Ore 8:00
Stazione del treno di una qualunque città della periferia.
L'aria della primavera era ancora fredda al mattino, ma si sarebbe scaldata nel giro di poche ore e sarebbe salita ad una temperatura ben più alta. Come ogni mattina, sempre allo stesso orario si trovava li per aspettare il treno che lo avrebbe condotto a lavoro. La linea 10/SM, che dalla periferia della campagna conduceva prima al capolinea per lo scambio con la metropolitana e di li poi in centro.
La locomotiva composta da un solo vagone (quando andava bene erano due) si palesò in lontananza apparendo con un fischio da dietro la curva coperta dagli ampi cespugli come fossero il tendone di un teatro. Un vagone rimodernato esternamente, mentre dentro era praticamente fermo all'anno di realizzazione, ma tutto sommato ben tenuto. Un enorme siluro grigio a strisce verdi e blu avanzava lentamente. Si avvicinò sotto la tettoia della stazione, che come diceva in maniera un po' sbrigativa il foglio appeso ad una porta a vetri, non era presenziata, il che voleva dire che se ci fossero stati problemi dovevate arrangiarvi. Fece così il suo arrivo, facendo stridere i freni contro i binari.
Gli avventori, ridestati dai loro pensieri si mossero come risvegliati da un magico incantesimo si apprestarono verso la locomotiva che aveva aperto le sue portine con fastidioso clangore.
Come tutte le mattine da qualche anno prendeva il treno, faceva anche lui il cambio con la metropolitana sino alla città poi da li camminava per venti minuti e arrivava a lavoro.
Anche lui si preparò a salire. Velocemente diede un colpo alle tasche del giubbotto cercando lo smartphone e una volta rassicurato della sua presenza poté fare la fila per accedere.
Il più delle volte si metteva sempre davanti a tutti per poter salire per primo, anche a costo di spintonare, cordialmente si intende, chi gli intralciava la strada e così anche questa volta riuscì ad entrare per primo. Superati i due gradini del vestibolo di ingresso si girò velocemente a destra e poi sinistra per capire dove prendere posto e infine si diresse alla sua destra seguendo il flusso dei passeggeri che nel frattempo lo avevano superato. I passeggeri che prendevano il treno in quello stesso orario aveva imparato a riconoscerli, l'impiegato, il solito gruppo di studenti ritardatari, la responsabile di una qualche attività, una donna che portava la bambina alla scuola, la giovane barista, e poi c'era lui, tecnico informatico laureato, divorziato con a carico un bambino. Unica compagnia un criceto acquistato qualche giorno prima.
Aveva iniziato a notarli già da qualche settimana ormai; certo, li aveva visti altre volte su quella stessa tratta, ma non aveva badato a loro più di quanto non si possa badare ad altre persone che anonimamente attendono il treno.
Così una volta individuati si sedette due poltroncine davanti a loro e iniziò a guardarli. Il treno nel mentre aveva ripreso la sua velocità di crociera e passava sferragliando tra le colline e vigneti. Si accomodò con calma, appoggiò la borsa al suo fianco e con naturalezza facendo il vago iniziò a osservarli.
Lui un omino un pò anonimo, occhialuto, accoccolato nel suo cappottino primaverile color cammello e che come lui portava al seguito una valigetta in pelle come quelle che usano i medici. Lei altrettanto anonima, ma quella mattina con un civettuolo rossetto ciliegia passato sulle labbra con cura maniacale, con indosso degli occhiali a goccia che coprivano un viso tondo incorniciato da un perfetto taglio di capelli neri a caschetto. Pure lei portava con se una piccola borsa da lavoro, forse lavoravano assieme.
Inizialmente stettero in silenzio, lui leggeva il giornale, lei guardava fuori dal finestrino, poi prese dalla borsa il suo smartphone e abbassando gli occhiali iniziò a battere le dita sullo schermo.
Da quello che era riuscito a capire in passato entrambi prendevano il treno nella stazione precedente a quella dove saliva lui. Avevano un cane di nome Poldo, molto probabilmente un meticcio, anche se inizialmente aveva creduto stessero parlando di un gatto, ma quando una mattina sentì dire al marito -"ricordiamoci di chiamare il veterinario per fargli mettere il microchip" da questo aveva arguito stessero parlando di un cane.
Tra le varie cose che aveva ascoltato in tutte le settimane passate c'era anche quella che lei sarebbe dovuta andare dal medico, non aveva capito quando però; una certa dottoressa Garzotto, per farsi prescrivere delle pastiglie per la pressione.
Dopo che entrambi smisero di fare ciò che li vedeva impegnati iniziarono parlottare. Il chiasso nella cabina non gli permetteva di comprendere tutti i discorsi, visto che parlavano a voce bassa e ciò gli faceva pervenire solo parte della conversazione. La donna disse qualcosa ma non riuscì a capire, -"... no, non c'entro io, sei tu che..." lui sorrise come divertito.
"... la prossima volta facciamo come dico io allora, vediamo se..." rispose però lei un pò risentita.
"... erta la finestra di cucina..., ... poco tempo la mattina..." replicò perciò l'uomo.
Il chiasso ora si era intensificato a tal punto che gli fu impossibile capire se non qualche frammento di parola tipo -...ncello, -spazz... che lui interpretò con cancello e spazzatura. Cosicché cercò di mettere insieme i pezzi del discorso e concluse che Poldo era uscito dalla finestra di cucina ed era andato al cancello e aveva rovesciato la spazzatura, facendo evidentemente una baraonda. Dopo di che entrambi si guardarono e sorrisero, poi ripresero e fare ciò che stavano facendo.
Si divertiva parecchio in questo gioco. Certo, doveva fare attenzione affinché non si accorgessero di lui, ma il fatto che fosse defilato qualche poltroncina oltre lo teneva al riparo da tali sospetti.
Il tragitto in treno proseguì senza nulla di interessante sino alla stazione per lo scambio.
Scesero tutti e dopo pochi minuti arrivò la metropolitana, e di li fino ad arrivare direttamente in città dentro all'imponente e moderna Stazione Centrale.
Un'architettura bianca a grandi vetrate e con lo spiazzo interno che fungeva da corte come banchina di aspetto. Il paese aveva lasciato spazio alla città con i suoi rumori e dove con il flusso di persone che saliva e scendeva perse di vista la coppia in pochi secondi sino poi rivederli allontanarsi nella direzione opposta a quella dove andava lui. Uscito dall'edificio si avviò a lavoro.
Ore 19:45
Centro città, Stazione Centrale della Metropolitana.
Il sole calava, le prime luci della notte si accendevano, ed era li che aspettava il treno di rientro. La sua valigetta in pelle, il giubbotto stretto con il bavero sollevato poiché si era alzato un vento freddo. Come lui aspettavano anche altre persone, ma non era interessato a loro.
Aspettava il treno ma soprattutto aspettava la sua coppia.
Guardò il pannello luminoso e notò che nel giro di pochi minuti sarebbe arrivata la metropolitana che ripartiva alle 20:00. Ancora non li vedeva arrivare. Di solito erano molto puntuali. Si guardava attorno un pò impaziente per vedere il loro arrivo facendo tamburellare le unghie sullo schermo del cellulare e poi finalmente eccoli sopraggiungere affiancati. Questa volta con i visi meno tesi della mattina, evidentemente le divergenze erano state appianate durante la giornata.
Entrambi con il viso chiaramente stanco e meno fresco rispetto a come li aveva visti la mattina (non che il suo fosse migliore intendiamoci), ma soprattutto lei che ore prima si era presentata al mondo con la capigliatura ordinata, adesso aveva perso la compostezza, e qualche ciocca si ribellava alla rigidità dalla lacca e usciva fieramente libera dai capelli. Guardandola più attentamente però notò che c'era qualcosa che non andava. Cercò allora di osservarla meglio facendo una carrellata iniziando dalla testa per giungere giù ai piedi: gli occhiali erano al loro posto, il lungo cappottino in cotone pesante color pesca c'era, i pantaloni neri che cadevano dritti sulle scarpe in vernice bordeaux con semi tacco c'erano pure quelli. Tutto come la mattina. Fece quindi il percorso inverso risalendo verso l'alto sino ad arrivare alle mani per scoprire cosa è che mancava... la borsa, con se non aveva la borsa da lavoro, aveva la sua personale, ma quella per andare a lavoro non c'era. L'aveva lasciata volutamente o se l'era dimenticata? Da che li conosceva non era mai capitato che ne fosse sprovvista. Neppure il marito sembrava accorgersi che mancava qualcosa alla moglie.
L'istinto di avvicinarsi e farle notare che non portava con se la borsa era forte, ma poi come avrebbe giustificato il fatto che sapeva di esserne sprovvista senza sembrare un persecutore: le avrebbe detto, "buona sera, scusate l'intromissione, ma ho notato che con se non porta la borsa da lavoro, mentre stamattina l'aveva: sa io vi guardo già da un po' ormai e l'ho notato". No, non poteva, così si limitò a osservarli a distanza. Nel frattempo il vagone metro era arrivato e come accadeva ogni volta tutti si accalcarono all'ingresso per salire, rendendo però difficoltosa l'uscita a chi era arrivato a destinazione, e tra qualche spintone e un rimbrotto si introdussero tutti nel bianco convoglio .
Una volta ripartiti e sistematisi a dovere nelle rispettive sedute, a lui non restò che seguirli.
Come ogni volta cercò di sedersi il più vicino possibile. Questa volta aveva trovato posto proprio nel sedile di fianco al loro, li aveva talmente vicini che questa volta avrebbe sentito perfettamente tutte le parole nonostante il rumore di fondo dei passeggeri e del treno in movimento che grattava sui binari.
Una condizione fortunosa che lo rese particolarmente felice.
Gli arrivavano decine di parole ma lui era interessato solo a quelle che provenivano dalla sua coppia preferita.
Discutevano di varie cose, evidentemente la giornata a lavoro era stata interessante e avevano voglia di parlarne. Una certa Patrizia, forse una collega, era andata in ferie e le aveva lasciato parte del lavoro. Il marito invece doveva finire di registrare un modulo.
Dopo di che cambiarono argomento, fatto che avvenne dopo che la donna ricevette un messaggio sullo smartphone. Ora il discorso era dedicato alla cena che di lì a un'ora avrebbero dovuto avere se Marianna, la donna che andava a casa loro un paio di volte a settimana, come ebbe modo di apprendere nei precedenti viaggi, aveva preparato da mangiare. Infatti di solito al loro rientro non spettava altro che cuocere o riscaldare ciò che lei aveva precedentemente messo assieme dal pomeriggio.
Non aveva ancora capito se avessero dei figli, insomma data la possibile età di entrambi, sui sessanta lui, e lei cinquanta inoltrati, era plausibile, ma non ne facevano mai cenno, forse vivevano fuori, forse avevano un figlio unico, era una cosa che doveva ancora scoprire... parlavano spesso di Poldo, il cane, ma di figli non era ancora capitato.
Fu a metà viaggio quando stavano per scendere nella stazione della metro per fare il cambio che la donna si accorse finalmente che le mancava borsa da lavoro.
-Pietro!- fece con aria disperata cambiando improvvisamente il discorso. E fu in quella occasione che finalmente le sentì pronunciare il nome del marito per la prima volta.
-Cos'è successo?-.
-La borsa, ho lasciato la borsa in studio-. La sua espressione tradiva chiaramente un senso di forte disagio. Si guardava attorno in modo concitato non sapendo cosa fare. Poi aggiunse con un espressione di stupita rivelazione, -e se invece l'avessi dimenticata in stazione da qualche parte?-.
Adesso era veramente disperata.
-Rebecca, stai tranquilla, è sicuramente a lavoro-.
-Provo a chiamare in stazione per vedere se l'hanno trovata, se è li-.
-Prova, per essere sicura- rispose lui con la solita flemma con il quale lo aveva sempre visto conversare.
Prese quindi dalla sua borsetta il cellulare e accese lo schermo.
-Aspetta- fece il marito, -stiamo per arrivare al capolinea, puoi chiedere ad uno degli impiegati al banco informazioni di fare la telefonata-.
-Va bene-, pensò, -si, manca poco in effetti-. La donna cercò di ricomporsi e ripose il telefono nella borsetta.
Infatti di li a qualche minuto la metro dopo aver attraversato due cittadine che stavano nel tragitto, imboccò lo scambio di sinistra e dopo una curva sferragliò davanti alla banchina rallentando la sua corsa fino a fermarsi.
La coppia attese il proprio turno e una volta scesa si diressero velocemente all'interno della grande architettura che fungeva da sala d'aspetto con le sue grandi vetrate a giro e sulla quale si riflettevano le luci delle auto e dei lampioni.
Ore 20:10
Stazione Capolinea della Metropolitana.
Scesi dal vagone metro, i due entrarono spediti nella stazione e si diressero al banco spalancando i grandi portoni antipanico. La donna era in prima linea come un generale in parata.
In una frazione di secondo dovette decidere se seguirli fin dentro o attendere fuori. Optò per la seconda scelta.
Dovette accontentarsi quindi di assistere all'esterno e interpretare ciò che accadeva. Si apprestò perciò alla vetrata di ingresso, accese una sigaretta e si godette lo spettacolo muto immaginando la conversazione come in uno di quei film in bianco e nero dove a parlare era la mimica del viso e gesti.
Entrambi gesticolavano e lei faceva smorfie di frustrazione. Si toccò la spalla facendo scivolare la mano sul fianco sinistro, mimava la presenza della borsa mancante. Indicò con un veloce gesto della mano in direzione della banchina dalla quale erano appena arrivati.
L'uomo dall'altro lato ascoltava e con aria bonaria gesticolava pure lui cercando forse di rasserenare la donna.
Dopo di che entrambi smisero di parlare.
L'impiegato prese il ricevitore e premuto un solo pulsante, evidentemente collegato direttamente all'altro apparecchio attese. Dopo qualche secondo lo vide parlare, stava spiegando cosa fosse successo.
Improvvisamente nel mentre che era intento a guardarli attraverso il vetro e a immaginare la conversazione, gli si avvicinò una persona distraendolo da quel suo spettacolo privato. Si girò e lo guardò in modo torvo. Lo sconosciuto gli chiese se avesse un accendino, facendogli dondolare una sigaretta sotto al naso. Per tutta risposta, molto infastidito da quell'interruzione, senza molti complimenti gli rispose con un secco no e si rigirò in direzione del banco informazioni per riprendere a guardare, fumando un pò nervosamente per quella interruzione inopportuna.
Quello stop gli aveva fatto perdere secondi preziosi, anche se lui sapeva che nell'altra stazione la borsa non c'era, perché lei arrivò che già le mancava.
Riprese quindi a osservare i tre.
La missione di ricerca sembrava essersi conclusa. Rebecca e Pietro, ora poteva finalmente chiamarli con i loro nomi, ringraziarono l'uomo e voltate le spalle si diressero verso l'uscita. Cercava di decifrare la loro espressione man mano che si avvicinavano ma non capiva come interpretarle.
Una volta apprestatisi alla maniglia e aperta la porta anti panico, dovette defilarsi velocemente in disparte per poterli seguire senza dare nell'occhio.
Sigaretta accesa, passo svelto e sguardo vago ma senza perderli di vista li stette dietro e provò ad ascoltare.
-Vedrai che domani la riavrai, ora tranquillizzati-.
-Si si, ora sono più tranquilla, meno male-. Disse la donna sorridendo.
-Come avevi pensato tu la borsa è alla stazione, domani mattina la ritroverai li-.
L'uomo al sentire questo stette per strozzarsi con il fumo della sigaretta che gli era andato di traverso. Ma come, pensò, era impossibile, in stazione era arrivata che già le mancava la borsa. L'aveva vista perfettamente che non la portava.
Adesso basta, stava per avvicinarsi, abbattere ogni reticenza e dirglielo che l'aveva vista senza borsa già da quando era arrivata nella Stazione della Metro e che la borsa di cui le avevano parlato sicuramente non era sua... ma poi dovette improvvisamente interrompere questo flusso di pensieri poiché la sigaretta che teneva tra le mani si era accorciata a tal punto che la cicca gli aveva scottato il dito indice e con gesto di stizza la gettò via.
Il treno di rientro finalmente arrivò.
Ore 20:16
A quell'ora della sera i passeggeri che prendevano il mezzo non erano tanti, rispetto alla mattina si intende.
Fondamentalmente sotto la doppia pensilina aspettavano soprattutto lavoratori che si conoscevano almeno di vista e non era raro che scambiassero due parole. Lavoratori come Pietro e Rebecca. Tante volte cercò di capire che impiego avessero, ma ogni volta gli indizi che raccoglieva mentre ascoltava le loro conversazioni erano insufficienti perché gli si creasse un quadro chiaro e spesse volte erano in contrasto con quello che gli pareva di aver capito le volte precedenti. Aveva inteso che entrambi lavoravano in uno studio, molto probabilmente il medesimo. Forse erano medici perché li sentì nominare più volte di certi clienti del dottor. Inda.
Aveva cercato perciò quel nome in rete e scoprì essere un medico di una società sanitaria privata, specializzato in traumatologia, dottor Cinzio Ingra.
Quindi convenne che molto probabilmente anche i due coniugi fossero medici. Un'ipotesi che al momento lo soddisfaceva non avendo ulteriori elementi per variarla, ma attendeva fiducioso altri indizi per confermarla o confutarla.
L'ultima mezz'ora di viaggio si rivelò però priva di nuovi elementi se non fosse che si dissero che bisognava dare da mangiare a Poldo al loro rientro.
Come all'andata entrambi restarono assorbiti dai pensieri, quando però squillò il telefono cellulare di lui.
Un pò sorpreso vista l'ora, lo estrasse dalla tasca interna del giubbotto e dopo aver letto il nome, un certo Cristian, come riportò alla moglie, rispose.
Questa improvvisa novità fece drizzare le orecchie al loro vicino di seduta che si posizionò comodo e stette a sentire.
-Pronto, Cristian... ciao... tutto bene, si si, grazie... stiamo tornando a casa... no ma che disturbo figurati. Dimmi-.
-Per sabato? si non dovrebbero esserci problemi, ora ne parlo con Rebecca. Certo, certo-, rise. -Va bene allora a sabato. Grazie, ciao, ciao-. Chiuse.
-Era Cristian. Riferì alla moglie, -dopo domani ci ha chiesto se andiamo a cena da loro-.
-Sabato? Ok. Domani allora bisogna andare a fare un pò di spesa, non mi va di presentarmi a mani vuote-.
Un invito a cena, pensò in silenzio mentre li guardava di sottecchi, allora hanno una vita sociale questi due, disse tra se con un leggero sorriso ironico. Continuò ad ascoltare.
-Domani chiedo a Marianna se può preparare un veloce sformato, altrimenti lo preparo direttamente io sabato mattina, tanto non devo andare in studio-.
-Va bene. Da bere cosa portiamo?-.
-Prosecco-. Ribatté lei senza indugio guardandolo in viso.
Dopo di che i due si scambiarono un veloce bacio sulle labbra quasi a suggellare quel patto. A quel gesto di plateale effusione per poco non trasalì col rischio che capissero che li stava guardando. Mai gli era capitato di vederli in un atteggiamento così intimo in pubblico. Quel tragitto si era rivelato ricco di sorprese.
Per il resto della tratta i coniugi non fecero altro che scambiarsi opinioni su cosa avrebbero potuto portare oltre lo sformato e il prosecco, ma alla fine concordarono che tutto sommato era abbastanza poiché sapevano che ci sarebbe stato tanto altro per la cena.
L'uomo guardò fuori dal finestrino e nel buio profondo della campagna intravide le prime luci familiari delle case sparse che indicavano che il suo tragitto stava per avere fine. Perciò si concentrò ancora di più per ascoltare ciò che dicevano i due in quegli ultimi minuti di viaggio.
-Quindi sabato siamo da loro a cena, meno male. Non avevo voglia di stare in casa-. Fece Rebecca con un'aria allegra, evidentemente la notizia aveva alleviato il pensiero di aver dimenticato la borsa.
Arrivò però il momento per lui di scendere. Accese lo schermo del telefonino che estrasse dalla tasca del pantalone e guardò l'orario; 20:40.
Suo malgrado dovette perciò alzarsi dalla scomoda poltroncina in finta pelle, si accomodò il giubbotto, e afferrando la maniglia della borsa si diresse verso la portina mettendosi in fila con chi come lui doveva scendere.
Com'è che faceva a sapeva che la loro stazione era quella dopo?
Beh molto semplice, una mattina mentre ascoltava i loro discorsi li sentì dire che l'obliteratrice automatica della città dove loro prendeva il treno, Codirino, era fuori servizio ed erano perciò stati costretti a salire sul mezzo senza che il biglietto fosse stato marcato, con evidente fastidio da parte dell'uomo per l'aver contravvenuto a quell'obbligo.
Si incamminò fuori dalla stazione seguendo il flusso dei passeggeri scesi assieme a lui, e tra se pensò ancora ai due coniugi. Si domandava cosa facessero una volta arrivati a casa. Si chiese se magari avrebbe potuto seguirli uno dei giorni prossimi. Così avrebbe visto finalmente dove vivevano.
L'idea lo interessava parecchio.
Una volta percorso il tragitto fino a casa infilò la chiave nella porta e una volta aperta si sentì sopraffare dalla stanchezza, dimenticò Pietro e Rebecca e si buttò sul divano.
Avrebbe tanto voluto andarsene direttamente a dormire ma la fame gli ricordava che sarebbe stato meglio mangiare qualcosa se non voleva svegliarsi nel sonno.
Così dopo aver poggiato borsa e giubbotto ed essere andato in bagno, si preoccupò di organizzare la cena. Lui non aveva una Marianna che gli preparava da mangiare, anzi non aveva più nessuno da dopo il divorzio. La moglie lo aveva lasciato quattro anni fa perché a suo dire aveva smesso di amarla. Nella sua mente risuonavano spesse volte le discussioni che avvenivano tra loro. Discussioni che puntualmente era lei a far iniziare, mettendo il muso e accusandolo di non capire che la situazione era ormai degenerata. Così ottenuto il divorzio si era tenuta la casa e il bambino che vedeva poche volte alla settimana.
Aprì il frigo e presa una fettina di vitella, ricordandosi che pure lui avrebbe dovuto fare la spesa. La accomodò nella padella e una volta irrorata di olio aspettò che sfrigolasse al calore del fuoco. Pochi minuti e stava mangiando davanti alla tv accesa con la sola compagnia del suo criceto che ormai sveglio correva lesto nella ruota, criceto con il quale condivise infine una fettina di mela come dessert, finendo così la cena e mezzo addormentato se ne andò a dormire.
Ore 07:20
Città di Codirino.
Pietro prese la borsa da lavoro. Lei nel frattempo finì di svuotare la carne dalla scatola in metallo nella ciotola di Poldo, un cucciolone di ottanta chili tutto pelo e lingua. Dopo di che entrambi a passo svelto si diressero alla stazione.
Raramente usavano la macchina per recarsi a lavoro. Preferivano, quando possibile, andarci a piedi visto che una volta scesi alla Stazione Centrale in centro città, lo studio si trovava a pochi metri di camminata, e poi a loro piaceva godersi la vista urbana al mattino con quella luce pallidina che ancora accarezzava i palazzi.
Alla stazione della città di Codirino salivano come sempre a quell'ora, anche li, un pò sempre le stesse facce, studenti, lavoratori o chi si recava al mercato a fare la spesa.
Attesero pazienti e alle sette e quaranta precise il fischio del treno irruppe nell'aria silenziosa annunciandosi da lontano, facendo spiccare il volo agli uccelli che pigramente si erano appollaiati nei cavi delle telecomunicazioni.
La donna ricordò al marito che doveva andare a recuperare la propria borsa in stazione.
Una volta saliti si sedettero una di fronte all'altro lato finestrino.
Il controllore attese che tutti si fossero accomodati, poi diede il segnale di partenza al macchinista che poté così riprendere il viaggio alla successiva fermata, Sizzano.
Un tragitto di poco meno venti minuti che attraversava la piena campagna dal quale si alzava una leggera coltre di umido bianco latte che ammantava i campi verdeggianti pronti per la prossima mietitura.
Lui leggeva il solito giornale che aveva comprato fermandosi all'edicola vicino alla fermata, lei invece controllava le notifiche e scarabocchiava qualcosa nell'agenda, forse qualche appuntamento per la giornata. Piccoli sguardi complici tra i due.
Ore 08:00
Stazione di Sizzano.
Lo sparuto capannello di persone fece il loro ingresso nel convoglio una dopo l'altra introducendosi nella cabina, e poi salì lui che spintonando con discreta insistenza cercava di farsi largo per cercare di sedersi il più vicino che poteva alla sua coppia.
Una volta avvistati, come sempre si sistemò vicino a loro e facendo finta di ascoltare della musica con gli auricolari spenti li osservava. Questa volta però la visuale era parzialmente coperta da chi seduto davanti a loro due, faceva da barriera. Riusciva a vederli solo per brevi tratti, ma ciò non gli impediva di guardarli. Avrebbe potuto chiedere di fare scambio di posto di modo da avere una migliore visuale, ma si accontentò per questa volta. Praticamente per tutto il viaggio non riuscì a sentire nulla di quello che si stavano dicendo. Li vedeva confabulare e gli arrivavano parti di frasi ma non riuscì a capire di cosa parlassero, forse della cena di domani o della borsa che Rebecca doveva ritirare.
Chissà che faccia avrebbe fatto la donna quando avrebbe visto che la borsa conservata in stazione non era la sua. Gli sarebbe bastato aspettare e godersi la reazione.
Un pò sorrideva nell'immaginarsi la scena, lei che tutta trafelata, oggi con indosso un cappottino color pistacchio, si avvicinava al banco informazioni e una volta descritto ciò che era accaduto ieri le veniva consegnata un'altra cosa. Pregustava la scena.
Improvvisamente però si fece largo nei suoi pensieri un qualcosa alla quale non pensava più da tanto tempo, o per lo meno ci pensava ma questa volta il ricordo si fece particolarmente amaro e malinconico.
Sarà stato che vedendo loro due così felici gli tornarono alla mente i giorni quando era ancora sposato con Lisa. Quando ancora, come diceva Lisa la cosa non era degenerata. Sta di fatto che questa volta la sensazione di disagio era molto forte, quasi da fargli venire i crampi.
Ricordava di quando la mattina si salutavano con un bacio mentre lei ancora intenta a fare colazione lui usciva prima di lei. Ricordava di quando per gli anniversari, e il bambino non era ancora nato, cinque anni fa, organizzavano piccole fughe romantiche. Poi i primi dissapori. Il dubbio della gelosia e dell'insicurezza si era impossessata di lui. Piccoli segnali che captò da parte della moglie, cose non dette, messaggi nascosti e infine l'atroce verità.
Dopo che era nato il figlio non fu più in grado di reggere il peso delle menzogne che la moglie gli andava dicendo con la scusa che era lui a non amala più e che non era più possibile andare avanti i due presero strade diverse.
Furono due anni d'inferno per entrambi che si trasformò in paradiso però per Lisa quando riuscì a divorziare e a tenersi il bambino con la casa. L'unica cosa che non ottenne fu il mantenimento visto che fortunatamente lei lavorava. Doveva provvedere al solo mantenimento economico del bambino.
Una lacrima gli scese nel viso che però subito fece sparire passando una mano nella guancia.
Si chiese se valeva la pena guardare ancora quei due, se valeva la pena riaprire cicatrici che ancora non si erano asciugate. No, decise che non avrebbe più guardato la vita degli altri se poi doveva soffrire ripensando alla sua.
Arrivò nella Stazione della Metro per il cambio. Scese velocemente dalle porte automatiche senza cercare i due coniugi e andò spedito nella banchina per prendere il più velocemente che poteva la metropolitana e così fece. Salì, si sedette e restò a fissare il vuoto per tutto il tragitto, non gli interessava dove si fossero seduti quei due.
Non voleva stare male, non voleva che si riaprisse il cassetto dei ricordi dolorosi.
Fece il viaggio ascoltando la musica a tutto volume nelle cuffiette per non sentire i suoi pensieri.
Per un attimo ebbe l'istinto di scendere ad una delle fermate lungo la tratta e continuare sfruttando il tragitto dell'autobus, ma se avesse fatto così avrebbe impiegato quasi un'ora prima arrivare in centro visto che il pullman faceva l'intero giro della città. Così strinse i denti e proseguì dentro il vagone fissando al di fuori del finestrino.
Una volta arrivato in centro si catapultò fuori dalle portine della metropolitana, andando a scontrarsi contro chiunque gli si paresse davanti senza nemmeno chiedere scusa. Accelerò il passo dirigendosi verso le porte scorrevoli dell'uscita, non curandosi di chi lo circondava. Poi improvvisamente si bloccò e ricordò... Rebecca e la sua borsa dimenticata. Fremeva di indecisione. Gli si strinsero i pugni. In un attimo tutti i buoni propositi di risolutezza sembrarono andare in frantumi, schiantati come quando un vaso in vetro precipita al suolo. Senza che se ne fosse reso conto girò su se stesso e si ritrovò a fare il percorso inverso. Doveva sapere, doveva vedere cosa sarebbe successo.
Sperò che fosse ancora in tempo per assistere alla scena.
Tornò dentro la stazione quasi sudando dall'eccitazione e si mise a cercarli come un cane che odora l'aria quando punta la preda. Li vide, erano di spalle e parlavano con uno degli impiegati. Si tenne a debita distanza e non sentiva assolutamente nulla, solo deboli frasi incomprensibili, ma i gesti erano eloquenti. L'impiegato sparì dietro il divisorio e si portò dentro uno stanzino per poi riapparire pochi secondi dopo portando in bella mostra una borsa in tessuto sintetico nero.
Ci siamo, pensò.
La donna rimase quasi sconvolta alla vita della borsa. Prima fece una smorfia di diniego, poi iniziò a gesticolare facendo gesti di negazione.
Pur non udendoli capiva perfettamente il senso di quei gesti, equivalevano a "no, no, assolutamente, questa non è la mia borsa". Avrà sicuramente detto così, la sua espressione del viso non poteva che essere questa.
L'impiegato per tutta risposta si mosse in una mimica di dispiacimento, "guardi signora, questa è l'unica borsa che abbiamo trovato qua, mi dispiace" parve dire sollevando le spalle e riportando la borsa al suo posto.
Così marito e moglie girarono le suole e amareggiati uscirono dalla stazione confabulando fra loro.
Continuò a osservarli da lontano. L'uomo assistette alla scena con un certo senso di... in realtà non sapeva come sentirsi dopo aver visto la delusione sul volto della donna. Cercò di decifrarsi. L'unica cosa che capì era che era felice nel saperla triste o quanto meno delusa. Forse questa era la sua piccola vendetta per essere ai suoi occhi una bella coppia felice. Così, appagata la sua curiosità, poté andare a lavoro con una certa soddisfazione.
Ore 19:30
Centro Città.
Finalmente le sere si facevano meno fredde e il delicato tepore del tramonto primaverile permetteva di abbandonare il giubbotto, anche se qualche sferzata di vento più freddo ricordava che non si poteva stare troppo tranquilli.
L'uomo, chiusa la saracinesca dell'attività fece scivolare la chiave nella tasca laterale del bermuda color cachi e si avviò così verso la Stazione Centrale della Metropolitana. Durante il tragitto che lo separava dalla sua meta dovette più volte zigzagare tra i passanti che impegnavano il marciapiede.
Cuffiette ben piantate nelle orecchie e lasciò che la musica gli si diffondesse nella mente. Un brano dopo l'altro passeggiava attraversando gli alti palazzi dalla raffinata architettura. Tutti frutto dei primi anni del '900. Al quale però facevano da controcanto i più tipici e meno ricercati palazzoni degli anni '70. Alte scatole rettangolari dal quale sporgevano altrettanti balconi rettangolari, figli di quel boom edilizio iniziato dagli anni '50 e terminato con gli anni ottanta. Edifici senza particolare pregio decorativo intervallati da enormi alberi di jacaranda che ora esplodevano in tutta la loro violacea infiorescenza primaverile.
Tutto sommato apprezzava quella strana mescolanza di decori e linee perpendicolari, era il segno del tempo che cambiava.
A proposito di tempo che passava, diede una scorsa all'orologio e vide che con uno scarto di cinque minuti sul tragitto poteva permettersi una pausa: avrebbe almeno spezzato i morsi della fame.
Così trovata una gelateria sul cammino si concesse un cono al gusto crema con guarnizione di glassa all'amarena poichè gusto spagnola era terminato e si fece aggiungere pure una di quelle cialde triangolari come tocco finale.
Buono.
Si godette con flemma la città che si agitava e spintonava. Lui no. In quel momento si concentrò sulla musica e sul cono gelato. Quei cinque minuti se li voleva prendere tutti quanti. Passeggiava, guardava le vetrine, notando con curiosità come gli abiti esposti erano prevalentemente abbigliamento da donna; una scelta di marketing evidentemente ben indirizzata.
Arrivò così alla Stazione Centrale.
Terminato di sgranocchiare la cialda buttò nel cestino il fazzoletto residuò. Si complimentò idealmente con la gelateria... anche se comunque non ci sarebbe tornato.
Come c'era da immaginarsi i due coniugi erano già arrivati.
Questa volta era stato lui a far aspettare loro... come se a loro fregasse qualcosa di lui. Erano alleggeriti del giubbotto visto che la serata lo permetteva e se ne stavano in silenzio aspettando pazientemente l'arrivo della metro delle 20:00. Poi Rebecca fece un gesto improvviso delle sopracciglia come se si fosse improvvisamente ricordata qualcosa e si rivolse al marito parlottando fra loro.
Si poi ricordò della borsa che la donna aveva tanto animatamente cercato ore prima e andò a guardare subito le mani di quest'ultima, ed eccola, era finalmente ricomparsa. Una bella borsa da lavoro in tela sintetica nera, con due tasche laterali e una zip davanti, tenuta da una lunga cinghia. In effetti era simile alla borsa che le aveva mostrato quella mattina l'impiegato.
Dopo quella loro breve conversazione l'espressione del marito cambiò di colpo, se prima appariva anonima e indifferente, adesso si mostrava estremamente contrariata e nervosa. Sembrava che non volesse sentire ciò che la moglie gli stesse dicendo. La cosa lo interessò alquanto. Come mai c'era così tanto attrito fra i due? Li osservava da lontano.
Si avvicinò a loro con discrezione per cercare di sentire meglio.
-Ne riparliamo a casa- disse secco Pietro.
Questa non era questione di cani che hanno combinato guai pensò.
Erano le venti precise quando il vagone della metropolitana si arrestò sulla banchina. Il solito capannello di persone si apprestò alle portine impedendo come sempre a chi doveva scendere di poter venire fuori. Lasciò che defluisse un pò di gente e poi seguì la coppia. Era deciso a capire cosa fosse successo. Li seguì alla lontana e appena vide che i due si stavano per accomodare, accelerò il passo, scansò una donna, che lo guardò di malo modo e si sedette dietro di loro, lasciando a bocca asciutta chi stava per sedersi in quella poltroncina.
Li aveva proprio dietro le orecchie. Per evitare che potessero avere dubbi, si mise gli auricolari e accese la musica a tutto volume in modo che sentendo la musica provenire dalle cuffie non pensassero che li stesse ascoltando. Per una parte iniziale della corsa dovette usare questo stratagemma e infatti dal riflesso del vetro vedeva che i due stavano parlando. Ma quello era il prezzo da pagare se non voleva creare sospetti. Poi piano piano abbassò il volume fino a spegnerlo del tutto, avendo però cura di tenere i due auricolari nelle orecchie per creare ancora l'illusione.
Aveva perso una parte del discorso ma da quello che era poi riuscito a capire era successo qualcosa a lavoro che riguardava uno dei loro pazienti.
-Non ho nulla da dirti.- Fece di nuovo il marito.
-Sei esagerato adesso...- imbeccò la donna.
-Ah, io esagerato. Non pensare che io domani sera vada da Cristian per la cena.-
-Ora che c'entra la cena adesso?- fece lei quasi ridendo.
-C'entra c'entra, perchè sono sicuro mi farai fare una brutta figura. Ringrazia che siamo in pubblico e ci sentono tutti, altrimenti...-
-Altrimenti cosa?-
-Niente, niente.- Tagliò corto lui, -ma sappi che il discorso non si chiude qua, ne riparliamo a casa-.
Dopo di che il silenzio più totale per tutto il viaggio. Silenzio che perdurò fino alla fermata dello scambio col treno.
Quel tacere stava iniziando a infastidirlo. Cosa mai era accaduto tanto da far reagire così Pietro?
Fu allora che prese la decisione. Doveva sapere, doveva scoprire cosa fosse successo a lavoro.
Decise che li avrebbe seguiti sino a casa loro.
Ore 20:16
Stazione Capolinea della Metropolitana.
Come prevedibile i due non dissero gran che durante il viaggio in treno una volta saliti. Mostrarono il biglietto e si sedettero nella poltroncina. Lui si accomodò una poltroncina dopo, tenendoli sotto tiro. Non avrebbero parlato molto, ma comunque li teneva d'occhio.
L'idea di seguirli eccitava la sua impazienza e faceva galoppare la fantasia. Cosa era successo a lavoro?, che tipo di casa avevano, abitavano in una villetta singola col giardino?.
Com'è che non gli venne in mente prima questa idea. Forse perchè non c'era mai stata l'occasione per poterlo fare. Questa volta l'occasione era perfetta.
Doveva però accertarsi che ci fosse un treno che lo avrebbe riportato in dietro. Accese lo schermo dello smartphone, controllò in internet gli orari delle corse successive e vide che un'ultima corsa da Codirino era prevista per le 22:00. Sarebbe tornato a casa tardi ma tanto non aveva nessuno ad aspettarlo. C'era il criceto, certo. Ma aveva la ciotola piena dalla mattina e sicuramente si era fatto le scorte sotto la segatura quindi era tranquillo che non sarebbe morto di fame.
Passarono i minuti e nulla trapelava dalle loro bocche. Zitti, muti. Non si guardavano nemmeno.
L'uomo non sapeva cosa fare. L'unico svago nel viaggio era ascoltare le conversazioni di quei due, che però non avevano intenzione di comunicare in nessuna maniera.
Poi pensò, e se in vece si stessero mandando dei messaggi via chat? in effetti ogni tanto vedeva che i due battevano le dita sullo schermo. Certo, era sicuramente così, si stavano parlando attraverso uno schermo. Quanto avrebbe dato pur di poter leggere quella conversazione. Li c'era tutto il bandolo della matassa. Qualsiasi cosa fosse accaduto era talmente intima e personale, che non potevano permettersi di poterla condividere con gli altri... e con lui. Ciò spingeva ancora di più la sua intenzione di seguirli e di sapere.
Fu un tragitto tremendamente noioso tant'è che per la prima volta dopo lunghe settimane si dimenticò di loro, di Rebecca e Pietro. Loro che avevano attirato la sua attenzione gli erano completamente usciti di testa.
Se ne ricordò quando arrivò alla sua fermata. Erano circa le 20:39.
Fece per alzarsi con gesto istintivo ma si risedette guardandosi attorno un po' imbarazzato.
Era la prima volta che li vedeva nel restante tratto sino alla loro stazione. Li aveva sempre abbandonati alla sua fermata e ora iniziava una nuova avventura. Seguirli sino a casa loro. Spesse volte era andato nella città di Codirino per delle commissioni, ma ora aveva un nuovo scopo. Si sentiva frizzante. Era impaziente. Controllava più volte gli orari dei treni per vedere se aveva letto correttamente l'orario di rientro. Per tutta sicurezza fece una foto allo schermo col tasto laterale dello smartphone di modo da poterlo controllare nuovamente senza perdere tempo a frugare nel sito.
In poco meno di quindici minuti il treno giunse a destinazione e per tutti quei minuti i coniugi ancora non si rivolsero la parola. Freddi nelle loro posizioni. Un comportamento del genere era veramente inspiegabile.
Poté fare delle ipotesi; un duro alterco a lavoro: magari lei, aveva screditato in qualche modo la professionalità del marito agli occhi di un paziente o di un altro collega, o magari era stato il marito a dover riparare ad una mancanza della moglie davanti a dei pazienti facendo fare a lui una brutta figura.
Non lo sapeva, ma sperava di scoprirlo.
Il viaggio terminò. I passeggeri che scendevano alla stazione si alzarono in piedi, erano forse in cinque o sei, compreso lui. Marito e moglie furono tra i primi a sollevarsi e con silenzioso decoro si avviarono alle portine. Lui invece scese per ultimo. Da questo momento doveva prestare la massima attenzione. Aveva poco meno di un'ora.
Era in un territorio che non conosceva, specialmente di notte. Il sole era orami calato e i lampioni dalle luci arancioni davano un senso surreale alle ombre.
La piccola fila una volta uscita dalla stazione si disperse ciascuna per la propria direzione, lasciando i due da soli nel loro cammino. Lui stava abbastanza lontano e seguiva Pietro e Rebecca ad una certa distanza di sicurezza. Forse una ventina di metri o giù di li. Li vedeva camminare di spalle e incedere lesti.
Se si stessero dicendo delle cose non poteva assolutamente udirli a quella distanza nonostante il silenzio che regnava tra le case che però era interrotto solo dal suono delle televisioni accese e dal tintinnare delle posate.
Cercò di accelerare un pò il passo per evitare di perderli. Così facendo però andò a troncare con la pianta della scarpa un ramo e improvvisamente l'abbaio di un cane che si avventò ad uno dei cancelli delle case li attorno fece trasalire l'uomo che con un gemito strozzato andò a nascondersi dietro una macchina.
Imprecò contro l'animale che non la smetteva di abbaiare mostrando le fauci bavose sulle sbarre. Non capi che cane fosse ma doveva spostarsi immediatamente da li. Lascò che i due fecero la curva e dopo di che riprese a camminare uscendo guardingo dalla vettura.
Lo avevano visto? era stato scoperto? Non poteva saperlo, doveva solamente andare avanti e seguirli. Avrebbe visto dove vivevano finalmente.
Un brivido di emozione gli scosse la schiena quando finalmente si fermarono davanti ad una casa e sentì il suono metallico delle chiavi che scattavano nella serratura. Camminò lento facendo attenzione a dove metteva i piedi adesso. Si nascose nuovamente dietro un'auto e attese prima di andare davanti al cancello. Una volta richiuso il portoncino si sentì l'abbaio del cane, era Poldo che era corso a salutare i due padroni felice di rivederli dopo essere stato tutto il giorno da solo.
L'uomo si avvicinò lentamente guardandosi attorno. Cortile dopo cortile.
Pietro e Rebecca vivevano in una zona residenziale curata. Non particolarmente elegante o ricercata ma molto comune dove una serie di case indipendenti si affiancavano. La loro era l'ultima prima dell'incrocio. Correva tutt'attorno un giardino, o meglio dire un cortile con un piccolo appezzamento di terra adibito a giardino, il resto era destinato a patio pianellato.
La casa era a due piani di color pesca, con un lungo balcone che correva perimetralmente su due lati dove si intervallavano le finestre e due porte a vetri.
Una volta presa posizione cercò di capire in quale parte della casa fossero. Vide accendersi la luce da una finestra al piano inferiore. Si diresse in quella direzione e si appostò al di sotto del muretto di recinzione e guardò attraverso di essa cercando di capire cosa accadesse. Guardò l'ora, le 21:20. Vedeva i coniugi muoversi avanti e in dietro.
Poi sentì dire a Pietro con un tono di voce alto.
-Tu mi hai tradito-.
-Ma smettila non fare l'esagerato- rispose Rebecca, -chi ti sentirà...-
-Che sentano, chi se ne frega-, continuò, -complimenti per il bello spettacolo, proprio brava-.
-Senti un pò, ora mi hai stufata. Ti stai inventando tutto perché come al solito sei il classico insicuro-.
Il cane prese ad abbaiare in direzione della finestra facendogli perdere il filo della discussione. Si percepivano delle voci concitate e parole dette a metà.
Poi si sentì un forte colpo sordo. Un urlo e poi nulla.
L'uomo nascosto ancora dietro il muretto gli si pietrificò il sangue nelle vene. Poldo, un cagnone di pura razza meticcia color paglia, abbaiava con impeto maggiore adesso. Graffiava e saltava sul parapetto della finestra. Se avesse potuto sarebbe entrato direttamente da li.
Non sapeva cosa fare adesso. La casa ora taceva, si sentivano solo rumori frettolosi che si dividevano su e giù fra i due piani.
La scelta della sua vita... restare e vedere che succedeva o scappare? Poi però da lontano gli arrivò alle orecchie un fischio, era molto flebile. Si rammentò del treno in arrivo. Lo schermo del telefono cellulare segnava le 21:40. Imprecò. Scelse di andarsene ma solo per una questione di tempo.
Si augurò che i loro vicini si fossero accorti di tutto quel trambusto e sperò che venisse chiamato qualcuno che avrebbe fatto qualcosa in breve tempo. Con velocità ripercorse la strada a ritroso sino alla stazione. Camminava velocemente sia per la fretta di arrivare in tempo sia per la forte emozione vissuta.
Ore 22:00
Stazione di Codirino.
L'ultimo treno della notte arrivò preciso e sembrava stanco. Lentamente frenò facendo strisciare i freni sulle rotaie. Una volta aperte le portine entrò all'interno della cabina. La luce al neon del vagone gli diede parecchio fastidio agli occhi tanto che li chiuse per cercare di trovare sollievo da quel bagliore invadente. Sentiva un forte disagio. Aveva una sensazione di vertigine.
Si guardò attorno. Si sedette nella poltroncina e attese di partire. Il lento riprendere della corsa sembrava ancora più pesante adesso. Era la sua sensazione. Nel buio le piccole luci sfrecciavano davanti al vetro che spalancava il suo sguardo sul nero della campagna. Il costante e ipnotico dondolio del vagone gli procurava la nausea, di solito invece gli conciliava il sonno. Ancora sentiva nelle orecchie l'abbaiare del cane e il forte grido accompagnato dal quel tonfo.
Quello che fece però fu quello di aprire il frigorifero e bere d'un fiato uno dopo l'altro due bicchieri ben corposi di Martini, con due conclusioni, avrebbe vomitato immediatamente o sarebbe crollato sul letto in pochi minuti. A quanto pare stava facendo effetto la seconda soluzione, anche se non avrebbe disdegnato così tanto la prima soluzione, almeno gli sarebbe passato quel senso di nausea.
Si avviò perciò in camera da letto, si levò i pantaloni, gettò via giubbotto e maglia lunga e si gettò sul materasso.
Il rumore della ruota nel quale correva il suo piccolo amico lo infastidiva parecchio e fu tentato più volte di rinchiuderlo nello sgabuzzino. Lo sentiva giungere dalla cucina anche a porta chiusa, ma poi quel ronzio continuo lo ipnotizzò e forse, anzi senza il forse, complice l'alcol ingollato così velocemente si lasciò andare perdendo i sensi.
Sentiva un suono, veniva da lontano. Un frusciare come di foglie al vento, insistente e continuo. Poi piano piano questo frusciare si tramutò in sciabordio, erano onde. Si trovava al mare. Non vedeva cosa stesse succedendo, era molto annebbiato come quando si guarda attraverso un vetro molato, di quelli che si usano per i bagni. Sentiva solo il rumore delle onde. L'immagine poi si fece nitida come se fosse stata messa a fuoco. Comparve una sagoma davanti a lui, la vedeva di spalle, era nera... anzi l'intero sogno era in bianco e nero. Come una di quelle vecchie pellicole noir alla Fritz Lang.
Questa sagoma stava ferma dinnanzi al mare. Era in piedi, ferma. Poi si scostò di lato e svelò la presenza di un'altra persona, anch'essa una figura indistinta e sfocata, vedeva solo dei capelli che si muovevano. Quella figura davanti a lui si mosse e avanzò. Non sentiva nessun rumore di passi che camminavano sulla sabbia. La vedeva solo incedere verso l'altra persona. Il vento pur non percependolo fisicamente gli dava molto fastidio. Capiva però che c'era. L'unica cosa che sentiva nitidamente era solo il frastuono del mare.
Ciò che pima era una lunga spiaggia desolata al tramonto con le lunghe ombre che si allungavano come tentacoli di un polpo, si tramutò in una vertiginosa scogliera.
Il rumore roboante delle onde che urlavano e aggredivano l'alta falesia riempiva l'aria. La nera figura si avvicinò alla persona che le si trovava davanti e con un colpo di mani la fece precipitare nel vuoto con un eco di grida mute. Il punto di vista cambiò e da spettatore passivo si trovò ad essere il protagonista. Ora a precipitare era lui, lui che fino a pochi attimi prima si era ritrovato a guardare la scena dal di fuori come chi guarda un film. Gli occhi vedevano in prima persona l'alta scogliera che si allontanava mentre precipitava e il suo aguzzino rimpicciolirsi sempre più. Gli si chiuse lo stomaco. Urlava, ma non proferiva voce.
Si svegliò con il cuore che impazziva. Era completamente arrotolato nelle coperte. Si dimenò ma non riuscì a muoversi. Urlò come per liberarsi dalla paura e si toccò in viso per accertarsi di essere li e di trovarsi a casa sua. Cercò lo schermo del telefono, segnava le 04:55.
In affanno non poté che pensare a ciò che era successo ore prima.
-Cazzo, l'ha uccisa. - Fu l'unica cosa che disse, quasi come per rivelazione avuta nel sonno.
Come se quel sogno fosse una sorta di svelamento mistico all'interno della coscienza del marito, visto attraverso l'elaborazione del suo sguardo.
Ore 6:45
Città di Sizzano.
L'uomo non riprese più a dormire da quel momento. Si alzò dal letto frastornato per il sonno interrotto anticipando di qualche minuto la sveglia impostata nello smartphone. Andò in bagno. Si guardò allo specchio passando la mano sul viso facendo scorrere le dita sulle occhiaie.
Scese le scale che lo portavano al piano inferiore e con amara ironia vide che almeno il suo criceto dormiva... o era morto? No no, dormiva, vedeva il petto che si muoveva. Gli riempì la ciotolina di graniglia e sentendo l'odore di urina si appuntò nella mente che quella sera avrebbe dovuto cambiargli la paglia.
Fece colazione senza nemmeno accendere la tv. Ancora gli girava nella mente quel sogno che tanto lo aveva turbato: lui - che non era lui - veniva gettato da una scogliera. Percepiva ancora il senso di vertiginoso terrore e sgomento. Si diede però una scossa e andò a prepararsi velocemente. Alle otto sarebbe arrivato il treno e allora avrebbe saputo se fosse successo qualcosa, se Rebecca fosse stata sul vagone o meno. Gli tornò però alla mente di quando disse che quel sabato non sarebbe andata a lavoro. Perciò avrebbe dovuto trovare solo Pietro nel vagone.
Ore 07:55
Stazione di Sizzano.
Sabato mattina di inizio maggio.
Pochi attendevano il treno delle otto quel fine settimana. Gli studenti iniziavano a saltare qualche giorno di scuola in vista della sua fine nel mese prossimo, e gli abituali passeggeri scarseggiavano. Oltre a lui c'erano altre tre persone, due donne avanti con l'età che parlavano in dialetto stretto e un tipo con i capelli lunghi raccolti in una coda che indossava un paio di cuffiette per la musica.
Osservandolo si chiese se come lui faceva finta di ascoltare musica per sentire i discorsi di chi gli stava vicino. Fissava con intensità la curva tra gli alti arbusti dal quale sarebbe apparso il treno. Non desiderava altro che salire e vedere se l'avrebbe trovato.
Guardò più volte l'ora dal cellulare e per uno beffardo scherzo della vita il treno ancora non era arrivato, stava facendo ritardo. Erano le 08:07 e ancora non si vedeva. Si contorceva le mani dall'attesa. Accendeva e spegneva lo schermo dello smartphone. Poi finalmente udì il lungo fischio della locomotiva che si annunciava da lontano. Diede un grosso sbuffo di fiato per rilassare i nervi tesi dall'attesa e ripose l'apparecchio nella tasca. Nubi grigie si addensavano. Minacciava pioggia in quei giorni. Si avvicinò alla portina e spingendo un po' in malo modo il ragazzo con la coda si introdusse per primo. Salì i due gradini di ingresso e cercò l'uomo. Guardò prima a sinistra, poi a destra. Essendo sabato il treno era semi vuoto quindi fu più facile trovarlo e sedersi in una posizione comoda, ma ciò voleva dire che pure lui poteva essere visto facilmente questa volta, quindi dovette prestare molta attenzione. Si accomodò tre poltroncine prima, riuscendo a intravederlo per metà. Calmo, guardava fuori dalla grande finestra che immancabilmente era perennemente sporca e impolverata. Non sembrava tradire nessuna particolare emozione.
Non era agitato, nervoso o triste. Semplicemente guardava fuori come un giorno qualsiasi. Alla richiesta del controllore di far visionare il biglietto glielo porse con naturalezza estraendolo dal portafogli.
Ore 8:20
Stazione Capolinea della Metropolitana.
La minaccia di pioggia si era concretizzata. Le nuvole gravide di acqua avevano coperto definitivamente il cielo sereno e lasciarono cadere una fitta rete di goccioline fresche che colsero impreparati molti. Così dovettero ripararsi sotto la pensilina o dentro la stazione.
L'aria si era fatta più fredda.
L'uomo osservava Pietro da lontano con sguardo torvo e nero, fumando una sigaretta per far passare il tempo. Lo guardava cercando di decifrarlo. Era realmente calmo, padrone di sé in ogni azione. Se ne stava immobile aspettando l'arrivo della metropolitana. Ogni tanto si guardava attorno, accendeva il telefonino, scambiava qualche battuta sulla pioggia improvvisa con chi gli stava vicino, nulla che lo tradisse. Alla mente gli arrivò nuovamente quel suono metallico e il grido sentito la notte prima a casa loro. Si girò su sé stesso, credendo di sentire quel suono circondandolo come se fosse stato in un cinema quando si ha l'effetto surround. Per pochi istanti gli mancò il fiato e iniziò ad innervosirsi. Il fiato si fece corto e ci volle un po' prima di riprendere la calma. Qualcuno si era accorto del suo strano comportamento e lo guardava di sbieco.
Una volta saliti sulla metro questa si riempì rispetto al treno poiché accoglieva anche coloro che arrivavano con l'autobus.
Pietro si sedette nuovamente di fianco al finestrino. Mentre lui trovò posto di fianco al finestrino dal lato opposto e lo vedeva in pieno viso.
Ora però non provava più curiosità, la curiosità verso la sua vita, ma sentiva che era disprezzo e risentimento. Lo guardava con occhi malevoli. Sondava quell'anima fissandola da lontano. Eccolo beato che con noncuranza si godeva il panorama urbano infradiciato dalla pioggia.
Immaginava nella sua mente la scena: lui che al limite della rabbia sferrava un colpo improvviso con qualcosa, un vassoio probabilmente, verso la moglie che stramazzava sul pavimento, e il cane che assistendo alla scena inizia ad abbaiare forsennatamente.
"L'hai uccisa, vero? diceva tra sé, - e poi dove hai messo il corpo? Hai lavorato tutta la notte per nasconderlo, magari in giardino, aiutato da Poldo che ha scavato assieme a te, o magari gettata nella campagna, in qualche anfratto boscoso, in quella zona non mancano di certo."
Per tutto il viaggio non riuscì che a pensare alla morte della donna. Il marito aveva ben scelto il momento per farla fuori, il venerdì notte di modo che il sabato mattina non dovendo lei andare al lavoro la sua assenza non avrebbe destato curiosità... al momento. Poi da lunedì che avrebbe fatto?
Il telefono di Pietro squillò, una brutta e cacofonica melodia in 8bit gli arrivò alle orecchie.
- Pronto..., ciao Cristian -, rispose e sembrava un po' a disagio.
La cena, pensò l'uomo ricordandosi della telefonata. Cosa ti inventerai adesso? stasera avete la cena da Cristian. Gli dirai che Rebecca è ammalata? pensò.
- Si la cena, Cristian senti... ci sarebbe... - prese tempo, - no no nulla, ci saremmo si, si, certo -. Rispose frettolosamente. - Rebecca sta preparando una torta salata, sono uscito di casa che era già all'opera -.
Rise con un sorriso tirato.
- Volevo sapere se andava bene... perfetto allora stasera alle nove da voi. Va bene, grazie. Ciao, ciao -.
Assistendo a quella telefonata il suo livore nei confronti dell'uomo crebbe a dismisura. Se avesse potuto lo avrebbe preso a pugni li davanti a tutti, ma si trattenne. Sentì la vena della tempia che pulsava. Arrivarono a destinazione in centro. Scesero tutti dal convoglio. Pietro svoltò a destra e lui come al solito girò a sinistra, ma non senza che l'avesse seguito con uno sguardo bieco. Così le loro strade si divisero. Si sarebbero rivisti quella sera alle 20:00
Ore 13:30
Centro città.
All'interno del suo laboratorio, circondato da stampanti, schermi, hardware, cavi e mouse di varie forme e misure, l'uomo una volta chiusa la porta di ingresso e sistemato il cartello che informava della pausa pranzo, si diresse nel retro e aperto il frigo bar che stava appoggiato su uno scaffale estrasse un panino alla bresaola e fontina avvolta nella stagnola che mangiò con voracità, intervallandolo a sorsi di acqua direttamente dalla bottiglia. Terminato, appallottolò ciò che restava e lanciò a distanza l'involto nel cestino facendo centro ed esultando con una ola.
Poi come sempre terminato il pranzo andò a prendersi un caffè al bar li vicino. Camminò verso il piccolo locale posto nel lungo il viale alberato e fu prima di entrare che incrociò Pietro.
Gli mancò il fiato per un attimo, non si aspettava di vederlo. Il cuore iniziò a battere velocemente.
Non era mai capitato al di fuori dell’orario del treno. Doveva salutarlo? no, ma che idea gli era venuta in mente, o forse lo avrebbe salutato lui?
Gli andava incontro a passo svelto ma non andava verso di lui. Lo superò senza guardarlo, probabilmente non lo aveva nemmeno riconosciuto. Continuò per la sua strada camminando spedito portando tra le mani un involto. Un pacco voluminoso, grande quanto una scatola di scarpe avvolta da un foglio di carta velina bianca. Il caffè poteva aspettare. Aveva ancora un'ora buona prima della riapertura. Girò i tacchi e seguì Pietro standogli lontano circa otto, dieci metri. Lo tampinava sperando di non essere notato: a quell'ora le vie erano particolarmente trafficata e non c'era il rischio di essere visti, ma non si sa mai. Percorrendo il lungo viale Pietro si fermava di fermava di tanto in tanto, dava una scorsa al cellulare, poi si guardava attorno e riprendeva a camminare. Stava seguendo le indicazioni del GPS concluse. Man mano che procedeva si rendeva conto che nonostante stesse facendo tortuose circonvoluzioni tra le strade, si stava avvicinando ad una zona che gli era familiare. Lo vide imboccare una via che ben conosceva, era quella dove lavorava lui. Si appostò quindi dietro una macchina e guardando attraverso i vetri cercò di capire dove si sarebbe fermato.
L'uomo col pacco procedette ancora per un paio di metri, poi si fermò, controllò ancora una volta lo schermo e percorsa la strada alla sua destra che procedeva in salita andò a fermarsi davanti all'ingresso del suo locale. Sbarrò gli occhi quando lo vide li davanti alla sua saracinesca. Ma non ti sei accorto che è tutto chiuso? pensò. Come pretendevi che pure io restassi aperto all'ora di pranzo?
Povero stupido. E se invece mi avvicinassi con normalità e aprissi il locale per lui? Proprio no... il cartello dice le 15:00 e le 15:00 saranno.
Sempre nascosto da dietro il vetro vide perciò l'uomo che con il viso contrariato faceva il percorso inverso e se ne tornava da dove era arrivato.
Ore 15:00
Centro città.
Fece scattare la serratura della saracinesca e con uno slancio la fece scorrere sui binari e così andò sparire nell'intercapedine sopra la sua testa. Era ora di riaprire. Il caffè aveva avuto un effetto corroborante. Si sentiva pieno di energia e vitalità. Aprì la porta a vetri e riprese posto al bancone nel retrobottega dove lo attendeva un computer da riparare. A detta del proprietario non si era più acceso dopo che uno scoppiettio e un delicato odore di fumo lo avevano spento a causa dell'interruzione dell'energia elettrica. Un classico.
Da dentro alla piccola stanza che fungeva da laboratorio e anche magazzino sentì aprirsi la porta di ingresso. Uscì dallo stanzino. D'altro lato del bancone c'era Pietro che recava con se ancora quel pacco. L'uomo lo guardò con estrema curiosità. Era la prima volta che aveva un incontro così ravvicinato con lui.
Gli porse il pacco.
-Buon sera.-
-Buona sera, dica.- Rispose con un sorriso professionale, non certo sincero.
-Sono passato prima ma era già chiuso. Ho sperato di fare a tempo... invece.- Disse con una mezza smorfia che assomigliava ad un riso.
-Io chiudo alle tredici e riapro alle quindici, come vede nel cartellino all'ingresso.-
-Certo, ha ragione. Senta, io le ho portato questo.- Aprì la scatola. L'uomo ci guardò all'interno.
-Era di mia moglie... scusi, è di mia moglie. L'altra sera le è caduto dal tavolo e come vede si è completamente rotto lo schermo e non accende più. Ha fatto un bel salto-. Sorrise nuovamente.
-Vorrei sapere se è possibile ripararlo in qualche modo o per lo meno recuperare le foto. Sono i tanti ricordi conservati li dentro.- Disse con un sorriso che andava da orecchio a orecchio. Nel sentire questo, sarà stata l'energia del caffè, ma sentì l'adrenalina salirgli sino agli occhi. Nel suo cervello si delineò la scena del marito che prendeva il pc e lo scagliava contro la moglie, colpendola ripetutamente alla testa e facendola stramazzare sul pavimento in un lago di sangue.
-Scusi, ha sentito?- Lo guardò come se avesse capito che non lo stava ascoltando.
-Come? si si, certo. Vedrò quello che riesco a fare. Ripassi tra una settimana. Se mi lascia il numero e l'indirizzo la chiamerò io per sicurezza.-
Pietro sembrò un pò riluttante ma alla fine scrisse su un foglietto il numero di cellulare e l'indirizzo.
-Perfetto, la richiamo per farle sapere il preventivo. -
-Va bene, la ringrazio. Arrivederci.-
-Arrivederci.- Non sorrise.
Aveva li davanti la scatola dei tesori. Poteva accedere praticamente a tutta la loro vita da li dentro. Guardò poi il biglietto e andò a cercare l'indirizzo sulla piattaforma internet delle mappe digitali. Attese che il web generasse la raffigurazione ad alta risoluzione e con estrema sorpresa vide che non gli aveva dato l'indirizzo di casa ma quello del posto di lavoro. Proruppe in una imprecazione decisamente poco elegante, battendo nel contempo un pugno sul banco. Però almeno aveva scoperto che lavoro facevano.
Lavoravano in uno studio di assicurazioni. Non ne erano i titolari ma i dipendenti visto che il cognome che compariva non era il suo, anche se poteva essere quello della moglie il cognome segnato nella pagina web. Magari ereditato dal padre alla sua morte.
A malincuore mise da parte l'apparecchio poiché le altre incombenze tecnologiche chiamavano a gran voce.
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