martedì 26 settembre 2023

I Calia, storia di una famiglia: (1) L'incendio

 Venne svegliato lentamente non accorgendosi subito di cosa stesse accadendo. Un odore acre si era sparso per la piccola cascina. Fu però la moglie a destarlo. Si era alzata e spalancando le veneziane si trovò davanti uno spettacolo spaventoso quanto incredibile. Nella notte più nera di quei primi giorni di agosto il rosso vivo del bagliore delle fiamme illuminava ettari di terreno che andava a fuoco.

Le grida di stupore svegliarono il marito che si avvicinò alla finestra. In tutto quel calore che avvampava l'aria gli si gelò il sangue. L'uliveto dei Calia stava andando a fuoco. Con velocità andò a destare il figlio da poco maggiorenne e dopo avergli detto quello che stava avvenendo lo mandò a chiamare i padroni. Il giovane si vestì alla bene e meglio e dopo di che andò nel piccolo casolare adibito a stalla, attiguo alla casa e una volta sellato il cavallo, che malamente gradì essere svegliato in piena notte, corse velocemente come gli era stato raccomandato. Uscì sfrecciando al galoppo più veloce che potè alzando un polverone che che i bagliori delle fiamme si illuminò di arancione.

Nel frattempo il vecchio Vincenzo, mezzadro per conto dei Calia era andato a chiamare aiuto nelle case vicine; la frase era solo una "Gli ulivi dei Signori stanno bruciando", bastò questo a mobilitare i fattori. Con i carri si iniziarono a trasportare secchi ricolmi di acqua e si cercava di arginare ed evitare che il fuoco continuasse a mangiare voracemente le piante. Tutti gli uomini e le donne si misero di buona lena ed erano impegnati con incitamento reciproco a gettare l'acqua, facendo da spola presso i pozzi vicini e il terreno. Ma più passavano i minuti e più sembrava che il fuoco al posto di spegnersi si nutrisse con ingordigia di quella stessa acqua che invece gli veniva gettata sopra per spegnerlo.

  Nel bel mezzo delle campagne rischiarate dalla falce di luna, il giovane correva sul cavallo  che come avendo capito la gravità batteva le pesanti zampe in corsa sollevando intere zolle di terra ed erba. Lo spronava pesantemente e lo incitava, scavalcando intere siepi. Fortunatamente la dimora dei padroni si trovava a pochi chilometri e quando riuscì ad arrivare alle porte di Serralio, il piccolo paesino dormiva pesantemente. Corse per le strade polverose, sfrecciò fra i vicoli stretti per raggiungere la parte alta del paese. Anche in quella semi oscurità sapeva destreggiarsi passando attraverso la case in pietra e mattoni di fango.

  -Aprite, l'oliveto sta andando a fuoco-, disse una volta fermatosi davanti all'abitazione. Una grande casa  padronale con un alto muro di cinta. Si spostò quindi in direzione del cancello in ferro battuto e ancora una volta chiamò l'attenzione di chi vi dimorava. Una piccola e flebile luce sia accese da una delle camere alte poste proprio davanti all'ingresso, erano le camere delle serve (quelle dei padroni erano nella parte retrostante, quella più silenziosa perchè non davano direttamente sulla strada). La lucetta si spostava di finestra in finestra, poi sparì fino a ricomparire davanti all'ingresso. Era una delle serve, che in un dialetto poco elegante gli chiese cosa avesse da urlare a quell'ora di notte. Dopo avergli spiegato cosa stava accadendo, la giovane, vestita con una leggera tunica di cotone bianco e una mantella per coprire le spalle dall'umido della notte aprì il pesante ingresso e lo fece entrare nella corte interna e assieme andarono in casa, ma solo lei potè entrare nella camera padronale dove dormivano marito e moglie dopo aver bussato quel tanto che bastava per destarli.

-Signore, c'è giù il figlio dei Pais-.

-Cosa vuole?-, rispose l'uomo ancora assonnato-.

-Dice che l'oliveto sta bruciando-. La voce tremò quando disse questo.

-Santo cielo-. 

  Si buttò immediatamente giù dal letto e in pochi istanti l'intera  casa venne svegliata.

-Vai a chiamare gli altri nel frattempo-.

-Subito, signore-.

  I due coniugi finirono di vestirsi velocemente e scesero nel piccolo vestibolo dove trovarono ad attenderlo il giovane. Nei pochi istanti che seguirono scese anche il resto della famiglia. Il maggiore, Gerardo, era arrivato per primo, a seguire gli altri tre fratelli. Clara, Isabella e infine Ruggero.

-Signore, l'oliveto sta bruciando. Mio padre con dei vicini stanno cercando di spegnere il fuoco-.

La famiglia Calia guardò con sgomento il ragazzo immaginando ciò che stava avvenendo nella loro campagne.

-Le bestie sono al sicuro?- fece Michele Calia.

Si, signore loro stanno bene-.

-Dobbiamo andare, padre-. Fece Gerardo prendendo la parola.

-Si certo. Anna, tu e le ragazze state qua. Io con il resto degli uomini ci dirigiamo all'oliveto. Prendiamo i cavalli senza la carrozza, andremo più veloci-. La donna fece un cenno assertivo con la testa e con fare protettivo si avvicinò alle due figlie. Il resto della famiglia, accompagnati da tre servitori presero i cavalli e sellati, si diressero di volata in direzione delle campagne. Alle altre non restò che aspettare in casa, in compagnia del resto delle donne che componevano la servitù, le due serve e la cuoca. L'unico pensiero che avevano tutti era quello di salvare la loro principale fonte di reddito, l'oliveto che di generazione in generazione era passato in eredità alla famiglia dei Calia.

  Piantato dal nonno del marito Michele, col tempo era diventato una delle più grandi piantumazioni di olivo del sud della Sardegna. Saverio Calia stesso era andato di persona nel continente agli inizi dell'800 per cercare le qualità migliori tra la Toscana e le Marche. Portando poi con se sessanta casse con all'interno le giovani piante, in un viaggio in vaporetto durato sei giorni. Sbarcato poi a Cagliari da li aveva affittato una quindicina di carri per portarli poi nei loro possedimenti. Da quel momento la sua famiglia lo aveva tramandato ai figli maggiori. Ora toccava a Michele che a sua volta poi lo avrebbe lasciato a Gerardo dopo che avrebbe compito gli studi di agraria a Roma. Col tempo erano riusciti a ritagliarsi uno spazio importante nella produzione dell'olio, arrivando a possedere un vastissimo terreno con oltre tremila alberi.


  Nel frattempo si erano accese le luci delle case attorno alla loro, poichè svegliati da quel baccano, ed erano accorsi per capire cosa fosse successo. In men che non si dica tante altre persone si mobilitarono per portare aiuto e spegnare l'incendio. Partirono una ventina di uomini. Anna con le figlie restarono a guardare il gruppo dei cavalieri che uscivano per le strade al galoppo. Non riuscendo a tornare a dormire si recarono tutte e tre nel piccolo salottino al piano inferiore e si sedettero sulle poltroncine di vellutino verde e dal legno intagliato. Nessuna osava parlare. Solo Clara non resistette a lungo seduta e si recò in cucina, nel reto della casa, portando con se la lampada a olio. Un silenzio irreale avvolgeva l'abitazione. La madre prese il rosario e in silenzio iniziò a sussurrare raccomandandosi a Santa Barbara e a Sant'Isidoro, protettore dei contadini, nonchè anche patrono di Madrid, sua città di origine per famiglia giacché lei faceva Boil di cognome e i suoi predecessori arrivarono nell'isola quattrocento anni fa al periodo della conquista della Sardegna da parte della Spagna qui avevano portato la loro nobiltà e dote. Alla silenziosa preghiera si unì anche Isabella che aveva acceso una piccola candela ai piedi della madonna in gesso esposta all'ingresso. Poco dopo Clara tornò nel salotto portandosi appresso una delle serve con un vassoio e poggiatolo sul tavolino tra le due poltroncine porse ad ognuna una tazza in ceramica fine.

-Cos'è?-. Chiese la donna sollevando lo sguardo.

-Un po' di Camomilla, madre, aiuterà a distendere i nervi-. Fece Clara. Lei sorrise e sollevata la tazza ne prese un sorso. Così pure fece Isabella.

-Non servirà a tanto, ma non possiamo fare molto adesso. Preghiamo perchè riescano a spegnerlo al più presto-. Disse Anna.

-Signora-.

-Dimmi Severina-. Rivolgendosi alla giovane servetta.

-Vado a chiamare Don Pibiri?, gli chiedo di accendere una cero alla madonna-.

-Non c'è bisogno-. rispose lei con mezzo sorriso, -non scomodiamolo-.

-Va bene-. Passandosi le mani nel grembiule per allisciarlo tornò quindi nel vestibolo della cucina. Li la aspettava Paschedda, la cuoca e la serva più anziana, Teresa, chiamata anche Teresina dal resto della famiglia dei Calia visto che era con loro da tanto tempo. Una donna rotonda e bassa che portava sempre una crocchia tenuta da uno spillone in madre perla.

-Che disgrazia-. Disse Paschedda che vista l'ora iniziò a preparare la collazione per i padroni e qualcosa in più anche per il resto degli uomini di casa che stavano lavorando. 

-Speriamo riescano a salvare le piante-. Le fece Teresa.

Erano da poco passatele cinque e iniziava ad est a sorgere il sole. La notte nera iniziava a farsi rosata. Le tre donne erano ancora in attesa di notizie. Clara non resistendo alla stanchezza si era lasciata andare al sonno e si era addormentata nel divanetto. Finalmente i primi colpi di zoccoli di cavallo si fecero sentire tra i vicoli silenziosi. Entrarono con tanta foga nel cortile interno che per poco il cavallo non inciampò. Era uno dei servitori dei Calia. Era nero inviso e il sudore gli rigava la faccia. Si gettò giù dalla bestia e corse in casa.

-Padrona, padrona. Donna Anna.- Chiamava a gran voce l'uomo. -Signora...- L'uomo si lasciò andare sulla sedia del salottino. La donna accorse immediatamente.

-Signora mia-.

-Cosa succede?, siete riusciti a spegnere il fuoco?-.

-Padrona mia. Gerardo. Una disgrazia è stata. Una folata di vento ha alzato le fiamme e ha investito vostro figlio. Signora padrona-.

-Come sta? oddio, cosa è accaduto...-. Si strinse le mani facendole diventare rosse. Lo sgomento attanagliò tutti in casa.

Nel frattempo giunse Michele Calia circondato da altre due persone. Entrò senza dire nulla. Il volto stravolto testimoniava tutta la  fatica della notte che stava andando via.

-Cosa è successo, Michele-. Gli si fece incontro con il terrore negli occhi. L'uomo la abbracciò forte.

-Amore mio, sii forte adesso-.

-Michele, dimmelo-. Lo implorava guardandolo negli occhi pieni di lacrime.

Quando vide poi entrare anche il prete ella non ebbe più nessun dubbio.

-Morto, è morto.... nooo, Michele, perchè?-. Urlò lei. Quella parola echeggiò per tutta la casa sino alla sue viscere più intime e per le case vicine. Il pianto e il dolore più nero si aggrappò all'anima di tutti i presenti e non li lasciò più. 

Il sole di metà agosto sorgeva in un nuovo giorno e portava tristezza in casa dei Calia. Non c'era nessuna consolazione che potesse servire a lenire il dolore. I funerali vennero celebrati il giorno successivo visto il caldo afoso che schiacciava le campagne nella parrocchiale della Beata Vergine dei Santi Martiri. La piccola chiesa di Serralio era gremita come non mai. Padre Pibiri celebrò una funzione solenne e sobria, omaggiando la solerzia del primogenito dei Calia. Mise in luce il suo essere pronto ad aiutare il prossimo, la sua prontezza nel rendersi utile quando ce ne fu bisogno. Il sindaco per l'occasione dichiarò due giorni di lutto, poichè la morte del giovane aveva sconcertato tutti. Il secolo '800 si sarebbe chiuso nel modo più terribile per i Calia, la morte del loro primo figlio, colui che avrebbe portato avanti la tenuta e portata nel nuovo secolo. Tutto ora era da riscrivere. Tutto era stato messo in discussione.

giovedì 27 luglio 2023

I sette passi del fantasma.

 Come si dice le persone uccidono per sempre due motivi: soldi e aďmore; pure io ho fatto lo stesso... sta però a voi capire se lo feci per l'una o l'altra ragione. 
   All'epoca dei fatti, stiamo parlando del 1998, la morte dello scrittore Ruben Maritti provocò profondo clamore. Il famoso romanziere da  da tre, uno di questi era la casa editrice Ridendi. Mi chiamarono un pomeriggio di metà ottobre; le lettere le avevo spedite a giugno. Dall'altra parte del ricevitore interagiva una voce femminile molto cortese che mi disse che erano interessati alla lettera che avevo spedito e che c'era la possibilità di poter fare un colloquio nel giro di un paio di giorni se ero disponibile. Io risposi con altrettanta cortesia che da parte mia c'era la totale disponibilità a presentarmi nel giorno che loro avrebbero indicato.
 di milioni di copie in tutta Europa venne ucciso dal suo segretario personale in un albergo di Torino nel bel mezzo del suo giro di promozione tra librerie e salotti letterari. Ora che sono trascorsi parecchi anni e ho quasi finito di scontare la mia condanna posso mettere su pagina i miei pensieri e qualcuno definirebbe questo caso come un giallo minimo, poiché tra la sua morte e la mia cattura passarono solo 24 ore. Ma quelle 24 ore furono le più deliranti che mi siano capitate.

  Partiamo dall'inizio perchè come ogni storia anche questa ha un principio. Intanto mi presento, è giusto farlo per coloro che sono nati dopo il 1998 o per coloro che assolutamente non sanno chi io sia e cosa feci: Mi chiamo Roberto Ter, ho 49 anni e al momento sto scontando l'arresto per l'uccisione di Ruben Maritti. Reo confesso di aver commesso l'omicidio gettandolo dalla tromba delle scale. Il principio di questa storia nasce alla fine del 1996. Al periodo avevo finito la carriera universitaria, e una volta terminato tale percorso cercai un impiego che non fosse il comune saltimbanco da un lavoro all'altro. Presi carta e penna e iniziai a scrivere la mia lettera di presentazione:
  
   "Gentile / Alla cortese attenzione ... (l'intestazione variava a seconda del destinatario), sono un giovane neo-laureato alla ricerca di un primo impiego. Ho una laurea in Lingue e Letterature straniere con voto finale di 102. Ho una buona padronanza della lingua inglese e tedesco. Mi reputo essere una persona capace di lavoro di gruppo ma anche di riuscire a portare a termine compiti assegnatimi singolarmente. Nella mia carriera universitaria sono stato molto attento e preciso. Se dovesse interessare la mia candidatura per una delle mansioni che Voi ritenete più idonee sarò ben lieto di presentarmi per un colloquio conoscitivo. Allego curriculum.
 Ringrazio per l'attenzione.
 In fede Roberto Ter."
   
  Spedii questa presentazione credo a una ventina di indirizzi.
  Venni contattato però.
La data venne fissata per il 31 dello stesso mese.
  La mattina prefissata quindi mi preparai,  da tre, uno di questi era la casa editrice Ridendi. Mi chiamarono un pomeriggio di metà ottobre; le lettere le avevo spedite a giugno. Dall'altra parte del ricevitore interagiva una voce femminile molto cortese che mi disse che erano interessati alla lettera che avevo spedito e che c'era la possibilità di poter fare un colloquio nel giro di un paio di giorni se ero disponibile. Io risposi con altrettanta cortesia che da parte mia c'era la totale disponibilità a presentarmi nel giorno che loro avrebbero indicato.
 con una certa emozione, ma anche con molto realismo, poichè non mi aspettavo di venir certo preso in considerazione.
  Quindi salii in auto e mi recai all'indirizzo indicatomi. Al mio arrivo rimasi un po' deluso perchè mi aspettavo di essere ricevuto in un bel palazzo moderno tutto vetri e acciaio, invece mi ritrovai a salire le scale di un palazzo storico, bello certamente, tutto decori e finestre timpanate, non che mi dispiacesse, ma avevo tutt'altra idea. 
   Venni fatto entrare da una donna minuta e anonima, mi fece accomodare in un piccolo salottino di ingresso altrettanto anonimo: tre poltroncine, una lampada da terra e l'immancabile pianta di ficus, ma d'altronde era una saletta da aspetto, non un salone da ricevimento. Attesi credo una quindicina di minuti, poi la stessa donna si affacciò da una porta alla mia destra e con un sorriso fece segno di seguirla. Le stetti al fianco senza dire nulla, passando attraverso un corridoio, portandomi sotto braccio il giubbotto. Ci fermammo sulla sinistra e dopo aver bussato, una voce maschile fece segno di entrare. La donna aprì la porta e ringraziandola entrai nella stanza. Fui accolto in un locale totalmente diverso dal quale ero appena arrivato. Un grande stanza luminosa arredata con gusto contemporaneo ma particolarmente ricercato, con qualche tocco kitsch qui e la, ma nel complesso il tutto ben armonizzato. Seduto dietro la scrivania vi era un uomo sulla quarantina. I folti capelli ancora tutti neri, (mi chiesi se si faceva la tinta per averli ancora così scuri), facevano da contrasto a degli occhi celeste quasi ghiaccio, penetranti e attenti. Ma nonostante questa presentazione fu un colloquio molto semplice e a tratti divertente. Mi fece domande sull'università, sulle mie esperienze lavorative. Parlammo di libri, se mi piaceva leggere, che cosa ecc, e poi mi fece scrivere di mio pugno un paio di righe chiedendomi di creare un piccolo racconto, non importava cosa, qualsiasi cosa  anche banale, ma che avesse un inizio, lo svolgimento e una fine.
  Su due piedi rimasi sbalordito, ma feci come chiese. Mi mise a mio agio e mi diede mezz'ora. Passai i primi dieci minuti a guardare il foglio bianco e ruotare lo sguardo su ciò che mi circondava cercando di trovare qualcosa che facesse scattare la molla dell'intuizione. Nel frattempo erano passati quindici minuti. Poi finalmente vidi un piccolo elefante fatto di pasta modellabile poggiato dentro una vetrinetta e mi inventati la storia di un elefantino che di mattina era immobile sopra una mensola, poi la notte si muoveva.
  Ora, al periodo non sapevo chi era esattamente Ruben Maritti. Anzi non sapevo proprio chi fosse. Ma sta di fatto che avevo fatto il mio colloquio proprio con lui. Durò un'ora buona, e non mi accorsi del tempo che trascorse. Era stato molto affabile e cordiale. Al termine ci lasciammo poi con la classica frase, -la ringrazio signor Ter, mi ha fatto piacere conoscerla. La mia segretaria la contatterà qualora prendessimo una decisione in merito-, e con un sorriso mi accompagnò verso la porta dove la stessa donna mi scortò nel percorso inverso verso l'uscita. 
  Non sapevo cosa aspettarmi da quel colloquio. Tra i tre che avevo fatto quello era stato il più particolare. Tornai a casa e in breve tempo accantonai la giornata e mi misi a fare altro. Passarono le settimane e ammetto che speravo che almeno uno dei tre colloqui portasse qualche frutto ma nulla. Poi verso fine novembre, credo il 26, uno squillo del telefono mi fece alzare dal letto e addormentato mi trascinai all'apparecchio cercando di modulare la voce il più sveglia possibile. Riposi. Mi aspettati la voce di mia madre, ma alle otto del mattino difficilmente chiamava... anzi chi mai avrebbe chiamato a quell'ora: - Buongiorno signor Ter, mi scuso per l'ora. Sono Clara Franca, la segretaria del signor Maritti, la sto contattando poichè ci sarebbe la possibilità che lei venga assunto. Il dottore è rimasto interessato dal suo colloquio. Se fosse così gentile da passare questa mattina al medesimo indirizzo potremmo vedere assieme i termini di assunzione-. Io restai bloccato col ricevitore in mano come un ebete a bocca aperta. Biasciaci qualche parola di ringraziamento e non ricordo altro di quella telefonata. Ma sapevo bene che nulla era deciso finchè non avessi firmato il contratto. Mi recai di prima mattina. Ricordo bene il freddo che faceva. Mi diressi all'indirizzo e salii le medesime scale ed entrai nel medesimo studio. Questa volta però l'accoglienza fu meno formale, anzi, la segretaria mi accolse subito con un bel sorriso e senza farmi aspettare mi portò direttamente nella stanza di Maritti. Qua anch'egli mi accolse subito con le braccia parate pronte ad accogliere la mia stretta di mano. Salutai con educazione ricambiando il sorriso e venni scosso dalla stretta energica dell'uomo. Mi fece accomodare questa volta in una poltroncina e lui si mise fronte a me sedendosi in quella opposta. Venne subito al dunque: -Allora signor Ter, mi auguro che la chiamata l'abbia colta in un momento felice.- feci un cenno positivo. -Come le stava accennando Clara, la sua candidatura ci ha interessato particolarmente e se lei è d'accordo sarei interessato a intraprendere un rapporto di lavoro con lei-. Io risposi che certamente ero interessato e chiesi di cosa si trattasse. Lui mi spiegò che il mio nome gli era stato fatto dalla casa editrice Ridendi al quale io avevo inviato la lettera e che poi l'avevano rigirata a lui credendo che potessi fare al caso suo. Mi disse che aveva già visto altre persone ma io rispondevo più a ciò che stava cercando. Io ascoltavo senza avere ancora chiaro cosa stesse cercando di dirmi. 
  Mi disse che con la Ridendi aveva firmato un contratto editoriale per tre anni e che in quei tre anni lui avrebbe dovuto pubblicare per loro una ventina di romanzi. -Vedi Roberto, ti do del tu, mi perdonerai-. -Scrivere romanzi è un mestiere bellissimo, si usa la fantasia per creare storie e situazioni, si cerca di trovare e creare personaggi verosimili alla realtà e la realtà spesse volte è l'ispirazione per portare a termine un lavoro come il mio... ma come in tutti i lavori c'è il lato meno piacevole. Non parlo della fatica di scrivere, quella passa velocemente, è la mancanza di tempo-. Io ascoltavo e annuivo, ma continuavo a non capire.
  -Quello che sto cercando, e la Ridendi è stata lei stessa a consigliarmi bada bene, è una persona capace di portare avanti i miei racconti. In inglese lo chiamano il ghost writer, lo scrittore fantasma-.       Era serissimo mentre spiegava ciò. Continuò dicendo che chi scrive tanto, specialmente quando arriva a certi livelli di pubblicazione con le grandi case editrici, necessita per forza di una o addirittura più figure che sopperiscano alla mancanza di tempo che lo scrittore della quarta di copertina si trova ad avere, anzi a non avere, così per riuscire ad adempiere al contratto deve giocoforza rivolgersi ad altre persone. -Come pensi che facciano i grandi romanzieri di oggi a sfornare in continuazione pagine su pagine addirittura due volte all'anno? Va bene la fantasia ma ad un certo punto questa può bloccarsi ed è allora che entrano in gioco figure come la tua Roberto. Dal nostro incontro ho capito che sei una persona che fa al caso mio. Non a caso ti chiesi di scrivere quel breve testo. Nella sua semplicità ho trovato comunque una profondità lessicale non comune. Hai saputo attirare l'attenzione anche in un breve testo-. -Quindi io dovrei in sostanza scrivere al posto suo, esatto?- chiesi. -Il più delle volte. Io ti darò bozze, le idee, tu le svilupperai, io poi penserò a comporre il testo finale... la vedo perplessa-, era tornato al lei. -No no... cioè si... non so che dire sinceramente-, l'uomo restò un attimo in silenzio, -quello che deve fare non è molto diverso da quello che facevano le botteghe artistiche del Rinascimento; il capo bottega, il maestro, si avvaleva di allievi che facevano le parti meno pregiate mentre lui si occupava delle scene principali. Senti, lo stipendio è buono, certo non si guadagnano milioni di lire, ma sappi che avrai le tue soddisfazioni-, usò nuovamente il tu. -Non devi darmi una risposta adesso, ok?-, -pensaci. Tra qualche giorno ci risentiamo ok?-. Lo ringraziai e andai via. 
   Per tutta la mattina e il resto del fine settimana continuò a rigirarmi nella mente quella conversazione. Non sapevo se essere arrabbiato con lui che per un certo verso sembrava prendesse per i fondelli i lettori, o magari stupito perchè non mi aspettavo questo genere di richiesta per una prestazione lavorativa. Non ne avevo mai sentito parlare, ghost writer, credo in pochi ne fossero a conoscenza e in effetti ora mi spiegavo la grande proliferazione scrittoria di certi autori che ogni due o tre mesi davano alle stampe nuovi romanzi. 
Accettare o no? sarei stato all'altezza? che aspettative aveva verso di me? Certo, il sapere di avere uno stipendio fisso per tre anni mi faceva comodo e sarebbe stato un interessante punto nel curriculum, ma quel che era strano era sapere che quello che lui avrebbe scritto, meglio dire pubblicato sarebbe passato prima tra le mie mani, in sostanza io avrei creato il suo romanzo. 

   La mattina del lunedì ritelefonai alla segretaria e confermai la mia intenzione ad accettare l'impiego propostomi. Così una settimana dopo, presi gli accordi del caso, mi ritrovai in una amena località di montagna con altre due persone, che senza sapere esattamente cosa sarebbe successo aspettavamo Maritti. La casa nel quale alloggiavamo era una piccola abitazione rurale ben fornita di comodità essenziali. Un ampio salotto con poltrone e tavolini e annessa biblioteca zeppa di infiniti volumi e enciclopedie, una camera per ognuno degli ospiti, più una cucina. Tutt'attorno il silenzio delle bosco e la freschezza vivificante dell'aria che solo la montagna riesce a dare. Luogo che ancora oggi reputo uno dei più incantevoli mai visti. 
  Poco prima delle undici, finalmente si presentò e con lui una donna, ma non la segretaria, ci venne presentata come sua moglie. Era una bella donna sulla cinquantina, forse era più grande di lui. Capelli castani e una corporatura un pò tozza. 
  Portava con se una cartella in pelle marrone. Dopo averci salutato ed essersi accomodato, aprì la cartella ed estrasse fuori tre plichi di una decina di pagine ciascuno. Senza dire molte parole ci informò che quelle erano le bozze per i suoi tre romanzi. Erano le trame con i fatti salienti. Noi avremmo dovuto svilupparle e dopo di che lui avrebbe rimesso mano a ciò che avremmo scritto noi. I titoli presenti ad inizio pagina erano provvisori ci disse e sarebbero spettati all'editore la scelta finale. Io presi la risma dal titolo "Strane lune per essere marzo". Sfogliai le pagine e lessi a grandi linee le prime righe. 
Ci disse che di li a tre mesi i romanzi sarebbero dovuti essere pronti o almeno quasi pronti. E così iniziò la mia avventura. Tre mesi in montagna a scrivere, inventare, cancellare, riscrivere. I colleghi si dimostrarono tutti molto cortesi e instaurammo un buon rapporto tanto da permettere l'uno con l'altro di mettere mano ai rispettivi scritti, previo permesso reciproco si intende. Ogni tanto Ruben, lo chiamo ancora per nome quando parlo di lui, ci chiamava per sapere se stesse andando tutto bene o se ci servisse qualche delucidazione. 
   Tre mesi passarono e gli scritti furono pronti. Passò a ritirarli e ci congedò. 
   Dopo qualche giorno venni chiamato a casa direttamente da Ruben che mi chiese di passare nel suo ufficio. Così feci. Si voleva complimentare con me per la storia che ero riuscito a creare con il  materiale che mi aveva dato e si complimentò anche per dei risvolti a cui lui non aveva pensato. Trascorse il tempo e il libro da me scritto venne pubblicato per primo mantenendo lo stesso titolo. Il nome di Ruben Maritti finalmente iniziava ad essere conosciuto. Presenziava un po' ovunque per la pubblicazione del suo grande romanzo Strane lune per essere marzo, una storia vagamente romantica e accattivante di un uomo che per sbarcare il lunario si era inventato una serie di lavori e che alla fine incontra una donna nel mese di marzo. Gli altri due romanzi, mi disse, sarebbero stati pubblicati nei mesi successivi e di tutti era pienamente soddisfatto. 

   Col tempo diventammo molto amici, ci sentivamo anche fuori dal contesto lavorativo. Mi parlava delle prossime trame che aveva in mente, mi esponeva i suoi dubbi. Spesse volte era capitato che venissi invitato a casa loro per cena. Nasceva complicità. Una complicità molto intima che non mi aspettai da parte sua quando una sera a cena fuori io e lui mi disse che si era invaghito di me. Io per poco trasalì davanti al piatto. 
  Non nascosi mai la mia omosessualità perchè non avevo nulla da nascondere nella mia vita, parlavo serenamente dei miei amori, non che fossi un Don Giovanni intendiamoci, ma non immaginavo minimamente che lui potesse provare attrazione per me. Ora col senno di poi certi tasselli tornavano al loro posto. Facemmo un lungo discorso su quanto lui non stesse più bene con la moglie (non avevano avuto figli), del fatto che comunque le era stata fedele da che erano sposati ma che aveva trattenuto a sua natura da bisessuale di cui lei non era a conoscenza. Io ero stata la molla che aveva fatto scattare di nuovo il desiderio. Non era follemente innamorato di me, disse, e un po' sinceramente la cosa mi consolò perchè non sapevo che fare, non mi era mai interessato da quel punto di vista, era semplicemente la persona con il quale lavoravo e andavo d'accordo. Impiegò parecchi mesi prima di dirmi tutto ciò, forse quasi un anno addirittura. Io non risposi nulla perchè non sapevo che risposta potevo dare.
  La cosa morì li.
  Tuttavia è col passare del tempo che le piccole attenzioni che aveva verso di me iniziavano a farmi piacere, inizialmente mi trovavo in imbarazzo, ma piani piano iniziai a sentirmi speciale, per farla breve diventammo degli amanti. Ovviamente queste attenzioni erano riservate ai soli momenti quando ci si trovava io e lui. Agli occhi degli altri ero un dipendente. Mi venivano consegnate le bozze, io le sviluppavo e lui le portava avanti, così per due anni. Lui guadagnava e tanto, io un po' di meno, lui poteva permettersi tanti svaghi, una vita più comoda della mia, io andavo ancora in giro con la mia modesta Punto blu acqua. Se mi chiedete quando tutto questo cambiò e mi stufai della situazione non saprei dirlo. Ma forse avevo preso consapevolezza che a scrivere ero diventato molto più bravi di lui, perchè diciamocelo tranquillamente, le sue trame erano penose, era mio il merito se aveva avuto successo. Lo seguivo praticamente ovunque, ero il suo braccio destro oltre che quello che si portava a letto quando era in giro. Povera Isabella, se avesse saputo. E invece Isabella seppe. Capì che Ruben la tradiva, aveva percepito o segnali, ma non aveva capito che lo faceva con un uomo. Che scioc fu. Gli disse le peggiori cose, questo riferito da lui ovviamente. Era furibonda con entrambi. La carriera di Ruben Maritti stava per essere squassato da un vento che avrebbe gettato scandalo per i prossimi dieci anni. 
  I due vivevano in case separate, ovviamente potevano permetterselo. Io e lui non ci vedemmo più se non per questioni di lavoro. Mi faceva recapitare a casa i fogli e io scrivevo, poi glieli rispedivo. Così per un paio di mesi, saranno stati quattro. 


   Poi una sera tardi, ricordo che era primavera e pioveva, bussarono alla mia porta. Era Isabella. Stupito la feci entrare. Stavo per sedere e cenare. Era sconvolta e si vedeva che aveva pianto. Non potevo mandarla via. Pianse, mi chiese, o forse a se stessa, dove avesse sbagliato. Che non aveva mai immaginato lui la avrebbe tradita con un uomo. La lasciavo parlare e piangere. Le porsi dell'acqua e un fazzoletto, che scena patetica da parte mia lo so, ma non sapevo che altro fare. Le spiegai che era stato un errore suo (di Ruben intendo), quanto mio. Ma inaspettatamente, nonostante tutto quello che mi disse tempo addietro, mi disse che non era arrabbiata con me, o per lo meno, non tanto quanto lo era con il marito. Che capiva la mia condizione, un subalterno, giovane ventenne che si era lasciato abbagliare dal mondo della scrittura e dal fascino del marito. Questa sua considerazione nei miei confronti mi stranì un attimo, ma lasciai perdere. Anche se poi ammise che pure lei aveva letto i romanzi che dal marito scritti da me e li trovava meravigliosi e che io più di lui meritavo gli allori al posto suo. Continuò a incensarmi per parecchio e che era arrivata alla conclusione che Ruben doveva pagare quello che aveva fatto, avrebbe fatto scoppiare lo scandalo, lo avrebbe distrutto col divorzio. Certo, lei era ricca di famiglia, e non aveva bisogno dei soldi, quello che voleva era vederlo rovinato. 
 -Deve pagarla quel maledetto-. Le dissi di mantenere la calma e che stava perdendo il senso con la realtà, ma lei insisteva, continuò a dire che io ero migliore di lui e che lei avrebbe saputo come aiutarmi a diventare famoso perchè lo meritavo: -e che faccio, lo uccidiamo?- dissi in tono ironico ma al contempo serio per farle capire che era meglio che si calmasse. Alzò lo sguardo: -perchè no... dovrà essere un incidente ovviamente-. Per un attimo ebbi la tentazione di buttarla fuori di casa e dire addio a tutto, marito compreso. Poi iniziò a intortarmi con parole persuasive, melliflue. Mi mise davanti la sua cospicua disponibilità economica per farmi diventare famoso. -   Questo è l'unico modo che hai per emergere. Lo sai perfettamente, lui non ti lascerà mai andare via, perchè teme la tua bravura, me lo ha detto più di una volta-. Lentamente iniziò ad insinuarsi in me il verme maledetto. Sapevo che valevo, quasi sicuramente più di lui.


     Torino, dicembre 1998. Hotel Grassi.

   La presentazione del nuovo libro di Ruben Maritti sarebbe avvenuta il pomeriggio successivo nella libreria del Corso. Si attendevano tante persone. Maritti era ormai uno scrittore pubblicato in tante lingue e in vari paesi. Ogni suo romanzo era un successo editoriale. 
Alloggiava al terzo piano nella stanza 12. Dopo aver cenato nel ristorante dell'albergo si trattenne qualche istante al bar per un aperitivo finale con uno degli ospiti che lo aveva riconosciuto. Dopo di che prese la via per tornare in camera sua. 
   La notte veniva funestata da un tremendo temporale. Poco prima che potesse chiamare l'ascensore un forte tuono si impose e fece mancare la corrente in tutta la struttura. Dopo un attimo di smarrimento iniziale constatò che non c'era altra soluzione che andare a piedi. Fortunatamente le luci di emergenza segnavano il cammino per i vari piani. Piano uno... piano due... piano tre... fece per poggiare il piede sull'ultimo gradino quando senza che se ne avvide, si sentì afferrare per le spalle e con uno strattone venne praticamente lanciato giù per le scale. L'uomo non ebbe la prontezza nemmeno di gridare. Percepì solo una figura nera che gli si parò davanti e poi il vuoto sotto di lui. Sbatté la testa sul corrimano. Al buio cercò di afferrare i girali inferro battuto della ringhiera ma con il solo risultato che la mano gli si incastrò li in mezzo spezzandogliela in vari punti. Continuò a rotolare per la lunga gradinata dell'albergo con un suono sordo e pesante. Caduta che terminò nella seconda rampa. Restò li, fermo. Il sangue che colava di gradino in gradino come fosse stato un serpente silenzioso e insidioso.
   La luce tornò e l'albergo riprese a vivere. 
Finalmente arrivò l'urlo che ci si aspetta in questo genere di situazioni. Fu talmente forte che perfino in cucina se ne accorsero. Ruben Maritti era morto... cadendo dalla scale.


        Torino, dicembre 1998. Hotel Grassi.

   L'uomo aveva preso alloggio nella camera 14 attorno alle quindici e dopo di che non si era più mosso da li dentro. Aveva portato con se una piccola valigia. Alla momento della registrazione aveva presentato il documento ben consapevole del fatto che nessuno sapeva chi fosse, per loro lui era un fantasma. Restò chiuso nella sua stanza sino a sera. Si era portato qualcosa da mangiare. In continuazione passava dalla finestra che dava sulla strada, allo spioncino per controllare il corridoio. Quando finalmente lo vide arrivare il cuore accelerò. Impaziente scrutò tutti i movimenti. Una volta che lo vide entrare fece un conto a mente del tempo che avrebbe impiegato per la registrazione (mise nel conto anche la chiacchierata che una persona nota come lui doveva quasi sicuramente intrattenere" e poi andò nuovamente verso la porta. Se fosse andato come stabilito sarebbe dovuto uscire dall'ascensore tra venti minuti e dirigersi nella camera a fianco alla sua. Di minuti ne trascorsero venticinque e l'uomo una volta uscito dall'elevatore si portò proprio davanti alla camera. Una volta rischiusa la porta alle sue spalle lo senti armeggiare e muoversi al suo interno. Parlottava. Non riusciva a capire cosa stesse dicendo. Improvvisamente sentì bussare alla porta, si diresse a controllare chi stesse bussando nella camera di Maritti e dallo spioncino vide che era un uomo, forse su trenta, non lo aveva mai visto, non era uno dei colleghi di scrittura. Ruben aprì la porta e con un espressione di felicità lo fece entrare. Ancora una volta sentì del chiacchiericcio, e questa volta riuscì a capire "...felice che sei qua...". Poi il silenzio. Dopo un po' iniziò a percepire dei suoni particolari, capì essere suoni di effusioni intime. L'uomo in ascolto inizialmente ne fu disgustato ma poi iniziò a montare in lui rabbia. Smise di ascoltare, ma sapeva che Ruben era li con un altro. Lo maledisse. 
   Dopo più di un ora buona lo sconosciuto andò via, senti la porta della camera chiudersi. Aspettò davanti alla finestra e lo vide uscire dall'albergo con una valigia in mano. Quella valigia la conosceva molto bene, era quella che usava per portare le bozze dei nuovi romanzi da far scrivere. Ora si piegava il fatto perchè non stesse più scrivendo per lui.
   Lo scrittore verso le diciotto uscì dall'albergo e sparì all'interno di una macchina, si stava recando sicuramente alla presentazione del libro. L'indomani pomeriggio ne avrebbe dovuta tenere un'altra. Di solito erano tre. Passarono le ore. Arrivò l'ora di cena e Maritti, sempre tenuto d'occhio attraverso la finestra, tornò in albergo. L'uomo allora si avvicinò alla valigia e la aprì. Era arrivato il momento di prepararsi. Estrasse degli indumenti di color nero e li indossò, cambiò perfino le scarpe, anch'esse nere. Da quel momento in poi non restava altro che aspettare. Aveva pensato a tutto. Una volta avvicinatosi alla porta della camera, lui sarebbe uscito dalla sua stanza, avrebbe spento la luce del corridoio e nel buio totale avrebbe agito.
   Verso le ventuno e quindici aveva iniziato a piovere e poco dopo la pioggia si era trasformata in temporale. Per tutta la sera aveva fatto avanti e in dietro spiando dall'occhio magico o socchiudendo la porta. Lo stava aspettando come l'alligatore aspetta l'antilope al fiume. Bastavano pochi secondi. 
Improvvisamente mancò la luce. Esclamò un espressione poco elegante, ma ripensandoci ciò andava pienamente a suo vantaggio. Tuttavia dovette aprire leggermente la porta perchè la buio lo spioncino non dava la possibilità di percepire ciò che accadeva. Attese. Poi finalmente eccolo, lo riconobbe immediatamente anche nella penombra. Lo vide arrivare. L'adrenalina schizzò allo stelle. Si sentì potente. Uscì velocemente dalla sua stanza. Aveva fatto il conto, dalla sua camera all'inizio della scala erano sette passi. Se lo ritrovò davanti in pochi attimi. L'alligatore era uscito dall'acqua. Lo afferrò con decisione e con tutta la forza che riuscì a rilasciare lo gettò di schiena nelle scale con un volo di tre o quattro gradini. Lo sentì trasalire e battere per terra. Percepì pure qualche osso che si spezzava. Lo guardò cadere e rotolare. Al buio percepiva solo una sagoma informe che rotolava e rantolava a ogni colpo. Ma non poteva stare li per molto. Tornò velocemente nella sua camera. Si cambiò al buio, operazione ora più complicata. Dopo di che era sceso dalle stesse scale e andò via velocemente. Lo guardò per un istante e poi scappò. Nessuno lo aveva visto, nessuno sapeva chi era, i documenti che avevo dato erano falsi e aveva pagato la mattina stesso. Era un fantasma.
  
  
   2008. Penitenziario di Cèrravi.

   Aveva ragione Isabella. Venni abbagliato dal potere e dalla fama a tutti i costi. Fu lei a procurarmi i documenti. Fu lei a dirmi propormi quell'albergo poichè sapeva che le luci non aveva spegnimento automatico ma manuale e che si accendevano in modo indipendente per ogni piano quindi potevo agire in pochi attimi. Ma quella mancanza di corrente fu un la mia manna da cielo. Mi disse che una volta fatto fuori il marito lei mi avrebbe preso tutto e avrebbe aiutato me a diventare famoso, tanto quanto Ruben stesso. Era il delitto perfetto. Scappai dall'albergo e viaggiai tutta la notte in autostrada e andai immediatamente a casa di Isabella. Ma quando arrivai non mi aprì nessuno. Le luci di casa erano spente. Sentii abbaiare solo il cane nel giardino. La sua macchina però era ancora li. Il panico iniziò a serpeggiare nella mia anima. Mi chiesi dove fosse andata... poi il dubbio... mi aveva incastrato? Non capivo più cosa dovessi fare? Il castello che fino a quel momento era solido e indistruttibile improvvisamente iniziò a sgretolarsi. Mi sentivo solo. Pensai di ammazzarmi impiccandomi. Andai a casa mia. Mi richiusi dentro e da quel momento li non ricordo più cosa accadde. So che la mattina seguente mi ritrovai in aperta campagna. Come risvegliato da un sogno. La macchina ammaccata. Controllai se vi era del sangue, altri morti sulla coscienza non ne volevo. Accesi l'autoradio e ad ogni stazione che cambiavo non facevano altro che parlare della morte di Ruben Maritti. Poi sentii una frase che immediatamente mi tranquillizzò, si sospettava per una brutta caduta accidentale dalle scale. Accidentale, ecco il mio salva condotto, ero riuscito a farlo sembrare un incidente. Improvvisamente tronò un certo senso di ottimismo.
  Potevo ancora essere uno scrittore famoso.
  Mi misi nuovamente in auto, e andai a casa di Isabella. Dovevo andarci perchè non dovevo creare nessun tipo di sospetto, e anche perchè li conoscevo entrambi e sarebbe parso strano se non fossi andato. Cercai di mantenere il sangue freddo. Mi si presentò una scena tremendamente triste. Uno stuolo di persone, che avvolgevano con il loro affetto la donna. Appena mi vide mi strinse e pianse come se la sua anima volesse lasciare il corpo. Non ci dicemmo nulla, ma ci lasciammo andare entrambi ad un pianto forse più liberatorio che di tristezza.
  A questo punto vi starete chiedendo come è che mi hanno condannato a dieci anni. Il tutto è di una semplicità disarmante. Quasi ventiquattro ore mi ritrovai i carabinieri a casa, che mi portarono in caserma come persona informata sui fatti. Uno dei camerieri dell'albergo mi riconobbe poi chè spesse volte mi aveva visto alla presentazioni dei suoi libri. Pensando che facessi parte anche io del suo entourage disse di avermi riconosciuto, e così controllando il numero della stanza abbinato al nome segnato videro che non corrispondeva e fu chiaro che qualcosa non tornava. La mia casa venne perquisita, venne portato via tutto quello che poteva essere utile. Macchina compresa. L'interrogatorio fu estenuante. In principio pensai di negare, perchè non avevano prove, certo c'era il mio documento falso ma non era una prova che io avessi ucciso Ruben, era solo un indizio che io mi trovavo li. Poi non so perchè, mi sciolsi. Forse capii che non sarei mai diventato famoso come Ruben. Allora ebbi l'idea di trascinare con me anche Isabella dicendo che era stata lei ad architettare tutto. Raccontai che avevo avuto una relazione segreta con il marito e che lei una volta scoperta voleva vendicarsi uccidendolo facendolo fare a me. 
  Il processo e le accuse si seguirono per tre anni. I talk show sviscerarono la scandalosa relazione tra me e Ruben, e l'opinione pubblica ovviamente si schierò a favore della donna. Io venni condannato a 10 anni per l'omicidio di Ruben ed essendo reo confesso potei beneficiare di una sconto sulla pena.
Isabella ne uscì pulita anche perchè non c'erano prove che lei avesse detto che voleva vedere il marito morto, era la mia parola contro la sua e del fatto che lei mi diede il documento falso, altrettanto non venne trovata nessuna prova a suo carico. Insomma, incastrato in piano.  
   Ora finalmente ho pagato per quello che ho fatto. Devo riprendere in mano la mia vita. In questi anni la passione per la scrittura non mi ha minimamente abbandonato, ho scritto tanto. Ora sono pronto a scrivere una nuova pagina. 
   Questa nuova vita parlerà di come ho deciso di farla pagare a Isabella Festighe. Perchè nel frattempo lei si è risposata, ha ereditato i soldi del marito e ha aperto una sua casa editrice che mi ha contattato per lavorare con loro.

mercoledì 5 luglio 2023

Gisella Orrù: un caso ancora aperto (nonostante tutto)

Parliamo di un omicidio, parliamo della morte di una giovane ragazza (perché definirla giovane donna sarebbe fuorviante). Questa volta però non è un racconto inventato, non è una sceneggiatura da serie tv. 

Un caso di cronaca nera che a suo tempo fece molto clamore, ma che col tempo è passato nel dimenticatoio (sfortunatamente?). La morte di #GisellaOrrù, uccisa e gettata in un pozzo nelle campagne di Carbonia la notte del 18 giugno del 1989 a soli 16 anni. Oggi lo si sarebbe definito "femminicidio", ma questa storia va oltre quel termine, va oltre una statistica da telegiornale o un paio di scarpe rosse. Qui si intrecciano droga, omertà, prostituzione e clan di malaffare provenienti oltre l'isola. Tutto si intreccia ma il bandolo non ha fine. I colpevoli furono tanti e nessuno. Perché come spesso succede la verità giudiziaria potrebbe non coincidere con la verità dei fatti realmente accaduti. 






  Gisella bella e con la testa sulle spalle nonostante una famiglia assente (viveva con la nonna) riuscì a crescere con valori saldi ma che per sua sfortuna si fidò delle persone sbagliate (a voi decidere chi). Trovò la morte dopo un rapporto non voluto. Una storia che mise in luce un sottoterra inaspettato di una città lontana dalle metropoli come appunto Carbonia. 
Molto lo definiranno la Twin Peaks sarda e per molti aspetti i fatti collimano... ma questa storia è accaduta per davvero.

sabato 29 aprile 2023

Dead Ringers; Inseparabili. Quando la gravidanza è scorretta.



Crudelmente raffinato e visivo. Avete presente Nip&Tuk e le scene particolarmente crude? Ecco in questa serie si parla di fecondazione ma in modo molto destabilizzante e diretto. Non adatto a coloro che vedono il concepimento come un miracolo femminile da famiglia perfetta perché qua si parla di soldi, fecondazione in tutti i modi, assistita, naturale e di multinazionali senza scrupoli. 
Due gemelle medico con caratteri diversi e dedite alla fecondazione tra idealismo di aiuto per le donne che non possono aver figli e la necessità di trovare finanziamenti per il loro centro nascita all'avanguardia si troveranno davanti a scelte etiche e morali da superare.
 Rachel Weisz qua è in uno stato di grazia recitativa inarrivabile. Serie tv superiore a tantissime "politicamente corrette" che vanno ormai di moda per accontentare le varie aspettative del pubblico. Ecco, qua non esiste la correttezza. DA GUARDARE.

lunedì 23 gennaio 2023

La stanza degli ospiti.

Una stanza presa in affitto in un grande ed elegante palazzo di Londra, un messaggio misterioso e inquietante che compare improvvisamente. Quale mistero nascondono i due proprietari? Cosa è successo in quella stanza? O è solo la fantasia di una donna che avendo tentato il suicidio da bambina non è più in grado di gestire la sua vita da adulta? La Stanza Degli Ospiti di Dreda Say Mitchell promette suspense e mantiene tale promessa dall'inizio alla fine. Era da molto che non leggevo un domestic thriller così avvincente. Certo, si dilunga un po' in certe parti superflue ma tiene incollati sino al finale che lascia di pietra.