giovedì 23 gennaio 2025

Late night with the devil - In onda con il diavolo.

Mi aspettavo qualcosa di diverso ma tutto sommato acchiappa dall'inizio alla fine. Esteticamente è ineccepibile, sembra realmente di vedere un programma televisivo degli anni '70, ma gli effetti speciali lasciano un po' a desiderare in certe cose, a tratti sembra uno di quei film di categoria B anni '80 ma a tratti ha reali colpi di scena. 



Un noto uomo della tv americana per cercare di mantenere gli ascolti del suo programma di tarda serata decide di fare uno speciale per halloween in diretta invitando nel suo spettacolo una serie di personaggi attinenti al paranormale per delle interviste, tra musica e siparietti, ma qualcosa prende il sopravvento in diretta e da li si scatena il delirio.

Un po' Rosmary's baby con un tocco di Poltergeist e di L'esorcista e Megan, piacevole da guardare, avrebbero però potuto essere più coraggiosi. Non mi stupirebbe se si fossero ispirati ad un programma del 1992 trasmesso realmente in Inghilterra per uno speciale di halloween (Ghostwatch) dove fecero credere agli spettatori che gli eventi paranormali che stavano accadendo in studio erano reali con conseguente panico generato tra chi da casa stava assistendo.

martedì 8 ottobre 2024

83;95;07

 Introduzione:

   I tre filmati che state per vedere sono apparsi tre anni fa in quello che viene chiamato Dark web, il lato oscuro e inquietante della rete, un lato cosi angosciante per i materiali che vengono caricati e proposti anche sotto pagamento che a ben ragione per questi aspetti viene definito illegale. I video sono stati girati nel 1983 in Inghilterra, il secondo nel 1995 in Finlandia e l'ultimo nel 2007 in Giappone e sono stati nominati Registrazione A, Registrazione B e Registrazione C ed è così che vengono proposti con anche i sottotitoli. Buona visione.


   Registrazione A: Inghilterra, 30 settembre 1983; ore 19:00

   Il video si apre con un uomo il cui volto non viene mai ripreso e che sistema velocemente una videocamera sopra un tavolino che riprede un corridoio con delle stanze laterali. L'uomo indossa abiti da lavoro e porta in spalla un borsone da elettricista. La registrazione si interrompe li.

  Ore 23:00

   La registrazione riparte in automatico e il corridoio ora è al buio, riprendendo la scena attraverso la registrazione ad infrarossi. Dopo qualche minuto compare davanti all'obiettivo una figura che indossa una felpa bianca col cappuccio sollevato e che indossa una maschera da agnello a coprirgli interamente il volto. Guada verso la camera e poi scompare dileguandosi nel buio dell'abitazione lasciando il campo totalmente libero. Per molte ore non accade nulla sino alle due e sette minuti, a quell'ora si sentono delle voci e una debole luce si  accende e si può vedere una donna in pigiama che esce da una stanza alla destra e percorsi pochi passi entra in quello che è il bagno che si trova proprio di fronte al mirino della ripresa, accende la luce e chiude la porta. In quell'istante l'uomo con la maschera irrompe davanti alla scena e con una siringa in mano velocemente entra in camera da letto. Si può percepire un rumore sommesso di colluttazione, dopo poco un uomo in pigiama esce dalla medesima stanza e si dirige nella stanza subito attigua e vi rimane totalmente al buio. La donna uscita dal bagno dopo aver messo in funzione lo scarico, si volta verso la stanza dove era entrato l'uomo in pigiama e lo chiama in modo interrogativo, ma questo non risponde però le si avventa colpendola con un coltello. L'uomo non le lascia tregua, lei cerca di difendersi. Al buio la telecamera a raggi infrarossi riprende la scena straziante e gli occhi dei due sono come due luci bianche. Lei non ha il tempo di capire cosa stia accadendo e sotto le grida delle ferite che le vengono violentemente inferte si accascia e li resta immobile. 

   Piano piano da sotto il suo corpo si delinea una chiazza di sangue che a causa della ripresa notturna diventa una macchia scura sempre più grande; le medesime macchie nerastre sono state disseminate nelle pareti circostanti. L'uomo resta li immobile e la fissa per lunghi attimi, improvvisamente come risvegliatosi guarda la scena davanti a lui, non realizza immediatamente l'accaduto, se ne rende conto secondo dopo secondo e quando è chiaro inizia ad urlare, lascia cadere l'arma e crolla disperato.

   Ore 00:35

   Improvvisamente si sente il campanello della casa suonare. L'uomo ancora è in preda alla più cieca disperazione e non va ad aprire, non vuole o per lo scioc non riesce. Dal di fuori della scena si possono sentire delle voci che chiamano e il rumore di una porta che viene spalancata. In pochi istanti sopraggiungono i soccorsi che si bloccano per un momento davanti alla scena. Dopo di che preso di peso l'uomo lo allontanano dalla corpo della moglie e lo portano, quasi trascinano, in una stanza fuori dalla vista. Le luci della casa vengono accese una dopo l'altra ad illuminare quella scena. La videocamera allora passa alla modalità normale di registrazione e ora a colori quella scena appare in tutta la sua brutalità. Le macchie nere ora sono di un rosso vivo e brillante, il corpo della donna è accovacciato in posizione fetale sul fianco destro e le braccia lungo i fianchi. Dal fuori campo si sente ancora la voce dell'uomo che urla e piange, tra le grida si riesce a capire che non si è reso conto di ciò che ha fatto, che era convinto che stesse colpendo una persona che si era introdotta in casa sua e lo stava per aggredire. 

   Intervengono quindi gli altri agenti che con circospezione si avvicinano al cadavere affrontando i primi rilievi e riprendono il tutto con le foto. Passano svariati minuti e si sono fatte oltre le due quando i paramedici hanno il compito di prelevare il corpo della donna e portarlo via.  

   Improvvisamente si vede una persona che non ripresa in volto si avvicina alla telecamera e spegne la registrazione.  

   

   Registrazione B: Finlandia, 18 giugno 1995; ore 18:00

   La registrazione inizia con un uomo che posiziona la telecamera da quella che sembra una libreria e si allontana da essa velocemente portandosi al centro della stanza facendosi riprendere sempre di spalle. Indossa una felpa bianca e porta con se un borsone con degli attrezzi in metallo. Le si avvicina una donna con un piccolo in braccio, lei le spiega di un problema ad uno scarico e del cattivo odore che proviene. L'uomo le chiede perciò di andare fuori e provare ad aprire i rubinetti. La donna esce ed è in quel momento che lui, sempre di  spalle, si abbassa e armeggia all'interno del borsone. e poi si solleva il cappuccio. Tornata in casa l'uomo si gira e si volta verso di lei. indossa maschera dalla sembianze di cervo. Lei rimane perplessa, lui però la stringe forte a se e tenendole una mano sulla bocca le preme una siringa nel collo. Qualche istante e poi la lascia cadere sul divano li vicino. Fatto ciò l'uomo si avvicina alla cinepresa e guardando direttamente l'obiettivo inclina la testa e poi va via.

   La donna si riprende in pochi attimi , Resta immobile seduta  e fissa il vuoto. La voce del bambino la ridesta, si volta verso di lui e vedendolo gattonare verso di lei, la donna lo guarda con terrore cieco. Si solleva portandosi una mano alla bocca e si allontana  a passi all'indietro come se vedesse una bestia schifosa. Sparisce lentamente dalla ripresa ( si sentono dei rumori di oggetti che cadono) per poi riapparire nel campo visivo  scagliandosi contro il piccolo che gattona verso di lei colpendo con un tronco di legno più volte gridando di rabbia. Il bambino grida per una frazione di secondo poi tace. La donna continua a colpirlo con forza più e più volte, poi si ferma e torna a sedersi fissando il vuoto.

   Ore 18:30

   Da fuori si sente il suono del campanello e una voce femminile che chiama, sembra conoscere la donna che abita in quella abitazione. La donna lentamente si alza e si dirige ad aprire. La voce chiede se vada tutto bene, che ha sentito delle urla e dei colpi... improvvisamente quella stessa voce prorompe in un grido sconvolto, chiede cosa sia successo, la donna non risponde, non pare capire cosa sia successo. La voca fuori campo sparisce. Nel giro di pochi minuti si sentono delle sirene sopraggiungere. La donna resta immobile davanti alla porta per tutto il tempo. Nella casa entrano quindi i paramedici e le forze dell'ordine. Resta in stato confusionale. Le fanno domande e lei risponde in modo vago. Le chiedono se sia sposata, il nome, ma lei continua a biascicare parole e frasi, le dicono se è stata lei a colpire il figlio, ma non pare capire, fissa il corpicino ma non esprime nessuna emozione. Dal di fuori entra un uomo che grida disperato e due agenti devono tenerlo fermo nel mentre che lui si dimena come un indemoniato quando vede la scena. L'azione continua a svolgersi con gli agenti che continuano ad entrare per fare rilevamenti, poi senza preavviso si vede una mano che passa davanti all'obiettivo, solleva la videocamera, l'inquadratura vacilla e si spegne.


     Registrazione C: Giappone 4 maggio 2007; ore 20:45

     La scena si apre con l'inquadratura che ci mostra il soggiorno di una casa. Non sappiamo in quale contesto sia stata posizionata o in quale momento della giornata. Davanti a noi c'è un tavolino dietro il quale vi è una divano beige a tre posti e alla sinistra una poltrona del medesimo colore. Una coppia sta guardando la televisione che è nella stessa linea d'aria della camera. Forse è posizionata su una mensola al di sopra di essa. La novità rispetto ai precedenti filmati è che questo viene registrato in digitale. Alle 20:49 si sente il suono di un campanello. La donna guardare l'orologio al suo polso e dice all'uomo, presumibilmente il marito che è il figlio che deve essere tornato dall'allenamento. Si sposta dall'inquadratura e va ad aprire. Lo donna saluta chi è appena arrivato, ma non si sente nessuna risposta arrivare. Davanti all'occhio della ripresa arriva un giovane vestito con la divisa da baseball che cammina lentamente ma risoluto e si porta dinnanzi all'uomo. Resta immobile a guardarlo. L'uomo, (il padre?) gli chiede di spostarsi. Poi improvvisamente sferra un colpo violento al volto dell'uomo con la mazza in legno che tiene ancora tra le mani, uomo che non ha nemmeno il tempo di reagire. Dal di fuori della scena le grida della madre si accavallano a quelle del giovane che continua a colpire con ferocia. L'uomo resta immobile mentre continua a colpirlo. I colpi sono secchi e mirati. La donna tenta di fermare il ragazzo avvicinandosi, ma viene investita al braccio dal bastone che ora è usata come un'arma. Tenendosi l'arto offeso si allontana e urla aiuto forse uscendo per strada.

  Prestando attenzione al video si può notare che la videocamera sta inquadrando anche una finestra dal quale si intravede una figura con indosso una felpa bianca e sul viso ha una maschera da lupo ghignante che sta guardando la scena dal di fuori.

  Ore 21:18

  Dalla medesima finestra appaiono dei bagliori rossi che sopraggiungono e illuminano il buio della sera. Si possono udire delle voci concitate e delle figure che entrano nella casa. Il ragazzo non sembra sentirlo e continua a colpire senza fermarsi. Un gruppo di agenti si avvicina al giovane chiamandolo per nome; Yamada, ma non da loro retta. Provano da avvicinarsi ma desistono per evitare di essere colpiti, continuano a chiamarlo ma senza ricevere risposta. Uno degli agenti entra sulla scena con la pistola in pugno e spara tre colpi che colpiscono il giovane alla gambe che cade a terra dolorante, non si vede sangue sulla gamba, molto probabilmente sono stati sparati delle pallottole in gomma; è in quell'istante che lo bloccano. La donna, ancora fuori campo urla e piange. Intervengono prontamente i paramedici che si avvicinano alla vittima dell'aggressione, vittima che ora appare davanti alla ripresa in tutto il suo orrore e mostra un viso orrendamente tumefatto e deformato coperto di sangue per i colpi ricevuti. Dalla finestra la figura che prima guardava la scena ora è scomparsa. Passano alcuni istanti e anche questa registrazione si conclude come le precedenti: una mano inguantata compare davanti all'obiettivo per qualche istante, solleva la videocamera e la registrazione si interrompe.


  Postfazione:

  Di questi tre filmati che avete appena visto a tutt'oggi non si conosce gli li abbia realizzati e chi abbia messo le telecamere a registrare, parrebbe che posiziona le telecamere in casa si presentino sotto le spoglie di tecnici riparatori e aggrediscano poi le vittime con una siringa. Le tre persone in carcere continuano a dirsi innocenti e non ricordare cosa sia successo. 




   


sabato 3 agosto 2024

With Love:

   Interno giorno, ore otto. Il primo sole di giugno scaldava e filtrava dai fori della tapparella semi chiusa illuminando di piccoli puntini dorati la camera da letto.
La donna si mosse lentamente tra le lenzuola in cotone. Il suo corpo atletico e flessuoso iniziò a stirarsi facendo frusciare la stoffa su di lei. Le mani si aprirono e schioccarono. Le unghie passarono tra i capelli lunghi e neri che erano si erano arriffati sul cuscino; la generosa dose di lacca per tenerli vaporosi li avevano resi una nuvola scomposta, solo una doccia avrebbe potuto domarli.

   Guardò l'orologio accanto al comodino e infine si alzò dirigendosi a passo lento verso il bagno. Il suo bel gatto arancione la seguì e si mise a fissarla quando lei si sedette sul water. Lo accarezzò tra le orecchie con grande soddisfazione per l'animale. Dopo di che si portò in cucina. Non aveva particolarmente fretta quella mattina, aveva degli impegni, questo si, ma era in abbondante anticipo, quindi poteva concedersi una lenta colazione. Per darsi una carica in più chiese all'assistente automatico di mettere la sua musica preferita e questo in pochi secondi fece partire la sua scelta musicale che iniziò con No man no cry , a quel basso ritmato di sassofono iniziò lentamente a ballare facendo ondeggiare le gambe e i fianchi, si sentiva bene, stava bene ed era bella. Prese la tazza dal mobile, mise la cialda nella macchinetta e e aspettò che il bottone luminoso diede l'ok e fece scendere il liquido corroborante. Si godette il caffè dalla finestra del soggiorno. La città al di sotto del suo appartamento in pieno centro si era svegliata già da un po'. Il miagolio del gatto le ricordò che pure lui voleva mangiare e con un sorriso di scuse riempì la sua ciotola. Diede poi una scorsa all'orologio e si scrollò da dosso quel poco di torpore che ancora la teneva a se. Era il momento di prepararsi.

   L'acqua della doccia scendeva nel mentre che lei sceglieva l'intimo; al resto avrebbe pensato dopo. Finalmente si tuffò al di sotto del soffione. Lo sbalzo termico le diede un brivido attraverso la schiena ben definita. Si cosparse di di schiuma alla vaniglia e iniziò e passare la mani lungo il corpo, un corpo allenato da lunghe sedute in palestra tra pesi e pilates. Spendeva svariati euro al mese per mantenerlo atletico e tutta quella atleticità venne esaltata quando, uscita dalla doccia, decise di indossare un tubino color blu petrolio che terminava poco sopra il ginocchio e che lasciava ben scoperte le braccia. Dalla scarpiera prese un paio di scarpe da ginnastica bianche; quelle con i tacchi le avrebbe indossate una volta arrivata all'appuntamento. Uno spruzzo di profumo, i capelli tenuti su da spruzzi di lacca e un rossetto verde mela terminarono la preparazione. Era pronta e in orario, undici precise. Salutò il gatto, prese le chiavi, chiuse l'ingresso e scese in ascensore i quindici piani sino al livello del sotterraneo dove era parcheggiata l'auto.
Una spider bianca.

   Messa in moto uscì dal posteggio e partì decisa. Mandò in funzione lo stereo e ancora una volta il sax di Jimmy le fece compagnia. Per un brivido in più chiese quindi all'auto di abbassare la copertura automatica e questo fece ciò che lei aveva chiesto. Sopra la sua testa le si svelarono gli alti palazzi. Vetro e acciaio. In pochi chilometri uscì dalla città, direzione mare. Una volta immessa nella grande statale potè dare libero sfogo all'auto che fece sfrecciare decisa verso la sua meta. Lo avrebbe raggiunto li e finalmente si sarebbero rivisti. Lungo tutto il tragitto non fece che pensare a lui e a cosa avrebbe pensato guardandola.
Le grandi palme che costeggiavano la strada indicavano che era nella giusta direzione; sfrecciavano una dietro l'altra al suo passare. Il sole, le palme, il caldo e la strada che si apriva davanti a lei come per incanto, era tutto perfetto, nulla poteva andare storto. 
   Svoltata a sinistra imboccò la strada che la portava al punto stabilito. Lo specchio d'acqua alla sua destra con la lunga distesa di sabbia era finalmente alla sua vista, brillavano entrambi sotto al sole cocente. Essendo piena estate i turisti e i vacanzieri erano giunti a frotte. Pensò che sarebbe stato arduo trovare parcheggio, ma decise che ci avrebbe pensato al momento. Finalmente si addentrò nella strada che l'avrebbe condotta da lui. Dopo una decina di minuti scorse il locale lungo il mare. Un piccolo chiosco elegante con ombrelloni e forma di palma e sdrai in ratan. Un posto particolare per una occasione particolare.
  Si avvicinò lentamente per cercare parcheggio ma con suo disappunto non le riuscì di trovarlo. Fece nuovamente il giro, ma nulla. Prese quindi la decisione di parcheggiare in doppia fila. Non ci sarebbe voluto molto pensò. 

   Spense l'auto. Scese dall'abitacolo e levate le scarpe sportive mise quelle scelte per l'occasione, un mezzo tacco a decolté in raso color lilla. Prese la sua piccola borsa. Si accorse che in tanti avevano notato la sua presenza. Ne restò soddisfatta. voleva essere vista, specialmente da lui. Si diresse con calma tra i tavolini. Gli occhiali da sole coprivano parte del viso, ma sapeva che l'avrebbe riconosciuta anche da lontano. Poi finalmente lo vide. Era da solo che sorseggiava un bicchiere di vino bianco, vestito come se lo ricordava, una leggera camicia in cotone color sabbia con bermuda in tinta. Lei fremette per un attimo dall'emozione. Si avvicinò a passi controllati. I tacchi battevano sul lastricato in legno marino. Sotto le suole la sabbia grattava e per un attimo sorrise pensando cosa sarebbe succeso se fosse scivolata proprio in quel momento, ma fu un pensiero di breve durata. 
   Si fece sempre più vicina e quando fu alla distanza giusta lo chiamò... "ehi bastardo!" in quel momento aprì la sua borsa ed estratta una pistola scaricò tre colpi sull'uomo. Lui fece solo in tempo a vederla e trasalire, poi cadde per terra facendo sobbalzare il tavolino che cadde rovesciandosi. Attorno a lei si scatenò il panico, urla e grida. Restò a guardarlo, non una sola emozione. Nella sua mente si palesò un ricordo che la stava tormentando da mesi e l'aveva fatta sentire sporca suo malgrado. Si guardò attorno conservando l'arma e con calma, la stessa calma con il quale era arrivata fece la strada inversa e tornò all'auto, accese i motori, prestò attenzione all'avvio, mise la marcia e se ne andò, nessuno osò fermarla e se lo avessero fatto non avrebbe opposto nessuna resistenza. 
   Tutti l'avevano vista. Tutti dovevano vederla perchè tutti dovevano sapere cosa aveva fatto.





lunedì 26 febbraio 2024

martedì 26 settembre 2023

I Calia, storia di una famiglia: (1) L'incendio

 Venne svegliato lentamente non accorgendosi subito di cosa stesse accadendo. Un odore acre si era sparso per la piccola cascina. Fu però la moglie a destarlo. Si era alzata e spalancando le veneziane si trovò davanti uno spettacolo spaventoso quanto incredibile. Nella notte più nera di quei primi giorni di agosto il rosso vivo del bagliore delle fiamme illuminava ettari di terreno che andava a fuoco.

Le grida di stupore svegliarono il marito che si avvicinò alla finestra. In tutto quel calore che avvampava l'aria gli si gelò il sangue. L'uliveto dei Calia stava andando a fuoco. Con velocità andò a destare il figlio da poco maggiorenne e dopo avergli detto quello che stava avvenendo lo mandò a chiamare i padroni. Il giovane si vestì alla bene e meglio e dopo di che andò nel piccolo casolare adibito a stalla, attiguo alla casa e una volta sellato il cavallo, che malamente gradì essere svegliato in piena notte, corse velocemente come gli era stato raccomandato. Uscì sfrecciando al galoppo più veloce che potè alzando un polverone che che i bagliori delle fiamme si illuminò di arancione.

Nel frattempo il vecchio Vincenzo, mezzadro per conto dei Calia era andato a chiamare aiuto nelle case vicine; la frase era solo una "Gli ulivi dei Signori stanno bruciando", bastò questo a mobilitare i fattori. Con i carri si iniziarono a trasportare secchi ricolmi di acqua e si cercava di arginare ed evitare che il fuoco continuasse a mangiare voracemente le piante. Tutti gli uomini e le donne si misero di buona lena ed erano impegnati con incitamento reciproco a gettare l'acqua, facendo da spola presso i pozzi vicini e il terreno. Ma più passavano i minuti e più sembrava che il fuoco al posto di spegnersi si nutrisse con ingordigia di quella stessa acqua che invece gli veniva gettata sopra per spegnerlo.

  Nel bel mezzo delle campagne rischiarate dalla falce di luna, il giovane correva sul cavallo  che come avendo capito la gravità batteva le pesanti zampe in corsa sollevando intere zolle di terra ed erba. Lo spronava pesantemente e lo incitava, scavalcando intere siepi. Fortunatamente la dimora dei padroni si trovava a pochi chilometri e quando riuscì ad arrivare alle porte di Serralio, il piccolo paesino dormiva pesantemente. Corse per le strade polverose, sfrecciò fra i vicoli stretti per raggiungere la parte alta del paese. Anche in quella semi oscurità sapeva destreggiarsi passando attraverso la case in pietra e mattoni di fango.

  -Aprite, l'oliveto sta andando a fuoco-, disse una volta fermatosi davanti all'abitazione. Una grande casa  padronale con un alto muro di cinta. Si spostò quindi in direzione del cancello in ferro battuto e ancora una volta chiamò l'attenzione di chi vi dimorava. Una piccola e flebile luce sia accese da una delle camere alte poste proprio davanti all'ingresso, erano le camere delle serve (quelle dei padroni erano nella parte retrostante, quella più silenziosa perchè non davano direttamente sulla strada). La lucetta si spostava di finestra in finestra, poi sparì fino a ricomparire davanti all'ingresso. Era una delle serve, che in un dialetto poco elegante gli chiese cosa avesse da urlare a quell'ora di notte. Dopo avergli spiegato cosa stava accadendo, la giovane, vestita con una leggera tunica di cotone bianco e una mantella per coprire le spalle dall'umido della notte aprì il pesante ingresso e lo fece entrare nella corte interna e assieme andarono in casa, ma solo lei potè entrare nella camera padronale dove dormivano marito e moglie dopo aver bussato quel tanto che bastava per destarli.

-Signore, c'è giù il figlio dei Pais-.

-Cosa vuole?-, rispose l'uomo ancora assonnato-.

-Dice che l'oliveto sta bruciando-. La voce tremò quando disse questo.

-Santo cielo-. 

  Si buttò immediatamente giù dal letto e in pochi istanti l'intera  casa venne svegliata.

-Vai a chiamare gli altri nel frattempo-.

-Subito, signore-.

  I due coniugi finirono di vestirsi velocemente e scesero nel piccolo vestibolo dove trovarono ad attenderlo il giovane. Nei pochi istanti che seguirono scese anche il resto della famiglia. Il maggiore, Gerardo, era arrivato per primo, a seguire gli altri tre fratelli. Clara, Isabella e infine Ruggero.

-Signore, l'oliveto sta bruciando. Mio padre con dei vicini stanno cercando di spegnere il fuoco-.

La famiglia Calia guardò con sgomento il ragazzo immaginando ciò che stava avvenendo nella loro campagne.

-Le bestie sono al sicuro?- fece Michele Calia.

Si, signore loro stanno bene-.

-Dobbiamo andare, padre-. Fece Gerardo prendendo la parola.

-Si certo. Anna, tu e le ragazze state qua. Io con il resto degli uomini ci dirigiamo all'oliveto. Prendiamo i cavalli senza la carrozza, andremo più veloci-. La donna fece un cenno assertivo con la testa e con fare protettivo si avvicinò alle due figlie. Il resto della famiglia, accompagnati da tre servitori presero i cavalli e sellati, si diressero di volata in direzione delle campagne. Alle altre non restò che aspettare in casa, in compagnia del resto delle donne che componevano la servitù, le due serve e la cuoca. L'unico pensiero che avevano tutti era quello di salvare la loro principale fonte di reddito, l'oliveto che di generazione in generazione era passato in eredità alla famiglia dei Calia.

  Piantato dal nonno del marito Michele, col tempo era diventato una delle più grandi piantumazioni di olivo del sud della Sardegna. Saverio Calia stesso era andato di persona nel continente agli inizi dell'800 per cercare le qualità migliori tra la Toscana e le Marche. Portando poi con se sessanta casse con all'interno le giovani piante, in un viaggio in vaporetto durato sei giorni. Sbarcato poi a Cagliari da li aveva affittato una quindicina di carri per portarli poi nei loro possedimenti. Da quel momento la sua famiglia lo aveva tramandato ai figli maggiori. Ora toccava a Michele che a sua volta poi lo avrebbe lasciato a Gerardo dopo che avrebbe compito gli studi di agraria a Roma. Col tempo erano riusciti a ritagliarsi uno spazio importante nella produzione dell'olio, arrivando a possedere un vastissimo terreno con oltre tremila alberi.


  Nel frattempo si erano accese le luci delle case attorno alla loro, poichè svegliati da quel baccano, ed erano accorsi per capire cosa fosse successo. In men che non si dica tante altre persone si mobilitarono per portare aiuto e spegnare l'incendio. Partirono una ventina di uomini. Anna con le figlie restarono a guardare il gruppo dei cavalieri che uscivano per le strade al galoppo. Non riuscendo a tornare a dormire si recarono tutte e tre nel piccolo salottino al piano inferiore e si sedettero sulle poltroncine di vellutino verde e dal legno intagliato. Nessuna osava parlare. Solo Clara non resistette a lungo seduta e si recò in cucina, nel reto della casa, portando con se la lampada a olio. Un silenzio irreale avvolgeva l'abitazione. La madre prese il rosario e in silenzio iniziò a sussurrare raccomandandosi a Santa Barbara e a Sant'Isidoro, protettore dei contadini, nonchè anche patrono di Madrid, sua città di origine per famiglia giacché lei faceva Boil di cognome e i suoi predecessori arrivarono nell'isola quattrocento anni fa al periodo della conquista della Sardegna da parte della Spagna qui avevano portato la loro nobiltà e dote. Alla silenziosa preghiera si unì anche Isabella che aveva acceso una piccola candela ai piedi della madonna in gesso esposta all'ingresso. Poco dopo Clara tornò nel salotto portandosi appresso una delle serve con un vassoio e poggiatolo sul tavolino tra le due poltroncine porse ad ognuna una tazza in ceramica fine.

-Cos'è?-. Chiese la donna sollevando lo sguardo.

-Un po' di Camomilla, madre, aiuterà a distendere i nervi-. Fece Clara. Lei sorrise e sollevata la tazza ne prese un sorso. Così pure fece Isabella.

-Non servirà a tanto, ma non possiamo fare molto adesso. Preghiamo perchè riescano a spegnerlo al più presto-. Disse Anna.

-Signora-.

-Dimmi Severina-. Rivolgendosi alla giovane servetta.

-Vado a chiamare Don Pibiri?, gli chiedo di accendere una cero alla madonna-.

-Non c'è bisogno-. rispose lei con mezzo sorriso, -non scomodiamolo-.

-Va bene-. Passandosi le mani nel grembiule per allisciarlo tornò quindi nel vestibolo della cucina. Li la aspettava Paschedda, la cuoca e la serva più anziana, Teresa, chiamata anche Teresina dal resto della famiglia dei Calia visto che era con loro da tanto tempo. Una donna rotonda e bassa che portava sempre una crocchia tenuta da uno spillone in madre perla.

-Che disgrazia-. Disse Paschedda che vista l'ora iniziò a preparare la collazione per i padroni e qualcosa in più anche per il resto degli uomini di casa che stavano lavorando. 

-Speriamo riescano a salvare le piante-. Le fece Teresa.

Erano da poco passatele cinque e iniziava ad est a sorgere il sole. La notte nera iniziava a farsi rosata. Le tre donne erano ancora in attesa di notizie. Clara non resistendo alla stanchezza si era lasciata andare al sonno e si era addormentata nel divanetto. Finalmente i primi colpi di zoccoli di cavallo si fecero sentire tra i vicoli silenziosi. Entrarono con tanta foga nel cortile interno che per poco il cavallo non inciampò. Era uno dei servitori dei Calia. Era nero inviso e il sudore gli rigava la faccia. Si gettò giù dalla bestia e corse in casa.

-Padrona, padrona. Donna Anna.- Chiamava a gran voce l'uomo. -Signora...- L'uomo si lasciò andare sulla sedia del salottino. La donna accorse immediatamente.

-Signora mia-.

-Cosa succede?, siete riusciti a spegnere il fuoco?-.

-Padrona mia. Gerardo. Una disgrazia è stata. Una folata di vento ha alzato le fiamme e ha investito vostro figlio. Signora padrona-.

-Come sta? oddio, cosa è accaduto...-. Si strinse le mani facendole diventare rosse. Lo sgomento attanagliò tutti in casa.

Nel frattempo giunse Michele Calia circondato da altre due persone. Entrò senza dire nulla. Il volto stravolto testimoniava tutta la  fatica della notte che stava andando via.

-Cosa è successo, Michele-. Gli si fece incontro con il terrore negli occhi. L'uomo la abbracciò forte.

-Amore mio, sii forte adesso-.

-Michele, dimmelo-. Lo implorava guardandolo negli occhi pieni di lacrime.

Quando vide poi entrare anche il prete ella non ebbe più nessun dubbio.

-Morto, è morto.... nooo, Michele, perchè?-. Urlò lei. Quella parola echeggiò per tutta la casa sino alla sue viscere più intime e per le case vicine. Il pianto e il dolore più nero si aggrappò all'anima di tutti i presenti e non li lasciò più. 

Il sole di metà agosto sorgeva in un nuovo giorno e portava tristezza in casa dei Calia. Non c'era nessuna consolazione che potesse servire a lenire il dolore. I funerali vennero celebrati il giorno successivo visto il caldo afoso che schiacciava le campagne nella parrocchiale della Beata Vergine dei Santi Martiri. La piccola chiesa di Serralio era gremita come non mai. Padre Pibiri celebrò una funzione solenne e sobria, omaggiando la solerzia del primogenito dei Calia. Mise in luce il suo essere pronto ad aiutare il prossimo, la sua prontezza nel rendersi utile quando ce ne fu bisogno. Il sindaco per l'occasione dichiarò due giorni di lutto, poichè la morte del giovane aveva sconcertato tutti. Il secolo '800 si sarebbe chiuso nel modo più terribile per i Calia, la morte del loro primo figlio, colui che avrebbe portato avanti la tenuta e portata nel nuovo secolo. Tutto ora era da riscrivere. Tutto era stato messo in discussione.

giovedì 27 luglio 2023

I sette passi del fantasma.

 Come si dice le persone uccidono per sempre due motivi: soldi e aďmore; pure io ho fatto lo stesso... sta però a voi capire se lo feci per l'una o l'altra ragione. 
   All'epoca dei fatti, stiamo parlando del 1998, la morte dello scrittore Ruben Maritti provocò profondo clamore. Il famoso romanziere da  da tre, uno di questi era la casa editrice Ridendi. Mi chiamarono un pomeriggio di metà ottobre; le lettere le avevo spedite a giugno. Dall'altra parte del ricevitore interagiva una voce femminile molto cortese che mi disse che erano interessati alla lettera che avevo spedito e che c'era la possibilità di poter fare un colloquio nel giro di un paio di giorni se ero disponibile. Io risposi con altrettanta cortesia che da parte mia c'era la totale disponibilità a presentarmi nel giorno che loro avrebbero indicato.
 di milioni di copie in tutta Europa venne ucciso dal suo segretario personale in un albergo di Torino nel bel mezzo del suo giro di promozione tra librerie e salotti letterari. Ora che sono trascorsi parecchi anni e ho quasi finito di scontare la mia condanna posso mettere su pagina i miei pensieri e qualcuno definirebbe questo caso come un giallo minimo, poiché tra la sua morte e la mia cattura passarono solo 24 ore. Ma quelle 24 ore furono le più deliranti che mi siano capitate.

  Partiamo dall'inizio perchè come ogni storia anche questa ha un principio. Intanto mi presento, è giusto farlo per coloro che sono nati dopo il 1998 o per coloro che assolutamente non sanno chi io sia e cosa feci: Mi chiamo Roberto Ter, ho 49 anni e al momento sto scontando l'arresto per l'uccisione di Ruben Maritti. Reo confesso di aver commesso l'omicidio gettandolo dalla tromba delle scale. Il principio di questa storia nasce alla fine del 1996. Al periodo avevo finito la carriera universitaria, e una volta terminato tale percorso cercai un impiego che non fosse il comune saltimbanco da un lavoro all'altro. Presi carta e penna e iniziai a scrivere la mia lettera di presentazione:
  
   "Gentile / Alla cortese attenzione ... (l'intestazione variava a seconda del destinatario), sono un giovane neo-laureato alla ricerca di un primo impiego. Ho una laurea in Lingue e Letterature straniere con voto finale di 102. Ho una buona padronanza della lingua inglese e tedesco. Mi reputo essere una persona capace di lavoro di gruppo ma anche di riuscire a portare a termine compiti assegnatimi singolarmente. Nella mia carriera universitaria sono stato molto attento e preciso. Se dovesse interessare la mia candidatura per una delle mansioni che Voi ritenete più idonee sarò ben lieto di presentarmi per un colloquio conoscitivo. Allego curriculum.
 Ringrazio per l'attenzione.
 In fede Roberto Ter."
   
  Spedii questa presentazione credo a una ventina di indirizzi.
  Venni contattato però.
La data venne fissata per il 31 dello stesso mese.
  La mattina prefissata quindi mi preparai,  da tre, uno di questi era la casa editrice Ridendi. Mi chiamarono un pomeriggio di metà ottobre; le lettere le avevo spedite a giugno. Dall'altra parte del ricevitore interagiva una voce femminile molto cortese che mi disse che erano interessati alla lettera che avevo spedito e che c'era la possibilità di poter fare un colloquio nel giro di un paio di giorni se ero disponibile. Io risposi con altrettanta cortesia che da parte mia c'era la totale disponibilità a presentarmi nel giorno che loro avrebbero indicato.
 con una certa emozione, ma anche con molto realismo, poichè non mi aspettavo di venir certo preso in considerazione.
  Quindi salii in auto e mi recai all'indirizzo indicatomi. Al mio arrivo rimasi un po' deluso perchè mi aspettavo di essere ricevuto in un bel palazzo moderno tutto vetri e acciaio, invece mi ritrovai a salire le scale di un palazzo storico, bello certamente, tutto decori e finestre timpanate, non che mi dispiacesse, ma avevo tutt'altra idea. 
   Venni fatto entrare da una donna minuta e anonima, mi fece accomodare in un piccolo salottino di ingresso altrettanto anonimo: tre poltroncine, una lampada da terra e l'immancabile pianta di ficus, ma d'altronde era una saletta da aspetto, non un salone da ricevimento. Attesi credo una quindicina di minuti, poi la stessa donna si affacciò da una porta alla mia destra e con un sorriso fece segno di seguirla. Le stetti al fianco senza dire nulla, passando attraverso un corridoio, portandomi sotto braccio il giubbotto. Ci fermammo sulla sinistra e dopo aver bussato, una voce maschile fece segno di entrare. La donna aprì la porta e ringraziandola entrai nella stanza. Fui accolto in un locale totalmente diverso dal quale ero appena arrivato. Un grande stanza luminosa arredata con gusto contemporaneo ma particolarmente ricercato, con qualche tocco kitsch qui e la, ma nel complesso il tutto ben armonizzato. Seduto dietro la scrivania vi era un uomo sulla quarantina. I folti capelli ancora tutti neri, (mi chiesi se si faceva la tinta per averli ancora così scuri), facevano da contrasto a degli occhi celeste quasi ghiaccio, penetranti e attenti. Ma nonostante questa presentazione fu un colloquio molto semplice e a tratti divertente. Mi fece domande sull'università, sulle mie esperienze lavorative. Parlammo di libri, se mi piaceva leggere, che cosa ecc, e poi mi fece scrivere di mio pugno un paio di righe chiedendomi di creare un piccolo racconto, non importava cosa, qualsiasi cosa  anche banale, ma che avesse un inizio, lo svolgimento e una fine.
  Su due piedi rimasi sbalordito, ma feci come chiese. Mi mise a mio agio e mi diede mezz'ora. Passai i primi dieci minuti a guardare il foglio bianco e ruotare lo sguardo su ciò che mi circondava cercando di trovare qualcosa che facesse scattare la molla dell'intuizione. Nel frattempo erano passati quindici minuti. Poi finalmente vidi un piccolo elefante fatto di pasta modellabile poggiato dentro una vetrinetta e mi inventati la storia di un elefantino che di mattina era immobile sopra una mensola, poi la notte si muoveva.
  Ora, al periodo non sapevo chi era esattamente Ruben Maritti. Anzi non sapevo proprio chi fosse. Ma sta di fatto che avevo fatto il mio colloquio proprio con lui. Durò un'ora buona, e non mi accorsi del tempo che trascorse. Era stato molto affabile e cordiale. Al termine ci lasciammo poi con la classica frase, -la ringrazio signor Ter, mi ha fatto piacere conoscerla. La mia segretaria la contatterà qualora prendessimo una decisione in merito-, e con un sorriso mi accompagnò verso la porta dove la stessa donna mi scortò nel percorso inverso verso l'uscita. 
  Non sapevo cosa aspettarmi da quel colloquio. Tra i tre che avevo fatto quello era stato il più particolare. Tornai a casa e in breve tempo accantonai la giornata e mi misi a fare altro. Passarono le settimane e ammetto che speravo che almeno uno dei tre colloqui portasse qualche frutto ma nulla. Poi verso fine novembre, credo il 26, uno squillo del telefono mi fece alzare dal letto e addormentato mi trascinai all'apparecchio cercando di modulare la voce il più sveglia possibile. Riposi. Mi aspettati la voce di mia madre, ma alle otto del mattino difficilmente chiamava... anzi chi mai avrebbe chiamato a quell'ora: - Buongiorno signor Ter, mi scuso per l'ora. Sono Clara Franca, la segretaria del signor Maritti, la sto contattando poichè ci sarebbe la possibilità che lei venga assunto. Il dottore è rimasto interessato dal suo colloquio. Se fosse così gentile da passare questa mattina al medesimo indirizzo potremmo vedere assieme i termini di assunzione-. Io restai bloccato col ricevitore in mano come un ebete a bocca aperta. Biasciaci qualche parola di ringraziamento e non ricordo altro di quella telefonata. Ma sapevo bene che nulla era deciso finchè non avessi firmato il contratto. Mi recai di prima mattina. Ricordo bene il freddo che faceva. Mi diressi all'indirizzo e salii le medesime scale ed entrai nel medesimo studio. Questa volta però l'accoglienza fu meno formale, anzi, la segretaria mi accolse subito con un bel sorriso e senza farmi aspettare mi portò direttamente nella stanza di Maritti. Qua anch'egli mi accolse subito con le braccia parate pronte ad accogliere la mia stretta di mano. Salutai con educazione ricambiando il sorriso e venni scosso dalla stretta energica dell'uomo. Mi fece accomodare questa volta in una poltroncina e lui si mise fronte a me sedendosi in quella opposta. Venne subito al dunque: -Allora signor Ter, mi auguro che la chiamata l'abbia colta in un momento felice.- feci un cenno positivo. -Come le stava accennando Clara, la sua candidatura ci ha interessato particolarmente e se lei è d'accordo sarei interessato a intraprendere un rapporto di lavoro con lei-. Io risposi che certamente ero interessato e chiesi di cosa si trattasse. Lui mi spiegò che il mio nome gli era stato fatto dalla casa editrice Ridendi al quale io avevo inviato la lettera e che poi l'avevano rigirata a lui credendo che potessi fare al caso suo. Mi disse che aveva già visto altre persone ma io rispondevo più a ciò che stava cercando. Io ascoltavo senza avere ancora chiaro cosa stesse cercando di dirmi. 
  Mi disse che con la Ridendi aveva firmato un contratto editoriale per tre anni e che in quei tre anni lui avrebbe dovuto pubblicare per loro una ventina di romanzi. -Vedi Roberto, ti do del tu, mi perdonerai-. -Scrivere romanzi è un mestiere bellissimo, si usa la fantasia per creare storie e situazioni, si cerca di trovare e creare personaggi verosimili alla realtà e la realtà spesse volte è l'ispirazione per portare a termine un lavoro come il mio... ma come in tutti i lavori c'è il lato meno piacevole. Non parlo della fatica di scrivere, quella passa velocemente, è la mancanza di tempo-. Io ascoltavo e annuivo, ma continuavo a non capire.
  -Quello che sto cercando, e la Ridendi è stata lei stessa a consigliarmi bada bene, è una persona capace di portare avanti i miei racconti. In inglese lo chiamano il ghost writer, lo scrittore fantasma-.       Era serissimo mentre spiegava ciò. Continuò dicendo che chi scrive tanto, specialmente quando arriva a certi livelli di pubblicazione con le grandi case editrici, necessita per forza di una o addirittura più figure che sopperiscano alla mancanza di tempo che lo scrittore della quarta di copertina si trova ad avere, anzi a non avere, così per riuscire ad adempiere al contratto deve giocoforza rivolgersi ad altre persone. -Come pensi che facciano i grandi romanzieri di oggi a sfornare in continuazione pagine su pagine addirittura due volte all'anno? Va bene la fantasia ma ad un certo punto questa può bloccarsi ed è allora che entrano in gioco figure come la tua Roberto. Dal nostro incontro ho capito che sei una persona che fa al caso mio. Non a caso ti chiesi di scrivere quel breve testo. Nella sua semplicità ho trovato comunque una profondità lessicale non comune. Hai saputo attirare l'attenzione anche in un breve testo-. -Quindi io dovrei in sostanza scrivere al posto suo, esatto?- chiesi. -Il più delle volte. Io ti darò bozze, le idee, tu le svilupperai, io poi penserò a comporre il testo finale... la vedo perplessa-, era tornato al lei. -No no... cioè si... non so che dire sinceramente-, l'uomo restò un attimo in silenzio, -quello che deve fare non è molto diverso da quello che facevano le botteghe artistiche del Rinascimento; il capo bottega, il maestro, si avvaleva di allievi che facevano le parti meno pregiate mentre lui si occupava delle scene principali. Senti, lo stipendio è buono, certo non si guadagnano milioni di lire, ma sappi che avrai le tue soddisfazioni-, usò nuovamente il tu. -Non devi darmi una risposta adesso, ok?-, -pensaci. Tra qualche giorno ci risentiamo ok?-. Lo ringraziai e andai via. 
   Per tutta la mattina e il resto del fine settimana continuò a rigirarmi nella mente quella conversazione. Non sapevo se essere arrabbiato con lui che per un certo verso sembrava prendesse per i fondelli i lettori, o magari stupito perchè non mi aspettavo questo genere di richiesta per una prestazione lavorativa. Non ne avevo mai sentito parlare, ghost writer, credo in pochi ne fossero a conoscenza e in effetti ora mi spiegavo la grande proliferazione scrittoria di certi autori che ogni due o tre mesi davano alle stampe nuovi romanzi. 
Accettare o no? sarei stato all'altezza? che aspettative aveva verso di me? Certo, il sapere di avere uno stipendio fisso per tre anni mi faceva comodo e sarebbe stato un interessante punto nel curriculum, ma quel che era strano era sapere che quello che lui avrebbe scritto, meglio dire pubblicato sarebbe passato prima tra le mie mani, in sostanza io avrei creato il suo romanzo. 

   La mattina del lunedì ritelefonai alla segretaria e confermai la mia intenzione ad accettare l'impiego propostomi. Così una settimana dopo, presi gli accordi del caso, mi ritrovai in una amena località di montagna con altre due persone, che senza sapere esattamente cosa sarebbe successo aspettavamo Maritti. La casa nel quale alloggiavamo era una piccola abitazione rurale ben fornita di comodità essenziali. Un ampio salotto con poltrone e tavolini e annessa biblioteca zeppa di infiniti volumi e enciclopedie, una camera per ognuno degli ospiti, più una cucina. Tutt'attorno il silenzio delle bosco e la freschezza vivificante dell'aria che solo la montagna riesce a dare. Luogo che ancora oggi reputo uno dei più incantevoli mai visti. 
  Poco prima delle undici, finalmente si presentò e con lui una donna, ma non la segretaria, ci venne presentata come sua moglie. Era una bella donna sulla cinquantina, forse era più grande di lui. Capelli castani e una corporatura un pò tozza. 
  Portava con se una cartella in pelle marrone. Dopo averci salutato ed essersi accomodato, aprì la cartella ed estrasse fuori tre plichi di una decina di pagine ciascuno. Senza dire molte parole ci informò che quelle erano le bozze per i suoi tre romanzi. Erano le trame con i fatti salienti. Noi avremmo dovuto svilupparle e dopo di che lui avrebbe rimesso mano a ciò che avremmo scritto noi. I titoli presenti ad inizio pagina erano provvisori ci disse e sarebbero spettati all'editore la scelta finale. Io presi la risma dal titolo "Strane lune per essere marzo". Sfogliai le pagine e lessi a grandi linee le prime righe. 
Ci disse che di li a tre mesi i romanzi sarebbero dovuti essere pronti o almeno quasi pronti. E così iniziò la mia avventura. Tre mesi in montagna a scrivere, inventare, cancellare, riscrivere. I colleghi si dimostrarono tutti molto cortesi e instaurammo un buon rapporto tanto da permettere l'uno con l'altro di mettere mano ai rispettivi scritti, previo permesso reciproco si intende. Ogni tanto Ruben, lo chiamo ancora per nome quando parlo di lui, ci chiamava per sapere se stesse andando tutto bene o se ci servisse qualche delucidazione. 
   Tre mesi passarono e gli scritti furono pronti. Passò a ritirarli e ci congedò. 
   Dopo qualche giorno venni chiamato a casa direttamente da Ruben che mi chiese di passare nel suo ufficio. Così feci. Si voleva complimentare con me per la storia che ero riuscito a creare con il  materiale che mi aveva dato e si complimentò anche per dei risvolti a cui lui non aveva pensato. Trascorse il tempo e il libro da me scritto venne pubblicato per primo mantenendo lo stesso titolo. Il nome di Ruben Maritti finalmente iniziava ad essere conosciuto. Presenziava un po' ovunque per la pubblicazione del suo grande romanzo Strane lune per essere marzo, una storia vagamente romantica e accattivante di un uomo che per sbarcare il lunario si era inventato una serie di lavori e che alla fine incontra una donna nel mese di marzo. Gli altri due romanzi, mi disse, sarebbero stati pubblicati nei mesi successivi e di tutti era pienamente soddisfatto. 

   Col tempo diventammo molto amici, ci sentivamo anche fuori dal contesto lavorativo. Mi parlava delle prossime trame che aveva in mente, mi esponeva i suoi dubbi. Spesse volte era capitato che venissi invitato a casa loro per cena. Nasceva complicità. Una complicità molto intima che non mi aspettai da parte sua quando una sera a cena fuori io e lui mi disse che si era invaghito di me. Io per poco trasalì davanti al piatto. 
  Non nascosi mai la mia omosessualità perchè non avevo nulla da nascondere nella mia vita, parlavo serenamente dei miei amori, non che fossi un Don Giovanni intendiamoci, ma non immaginavo minimamente che lui potesse provare attrazione per me. Ora col senno di poi certi tasselli tornavano al loro posto. Facemmo un lungo discorso su quanto lui non stesse più bene con la moglie (non avevano avuto figli), del fatto che comunque le era stata fedele da che erano sposati ma che aveva trattenuto a sua natura da bisessuale di cui lei non era a conoscenza. Io ero stata la molla che aveva fatto scattare di nuovo il desiderio. Non era follemente innamorato di me, disse, e un po' sinceramente la cosa mi consolò perchè non sapevo che fare, non mi era mai interessato da quel punto di vista, era semplicemente la persona con il quale lavoravo e andavo d'accordo. Impiegò parecchi mesi prima di dirmi tutto ciò, forse quasi un anno addirittura. Io non risposi nulla perchè non sapevo che risposta potevo dare.
  La cosa morì li.
  Tuttavia è col passare del tempo che le piccole attenzioni che aveva verso di me iniziavano a farmi piacere, inizialmente mi trovavo in imbarazzo, ma piani piano iniziai a sentirmi speciale, per farla breve diventammo degli amanti. Ovviamente queste attenzioni erano riservate ai soli momenti quando ci si trovava io e lui. Agli occhi degli altri ero un dipendente. Mi venivano consegnate le bozze, io le sviluppavo e lui le portava avanti, così per due anni. Lui guadagnava e tanto, io un po' di meno, lui poteva permettersi tanti svaghi, una vita più comoda della mia, io andavo ancora in giro con la mia modesta Punto blu acqua. Se mi chiedete quando tutto questo cambiò e mi stufai della situazione non saprei dirlo. Ma forse avevo preso consapevolezza che a scrivere ero diventato molto più bravi di lui, perchè diciamocelo tranquillamente, le sue trame erano penose, era mio il merito se aveva avuto successo. Lo seguivo praticamente ovunque, ero il suo braccio destro oltre che quello che si portava a letto quando era in giro. Povera Isabella, se avesse saputo. E invece Isabella seppe. Capì che Ruben la tradiva, aveva percepito o segnali, ma non aveva capito che lo faceva con un uomo. Che scioc fu. Gli disse le peggiori cose, questo riferito da lui ovviamente. Era furibonda con entrambi. La carriera di Ruben Maritti stava per essere squassato da un vento che avrebbe gettato scandalo per i prossimi dieci anni. 
  I due vivevano in case separate, ovviamente potevano permetterselo. Io e lui non ci vedemmo più se non per questioni di lavoro. Mi faceva recapitare a casa i fogli e io scrivevo, poi glieli rispedivo. Così per un paio di mesi, saranno stati quattro. 


   Poi una sera tardi, ricordo che era primavera e pioveva, bussarono alla mia porta. Era Isabella. Stupito la feci entrare. Stavo per sedere e cenare. Era sconvolta e si vedeva che aveva pianto. Non potevo mandarla via. Pianse, mi chiese, o forse a se stessa, dove avesse sbagliato. Che non aveva mai immaginato lui la avrebbe tradita con un uomo. La lasciavo parlare e piangere. Le porsi dell'acqua e un fazzoletto, che scena patetica da parte mia lo so, ma non sapevo che altro fare. Le spiegai che era stato un errore suo (di Ruben intendo), quanto mio. Ma inaspettatamente, nonostante tutto quello che mi disse tempo addietro, mi disse che non era arrabbiata con me, o per lo meno, non tanto quanto lo era con il marito. Che capiva la mia condizione, un subalterno, giovane ventenne che si era lasciato abbagliare dal mondo della scrittura e dal fascino del marito. Questa sua considerazione nei miei confronti mi stranì un attimo, ma lasciai perdere. Anche se poi ammise che pure lei aveva letto i romanzi che dal marito scritti da me e li trovava meravigliosi e che io più di lui meritavo gli allori al posto suo. Continuò a incensarmi per parecchio e che era arrivata alla conclusione che Ruben doveva pagare quello che aveva fatto, avrebbe fatto scoppiare lo scandalo, lo avrebbe distrutto col divorzio. Certo, lei era ricca di famiglia, e non aveva bisogno dei soldi, quello che voleva era vederlo rovinato. 
 -Deve pagarla quel maledetto-. Le dissi di mantenere la calma e che stava perdendo il senso con la realtà, ma lei insisteva, continuò a dire che io ero migliore di lui e che lei avrebbe saputo come aiutarmi a diventare famoso perchè lo meritavo: -e che faccio, lo uccidiamo?- dissi in tono ironico ma al contempo serio per farle capire che era meglio che si calmasse. Alzò lo sguardo: -perchè no... dovrà essere un incidente ovviamente-. Per un attimo ebbi la tentazione di buttarla fuori di casa e dire addio a tutto, marito compreso. Poi iniziò a intortarmi con parole persuasive, melliflue. Mi mise davanti la sua cospicua disponibilità economica per farmi diventare famoso. -   Questo è l'unico modo che hai per emergere. Lo sai perfettamente, lui non ti lascerà mai andare via, perchè teme la tua bravura, me lo ha detto più di una volta-. Lentamente iniziò ad insinuarsi in me il verme maledetto. Sapevo che valevo, quasi sicuramente più di lui.


     Torino, dicembre 1998. Hotel Grassi.

   La presentazione del nuovo libro di Ruben Maritti sarebbe avvenuta il pomeriggio successivo nella libreria del Corso. Si attendevano tante persone. Maritti era ormai uno scrittore pubblicato in tante lingue e in vari paesi. Ogni suo romanzo era un successo editoriale. 
Alloggiava al terzo piano nella stanza 12. Dopo aver cenato nel ristorante dell'albergo si trattenne qualche istante al bar per un aperitivo finale con uno degli ospiti che lo aveva riconosciuto. Dopo di che prese la via per tornare in camera sua. 
   La notte veniva funestata da un tremendo temporale. Poco prima che potesse chiamare l'ascensore un forte tuono si impose e fece mancare la corrente in tutta la struttura. Dopo un attimo di smarrimento iniziale constatò che non c'era altra soluzione che andare a piedi. Fortunatamente le luci di emergenza segnavano il cammino per i vari piani. Piano uno... piano due... piano tre... fece per poggiare il piede sull'ultimo gradino quando senza che se ne avvide, si sentì afferrare per le spalle e con uno strattone venne praticamente lanciato giù per le scale. L'uomo non ebbe la prontezza nemmeno di gridare. Percepì solo una figura nera che gli si parò davanti e poi il vuoto sotto di lui. Sbatté la testa sul corrimano. Al buio cercò di afferrare i girali inferro battuto della ringhiera ma con il solo risultato che la mano gli si incastrò li in mezzo spezzandogliela in vari punti. Continuò a rotolare per la lunga gradinata dell'albergo con un suono sordo e pesante. Caduta che terminò nella seconda rampa. Restò li, fermo. Il sangue che colava di gradino in gradino come fosse stato un serpente silenzioso e insidioso.
   La luce tornò e l'albergo riprese a vivere. 
Finalmente arrivò l'urlo che ci si aspetta in questo genere di situazioni. Fu talmente forte che perfino in cucina se ne accorsero. Ruben Maritti era morto... cadendo dalla scale.


        Torino, dicembre 1998. Hotel Grassi.

   L'uomo aveva preso alloggio nella camera 14 attorno alle quindici e dopo di che non si era più mosso da li dentro. Aveva portato con se una piccola valigia. Alla momento della registrazione aveva presentato il documento ben consapevole del fatto che nessuno sapeva chi fosse, per loro lui era un fantasma. Restò chiuso nella sua stanza sino a sera. Si era portato qualcosa da mangiare. In continuazione passava dalla finestra che dava sulla strada, allo spioncino per controllare il corridoio. Quando finalmente lo vide arrivare il cuore accelerò. Impaziente scrutò tutti i movimenti. Una volta che lo vide entrare fece un conto a mente del tempo che avrebbe impiegato per la registrazione (mise nel conto anche la chiacchierata che una persona nota come lui doveva quasi sicuramente intrattenere" e poi andò nuovamente verso la porta. Se fosse andato come stabilito sarebbe dovuto uscire dall'ascensore tra venti minuti e dirigersi nella camera a fianco alla sua. Di minuti ne trascorsero venticinque e l'uomo una volta uscito dall'elevatore si portò proprio davanti alla camera. Una volta rischiusa la porta alle sue spalle lo senti armeggiare e muoversi al suo interno. Parlottava. Non riusciva a capire cosa stesse dicendo. Improvvisamente sentì bussare alla porta, si diresse a controllare chi stesse bussando nella camera di Maritti e dallo spioncino vide che era un uomo, forse su trenta, non lo aveva mai visto, non era uno dei colleghi di scrittura. Ruben aprì la porta e con un espressione di felicità lo fece entrare. Ancora una volta sentì del chiacchiericcio, e questa volta riuscì a capire "...felice che sei qua...". Poi il silenzio. Dopo un po' iniziò a percepire dei suoni particolari, capì essere suoni di effusioni intime. L'uomo in ascolto inizialmente ne fu disgustato ma poi iniziò a montare in lui rabbia. Smise di ascoltare, ma sapeva che Ruben era li con un altro. Lo maledisse. 
   Dopo più di un ora buona lo sconosciuto andò via, senti la porta della camera chiudersi. Aspettò davanti alla finestra e lo vide uscire dall'albergo con una valigia in mano. Quella valigia la conosceva molto bene, era quella che usava per portare le bozze dei nuovi romanzi da far scrivere. Ora si piegava il fatto perchè non stesse più scrivendo per lui.
   Lo scrittore verso le diciotto uscì dall'albergo e sparì all'interno di una macchina, si stava recando sicuramente alla presentazione del libro. L'indomani pomeriggio ne avrebbe dovuta tenere un'altra. Di solito erano tre. Passarono le ore. Arrivò l'ora di cena e Maritti, sempre tenuto d'occhio attraverso la finestra, tornò in albergo. L'uomo allora si avvicinò alla valigia e la aprì. Era arrivato il momento di prepararsi. Estrasse degli indumenti di color nero e li indossò, cambiò perfino le scarpe, anch'esse nere. Da quel momento in poi non restava altro che aspettare. Aveva pensato a tutto. Una volta avvicinatosi alla porta della camera, lui sarebbe uscito dalla sua stanza, avrebbe spento la luce del corridoio e nel buio totale avrebbe agito.
   Verso le ventuno e quindici aveva iniziato a piovere e poco dopo la pioggia si era trasformata in temporale. Per tutta la sera aveva fatto avanti e in dietro spiando dall'occhio magico o socchiudendo la porta. Lo stava aspettando come l'alligatore aspetta l'antilope al fiume. Bastavano pochi secondi. 
Improvvisamente mancò la luce. Esclamò un espressione poco elegante, ma ripensandoci ciò andava pienamente a suo vantaggio. Tuttavia dovette aprire leggermente la porta perchè la buio lo spioncino non dava la possibilità di percepire ciò che accadeva. Attese. Poi finalmente eccolo, lo riconobbe immediatamente anche nella penombra. Lo vide arrivare. L'adrenalina schizzò allo stelle. Si sentì potente. Uscì velocemente dalla sua stanza. Aveva fatto il conto, dalla sua camera all'inizio della scala erano sette passi. Se lo ritrovò davanti in pochi attimi. L'alligatore era uscito dall'acqua. Lo afferrò con decisione e con tutta la forza che riuscì a rilasciare lo gettò di schiena nelle scale con un volo di tre o quattro gradini. Lo sentì trasalire e battere per terra. Percepì pure qualche osso che si spezzava. Lo guardò cadere e rotolare. Al buio percepiva solo una sagoma informe che rotolava e rantolava a ogni colpo. Ma non poteva stare li per molto. Tornò velocemente nella sua camera. Si cambiò al buio, operazione ora più complicata. Dopo di che era sceso dalle stesse scale e andò via velocemente. Lo guardò per un istante e poi scappò. Nessuno lo aveva visto, nessuno sapeva chi era, i documenti che avevo dato erano falsi e aveva pagato la mattina stesso. Era un fantasma.
  
  
   2008. Penitenziario di Cèrravi.

   Aveva ragione Isabella. Venni abbagliato dal potere e dalla fama a tutti i costi. Fu lei a procurarmi i documenti. Fu lei a dirmi propormi quell'albergo poichè sapeva che le luci non aveva spegnimento automatico ma manuale e che si accendevano in modo indipendente per ogni piano quindi potevo agire in pochi attimi. Ma quella mancanza di corrente fu un la mia manna da cielo. Mi disse che una volta fatto fuori il marito lei mi avrebbe preso tutto e avrebbe aiutato me a diventare famoso, tanto quanto Ruben stesso. Era il delitto perfetto. Scappai dall'albergo e viaggiai tutta la notte in autostrada e andai immediatamente a casa di Isabella. Ma quando arrivai non mi aprì nessuno. Le luci di casa erano spente. Sentii abbaiare solo il cane nel giardino. La sua macchina però era ancora li. Il panico iniziò a serpeggiare nella mia anima. Mi chiesi dove fosse andata... poi il dubbio... mi aveva incastrato? Non capivo più cosa dovessi fare? Il castello che fino a quel momento era solido e indistruttibile improvvisamente iniziò a sgretolarsi. Mi sentivo solo. Pensai di ammazzarmi impiccandomi. Andai a casa mia. Mi richiusi dentro e da quel momento li non ricordo più cosa accadde. So che la mattina seguente mi ritrovai in aperta campagna. Come risvegliato da un sogno. La macchina ammaccata. Controllai se vi era del sangue, altri morti sulla coscienza non ne volevo. Accesi l'autoradio e ad ogni stazione che cambiavo non facevano altro che parlare della morte di Ruben Maritti. Poi sentii una frase che immediatamente mi tranquillizzò, si sospettava per una brutta caduta accidentale dalle scale. Accidentale, ecco il mio salva condotto, ero riuscito a farlo sembrare un incidente. Improvvisamente tronò un certo senso di ottimismo.
  Potevo ancora essere uno scrittore famoso.
  Mi misi nuovamente in auto, e andai a casa di Isabella. Dovevo andarci perchè non dovevo creare nessun tipo di sospetto, e anche perchè li conoscevo entrambi e sarebbe parso strano se non fossi andato. Cercai di mantenere il sangue freddo. Mi si presentò una scena tremendamente triste. Uno stuolo di persone, che avvolgevano con il loro affetto la donna. Appena mi vide mi strinse e pianse come se la sua anima volesse lasciare il corpo. Non ci dicemmo nulla, ma ci lasciammo andare entrambi ad un pianto forse più liberatorio che di tristezza.
  A questo punto vi starete chiedendo come è che mi hanno condannato a dieci anni. Il tutto è di una semplicità disarmante. Quasi ventiquattro ore mi ritrovai i carabinieri a casa, che mi portarono in caserma come persona informata sui fatti. Uno dei camerieri dell'albergo mi riconobbe poi chè spesse volte mi aveva visto alla presentazioni dei suoi libri. Pensando che facessi parte anche io del suo entourage disse di avermi riconosciuto, e così controllando il numero della stanza abbinato al nome segnato videro che non corrispondeva e fu chiaro che qualcosa non tornava. La mia casa venne perquisita, venne portato via tutto quello che poteva essere utile. Macchina compresa. L'interrogatorio fu estenuante. In principio pensai di negare, perchè non avevano prove, certo c'era il mio documento falso ma non era una prova che io avessi ucciso Ruben, era solo un indizio che io mi trovavo li. Poi non so perchè, mi sciolsi. Forse capii che non sarei mai diventato famoso come Ruben. Allora ebbi l'idea di trascinare con me anche Isabella dicendo che era stata lei ad architettare tutto. Raccontai che avevo avuto una relazione segreta con il marito e che lei una volta scoperta voleva vendicarsi uccidendolo facendolo fare a me. 
  Il processo e le accuse si seguirono per tre anni. I talk show sviscerarono la scandalosa relazione tra me e Ruben, e l'opinione pubblica ovviamente si schierò a favore della donna. Io venni condannato a 10 anni per l'omicidio di Ruben ed essendo reo confesso potei beneficiare di una sconto sulla pena.
Isabella ne uscì pulita anche perchè non c'erano prove che lei avesse detto che voleva vedere il marito morto, era la mia parola contro la sua e del fatto che lei mi diede il documento falso, altrettanto non venne trovata nessuna prova a suo carico. Insomma, incastrato in piano.  
   Ora finalmente ho pagato per quello che ho fatto. Devo riprendere in mano la mia vita. In questi anni la passione per la scrittura non mi ha minimamente abbandonato, ho scritto tanto. Ora sono pronto a scrivere una nuova pagina. 
   Questa nuova vita parlerà di come ho deciso di farla pagare a Isabella Festighe. Perchè nel frattempo lei si è risposata, ha ereditato i soldi del marito e ha aperto una sua casa editrice che mi ha contattato per lavorare con loro.

mercoledì 5 luglio 2023

Gisella Orrù: un caso ancora aperto (nonostante tutto)

Parliamo di un omicidio, parliamo della morte di una giovane ragazza (perché definirla giovane donna sarebbe fuorviante). Questa volta però non è un racconto inventato, non è una sceneggiatura da serie tv. 

Un caso di cronaca nera che a suo tempo fece molto clamore, ma che col tempo è passato nel dimenticatoio (sfortunatamente?). La morte di #GisellaOrrù, uccisa e gettata in un pozzo nelle campagne di Carbonia la notte del 18 giugno del 1989 a soli 16 anni. Oggi lo si sarebbe definito "femminicidio", ma questa storia va oltre quel termine, va oltre una statistica da telegiornale o un paio di scarpe rosse. Qui si intrecciano droga, omertà, prostituzione e clan di malaffare provenienti oltre l'isola. Tutto si intreccia ma il bandolo non ha fine. I colpevoli furono tanti e nessuno. Perché come spesso succede la verità giudiziaria potrebbe non coincidere con la verità dei fatti realmente accaduti. 






  Gisella bella e con la testa sulle spalle nonostante una famiglia assente (viveva con la nonna) riuscì a crescere con valori saldi ma che per sua sfortuna si fidò delle persone sbagliate (a voi decidere chi). Trovò la morte dopo un rapporto non voluto. Una storia che mise in luce un sottoterra inaspettato di una città lontana dalle metropoli come appunto Carbonia. 
Molto lo definiranno la Twin Peaks sarda e per molti aspetti i fatti collimano... ma questa storia è accaduta per davvero.

sabato 29 aprile 2023

Dead Ringers; Inseparabili. Quando la gravidanza è scorretta.



Crudelmente raffinato e visivo. Avete presente Nip&Tuk e le scene particolarmente crude? Ecco in questa serie si parla di fecondazione ma in modo molto destabilizzante e diretto. Non adatto a coloro che vedono il concepimento come un miracolo femminile da famiglia perfetta perché qua si parla di soldi, fecondazione in tutti i modi, assistita, naturale e di multinazionali senza scrupoli. 
Due gemelle medico con caratteri diversi e dedite alla fecondazione tra idealismo di aiuto per le donne che non possono aver figli e la necessità di trovare finanziamenti per il loro centro nascita all'avanguardia si troveranno davanti a scelte etiche e morali da superare.
 Rachel Weisz qua è in uno stato di grazia recitativa inarrivabile. Serie tv superiore a tantissime "politicamente corrette" che vanno ormai di moda per accontentare le varie aspettative del pubblico. Ecco, qua non esiste la correttezza. DA GUARDARE.

lunedì 23 gennaio 2023

La stanza degli ospiti.

Una stanza presa in affitto in un grande ed elegante palazzo di Londra, un messaggio misterioso e inquietante che compare improvvisamente. Quale mistero nascondono i due proprietari? Cosa è successo in quella stanza? O è solo la fantasia di una donna che avendo tentato il suicidio da bambina non è più in grado di gestire la sua vita da adulta? La Stanza Degli Ospiti di Dreda Say Mitchell promette suspense e mantiene tale promessa dall'inizio alla fine. Era da molto che non leggevo un domestic thriller così avvincente. Certo, si dilunga un po' in certe parti superflue ma tiene incollati sino al finale che lascia di pietra.

mercoledì 28 dicembre 2022

Susan a Faccia in giù nella neve

Per lungo tempo è stata una delle scrittrici thriller più apprezzate con numerose vendite, sto parlando di Carol O'Connel.  
Susan a faccia in giù nella neve è stato uno dei suoi romanzi meglio riusciti per la trama che è riuscita a mettere in piedi, per le ambientazioni cupe e claustrofobiche e per un finale che lascia spiazzati.  
 
Un conto alla rovescia per ritrovare due bambine rapite in circostanze che ricalcano una vecchia vicenda di cronaca accaduta al protagonista. Storia che a mio avviso si potrebbe tranquillamente trasporre sul grande schermo vista l'assenza da decenni di thriller polizieschi al cinema (fa eccezione Carrisi). Super consigliato per chi è appassionato del classico thriller con ambientazioni grigie e fredde.


martedì 27 dicembre 2022

Il silenzio

  Si svegliò improvvisamente avendo la sensazione di aver sentito il rumore di qualcosa di pesante che cadeva. Non capendo se avesse avuto un sogno o se il rumore fosse reale accese la lampada del comodino e scrutò la stanza. Mosse lo sguardo a destra e a sinistra e non vedendo nulla che potesse essere fuori posto spense la luce. Pensò fosse qualcosa che era caduto nella stanza attigua alla sua. Nel giro di pochi secondi fu nuovamente abbracciato dal tiepido torpore delle coperte che lo fecero ricadere nel sonno.
  
  Era arrivato quella mattina stessa all'albergo e aveva preso possesso della camera numero 78. Una stanza comune, arredata con mobili di media qualità, senza troppe pretese. Ma d'altronde aveva scelto appositamente un hotel che non fosse troppo pretenzioso giacché doveva soggiornarci giusto il tempo della trasferta e non certo per farci una vacanza. L'edificio molto anonimo dalle pareti gialline svettava all'interno di una piazza che restava defilata rispetto alla strada che a dirla tutta non era mai particolarmente trafficata. Dopo la realizzazione della nuova viabilità aveva perso un po' la sua centralità a favore di strutture ricettive più accattivanti e moderne. Ma ciò significava spendere più soldi e visto che lui doveva stare solo per motivi di lavoro decise che quello era il luogo ideale, e poi sapeva bene che la compagnia per il quale lavorava non avrebbe pagato per un albergo di più alto livello, o per lo meno non avrebbe pagato un albergo più costoso per lui visto che era un semplice dipendente, altra questione sarebbe stata se fosse stato uno dei dirigenti o anche un capo reparto.
  Quindi quella sistemazione era più che adeguata alle esigenze della ditta. Doveva esserlo per forza.
  
  Fu però verso le tre di notte che nuovamente il rumore di qualcosa che cadeva lo svegliò. Questa volta però fu seguito anche da un colpo che venne dato alla sua porta. Due colpi ben distinti e fugaci che lo fecero sobbalzare. Aprì gli occhi ma questa volta non accese la luce, restò al buio ad ascoltare, si sa che stando al buio l'udito acquista maggior finezza. Si sforzava di ascoltare ma non sentiva altri rumori. A dirla tutta non sentiva nessun rumore nemmeno da fuori. Il fatto che l'albergo fosse defilato non giustificava il totale silenzio che sembrava essere calato improvvisamente. Decise allora di accendere la lampada e andare a vedere fuori dalla finestra. Calzò le morbide ciabatte e si spostò verso la finestra. Scansò le tende facendole scorrere sui bastoni in metallo, sollevò la serranda e ciò che si parò davanti a lui lo lasciò senza fiato. Il nero più totale. Non c'era più la strada, ne macchina o lampioni, solo... il nulla, un nulla sul quale scorreva una nebbia caliginosa fin dove poteva scorgere. Aprì la finestra e si sporse quel tanto che bastava per evitare di cadere, chi sa dove poi. Silenzio. Totale silenzio. Non un solo suono arrivava. Si aspettava di sentire il freddo della notte, qualche spiffero di vento. Niente. Tutto statico e immobile, eccezion fatta par quella nebbia che si muoveva lenta.
  Guardò in basso. Sembrava che il palazzo semplicemente fluttuasse in quel buio. Non vedeva il marciapiede o altro che ricordasse di trovarsi in una città. Provò allora a urlare, ad emettere un suono, ma il suo "ehi!" si spense poco dopo, non andò oltre pochi secondi. Poi svanì in quel nulla come assorbito. Non c'era eco.
  Provò a battere le mani e pure questo suono si smorzò semplicemente svanendo. Tornò in camera, prese il telefono e compose il numero del ricevimento. Aspettò. Non squillava e non arrivava nessun suono di attesa.
  Riattaccò. Camminò un po' spazientito e irritato e si portò al centro della camera mettendo le mani nei fianchi. La luce dalla lampada poggiata sul comodino ogni tanto tremolava facendo vibrare le ombre che si proiettavano sui muri. Si avvicinò alla porta e ciabattando fece scattare la serratura. Si sporse con la testa nel corridoio muovendola nei due lati. Silenzio anche li. Le luci gialle delle lampade segnavano il passaggio verso le scale. Tutte le porte erano serrate. Nessuno sembrava essersi accorto di quello che stava succedendo. Pensò si trattasse di un sogno talmente era assurda la situazione ma quando fece la prova ovvero darsi un pizzico sulla faccia il dolore fu talmente intenso da non lasciare dubbi, era sveglio. Restò sul lusco della camera per parecchi minuti decidendo se andare o rimanere li. Tornò dentro, ma lasciò la porta aperta. Prese la poltroncina in velluto verde e la portò davanti alla porta e si sedette: restò a fissare l'ingresso aperto. Le luci improvvisamente parvero abbassarsi di intensità facendo diventare più scuro l'ambiente, ma era forse solo la sua immaginazione. Strinse le dita sui braccioli. Si alzò e ancora una volta fece per uscire ma ci ripensò. Iniziava a innervosirsi. Possibile che nessuno si accorgesse di quello che era successo... si ma, esattamente cosa era successo? Non sapeva spiegarlo neanche lui. Andò verso il mini bar e aprì una bottiglia d'acqua (si domandò se qualcuno poi gliela avrebbe addebitata). Di li si accorse del cellulare poggiato e lo prese.
  Accese lo schermo e lo mise nella tasca del pigiama. 
  Quel sorso parve avergli dato un po' di spirito di intraprendenza. Avrebbe potuto bere un po' di alcol, ma preferì restare il più lucido che poteva. Si avvicinò nuovamente allo stipite e restò li immobile. Pur nell'assurdità della situazione, la sua camera sembrava essere il luogo più sicuro, o almeno lo sperava.
  Ascoltò nuovamente e ancora un volta non un suono sembrava indicargli la presenza di qualcuno. Senza pensarci troppo oltrepassò la soglia con un passo deciso. 
  Era come fare un salto nel vuoto. Quell'unico semplice passo fuori dalla stanza lo fece sentire estremamente vulnerabile. Il cuore per un attimo ebbe un sussulto. Un passo oltre la porta lo aveva fatto, ora doveva farne altri e capire cosa stava succedendo. Da nessuna direzione arrivava qualche indicazione o un qualcosa che lo spingesse ad andare verso una parte piuttosto che l'altra. Così si affidò alla sorte, visto che l'intuito sembrava essere totalmente inutile. Si incamminò alla sua sinistra, verso le scale, ma poi tornò velocemente in dietro. Rientrò in camera e presa una delle due scarpe la poggiò nel montante, se la porta si fosse mai chiusa avrebbe trovato un ostacolo e sarebbe rimasta aperta e sarebbe potuto rientrare in caso si fosse trovato in un qualche pericolo... forse.
  Dopo di che tornò nuovamente sui suoi passi e riprese il percorso. Il silenzio regnava sovrano. Accostò l'orecchio ad una porta per capire se sentiva qualche suono ma come c'era da aspettarsi nessun rumore dall'interno e pure quella era la stessa stanza dal quale sentì provenire il rumore all'inizio. Guardò nuovamente la sua camera ed ebbe l'istinto di tornare all'interno, ma poi si convinse che se fino a quel momento non c'era stato nessun pericolo concreto poteva continuare ad andare. Non sapeva dove esattamente, ma doveva. 
  Si chiese se fosse una buona idea prendere l'ascensore per scendere al piano inferiore, ma preferì usare le scale.
  Scese gradino dopo gradino. Tutto l'albergo sembrava improvvisamente scomparso. Solo lui si aggirava come uno spettro in un luogo che di per se era già spettrale. Passò al piano successivo e ancora una volta avvicinò l'orecchio ad una camera, e pure li nessun rumore. Si accostò alla finestra li vicino e il paesaggio, se così si poteva definire, era il medesimo che aveva visto da camera sua, il nero più profondo e la debole nebbia che ondeggiava.
  Piano dopo piano arrivò in silenzio al piano terra. Si fermò prima dell'ultimo gradino e guardò l'atrio.
  Il vuoto era desolante. Le luci erano accese e davano un senso ancora più inquietante a quell'assenza.
  Il banco dell'ingresso anch'esso vuoto sembrava che non avesse mai adempiuto al suo compito di ricezione degli ospiti. Penne, computer e volantini erano al loro posto, sistemati come per una foto da pubblicare in una qualche rivista. Le poltroncine disseminate qua e la nell'androne erano vuote come in attesa che qualcuno si sedesse. Provò a sedersi sperando chissà di sbloccare un qualche accadimento ma non sortì alcun effetto. Continuò la sua esplorazione in quel luogo immerso nel nulla più totale.
  Percorse un lungo corridoio perlinato attorniato da brutte e dozzinali stampe di paesaggi e scene di vita paesana incorniciate da altrettanto brutte cornici in acciaio satinato. I suoi passi non si potesse certo di che rimbombassero poiché il linoleum assorbiva il calpestio, l'unico rumore che si udiva era il cigolio della gomma delle ciabatte. Arrivò così alla sala ristorante, quella che avrebbe dovuto usare quella mattina per la colazione per poi dirigersi ad una riunione di aggiornamento. La lunga sfilza di tavoli apparecchiati solo con le bianche tovaglie si rifletteva sulle finestre che si aprivano nella parete più lunga e dal quale si sarebbe dovuto vedere il cortile interno ma ancora una volta il tutto era avvolto dal buio più cupo. Ci passò accanto scansando le sedie, poi senza nemmeno rendersene conto, ne afferrò una e con forza la scagliò contro il vetro mandandolo in frantumi. Si aspettò di vederla cadere nel vano interno ma anch'essa venne praticamente avvolta dalla nebbia e fatta sparire.
  Cercò l'ingresso alla cucina e la trovò poco distante alla sua destra. Percorse il tratto mancante, aprì le due porte battenti ed entrò dapprima in una stanza di servizio che fungeva da passaggio con un tavolo in acciaio e un lavandino, poi si introdusse nella cucina vera e propria. Un stanza poco più grande di quella che si era lasciato alle spalle, ma con una fila di attrezzi e fuochi in acciaio che correvano lungo il muro. Un frigo, delle stoviglie appese, una grande cappa centrale anch'essa in acciaio, fino ad arrivare poi alla porta che conduceva alla dispensa, la aprì e dentro trovò le scorte, nulla di più. Sollevò lo sguardo e tra le due lampade incassate vide qualcosa che gli fece venire un'idea, forse pericolosa, pero doveva provarci.
Prese una sedie dalla sala ristorante. Frugò nei cassetti trovando finalmente ciò che gli serviva e si posizionò li sotto salendo sulla sedia. Sfregò il fiammifero facendolo accendere, poi lo spense e lasciò che il fumo denso e acre andasse a sollecitare il sistema anti incendio. Attese preparando le orecchie al frastuono acuto dell'avviso di allarme, ma nulla di tutto ciò accadde. Le delicate spire entrarono nell'apparecchio e tutto tacque. Buttò il fiammifero bruciacchiato con un gesto di stizza e scese dalla sedia.
  Iniziava ad averne abbastanza di tutto ciò. Si guardava attorno e sperava che da qualche parte venisse fuori qualcuno a dirgli che era stato vittima di una burla di pessimo gusto.

  Uscì con rabbia dalla cucina. Non sapeva nemmeno che ore fossero. Attraversò la sala ristorante e tornò nuovamente nella hall. Qui cercò un orologio, e quando lo trovò passando dietro la scrivani dell'accettazione lo guardò, segnava ancora nel tre di notte. Sarebbero già dovute essere ben oltre le tre e mezza secondo i suoi calcoli. Alzò la cornetta del telefono li vicino ma nessun suono veniva dall'apparecchio, sembrava come staccato. Controllò la presa, ma questa era saldamente infitta nella sua sede di appartenenza. Frustrato stracciò l'apparecchio dal muro e lo gettò via urtando un vaso che era poggiato in un tavolino li davanti. Era impossibile che si trovasse li dentro da solo. Non riusciva ad accettarlo. Non poteva. Era impensabile che fossero spariti tutti quanti; che un'intera città fosse sparita nel nulla. 
  Tornò di corsa nelle scale e cacciò un urlò chiamando non sapeva bene chi. Salì ancora qualche rampa e ancora chiamò a voce alta. Ritornò nuovamente nell'atrio di ingresso e pure li urlò ma ancora una volta non rispose nessuno. Si ricordò del suo cellulare che aveva in tasca. Convulsamente lo prese. Fortunatamente era acceso. Guardò ancora una volta l'ora e anche qua segnava sempre le tre. Il cuore iniziò a battere più forte e si agitava sempre più. Attivò la rubrica e scorse la lista dei numeri fino a trovare quello del marito. Premette col pollice e portò l'auricolare all'orecchio destro. Squillava. Squillava finalmente. Un respiro di speranza avvampò l'anima. Squillò, certo, ma non rispose nessuno. Riprovò di nuovo, con lo stesso risultato. Provò allora a contattare il numero di casa, dava segnale attivo, ma neppure qua ricevette una risposta. La disperazione iniziava a prenderlo come fosse stata un serpente che attanaglia lentamente la preda tra le spire e non lascia più scampo. 
  Tornò allora in camera sua, la scarpa era ancora li come l'aveva lasciata. Si affacciò dalla finestra e nuovamente chiamò. Sempre il silenzio assorbiva ogni suono e la sua voce si perdeva. Salì a perdifiato i restanti piani. Urlava e chiamava in continuazione. Provò a usare l'ascensore, che fino a quel momento aveva snobbato. Premette il pulsante e attese. Forse per una sorta di inquietudine sul chi o cosa potesse venirne fuori da li dentro l'uomo si allontanò e lo guardò aprirsi da dietro l'angolo di un pilastro. Al suono del campanello le porte si aprirono e al suo interno si palesò il nulla. Vuoto. Si sentì un po' sciocco, ammise a se stesso.
  
  Ritornò nel letto della sua stanza e si coricò dopo che ebbe bevuto una delle bottigliette di alcolici nel mini frigo sotto la scrivania. Si gettò tra le coperte e vi si avvolse come per cercare del conforto. La testa gli doleva e la gola bruciava per il troppo urlare. Lentamente e annebbiato dai vapori si assopì per qualche istante. Si svegliò poco dopo con l'idea che quello che era successo era stato un brutto sogno, ma quando si accorse che così non era scoppiò in un pianto disperato e malinconico. Nuovamente prese il telefono e compose il numero, ancora una volta squillava, però nessuno rispondeva. Non capiva più nulla. Non provava freddo, caldo o fame, era stremato e voleva solo che qualsiasi cosa fosse successa avesse termine all'istante e poter andare via da li dentro.
  Allora pensò a ciò che sino al momento aveva scartato non sapeva nemmeno lui perché. Si era dimenticato la cosa più banale. Se voleva uscire doveva usare la porta dal quale era entrato la mattina. Si sollevò dal letto, si lavò la faccia per ricomporsi e scese al piano inferiore usando l'ascensore. Questo si richiuse con un rumore di metallo e il suo stomaco si contrasse. I piani si susseguivano lentamente, vedeva la luce filtrare ad ogni passaggio. Alla  fine della corsa la cabina sobbalzò. Un delicato ding! aveva avvistato che era arrivato a destinazione. Uscito da li dentro quasi con un sospiro di sollievo si avviò nuovamente al banco della reception e una volta superato a passi svelti si diresse verso la porta in legno. Dal vetro vedeva attraverso. Poteva scorgere solo ciò che aveva visto sino a quel momento... il buio e la nebbia. Vedeva riflesse anche se stesso e si guardava. 
  Si portò davanti ad essa e restò immobile a fissarla per un tempo che sembrò infinito.
  Controllò nuovamente l'ora nel telefono, ancora le tre, sempre le tre da non sapeva più quanto.
  Avrebbe avuto il coraggio di aprire quella porta e varcarla oltre? Chiuse gli occhi e inspirò.

giovedì 15 dicembre 2022

The Ring; il libro

Leggenda metropolitana narra che stia circolando una videocassetta con registrato sopra un video senza logica ma allo stesso tempo molto inquietante. Una volta guardato però si ha solo una settimana di tempo prima di morire. Parte da qui l'indagine e il conto alla rovescia del giornalista Kazuyuki Asakawa assieme ad un amico, Ryūji Takayama, che dopo aver visto anche loro la registrazione cercano di scoprire come siano morti quattro ragazzi e se la cassetta sia realmente posseduta da una forza tanto malefica quanto mortale e come sia stata creata. Da questo libro, il primo di una trilogia, sono stati tratti vari film più o meno rispondenti alla trama dei romanzi.

domenica 27 novembre 2022

Le due di notte:

 Erano circa le due di notte. La strada fuori era silenziosa, solo il vento faceva battere le tapparelle e il ragazzo continuava a rigirarsi da ore tra le coperte senza riuscire a prendere sonno. Quell'oggetto che gli avevano consegnato ore prima lo tormentava e incuriosiva allo stesso tempo. Il colore verde lucente e la sua perfetta rotondità lo affascinavano. Doveva assolutamente alzarsi e guardarlo, benché gli fosse stato proibito farlo, ma la curiosità era più forte della voglia di dormire. Così accese la lampada sul comodino affianco a lui e aperto il cassetto cercò la scatolina con dentro l'oggetto tanto desiderato. Eccola, splendida, lucente, rotonda e perfettamente liscia senza nemmeno una asperità. Avvolta in un panno di color malva non aveva il coraggio di prenderla tra le mani per paura di romperla. Poi d'improvviso una forte luce si sprigionò, avvolgendolo. Dovette coprirsi gli occhi per non essere abbagliato, dopo di ciò la bianca luce svanì. Aprì gli occhi ma non vide nulla, era avvolto dal buio. Man mano che gli occhi si abituavano all'oscurità vide sopra la sua testa un cielo blu profondo e li, miriadi di stelle brillavano come schegge d'argento, stelle che venivano coperte dalle nubi che passavano e correvano velocissime come quando qualcuno manda a velocità una registrazione video.
  
  Abbassò lo sguardo e si accorse di trovarsi come in un grande prato di campagna, la sua camera da letto era sparita. Attorno a lui la radura era illuminata da bianche foglie che erano simili a lacrime di cristallo che vibravano. Prese a camminare in quel silenzio, lasciandosi trasportare dall'odore di umidità tipica della campagna, calpestando l'erba bagnata. I suoi occhi esploravano tutt'attorno quel posto meraviglioso che gli infondeva una pace e una calma che non aveva mai provato. Era ammaliato dal fruscio delle fronde. In lontananza riusciva a percepire un debole rumore di acqua gorgogliante. Perciò si incamminò con l'idea di trovare l'origine del quel suono, passando attraverso le piante, sotto gli alberi che con le loro grandi fronde avevano ora coperto quel meraviglioso cielo. E infine lo trovò. Superata la boscaglia si trovò su l ciglio di una collina e da li li vide. Da lontano sembrava un lunghissimo nastro d'argento che correva adagiato su in prato dove non c'era nulla a perdita d'occhio, solo quel corso d'acqua. Scese perciò l'altura e percorrendo un sentiero finalmente si avvicinò. Da vicino poteva vedere sollevarsi delicati vapori di nebbia che danzavano come ninfe degli antichi racconti. A ben vedere però quello che da lontano pareva argento, era realmente ciò che appariva. Fluiva il delicato metallo liquido come dei capelli in acqua. Brillava sotto il baluginio delle stelle. Si avvicinò alla riva per taccarlo ma il terreno sotto di lui cedette andando a cadere nel fiume. 
  Dopo l'iniziale spavento fu sorpreso nello scoprire che non andava a fondo ma che semplicemente galleggiava su quella superficie e che essa lo trasportava come fosse stato una barca. Immerse le mani e quella sostanza argentea non rimaneva attaccata alla pelle ma scivolava via. Quel viaggio continuò facendosi trasportare dal dondolio. In lontananza però iniziò a sentire un rumore profondo che si faceva sempre più forte e dal punto di orizzonte si alzava una nube bianca. Capendo che si trattava di una cascata cercò di deviare il suo cammino ma qualsiasi cosa facesse continuava a scivolare. Lui provava con tutte le sue forze ma nulla, non si muoveva. Ormai era arrivato alla fine di quel viaggio. Il frastuono era tale che la cascata doveva essere immensa e lui non poteva fare più nulla; anche se cercava di nuotare contro e raggiungere la riva, la corrente era diventata impetuosa e lo buttava da una parte all'altra fino alla fine. Venne travolto dalla schiuma che si lanciava nel vuoto sparendo fra i bianchi vapori.

  Improvvisamente aprì gli occhi come dopo uno shock e prese aria. Si ritrovò seduto sul bordo del suo letto e guardandosi le mani vide che tremava in modo quasi spasmodico. Si girò per guardarsi attorno e scoprì di trovarsi nuovamente nella sua camera. Guardava attorno a lui con occhi sgranati. Davanti a lui, per terra c'era la sfera che brillava alla luce della lampada. La fissava.  una miriade di emozioni gli attraversavano il corpo come fosse corrente elettrica. Restò li a fissare quell'oggetto poggiato davanti ai suoi piedi. Si girò a guardare che ora fosse e le lancette segnavano ancora le due di notte.