto il numero errato, e che si sarebbe fermato a quello successivo visto che i piani terminavano al quinto, poco male avrebbero fatto in rampa in discesa. Tuttavia però non si fermò. Procedette oltre. Oltre il quinto. Impossibile pensò. Continuava a salire e salire. Lui all'interno cercò di bloccare in qualche modo la corsa sempre più veloce. Premette più volte il tasto di arresto di emergenza, ma l'elevatore procedeva senza sosta la sua salita. Improvvisamente si fermò con un sobbalzo. Si guardò attorno cercando di capire cosa fosse successo. Sperò di trovare il campanello di allarme nella pulsantiera ma non lo vide. Chiamò, urlò ad alta voce battendo i pugni, ma non ottiene risultato alcuno.
Cercò quindi di aprire le due portine. Incastrate perciò le dita nella fessura iniziò a far forza.
La portina si apre a fatica con un rumore di ingranaggi e finalmente si apre di scatto. Ma dietro di essa ne compare un'altra, la apre e ancora un'altra e dopp di che un'altra ancora. Sono tante. Una di seguito all'altra. Ad ogni portina che apre se ne trova un altra davanti. Quattro, cinque, sei.
Chiuso in quella piccola scatola con la luce bianca tremolante gli manca il respiro, si allarga il nodo della cravatta. Lo spazio è meno di un metro quadrato. Finalmente sono terminate.
Davanti però si trova metà muro che blocca l'uscita fatta da uno stretto passaggio come se si trovasse tra un piano ed un altro.
Oltre quello spazio c'è solo il vuoto. Per non farsi prendere dal panico cerca di restare calmo anche se lo spazio è molto molto stretto. Può a malapena muoversi li dentro.
Dentro sembra un ascensore anni 70. Pareti in laminato di ottone sagomato a listelli con il pavimento in linoleum consumato dal colore rossiccio con delle venature bianche. C'è un piccolo specchio alla destra. Facendo perno sul bordo della parete oltre l'uscita riesce a far muovere l'ascensore facendolo abbassare di un paio di centimetri e datosi una spinta riesce a uscire da li dentro passando per la pancia attraverso quello spiraglio. Li davanti è totalmente buio. Percepisce solo il suono prodotto dalla sua eco che si perde in quel nulla.
Davanti a se ha una gradinata che sembra in cemento o pietra, talmente grande che si perde all'infinito a destra e sinistra. Solo la luce che proviene dell'ascensore illumina quel poco davanti a lui. Il resto è completamente avvolto nell'oscurità. Si muove con circospezione.
Non vuole allontanarsi dal quella fioca luce che gli garantiva quel poco di sicurezza. Sui gradini vide dei libri sparsi, tanti libri buttati alla rinfusa come dopo una forte folata di vento.
Aperti, chiusi strappati. Resta li fermo per parecchio tempo, non sa che fare. Torna all'interno dell'ascensore per vedere se premendo qualche pulsante questo torni giù, ma non avviene.
Decide nuovamente di uscire fuori.
Si incammina non sapendo però dove andare. Sale qualche gradino, lo riscende. Prova ad avventurarsi in quel buio invadente. Sente solo i suoi passi che grattando nel pavimento si diffondono in quel nero vuoto.
Improvvisamente però si fa largo una specie di cantilena, una preghiera recitata da un gruppo di persone, sei o forse sette. Sembra una nenia recitata ad alta voce. Si volta, e nel farlo colpisce uno di quei libri che con quel colpo cade sparendo nel nulla.
Scende quei gradini, gira attorno alla cabina ascensore che sembra fluttuare nel nulla e arriva ad un pianerottolo illuminato e sbirciando di sottecchi vede una porta semi aperta. La cantilena arriva da li dentro. Guarda nuovamente, all'interno dello spiraglio vede qualcosa muoversi.
Temendo di essere visto si nasconde dietro l'angolo dell'ascensore ma lo hanno notato. La porta in legno si apre e improvvisamente si ritrova in un seduto in un salotto con dei divani in pelle bianca morbidi. C'è una sola abatjour alla sua sinistra che illumina la stanza. Li con lui c'è anche una bambina. Vede però passare e muoversi come spetri sagome nerastre che sembrano fatte di denso fumo. La cantilena ora è cessata. La piccola non parla e sembra non fare troppo caso a lui. Ogni tanto lo guarda, fa mezzo sorriso e ritorna alle sue faccende.
Sembra giochicchiare con dei rettangoli di legno e un bambolotto in stoffa e parla a voce bassa.
Improvvisamente però si volta e con un coltello gli si avventa sopra colpendolo ripetutamente sul tronco e sul collo. L'uomo non ha il tempo di agire in nessun modo.
Stramazza a terra.
La lampada posta in un angolo si spegne. Tutto tace. Lentamente poi quella nenia torna a farsi udire e ad echeggiare in quel buio.
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