martedì 24 novembre 2015

Lo spumante della staffa:

Era li, il sole ormai sceso da tempo, la luna un ciglio bianco tra le stelle, il bel ponte in pietra intervallato dai lampioni in ghisa decorati con stilemi floreali e sotto il lungo fiume che gorgogliava incessantemente. 
Nelle orecchie riecheggiava ancora la canzone che per tutta la sera, tra un bicchiere e l'altro nei vari locali, lo aveva accompagnato, no non rimpiango nulla! ripeteva... un ultimo sorso di spumante dalla bottiglia che si era portato con se e via, felice e sereno e ovviamente ubriaco, scavalcò l'alto parapetto, salutò la città che viveva e brillava e un salto nel vuoto, felice, sereno, libero.

venerdì 30 ottobre 2015

Ricordi di viaggio:

lo vide di sfuggita, una fugace macchia nera che passò fulminea davanti alla porta della stanza aperta sul nero vuoto e buio dell'andito. Capendo che era frutto della sua vista evidentemente un po stanca tornò a scrivere al computer sotto la luce bianca della lampada, i tasti battevano lesti e rumorosi, una parola dopo l'altra, un pensiero dopo l'altro, erano le ultime fasi del romanzo ormai quasi terminato, una fatica lunga 5 mesi, il suo secondo romanzo di racconti polizieschi dopo il ricovero in ospedale a causa di un incidente in auto nel quale restò in coma per una settimana e al risveglio dovette riprendere coscienza del suo stare al mondo.
L'ora scorreva e si erano ormai fatte quasi le due, gli occhi e la mente imploravano di interrompere, ma ormai era quasi finito, prese coraggio e continuò, ma prima di farlo volle concedersi un bicchiere fresco di vermouth e alzatosi dirigendosi alla porta nuovamente vide quell'ombra furtiva muoversi, i suoi passi si arrestarono e cercò di scrutare in quella voragine nera davanti allo studio, ma non vedeva nulla, socchiuse gli occhi per mettere meglio a fuoco, ma era ancora troppo accecato dalla luce della lampada, ma nel momento in cui i suoi occhi si abituarono all'oscurità eccolo apparire, un brivido ghiacciato gli passò serpentino nella schiena sino a fargli stringere i pugni dal terrore, un ghigno bianco lo fissava, fermo in mezzo al buio corridoio che inghiottiva tutto come un cannocchiale che distorce.

Il battito accelerava, il sudore freddo iniziava a imperlare la fronte e i muscoli degli arti contratti lo avevano reso di pietra, gli occhi penetrano lo sguardo in quelle cavità oculari nere e il respiro si fece lentamente sempre più affannato e come in un moto liberatorio un broncio di paura smosse il viso dello scrittore che non reggendo più il panico di quell'essere irruppe in grida disumane di terrore viscerale che echeggiarono per la casa, aveva definitivamente perso il controllo di se, si contorceva e straziava in urla, sentiva lo sguardo di quella presenza su di lui più vicino, sempre più vicino, gli occhi dello scrittore sgranati e impregnati di capillari sanguigni erano piantati su di lui, su quel mortale pallore. "Vattene, lasciami in pace!" gridava e piangeva ormai allo spasimo della ragione e delle forze. Tra le unghie ciocche di capelli strappati e insanguinati, batteva la testa sulla parete, "Vattene, stammi lontano" . Improvvisamente quella figura gli si avventò e un grido straziato come di bestia che viene scuoiata viva lacerò l'aria.
Quando qualche ora dopo le forze dell'ordine accorsero nella casa avvisati da coloro che si accorsero delle urla, non ricevendo risposta sfondarono la porta e dopo qualche attimo di ispezione, arrivati nello studio, si trovarono davanti ad uno spettacolo sconcertante, all'ingresso dello studio giaceva l'uomo contorto in una posizione innaturalmente indicibile, il cranio quasi del tutto privo di cute e il viso talmente tumefatto e pregno di sangue da far intravedere a malapena l'espressione distorta della bocca con gli occhi che sporgevano dalle orbite, ci volle qualche istante per riprendersi da tale visione e iniziare con le prime analisi e avvicinatisi al corpo videro ai suoi piedi della calce bianca e una maschera bianca in legno a forma di teschio messicano con il chiodo attaccato in uno dei ganci per appenderla al muro.

lunedì 19 ottobre 2015

Cechov e il dramma del gabbiano

In questo articolo del blog mi piacerebbe parlare di un'opera teatrale di Cechov che ho imparato ad amare completamente dopo averla conosciuta in uno degli sceneggiati Rai proposto due anni fa su Rai5, di cui poi successivamente ho letto il libro con la trascrizione e mi riferisco a Il gabbiano.
Velocemente la trama (attenzione svelamento del finale):
----Il giovane Konstantin Gavrilovich Treplev, detto Kostia, desideroso di diventare uno scrittore affermato vuole portare con le sue opere una nuova visione del mondo, lontano dagli accademismi che reputa stantii, inutili e idealisti e lo fa proponendo un suo spettacolo teatrale portato in scena nel piccolo palco nel giardino nella riva del lago della casa di campagna dove trascorrono l'estate la madre, l'affermata e famosa attrice Irina Nikolaevna Arkadinj, lo zio (fratello di Irina) Petr Nikolaevich, l'amato di Irina il letterato e scrittore Boris Alekseevich Trigorin e altri personaggi. A recitare sul palco Nina Michailovna Zarechnaia, amata di Konstantin e desiderosa di far l'attrice. Il monologo scritto da Kostia e recitato con passione dalla giovane, pur drammatico, esistenzialista risulterà però quasi comico agli occhi della madre che con una serie di punzecchiature cattive a scena aperta manda su tutte le furie il giovane scrittore che farà interrompere la rappresentazione, allontanandosi infuriato contro la madre che ha schernito il suo lavoro considerandolo inutile.
È così l'occasione da parte di Irina Nikolaevna di presentare a Nina lo scrittore che lei tanto ammira, Trigorin, e che nella pur breve rappresentazione le fa i complimenti comunque per il trasporto messo nella recitazione.
Sul tardi fa il suo ritorno Kostia che incontrata Nina le confessa il suo amareggiamento per non aver fatto una buona rappresentazione e che tra l'altro si è accorto che lei non è più innamorata di lui ma ha un amore per Trigorin, e nella rabbia di prima ha ucciso un gabbiano, che getta ai suoi piedi, affermando che presto pure lui metterà fine alla sua vita, visto che ha capito di non avere ne talento e nemmeno il suo amore.
In effetti ad un certo punto Kostia si spara un colpo di pistola alla testa, ma fortunatamente non va a buon fine, così la madre Irina amorevolmente cura le ferite del figlio, ma durante la discussione i toni si accendono e Kostia dirà alla madre che non sopporta più la presenza di Trigorin in quella casa, accusa la madre di fare una vita dissoluta per colpa di Trigorin, affermando anche che per colpa sua Nina non lo ama più, e Irina dirà al figlio che è un buono a nulla nella vita. Resisi conto però di aver esagerato nelle parole dette si abbracciano e si chiedono scusa entrambi.
Tuttavia però i sospetti di Kostia su Nina risulteranno fondati quando Irina e Trigorin decisero di far ritorno nella casa di città e Nina si mette d'accordo di nascosto con il letterato per andare a vivere assieme, promettendo di farla diventare una attrice famosa, ma ciò non sarà.
L'inverno seguente durante una riunione della famiglia si verrà a sapere che Nina è stata poi abbandonata da Trigorin che ha poi fatto ritorno con Irina, lasciando quindi sola la giovane con una carriera di attrice in mediocri spettacoli.
Nel frattempo Kostia ormai più maturo riesce a farsi apprezzare come scrittore e riceve i complimenti pure da Trigorin, che pur tuttavia non vede ancora di buon occhio.
Nel mentre che il resto della famiglia è nel salotto a giocare a tombola, Kostia è intento a scrivere nel suo studio. Ad un certo punto però dalla porta finestra sente un rumore e avvicinatosi vede che si tratta di Nina, che è tornata per riappacificarsi con Kostia dove dirà che si sente attirata da quella casa e da quel lago come lo è un gabbiano.
Tuttavia però si rende conto che il suo posto non è li e va via di corsa dalla finestra, lasciando il giovane da solo nuovamente.
Nel frattempo in salotto la discussione si sposta su un vecchio gabbiano morto che è stato fatto impagliare ma di cui nessuno si ricorda, improvvisamente però nella stanza vicino si sente un forte colpo, uno degli amici di famiglia, il medico decide di andare a vedere cose è accaduto, ed entrando nella camera di Kostia vede che si è sparato. Rientrando nel salotto dice che si tratta di una sua boccetta di un medicinale, ma in disparte chiede ad uno dei commensali che venga fatta allontanare Irina, affermando che il figlio Kostia si è tolto la vita.----
Questo è il dramma brevemente descritto che si svolge in due atti.
Leggendo altre opere teatrali di Cechov questa mi è piaciuta particolarmente perché disattende quello che è il suo principio scrittoreo ovvero descrivere gente semplice che non fa nulla di particolare, come normalmente accadde nella vita quotidiana di ciascuno di noi, un esempio è l'opera Ivanov, dove pure li il finale è tragico, ma al contrario di quanto accede nell'Ivanov ne Il gabbiano vi è una trama particolare da melodramma più classico della narrativa che personalmente ha attirato parecchio, c'è la madre altezzosa che deride il figlio, la giovane che si innamora dell'uomo colto e maturo ma che da lui poi verrà lasciata sola e poi il culmine con la morte di Kostia con la pistola, perché come dice Cechov ""se appare una pistola è obbligo che essa spari"" e in effetti in tutte le sue opere una pistola c'è quasi sempre... il gabbiano, Ivanov, il giardino dei ciliegi. Ma quello che ha in più Il gabbiano è propio quel dramma da melodramma che in tutte le altre opere teatrali manca.

domenica 18 ottobre 2015

Cast Diva:

«[Norma] Falcia il vischio: le Sacerdotesse lo raccolgono in canestri di vimini. Norma si avanza, e stende le braccia al cielo. La luna splende in tutta la sua luce. Tutti si prostrano.» 

Casta Diva, Casta Diva che inargenti
queste sacre, queste sacre, queste sacre antiche piante,
a noi volgi il bel sembiante
a noi volgi, a noi volgi il bel sembiante, il bel sembiante
senza nube e senza vel.

Tempra, o Diva,
tempra tu dei cori ardenti,
tempra ancora, tempra ancora,
tempra ancor' lo zelo audace.
Spargi in terra quella pace,
spargi in terra, spargi in terra quella pace, quella pace,
che regnar, tu fai, tu fai nel ciel, tu fai nel ciel.



venerdì 25 settembre 2015

Conto alla rovescia:

I bicchieri tintinnavano, le bottiglie fredde di spumante e champagne erano ormai pronte. Qualche botto in lontananza si sentiva già, anticipato di qualche minuto, illuminando all'orizzonte di azzurri, viola e giallo: ormai la frenesia era iniziata, a breve il nuovo anno; speranze, gioie, desideri, tutto in quei brevi attimi di euforia collettiva si sarebbero riversati finalmente tra risate, musica e balli.
Il grande salone giallo oro dei padroni di casa era un luccichio di cristalli e argenti. Specchi alle pareti creavano un turbinio di prospettive infinite facendo sembrare il tutto ancora più surreale.
L'orchestra jazz chiamata appositamente per la serata suonava ininterrottamente fox trot, jive, lenti, charleston, quick step.

  Finalmente il conto alla rovescia... gli ultimi 10 secondi per dar sfogo all'emozione di un anno finito... dieci, nove, otto, sette, sei, "tenetevi pronti gente!" cinque, quattro, "dai prendi!" tre, due, uno... zero! E il tutto iniziò come ogni fine anno, il cielo si illuminò di colori e bagliori multicolori, i tappi delle bottiglie volarono riversando fiotti di spuma alcolica, i bicchieri si alzarono, l'orchestra attaccò con un bel fox trot e via le danze iniziarono, tutti in pista, i coriandoli volarono ovunque e il bianco balcone in marmo era un brulicare di gente festante che entrava e usciva ad ammirare i fuochi colorati.
Era il nuovo anno.

  Iniziava la nuova vita fatta di nuove opportunità e di attese.
  La musica e il vociare si propagava per tutta la casa, dalle cucine alle stanze da letto ai piani alti.
  
  Nessuno però si accorse della sua assenza. Aveva trovato il momento adatto per allontanarsi, sparendo così nel buio delle scale, erano tutti impegnati con gli auguri e le danze.
  Saliva con passo sereno i gradini ovattati dal bel tappeto in cotone pesante. 
  "Signore che ci fate qua, vi siete perso?" una voce l'aveva fermato li al buio, era il cameriere     "perdonatemi devo essermi perso, infatti, cercavo i bagni" 
  "Sono al piano inferiore Signore, vi faccio strada" "Oh no no, non c'è bisogno faccio da me, vi ringrazio" e prese a scendere. 
  "Come desiderate". 
  Quando fu sicuro di essere nuovamente solo fece marcia indietro e riprese a salire accelerando un pò più il passo questa volta.
  Si trovò così all'ultimo piano, percorse il lungo corridoio in silenzio. Le luci dei fuochi baluginavano dai finestroni alla sua destra, lanciando dei flebili flash biancastri che delineavano i dettagli delle cornici appese al muro.
  Si avvicinò ad una delle porte finestre e l'aprì trovandosi così nell'ultimo balcone. L'aria era gelida e il frac nero non aiutava per nulla a mantenere caldi.
  Camminò con calma verso al parapetto osservando felice le luci della città in lontananza.
  Controllò l'orologio, poi si arrampicò sul balcone e si mise in piedi. Guardando di sotto vedeva le festa e gli invitati che brindavano e ballavano.
  Ancora un attimo... 
   
   "Tre, due, uno, buon anno", si lasciò andare nel vuoto.



mercoledì 23 settembre 2015

Giunt'è l'autunno:

Giunt'è l'autunno
di vento frio e di grige nubi.
Lontani sembran già i lunghi giorni d'afa e tepore.
Secca è la foglia sul verde pesco che diede al sole maturi e
profumati frutti.
S'ispande ora l'odore della fresca vendemmia tra i campi e le vie,
annunciata da mosche insistenti.

lunedì 7 settembre 2015

La mezzatinta: di M.R. James

Qualche tempo fa, se ben ricordo, ebbi il piacere di raccontarvi la storia del signor Somerton, uno studioso di oggetti antichi, e più particolarmente di antiche vetrate di chiesa, che pagò con una terribile avventura il suo interesse per una certa abbazia in Germania. Al suo ritorno in Inghilterra, Somerton non dette molta pubblicità alla sua storia; ma questa non potè mancare, naturalmente, di giungere all'orecchio di alcuni suoi amici e conoscenti, tra cui il signor Williams, conservatore a quell'epoca di un importante Gabinetto delle Stampe presso il museo di una nostra Università. Temperamento piuttosto immaginoso, il signor Williams era anche e soprattutto una persona amante della propria pace, per cui la storia di Somerton, se da una parte l'impressionò non poco, lo portò a rallegrarsi, dall'altra, che le sue mansioni lo confinassero in un campo così chiaro e per così dire innocente, come quello delle stampe inglesi. Il museo al quale apparteneva inviasse pure sul Continente qualcuno dei suoi colleghi alla ricerca di oscuri cimeli gotici o rinascimentali! Quanto a sé, era ben contento di doversi limitare, per l'istante, ad arricchire di materiale inglese una collezione già molto cospicua di antiche stampe e carte topografiche. Pure, come si vide in seguito, anche una raccolta innocente e casalinga come questa, poteva avere i suoi angoli bui; e fu proprio in uno di questi angoli bui che il signor Williams venne inopinatamente a trovarsi. Chi si sia interessato anche moderatamente a questo settore dell'antiquariato sa che c'è un mercante di Londra il cui aiuto e consiglio è praticamente indispensabile per il collezionista. Questo mercante, il signor J.W. Britnell, pubblica periodicamente bellissimi cataloghi del vasto e sempre rinnovato assortimento dì cui dispone, e che comprende antiche stampe di ogni sorta, carte topografiche, piante e vedute di antiche dimore, chiese, villaggi e città dell'Inghilterra e del Galles. Detti cataloghi, naturalmente, erano anche la guida principale per gli acquisti del signor Williams, il quale peraltro se ne serviva con parsimonia, più per colmare qualche lacuna della sua già abbondantissima raccolta che per metter le mani su preziose rarità. Ora, al principio di febbraio dell'anno scorso, uno di detti cataloghi arrivò sulla scrivania del signor Williams, al museo, accompagnato da una nota dattiloscritta dello stesso signor Britnell. La nota diceva: Gentile Signore, ci permettiamo di attirare la Sua attenzione sul n. 978 dell'allegato nostro catalogo, e saremo lieti di inviarGlielo in esame a Sua richiesta. Distinti saluti J.W. BRITNELL Trovare il n. 978 nel catalogo fu per il signor Williams questione di un momento; ed ecco la breve indicazione che lesse: 978. Ignoto. Interessante mezzatinta: Veduta di una villa del principio del secolo scorso. 15 x 10 pollici; cornice nera; £ 2,2. Non sembrava un pezzo particolarmente eccitante, e il prezzo era alto. Tuttavia, poiché il signor Britnell, che conosceva il suo mestiere e quello del suo cliente, sembrava attribuirgli un valore, Williams rispose che gli venisse mandato in esame, insieme con alcune altre stampe e disegni che figuravano nel catalogo. Si mise quindi al suo lavoro quotidiano, senza affatto bruciare d'impazienza nell'attesa del n. 978 e degli altri pezzi. Qualunque plico o pacco postale che sia, arriva sempre un giorno più tardi del previsto, e quello del signor Britnell non fece eccezione alla regola: fu recapitato al museo con la posta del sabato pomeriggio, dopo che il signor Williams aveva lasciato l'ufficio. Un usciere s'incaricò tuttavia di portarlo al College, nell'abitazione del conservatore, in modo che questi non dovesse aspettare fino al lunedì per esaminarne il contenuto e rimandare indietro i pezzi che non l'interessavano. Williams lo trovò rincasando per il tè con un amico. Dei diversi pezzi contenuti nel pacco, il solo che a noi interessi era la mezzatinta in cornice nera, di cui ho già riportato la breve descrizione contenuta nel catalogo di Britnell. Sarà bene ve ne dia ora qualche maggior particolare anche se non posso sperare di rappresentarvela con la stessa chiarezza con cui l'ho presente ai miei occhi. Copie quasi precise di essa si vedono ancora nelle sale d'attesa di certi vecchi alber-ghetti, o nei corridoi di silenziose residenze di campagna. Era una mezzatinta piuttosto comune, e tra tutti i tipi d'incisione, una mezzatinta comune è forse il peggiore. Questa rappresentava la facciata d'una villa signorile del secolo scorso, non molto grande, con tre ordini di finestre riquadrate in pietra grezza, una balaustra con palle o vasi negli angoli, e al centro un piccolo portico. Da ambo i lati c'erano gruppi d'alberi e davanti un prato d'una certa ampiezza. Sullo stretto margine si leggeva: A.W.F. sculpsit; non v'erano altre iscrizioni. In complesso, sembrava il lavoro d'un dilettante. Come diavolo gli fosse venuto in testa, al signor Britnell, di chiedere 2,2 ghinee per una roba simile, il signor Williams non riusciva a spiegarselo. Voltò il quadro con fare disgustato; sul retro era attaccato un foglietto, di cui era stata strappata la metà di sinistra. Su ciò che rimaneva v'era la parte terminale di due righe scritte a mano; sulla prima si leggeva Angley Hall, e sull'altra, Essex. Con l'aiuto d'un dizionario geografico avrebbe potuto facilmente identificare il luogo rappresentato; dopodiché avrebbe rimandato il quadro al signor Britnell, con qualche commento sulle sue capacità di estimatore. Accese le candele, poiché intanto s'era fatto buio, e preparò il tè, anche per l'amico col quale aveva giocato a golf (sport che le autorità accademiche praticano a scopo di riposo); e mentre sorbivano il tè, i due s'imbarcarono in una discussione che i golfisti possono ben immaginarsi da sé, ma che lo scrittore coscienzioso non ha alcun diritto d'infliggere ai non golfisti. La conclusione cui giunsero fu che certi colpi avrebbero potuto essere migliori, e che in certe occasioni, all'uno o all'altro dei giocatori, era stato negato quel tanto di fortuna che ogni essere umano ha il diritto di aspettarsi. Fu a questo punto che l'amico - lo chiameremo professor Binks - prese la stampa, e disse: « Dov'è questo posto, Williams? » « Stavo giusto per cercare di scoprirlo » disse Williams, avvicinandosi allo scaffale per prendervi un dizionario geografico. « Guarda sul retro. Qualcosa che finisce in ngley Hall, nel Sussex o nell'Essex. Metà del nome manca, vedi. Non ti viene in mente nulla?» « È una stampa di Britnell, immagino? » disse Binks. « È per il museo? » « Credo l'avrei comprata, se non fosse costata più di cinque scellini » disse Williams. « Ma per chi sa quale incomprensibile ragione ne vuole due ghinee. Non riesco a immaginare il perché. È una stampa dozzinale; non c'è neanche una figura che le dia un po' di vita». « Non le vale davvero, due ghinee, direi » concordò Binks. « Ma non mi pare così malfatta. Il chiaro di luna mi sembra abbastanza buono; e mi pare che di figure, almeno una ce ne sia, proprio sull'orlo, in primo piano ». «Vediamo » disse Williams. « Già, è vero, la luce è trattata con una certa abilità. Dov'è questa figura? Ah, sì! Solo la testa, proprio in centro ». E infatti, proprio sull'orlo dell'incisione, in basso -poco più d'una macchia scura - v'era una testa d'uomo, o di donna, tutta imbacuccata, rivolta verso la casa, con la nuca allo spettatore. Williams non l'aveva notata, prima. « A ogni modo » disse, « anche se è meglio di come mi fosse parsa a prima vista, non posso spendere due ghinee del denaro del museo per una stampa di un posto che neanche so dov'è ». Il professor Binks aveva il suo da fare, e ben presto se ne andò; e fin quasi all'ora di cena Williams si affaticò inutilmente per cercar d'identificare il soggetto della stampa. 'Se almeno ci fosse rimasta la vocale prima dell'ng, sarebbe slato abbastanza facile' pensava. 'Ma così, può essere qualunque cosa, da Guestin-gley a Langley, e di nomi con questa desinenza ce ne sono assai più di quanto immaginassi; per di più questo dannato dizionario non porta l'indice delle terminali'. Nel College del signor Williams si andava in refettorio alle sette. Non bisognava far tardi; tanto più che là s'incontravano colleghi che avevano giocato a golf per tutto il pomeriggio, e attraverso il tavolo si scambiavano in gran copia parole che qui non c'interessano -semplici parole golfistiche, mi affretto a spiegare. Dopo cena sì trascorse più di un'ora nella cosiddetta sala comune. Più tardi, alcuni si ritirarono nell'appartamento di Williams, per giocare a whist e fumare. In una pausa di queste operazioni, Williams prese la mezzatinta dal tavolo, senza guardarla, e la porse a uno degli ospiti, che s'interessava vagamente di arte, dicendogli da dove proveniva, e gli altri particolari che già conosciamo. L'altro la prese con fare noncurante, la guardò, e quindi disse, con un certo interesse: « E davvero una bella cosa, Williams; risente assai dell'atmosfera del periodo romantico. La luce è trattata con molta abilita, mi sembra, e la figura, anche se un po' troppo grottesca, è alquanto impressionante». «Già, vero? » disse Williams, che in quel momento stava offrendo whisky e soda ad altri ospiti, e non potè traversare la stanza per riguardare la mezzatinta. Ormai s'era fatto tardi, e di lì a poco i visitatori si congedarono. Rimasto solo, Williams dovette scrivere un paio di lettere e sbrigare del lavoro. Infine, la notte era passata da un poco, si accinse a coricarsi, e spense la lampada, dopo aver acceso la candela della stanza da letto. Il quadro era posato sul tavolo, dove l'aveva lasciato l'ultima persona che l'aveva guardato, e mentre Williams abbassava la Fiamma della lampada, attirò il suo sguardo. Ciò che vide mancò poco che gli facesse cadere la candela in terra, e adesso egli dichiara che se fosse rimasto al buio in quel momento gli sarebbe venuto un accidente. Ma ciò non awenne; fu in grado di posare la lampada sul tavolo, e osservare bene la stampa. Era indubitabile - assolutamente impossibile, ma altrettanto certo. In mezzo al prato di fronte alla casa sconosciuta c'era una figura, una figura clic alle cinque di quel pomeriggio non c'era. Stava strisciando a quattro zampe verso la casa, ed era avviluppata in una strana veste nera con una croce bianca sul dorso. Non so quale sia il comportamento ideale, in situazioni di questo genere. Posso dire soltanto quello che adottò il signor Williams. Prese il quadro per un angolo, e attraversato un corridoio lo portò in un secondo gruppo di stanze ch'egli possedeva. Lo chiuse a chiave in un cassetto, sbarrò le porte di tutte le stan?,e, e andò a letto; ma prima scrisse e firmò un resoconto dello straordinario mutamento verificatosi nel quadro da quando era venuto in suo possesso. Il sonno lo visitò piuttosto tardi; ma era consolante pensare che il comportamento del quadro non riposava sulla sua sola testimonianza. Evidentemente l'uomo che l'aveva osservato la sera prima aveva visto qualcosa di simile a ciò che aveva visto lui, non fosse stato per questo, sarebbe stato tentato di pensare che stava succedendo qualcosa di brutto ai suoi occhi o al suo cervello. Esclusa, fortunatamente, questa possibilità, per il mattino dopo si propose di far due cose: esaminare atlentamente il quadro, chiamando un testimone ad as-sisterlo, e compiere una sistematica ricerca per identificare la casa rappresentata. Avrebbe dunque invitato il suo vicino Nisbet a far la prima colazione con lui quindi avrebbe trascorso il resto della mattinata a consultare il dizionario geografico. Nisbet era libero, e arrivò alle nove e venti circa; e, mi spiace dirlo, nonostante quest'ora così tarda, il suo ospite non aveva ancora finito di vestirsi. Durante la colazione, la mezzatinta non fu nominata; Williams si limitò a dire che aveva un quadro sul quale desiderava l'opinione di Nisbet. Ma quelli che hanno qualche pratica della vita universitaria possono facilmente immaginare la deliziosa gamma d'argomenti sulla quale la conversazione di due membri del Canterbury College può spaziare durante una prima colazione domenicale. Non vi fu tema che rimase intoccato, dal golfai tennis. Pure, mi è d'uopo dire che Williams era alquanto distratto, poiché i suoi pensieri gravitavano naturalmente intorno a quello strano quadro che riposava ora, a faccia all'ingiù, in un cassetto nella stanza attigua. Finalmente, fu accesa la pipa mattutina, e giunse il momento che egli aveva aspettato. Con notevole agitazione, quasi tremando, Williams corse di là, aprì il cassetto con la chiave, prese il quadro e, - sempre tenendolo a faccia all'ingiù - tornò di corsa, e lo consegno nelle mani di Nisbet. «E adesso, Nisbel» disse, «voglio che tu mi dica esattamente che cosa vedi in questo quadro. Descrivilo nei particolari, se non ti dispiace. Dopo ti dirò il perché », « Bene » disse Nisbet, « ecco qui una residenza di campagna, inglese, direi, vista al chiaro di luna ». «Al chiaro di luna? Ne sei sicuro?» « Certo. È luna calante, se vuoi che sia più preciso, e ci sono nubi nel ciclo ». « Benissimo. Continua. » 'Giurerei' soggiunse Williams tra sé, 'che non c'era nessuna luna, prima'. « Be', non c'è molto altro da dire » fece Nisbet. « La casa ha una, due, tre file di finestre, cinque per ciascuna fila, tranne che a pianterreno, dove al posto di quella centrale, c'è un portico, e... » « E delle figure, che c'è da dire? » chiese Williams, con accentuato interesse. « Non ce ne sono » disse Nisbet, « ma... » « Come, non ce n'è una sul prato davanti alla casa? » « Neanche l'ombra ». « Potresti giurarlo? » « Certo. Ma c'è un'altra cosa da dire ». « Cosa? » « Come mai una delle finestre a pianterreno, quella a sinistra della porta, è aperta? » « Dici davvero? Signore Iddio! Dev'essere entrato! » disse Williams eccitatissimo, e corse dietro il sofà sul quale era seduto Nisbet, e prendendogli il quadro di mano verifìcò coi propri occhi. Era proprio così. La figura era scomparsa, e c'era quella finestra aperta. Dopo un momento di sbalordito silenzio, Williams andò alla scrivania e scribacchiò per un poco. Quindi portò due fogli a Nisbet, chiedendogli prima di firmarne uno - era la descrizione del quadro, che Nisbet stesso aveva appena fatto e che abbiamo riferito - quindi di leggere l'altro foglio, che conteneva il resoconto che Williams aveva scritto la notte prima. « Che cosa può essere? » chiese Nisbet. « È proprio quello che vorrei sapere » disse Williams. « Be', c'è una cosa che devo fare... anzi, adesso che ci penso, tre cose. Devo farmi dire da Garwood (tale era it nome del visitatore della sera prima) che cosa aveva visto lui nel quadro, poi devo farlo fotografare prima che cambi di nuovo, e infine devo scoprire di che luogo si tratta». "La fotografia posso farla io stesso» disse Nisbct. « Ma, sai, mi fa l'effetto, come se stessimo assistendo allo svolgersi di una tragedia. La questione è se sia già avvenuta, o se debba ancora avvenire. Devi scoprire di che luogo si tratta. Sì » disse, tornando a ronsid re il quadro, « credo tu abbia ragione: dev'essere trato. E, posso sbagliarmi, ma succederà qualcosa!;' brutto, in qualche stanza al piano di sopra ». «Adesso ti dico ciò che farò » disse Williams. terò il quadro al vecchio Green - il decano del Co gè, che era stato per molti anni tesoriere - è molto babile che lui lo conosca, questo castello. Abbiamo verse proprietà nell'Essex e nel Sussex, e chissà qu volte ci sarà andato, in quelle due contee ». « È molto probabile » disse Nisbet, « ma prima i sciami fare la fotografia. Anzi, credo che Green ni ci sia nemmeno, oggi. Ieri sera non l'ho visto, a cena e mi pare d'avergli sentito dire che andava fuori, a passare la domenica». « Hai ragione » disse Williams, « è andalo a Brigh-um. Bene, mentre tu fai la fotografia, io vado da Garwood, a farmi fare la sua dichiarazione; tu non perdere di vista il quadro, mentre son via. Comincio a p sare che due ghinee non siano un prezzo adesso ». Poco dopo fu di ritorno in compagnia di Garwood. Questi dichiarò che la figura, quando l'aveva vista, era emersa interamente dal bordo del quadro, ma non s'era ancora inoltrata attraverso il prato. Ricordava un segno bianco, sul dorso della sua veste, imi non avrebbe potuto dire con sicurezza se si fosse trattato dì una croce. Fu stesa una dichiarazione in questo senso, che Garwood firmò; quindi Nisbet procedette a fotografare il quadro. «E ora, che cosa intendi fare? » disse quest'ultimo. « Te ne starai qui a guardarlo per lutto il giorno? » «Be', non credo» disse Williams. «Vedi, tra ieri sera, quando l'ho visto per l'ultima volta, e stamattina, sarebbero potute succedere un mucchio di cose, cc ne sarebbe stato tutto il tempo; ma quel tale è soltanto entrato nella casa. Avrebbe potuto benissimo compiere il suo misfatto e ritornarsene da dove- era venuto; invece, questa finestra aperta mi sembra indicare ch'egli si trova ancora là dentro, adesso. Perciò non ho nessuno scrupolo a lasciarcelo. In più, ho una mezza idea che durante il giorno le cose non cambino granché. Possiamo andarcene a passeggio, nel pomeriggio, tornare a prendere il tè, fare ciò che vogliamo fino a stasera. Lascerò il quadro qui sul tavolo, e chiuderò la porta. Potrà entrare soltanto il mio cameriere, nessun altro ». I tre convennero che il piano era buono; inoltre, se trascorrevano il pomeriggio insieme, vi sarebbero state minori possibilità che parlassero della cosa con estranei; poiché qualsiasi voce dell'avvenimento che si andava svolgendo avrebbe attirato loro addosso l'intera Società fanlasmologica. Diamo loro respiro fino alle cinque del pomeriggio. A quell'ora o giù di lì, i tre salirono in casa di Williams. A tutta prima furono un po' contrariati al vedere che la porta dell'appartamento era aperta; ma dopò un momento si ricordarono che la domenica i domestici venivano a prendere ordini un'ora prima che nei giorni feriali. Peraltro, li attendeva una sorpresa. La prima cosa che videro fu il quadro, appoggiato contro una pila di libri, sul tavolo, come l'avevano lasciato, e poi, il servitore di Williams, seduto su una poltrona davanti al quadro, che lo fissava con evidente terrore. Com'era possibile? Il signor Filcher (il nome non è dì mia invenzione) era un domestico dal contegno ineccepibile; era lui che stabiliva il modello dell'etichetta per tutti i suoi colleghi, sia del College che del quartiere intorno, e nulla poteva essere più estraneo alla sua norma che quello di farsi trovare seduto sulla poltrona del suo padrone, o di farsi cogliere mentre dedicava una particolare attenzione ai suoi mobili o ai suoi quadri. Sembrò infatti rendersene conto egli stesso. Quando i tre uomini entrarono nella stanza, trasalì violentemente e si alzò con evidente sforzo. Poi disse: «Vi chiedo scusa, signore, se mi son preso la libertà di sedermi ». « Di nulla, Robert » rispose il signor Williams. « Volevo proprio chiedervi che cosa ne pensavate di questo quadro». « Bene, signore, non pretendo certo di mettere la mia opinione contro la vostra, ma certo, non appenderei questo quadro in un posto dove la mia bambina potesse vederlo. » « Davvero, Robert? E perché? » « No davvero, signore. Mi ricordo che una volta vide una Bibbia con certe figure che facevano effetto neanche la metà di quel quadro lì, e poi per tre o quattro notti non potemmo chiudere occhio; se dovesse vedere quello scheletro lì, o quello che è, che si porta via quel povero bambino, le verrebbero le convulsioni. Lo sapete come sono i bambini, come s'impressionano subito. Ma, quello che voglio dire, è che mi sembra che non sia un quadro che si possa lasciare in giro, signore, uno che lo vede gli può pigliare un accidente. Avete ordini, per questa sera, signore? Grazie, signore ». Con queste parole l'eccellente uomo se ne andò a proseguire il giro dei suoi padroni, e i tre signori non persero un momento a riunirsi intorno al quadro. Ecco la casa, sotto la luna calante e le nubi. La finestra che prima era aperta adesso era chiusa, e la figura era nuovamente uscita sul prato: ma questa volta non strisciava cautamente a quattro zampe. Era eretta, adesso, e veniva avanti a grandi falcate. La luna la illuminava da tergo; il nero sudario gli avviluppava il volto, sì da lasciarne scorgere solo qualche parte, un'ampia fronte bianca e qualche ciufFo di capelli scompigliati - quanto bastava perché ci si rallegrasse di non poterne vedere di più. La testa era china in avanti, e le braccia serravano strettamente qualcosa che poteva essere vagamente identificato per un bambino, se morto o vivo era impossibile stabilire. Solo le gambe dell'apparizione si potevano scorgere chiaramente, ed erano orribilmente scarne. Dalle cinque alle sette, i tre amici restarono a sorvegliare il quadro, a turno. Ma nulla cambiò. Alla fine convennero di lasciarlo, e tornare dopo cena, in attesa di ulteriori sviluppi. Quando tornarono a riunirsi, appena fu loro possibile, la stampa era sempre al suo posto, ma la figura era scomparsa, e l'edificio era quieto sotto la luna. Non restava altro che passare la serata sui dizionari geografici e le guide. Fu Williams, alla fine, il fortunato, e forse se lo meritava. Alle undici e mezzo, nella Guida dell'Essex di Murray, lesse le seguenti righe: A sedici miglia e meno, Anningley. La chiesa era un interessante edificio di e/foca nonnanna, ma fu largamente classicizzata nel secolo scorso. Contiene Iti tomba della, famìglia Francis, il cui castella, Anningley Hall, un solido edifìcio Regina Anna, sorge al di là del cimitero, in un parco di circa ottanta acri. La famiglia è ora estinta, l'ultimo membro di essa scomparve misteriosamente da bambino, nell'anno 1802. Il padre, Arthur Francis, ebbe una certa rinomanza come incisore dilettante, particolarmente dotato nelle incisioni a mezzatinta. Dopo la scomparsa del figlio visse m completo isolamento nel castello, e fu trovalo morto nel suo studio, nel terzo anniversario della sciagura, appena ultimata un'incisione del palazzo; le copie di tale incisione sono assai rare. Doveva essere proprio questa; e infatti, il signor Green, appena tornato, riconobbe subito il castello come Anningley Hall. «Puoi immaginare qualche spiegazione, per quel che riguarda la figura, Green? » fu la domanda che Williams naturalmente gli rivolse. « Non posso esserne certo, Williams; ciò che si diceva nei dintorni, quando io frequentavo la zona, e cioè prima che venissi qui, era semplicemente questo: il vecchio Francis era sempre a caccia di bracconieri, e ogni volta che ne aveva l'estro, faceva espellere dalla tenuta tutti quelli che sospettava di esserlo; finì per sbarazzarsi di tutti quanti meno uno. I signorotti potevano fare il buono e il cattivo tempo, a quell'epoca. Be', quello che rimase era uno di quei personaggi che s'incontrano spesso da quelle parti, l'ultimo discendente di una famiglia molto antica. Credo che un tempo fossero stati i signori del castello. Ricordo un caso del genere proprio nella mia parrocchia». « Come quel tale in Tess dei d'UrberviHf? » disse Williams. « Credo; è un libro che non potrei mai leggere. Comunque, costui poteva mostrare, nella chiesa, una fila di tombe appartenenti ai suoi antenati, e in complesso, era un tipo alquanto amareggiato. Francis, comunque, contro di lui non aveva mai potuto far nulla, si manteneva sempre nei limiti della legge. Ma una notte i guardacaccia Io sorpresero in un bosco in fondo alla tenuta. Potrei mostrarvi il posto, confina con un terreno che una volta apparteneva a un mio zio. Potete figurarvi che putiferio; e questo tale, un certo Gaw-dy (ecco come si chiamava, Gawdy, lo sapevo che me lo sarei ricordato, Gawdy), ebbe la disgrazia, povero diavolo, di sparare a uno dei guardacaccia. Era proprio quello che Francis voleva. Gli fecero il processo, e con le giurie dì allora, il povero Gawdy fu impiccato in men che non si dica. Mi mostrarono il luogo dov'era stato sepolto, sul lato nord della chiesa: sapete co-m'è l'uso, tutti gli impiccati e i suicidi li seppelliscono in quel lato. E si disse che a qualche amico di Gawdy - non un parente, poiché non ne aveva nessuno, quel poveraccio, era l'ultimo della sua famiglia, una specie di spes ultima genlìs - dovette venire in mente di rapire il bambino di Francis, e di metter fine in tal modo anche alla sua famiglia. Non so, è un'idea un po' fuori dell'ordinario, per un bracconiere dell'Essex; ma sai, adesso mi sembra quasi che fu il vecchio Gawdy stesso, a compiere l'impresa. Buh! Mi fa orrore solo a pensarci! Versami un po' di whisky, Williams». I fatti furono comunicati da Williams a Dennistoun e da questi a diversa altra gente, tra cui io e il professore di ofidiologia. Mi dispiace dire che quest'ultimo, interrogato su che cosa ne pensasse, si limitò a rispondere: « Oh, questa gente di Bridgeford ne dice tante! » Battuta che riscosse l'accoglienza che meritava. Mi resta solo da aggiungere che il quadro si trova ora al Museo Ashleiano; che è stato sottoposto a vari trattamenti per scoprire se in esso fosse stato usato inchiostro simpatico, ma senza risultato; che il signor Britnell non sapeva nulla, a suo riguardo, tranne che era un pezzo fuori del comune; e che, per quanto attentamente sorvegliato, in esso non si è più operato alcun cambiamento.



(prossimamente metterò qualche mia illustrazione)

martedì 4 agosto 2015

Il marinaio e il gabbiano:

  Non è una storia complicata, ne una storia di grandi eroismi, ma è una storia semplice, di amicizia, di sentimenti, di mare e di salsedine.
Era un piccolo villaggio di pescatori sulla Costa Ventosa, chiamata così poichè per la maggior parte dell'anno spirava sempre un vento leggero e tiepido, anche se non mancavano le raffiche più forti.
Tra le abitazioni del piccolo villaggio in una piccola casetta bianca dal tetto blu con un comignolo rosso viveva Girdo il giovane marinaio e il suo gabbiano Remo. Era una persona cordiale e cortese, ben voluto e rispettato da tutti. Aveva una bella barca attraccata al molo di nome Pastis, era la barca che gli aveva lasciato il padre tempo fa in eredità, e da quel momento il giovane Girdo decise che avrebbe preso la sua strada, aveva lasciato casa e salutata la madre era partito per il mondo con Pastis.
Aveva visitato le città di mare più grandi, Marsiglia, Lisbona, Amsterdam, ma non aveva certo disdegnato neppure quelle più semplici e per questo meno organizzate come Carloforte, Villefranche sur Mer, sino poi un pomeriggio di Luglio inoltrato arrivare in un isolotto al centro del Mediterraneo sconosciuto nella mappe marittime, o forse la sua non era poi così tanto aggiornata, dal nome appunto di Costa Ventosa, era una isoletta con poche case e un grande faro bianco a strisce nere.
Attraccata Pastis ad uno dei pontili in legno, era sceso per fare rifornimento; cibo e il necessario per continuare il suo viaggio; aveva salutato dei vecchi pescatori intenti a riparare le reti e sistemare i loro arnesi e si era presentato con il suo solito spirito caloroso e affabile "Salve a voi, piacere sono Girdo" disse porgendo la mano "Salve a te giovanotto" riposero continuando il loro lavoro "dunque, sto cercando una bottega per fare rifornimenti per il viaggio, se sapete dirmi dove posso trovarla ve ne sarei grato" il più anziano quindi interruppe il rammendo "Non è molto lontana figliolo, raggiungi il faro e proprio la di fronte trovi il negozio di Donna Smeralda, è ben fornito, se poi ti serve attrezzatura per la barca poco più avanti sulla stessa strada trovi Il pescatore di Maggio, il negozio di pesca dell'isola, sono persone oneste e affidabili" "Bene, vi ringrazio, a dopo allora" così si incamminò a passo spedito come suo solito, salì sulla stradina del villaggio con le casette dai tetti rossi e le persiane colorate e alla sinistra il grande faro bianco si inoltrò nella via.
Preso quanto gli era utile tornò verso il molo, ma prima si fermò qualche istante sotto al grande faro per guardarlo, era un po trascurato in affetti, nulla che un po di calce non potesse riparare, ma tutto sommato era ancora funzionale al suo scopo.
Improvvisamente un forte vento si alzò tanto che per poco non lo fece sbilanciare e gli fece rotolare via il berretto in paglia fin giù alla spiaggia, dovette così scendere e farsi largo tra scogli e cespugli per raggiungerlo e raccolto il cappello se lo rimise saldamente.
Il suo sguardo però venne attirato da un movimento tra i sassi, si avvicinò e con un po di sorpresa vide che li in mezzo c'era un gabbiano ferito, probabilmente a causa del colpo di vento. Lo prese cautamente tra le mani e lo avvolse nella sua maglia celeste e con cautela lo portò con se alla barca. Non sapeva cosa fare in effetti, si ricordò poi di quei pescatori al molo e chiese loro chi potesse dargli un aiuto, lo guardarono un po straniti poi uno dei pescatori gli disse di lasciarlo dove lo aveva trovato e che sarebbe diventato pasto per i granchi, a queste parole Girdo trasalì, ma in fondo non lo stupivano più di tanto, erano persone quelle abituate a ben altro di più aspro nella vita, così senza aggiungere altro tornò alla barca certo del fatto che comunque non lo avrebbe abbandonato, ragionò velocemente sul da farsi e decise quindi di cercare almeno una farmacia per apportare i primi soccorsi. Mise il gabbiano al sicuro in una cesta e andò alla ricerca, dopo qualche indicazione la trovò, entrò, aspettò il suo turno e chiese al farmacista delle bende, del disinfettante e qualche stecca in legno di quelle che i medici usano quando controllano la gola al paziente. Così attrezzato tornò nuovamente alla barca e iniziò le cure.
Manco a dirlo il gabbiano non stava fermo un attimo, ma con pazienza e un po di manualità che di certo non gli mancavano riuscì sistemarlo. Era proprio malconcio, ma non sembrava nulla di grave.
Che fare adesso? Ripartire o aspettare che la bestiola si fosse rimessa?
I giorni passavano, il gabbiano lentamente si stava riprendendo e lui viveva dentro la barca attraccata al molo.
Una mattina uno dei pescatori anziani si avvicinò alla barca di Girdo e chiamatolo gli disse che a breve sarebbero partiti in mare per pescare e che se si fosse unito a loro non ci sarebbero stati problemi. Per Girdo quella fu un'occasione da prendere al volo, visto che iniziava ad annoiarsi. La sera stessa allora preparò l'attrezzatura, nasse, rezzaglio, canne, reti e quant'altro. Le barche si ritrovarono al molo accese poco dopo il tramonto del sole e tutte assieme si diressero a largo che ormai era già buio. Da lontano parevano dei puntini luminosi sospesi nel mare che si faceva sempre più nero per la notte. Scelto il posto più adatto si disposero e calarono le reti, Girdo si divideva tra l'attesa della pesca e la compagnia al gabbiano che placidamente stava accovacciato nella sua cesta in vimini, ogni tanto qualche pesciolino gli veniva dato e che ingoiava felicemente intero.
Al sorgere del sole le barche ripresero la rotta di ritorno verso l'isola con un pescato abbastanza accettabile fortunatamente e che al mercato fruttò un equo guadagno per tutti i pescatori. E così andò avanti per qualche settimana fin quando un giorno uno dei pescatori di nome Marcus, con il quale nel frattempo aveva legato, gli disse che se voleva poteva andare ad abitare in una casetta li nell'isola, ormai disabitata da tempo. Il giovane marinaio inizialmente declinò cortesemente l'offerta affermando che preferiva stare li nella barca, ma poi ricordatosi del suo amico pennuto convalescente ci ripensò e accettò l'offerta. Il giorno seguente allora sistemò le sue cose nel sacco da viaggio in una mano e nell'altra il cesto col gabbiano e si diresse nella casetta che gli avevano indicato. Era un bella casa bianca col tetto blu e le persiane verdi, semplice senza fronzoli ma con tutte le carte in regola per essere accogliente. Era a due piani, in quello di sotto c'era la cucina con una sala, al piano superiore la camera per dormire e il bagno. Era già mezzo arredata fortunatamente, non dovette aggiungere gran che, se non qualche sedia in più, oltre che la biancheria per il letto. 
Per prima cosa aprì le finestre e sistemò il gabbiano vicino alla finestra del piano inferiore dal quale si vedeva il mare, poi preparò il letto con la biancheria profumata comprata poco prima. Era iniziata una nuova vita a Costa Ventosa.
Ben presto fece conoscenza con tutti i paesani, che si dimostrarono cortesi e amichevoli, i suoi vicini di casa erano una famiglia simpatica, la famiglia Ventoli, con un cane, due gatti e una gallina. 
Le sue giornate scorrevano serene e tranquille, la sera a pescare, portandosi dietro il gabbiano, tranne quando proprio il vento era talmente forte da non poter far uscire le barche, e la mattina al mercato o a riparare gli arnesi giù al molo, ovviamente non mancavano i momenti di svago, specialmente il sabato e le domeniche pomeriggio quando nella piazza principale, l'unica a ben dire, ci si riuniva con canti e balli. Stava veramente bene in quell'isola.
Finalmente e dopo varie settimane il gabbiano era perfettamente guarito e pronto per essere rimesso in libertà, così una mattina quando spirava il vento salato del mare, prese il cesto, uscì di casa e si diresse al faro; era arrivato il momento dei saluti.
I bambini del villaggio, che sapevano della storia del gabbiano ferito, seguirono Girdo per assistere alla liberazione e si diressero così agli scogli dove fu trovato.
Ma al momento della liberazione il gabbiano non ne volle sapere di uscire dal cesto, iniziò a beccare le mani del marinaio che tentavano di prelevarlo "Beh che c'è?" tac tac... le beccate erano insistenti "dai che oggi puoi tornare libero" tac tac continuava a beccare, dopo un po finalmente riuscì a prenderlo, i bambini presenti guardavano trepidanti e aspettavano la liberazione, così Girdo tenuto saldo il gabbiano tra le mani, alzò le braccia e diede lo slancio per farlo volare via, ed ecco che spiccò il volo, le grandi ali bianche si aprirono alla massima distensione e con un frullo di vento iniziò a volare via, i ragazzini esplosero allora in un applauso di gioia e di urla festanti; ovviamente gli occhi di Grido si fecero lucidi per la partenza "Buona fortuna amico mio" pensò... e sempre più vedeva il gabbiano allontanarsi tra le onde azzurre e volare via; "Bene ragazzi, ora tutti a casa" disse sorridendo ma con la malinconia negli occhi.
Ma nemmeno il tempo di arrivare a casa che da lontano si vedeva il gabbiano fare ritorno a tutta velocità verso il faro, volteggiare attorno alla lampada e scendere ai piedi di Girdo che non riusciva a crederci, era tornato, dopo un beccata alle caviglie lo prese tra le mani e con gli occhi velati di lacrime lo strinse a se... "Ora però dovrò darti un nome, che dici?"... si guardò attorno cercando qualcosa che potesse ispirarlo, vicino alla porticina di casa sua era appoggiato un bel remo rosso lucido e gli diede così il nome Remo.
Remo lo seguiva in ogni uscita di pesca, lo seguiva la mercato dove non mancavano gli spuntini fugaci e le sere stava con lui davanti al lusco al fresco. I bambini volevano bene a Remo e pure gli animali della famiglia Ventoli fecero amicizia con lui.
Ma l'umore di Girdo con il tempo si fece più malinconico e le coccole di Remo sembravano non bastassero più per farlo rasserenare "Eh caro Remo, ti sei ben accorto che qualcosa non va, e hai ragione" Remo lo ascoltava e lo guardava con gli occhi attenti e vispi "Ne abbiamo parlato tante volte lo sai e mi hai capito" Remo goffamente fece un giro su se stesso "...Lo sai molto bene, ma tranquillo passerà", fece un altro giro su se stesso e andò nel suo cesto, così chiuse le finestre, la porta e andarono a dormire.
Il mattino seguente molto presto, pure per un marinaio come Girdo, venne svegliato insistentemente da Remo che batteva il becco nella porta e lanciava dei gridi, scese al piano di sotto... "Che c'è, dove devi andare?" Remo continuava a battere il becco quindi non potè fare altro che aprire la porta e il gabbiano lesto prese il volo tra le vie del paese, il marinaio lo guardò stupito, non lo aveva mai fatto, "sia mai che è successo qualcosa" pensò, non sapendo che fare lo inseguì, girò al faro e scese vicino al molo delle barche dove in lontananza in mezzo al buio si vedeva una barca in fiamme con del fumo sprigionarsi e delle grida di aiuto si avvertivano, Girdo senza perdere un attimo di tempo saltò su Pastis e la mise in moto, il tempo di prendere velocità e raggiunse il natante in difficoltà, "dai salta su, presto!" disse, il povero malcapitato si gettò in acqua e venne raccolto da Girdo che lo portò a bordo "stai bene?" "si si ti ringrazio, non so come sia successo, mi trovavo in mare in viaggio e ad un certo punto è esploso il motore e sono stato colpito da un portellone di legno"  "va beh dai, importante è che non sia successo nulla di grave "no no fortunatamente sei arrivato tu" disse sorridendo "si, sono stato svegliato da Remo, il gabbiano che ho adottato, lo vedi, è li seduto sulla prua, ha iniziato a strepitare in casa e mi ha fatto uscire e c'eri tu, ma ora tranquillo, sei salvo, alla barca ormai ci penseremo appena farà più luce" così fecero ritorno al porticciolo e stremato dalla fatica lo condusse a casa sue dove si addormentò di botto nel divano.
Verso le dieci Girdo scese in soggiorno per svegliare l'ospite inatteso e per sapere se se la sentisse di scendere in porto assieme agli altri pescatori per recuperare la barca ormai affondata. Di buon grado accettò e nel frattempo di presentò "io comunque mi chiamo Sinandro" "tanto piacere sono Girdo". Così uscirono nuovamente in mare, Girdo arrivati al punto del naufragio, levatosi la maglietta si gettò agilmente in acqua per agganciare le cime e con l'aiuto delle altre barche trainarono il relitto in secca.
Fu un momento di grande fatica per tutti ma alla fine il lavoro venne finito.
"Mamma mia! senti Sinandro mi sa che qua è ora di pranzo, mi stavo chiedendo se ti va di mangiare qualcosa, c'è una trattoria dove si mangia senza bene" "Se non reco disturbo molto volentieri" disse e così qualche via dopo ecco la Trattoria da Marille.
Girdo e Sinandro passavano tanto tempo assieme, andavano spesso a pesca, sempre con il fedele Remo si intende, trascorrevano ore in compagnia l'uno dell'altro, raccontandosi le loro storie di viaggi, la loro vita, i vecchi ricordi e di come Girdo aveva trovato il povero Remo.
Non c'era giorno che Sinandro non passasse a trovare Girdo per fare due chiacchiere o una passeggiata al faro nelle sere d'estate e lui ne era ben felice, era da tanto tempo che non trovava una persona come lui.
L'umore del giovane marinaio era finalmente cambiato "Remo!" disse un pomeriggio rivolgendosi al gabbiano "sai che forse è successo?" il gabbiano aveva capito di cosa stesse parlando e per tutta risposta scese dalla cesta e sbattè le ali e iniziò a girare sul posto felice, con quelle sue zampe enormi "Si mi sa che hai ragione caro amico, mi farò avanti stasera".
Quindi arrivata la sera si preparò di tutto punto, mise la maglia che più gli donava e passò a prendere Sinandro che nel frattempo viveva in una casa con una signora di mezza età.
Si recarono come sempre a fare un giro nella piazza centrale sino ad arrivare giù al molo delle barche e si sedettero con i piedi che toccavano l'acqua, stavano molto vicini l'uno all'altro e questa volta parlavano un po più impacciati, si percepiva un po di imbarazzo e ogni tanto si guardavano con un mezzo sorriso divertito, lo avevano capito; il sole stava scendendo dietro il mare e l'aria si faceva fresca finalmente, la luce colorava di arancione i capelli di Girdo e gli occhi di Sinandro si fecero di un bel color nocciola chiaro, improvvisamente scese un silenzio straniante tra i due e fu un attimo, i nasi si accostarono, gli occhi si chiusero e un leggero bacio sfiorò le loro labbra. Il mondo venne chiuso fuori, tutto si fece silenzioso, tutto si acquietò. Un bacio leggero e cauto in quel mare che tramontava, gli occhi di entrambi si riaprirono, si guardarono e una lacrima di emozione scese sul viso di Girdo.

domenica 19 luglio 2015

memorie di un bacio:

Il sogno di un bacio desiderato, La bellezza di un bacio dato, La tranquillità di un bacio rubato, La malinconia di un bacio ricordato

sabato 11 luglio 2015

Dopo mezzogiorno: dramma in un atto

Interpreti:
-Julius Landi: proprietario terriero
-Cornelio: maggiordomo
-Ada: moglie di Julius
Atto 1:
Pomeriggio d'estate, sullo sfondo un patio in legno di una casa di campagna, Ada siede nella poltroncina di vimini e legge.
-Ada: Cornelio?
-Cornelio: dite signora
-Ada: potete andare a chiamare mio marito e dirgli di venire in cortile ho da dirgli buone nuove
-Cornelio: subito signora
Entra in casa e si dirige nel salotto, appena apre la porta si sente il rumore di uno sparo e vede Julius stramazzare per terra. Torna da Ada sconvolto.
-Cornelio: signora!
-Ada: ebbene?
-Cornelio: (esitante) è meglio che entriate in casa.



Sipario.


martedì 7 luglio 2015

poesia dedicata al mare di Pascoli: Mare

M'affaccio alla finestra, e vedo il mare:
vanno le stelle, tremolano l'onde.
Vedo stelle passare, onde passare:
un guizzo chiama, un palpito risponde.
Ecco sospira l'acqua, alita il vento:
sul mare è apparso un bel ponte d'argento.
Ponte gettato sui laghi sereni,
per chi dunque sei fatto e dove meni? 

Giovanni Pascoli, 1892

lunedì 8 giugno 2015

Una notte sola:

So dark.
Vuoto.
Silenzio.
Vuoto.
Una notte blu, nuvole nere scorrono tra le stelle e le luna, la strada umida ridisegna i contorni delle luci e della industriale cittadina di periferia che dorme da ore.
Il semaforo ondeggia al vento e alterna i colori indifferentemente che sotto di lui ci sia qualcuno o meno.
Un bar alla fine della curva, lontano dalla vista, e i neon verdi dell'insegna tremolante, offre ristoro e qualche panino a buon prezzo accompagnato da una scadente bibita gassata; insomma la solita schifezza della notte tardi.
Si fermò lentamente facendo stridere fastidiosamente il disco dei freni, ormai consumati, sotto la luce rossa di quel semaforo e attese, alzò lo sguardo allo specchietto sopra di lui e al verde ripartì. Qualche metro e il Re di Cuori era a portata di mano.
Avrebbe mangiato qualcosa prima di risalire in macchina.
Varcò la soglia in acciaio e vetro e si fece strada tra i pochi tavolini in resina giallo acido e qualche sbandato seduto, e si avvicinò al bancone illuminato da flebili luci bianche, attirò l'attenzione del barista che gli si fece incontro "dica", pensò, "un panino e un caffè doppio corretto con Smirnoff" "bene".
Pochi istanti dopo riapparve con panino e caffè "ecco" "grazie; senta, dopo il ponte qua all'angolo è molto lontana la strada per il passaggio a livello? "no, saranno altri 500 metri, ma non troverà più nulla, questa è l'ultima stazione di servizio" "lo so, e io ho solo questa notte..." si guardò attorno, frugò nella tasca interna della giacca in poliestere marrone ed estrasse i soldi, pagò il dovuto si girò e lasciò il  locale.

domenica 24 maggio 2015

Il castoro marinaio: come nasce un'amicizia.

Viveva nella riva di un fiume, sul Bosco delle Querce Muschiose un giovane castoro di bell'aspetto con zampe robuste, grandi occhi nocciola e come tutti i castori con due bei denti pronti a mordere e rosicchiare quando l'occasione lo richiedeva. Abitava sereno nel suo anfratto terroso, tra vecchi rami e foglie secche come pavimento, ovviamente era un castoro al passo con i tempi infatti aveva un bel telefono cellulare di ultima generazione e amava guardare la televisione e tenersi informato sugli eventi del mondo ma anche su ciò che accadeva attorno al fiume, e non vi era programma migliore di Tele Rosicchio per fare ciò, condotto dalla preparata e simpatica Madame donnola.
Sua grande passione era però la navigazione, infatti suo padre era marinaio, suo nonno era marinaio, il padre di suo nonno era marinaio e il nonno del nonno del padre idem, insomma come ogni buon castoro amava stare nell'acqua e aveva costruito, manco a dirlo, con i suoi denti, una piccola barchetta bianca con tanto di vela, boccaporto ed elica, ne andava fiero e spesse volte quando faceva un giro per pescare qualche pesce non lesinava mai di suonare la trombetta per salutare gli altri animali, Comare volpe, Sora marmotta, Lady martin pescatore, Messer tasso e il suo amico del cuore Commendator airone.
La loro amicizia era nata tanti anni prima quando una notte d'inverno durante un forte acquazzone il Commendator airone a causa di un ramo spezzato caduto da un albero ruppe l'ala al povero uccello, che trovatosi colto di sorpresa dal brutto tempo stava di tutta fretta tornando al suo nido tra le canne, cadde rovinosamente in acqua. Castoro il marinaio accortosi che qualcuno stava chiedendo aiuto si affacciò dalla finestrina della sua cucina e lo vide in mezzo all'acqua che annaspava, subito allora indossò la sua salopette e si diresse di tutta lena alla barca, dovette fare non poca fatica per raggiungerlo, l'acqua del fiume era ben mossa dal forte vento e dalla pioggia, la barca solcava la onde e Castoro il marinaio vedere avvicinarsi sempre più l'airone; quando fu vicino abbastanza gettò l'ancora e lanciò una ciambella di salvataggio fatta con leggere canne al Commendator airone che fortunatamente riuscì ad afferrarla col becco e a incastrarlo sotto l'ala sana.
Castoro il marinaio usò tutta la forza di cui era a disposizione per trascinare sul ponte della sua barca il povero malcapitato airone, ma era un uccello troppo grande per quella piccola imbarcazione, si sarebbero di sicuro capovolti così sperò nella buona sorte e lo portò a riva lentamente trascinandolo al fianco della barca. Quando furono al sicuro sotto le querce il povero volatile era semisvenuto dal dolore e dalla fatica, farfugliava parole flebili, così il coraggioso Castoro cercò di rassicuralo e lo portò con se al caldo della sua casa, per giorni si prese cura di lui, gli fasciò l'ala ferita, lo imboccò con pesciolini in salsa di alghe salate, fin quando Commendator airone riprese le forze e poté finalmente tornare a volare.  E fu da quei brutti momenti che il loro sodalizio iniziò.

mercoledì 20 maggio 2015

L'insana passione degli archeologi nel voler rialzare a tutti i costi antiche costruzioni crollate con il tempo:

È da un po ormai che studiando archeologia mi imbatto nel constatare e nel leggere che gli archeologi, sino a quasi 40 anni fa, hanno avuto la passione di risollevare e rialzare colonne, mura, pietre dei siti archeologici particolarmente importanti e suggestivi, abbiamo tanti esempi come Stonehenge, dove la conformazione attuale è frutto di una riedificazione totale iniziata sin dal 800 fino agli anni 60 del secolo scorso, e ben pochi blocchi risultano essere quindi nella posizione reale, oppure il tempo sardo di Antas (quello fatto realizzare da Augusto) dedicato al dio Sardus Pater che quando venne scoperto nell'800 era completamente avvolto dal bosco e in piedi restavano solamente poche pietre, e fu negli anni 60 che si decise di intervenire rialzando le colonne frontali facendogli assumere l'aspetto attuale, con interventi di restauro a mio avviso molto pesanti per la presenza di cemento e barre di ferro che stanno arrugginendo a vista d'occhio, sempre in Sardegna andiamo a Tharros dove tra le foto più famose c'è sicuramente quella con le due colonne bianche che si stagliano sul mare blu, una bella cartolina di sicuro, peccato che quelle colonne siano completamente in cemento (eccezion fatta per i capitelli) fatte ai giorni nostri per abbellire il sito e ricevere più fondi per gli scavi (a mali estremi...), rimanendo in Italia abbiamo i due templi nella Valle dei templi di Agrigento dove pure qua le collone dei due templi vennero rialzate e sistemate in loco nei restauri del sito.
Potrei fare ancora tantissimi esempi.
Mi trova un po sconcertato quindi vedere come con tanta facilità si siano permessi interventi di ricostruzione sia parziale che totale di edifici che esulano dalla restaurazione per il semplice motivo del voler appagare l'occhio andando a snaturare il sito stesso, a volte è bello anche solamente immaginare. Poi magari sono io che sto sbagliando sia chiaro.

sabato 16 maggio 2015

La rondine:

Lo stridio che si spegne nell'eco di altri mille stridii in un volo fulmineo che graffia l'aria con picchiate, giravolte, torsioni e poi ancora lo stridio. Nera come i corvi ma leggera e appuntita come una freccia. Urli al di e al meriggio annunciando la calda stagione.

martedì 5 maggio 2015

Storia dell'albero di ciliegio:

Tanto tempo fa in un remoto villaggio ai piedi delle colline nebbiose, viveva una vecchina che era solita passare i pomeriggi freschi delle sere d'estate sulla riva dello stagno vicino alla sua casa. Era un bello stagno, con i bordi costeggiati da dei bianchi sassi dal quale spuntavano fili di erba e ombrose canne palustri dal quale proveniva il gracidare delle piccole raganelle, e dentro lo specchio d'acqua si vedevano passare placidamente pesci rossi e gialli o bianchi chiazzati di rosso che si rifugiavano sotto le ampie foglie delle ninfee disseminate qui e la. Era un piccolo angolo di tranquillità.
   La vecchina si sedeva sulla panca in pietra, chiudeva il suo ombrello di carta di riso e prendeva il pane per gettarlo dentro lo stagno, subito i pesci si accalcavano su quelle briciole lesti e voraci e mille bollicine schioccavano nella superficie.
   Tutti sapevano che questa vecchina era molto saggia e chiunque avesse avuto bisogno di un consiglio o di una parola avrebbe potuto tranquillamente chiederle un parere; in tanti le facevano visita e lei con poche parole comprensive portava conforto e alleviava gli animi più bui.
   Il tempo però passava, le estati passavano e gli inverni si susseguivano e la vecchina sempre di meno si avvicinava al laghetto per trascorrere li qualche ora in tranquillità, ma un giorno presa dal grande desidero di rivedere quel luogo tanto amato si preparò con dovizia, non ne poteva più di stare rinchiusa dentro casa, così prese un po di pane, lo mise nella sacchetta e si avviò. I passi erano ormai lenti e doveva reggersi ad un bastone per avere un saldo sostegno. Finalmente si avvicinò al laghetto tanto amato, era come se lo ricordava, ben poco era cambiato, le canne, le pietre bianche e la panca in pietra, c'era ancora tutto.           Sedutasi cautamente guardò con felicità la superficie dell'acqua con le ninfee colorate, aprì la sacchetta e prese il pane e lo gettò a piccoli pezzi davanti a se, come era sempre accaduto i pesci si azzuffavano sopra le briciole e lei si divertiva a guardare la loro voracità; saltavano, si rincorrevano, si strappavano via il pane dalla bocca. Si, quel lago la faceva stare proprio bene.
   Improvvisamente però un leggero vento profumato di glicine si alzò e complice la fresca giornata e il sole primaverile, la vecchina lentamente si assopì sopra la panchina.
   Di li passava un giovane, che come spesso accadeva era andato a trovare la vecchina per chiederle un consiglio, bussò più volte alla porta di casa ma vedendo che non rispondeva nessuno allora si diresse al laghetto li vicino. Ma arrivato non la trovava nemmeno li, era però sicuro di averla vista poco prima uscire di casa, e in effetti li erano il suo bastone e la sacchette con il pane per i pesci, così sconsolato e pensieroso su dove potesse essere andata si sedette sulla panca di fronte e attese. Improvvisamente però sentì la voce della vecchina che lo chiamava, subito si girò a cercarla ma non vedeva nessuno. La voce, dolce e pacata ancora lo chiamava, girava lo sguardo un po ovunque ma proprio non la vedeva; si accorse però che affianco alla panchina era spuntato un rigoglioso e piccolo alberello di ciliegio con i suoi bei fiori rosa che era sicuro prima di allora non c'era mai stato, nuovamente la voce lo chiamò, provò ad avvicinarsi all'albero, si sedette nuovamente sulla panchina in pietra, e questa volta chiuse gli occhi e iniziò ad ascoltare quello che l'alberello aveva da dire.

sabato 2 maggio 2015

Come è difficile scrivere un racconto con protagonista un gabbiano senza farsi influenzare da Jonathan...!!! Ma ce la farò...

Gita al tempio romano di Antas a Fluminimaggiore e museo archeologico di Villanovaforru...

Con mia profonda amarezza e delusione ho scoperto che questo bellissimo tempio di origine romana, che sostituì il precedente tempio punico, venne totalmente ricomposto (arbitrariamente?) durante gli interventi di restauro degli anni 60 da Ferruccio Berrecca, che iniziò i primi scavi archeologicipoichè quando venne scoperto nell''800 il sito si presentava solo con la parte del crepidoma (pavimentazione delle colonne) e qualche alzato murario nella parte del adytion (stanze retrostanti alla cella), con l'aggiunta perfino di elementi in cemento armato con le evidenti barre in ferro che si stanno ossidando...



lunedì 30 marzo 2015

Le due donne ingannate:

Partendo dal meccanismo di elaborazione adottato da Calvino per creare i testi "Il castello dei destini incrociati" e "La taverna dei destini incrociati" mi sono cimentato anche io in questo modo di scrivere...
 

C'era una volta un giovane mercante che per sua sfortuna si innamorò di ben due ragazze. Non riusciva proprio a decidere chi tra le due avrebbe ricevuto le sue attenzioni, e per ciò si struggeva.
Decise così che chi li avrebbe portato il dono più particolare sarebbe diventata la sua compagna. Le due donne subito si misero all'avventura. La prima partì per le lontane montagne del nord andando alla ricerca dell'acqua capace di poteri miracolosi, la seconda affrontò senza paura l'antico e feroce leone delle grotte nella fitta foresta per tagliarli la fulva criniera che rendeva invincibili.
Tornate da lui tempo dopo, il mercante disse loro di ripresentarsi il giorno successivo per sapere quale sarebbe stata la decisione.
Ma la notte stessa scappò di tutta fretta sul suo carro portandosi via i doni, lasciando il mattino dopo le due donne sconsolate e interdette per quel gesto; così si recarono entrambe dalla Giustizia e le raccontarono quel che accadde, per rassicurarle la Giustizia disse loro che quel gesto non sarebbe rimasto impunito e di tornare a casa tranquille.
Nel frattempo durante il suo viaggio il ragazzo incontrò una bellissima ed elegante fanciulla che con leggero passo danzava muovendo un delicato foulard di seta color granato e se ne innamorò perdutamente. Ai suoi occhi apparve come una delicata Venere incorniciata da ghirlande di fiori. Si avvicinò e le disse che se fosse diventata sua sposa le avrebbe offerto come dono un'acqua miracolosa e una pelliccia fatta con il pelo del leone più coraggioso.
La donna accettò la proposta fatta e la gioia del mercante fu incontenibile, gioia che però venne presto smorzata, infatti questa si trasformò in un demonio con volto caprino dalle lunghe corna e dai cespugli frondosi saltarono fuori i suoi due aiutanti, con le zampe come quelle delle capre e corpo di essere umano. Per punire il giovane di aver illuso le due povere ragazze, sotto decisione del Satanasso, lo presero e lo legarono ad una ruota e lo obbligarono a girare li appeso per 200 anni. 



domenica 29 marzo 2015

I destini che contraddicono Calvino

Il castello dei destini incrociati e la taverna dei destini incrociati, idea assolutamente geniale per la creazione di racconti nell'usare le immagini dei Tarocchi, ma personalmente è il testo che contraddice Calvino e le sue teorie descritte in "Lezioni Americane"... i due testi sono prolissi, pesanti, lenti e incentrati tutti sulla non esattezza ma invece sulla interpretazione arbitraria da parte dei convenuti della carte che vengono dispiegate sul tavolo da chi sta raccontando la propria vicenda. Mi aspettavo molto di più. Pare invece che lo scopo e l'impegno di Calvino sia stato principalmente quello di mettere in risalto solamente la combinazione e l'intersezione delle carte che alla fine dei racconti si venivano a sistemare sul tavolo, ma che poi alla fin fine con la trama del racconto non avevano nulla di rilevante...!!!

mercoledì 25 marzo 2015

mercoledì 18 marzo 2015

Non quella notte:

Una metropoli qualsiasi, una domenica notte di fine novembre, un bar aperto sino a tarda sera, qualche cliente ai tavoli,  basse luci giallo soffuse alle pareti. Camerieri che passano tra i tavoli con aperitivi tintinnanti di ghiaccio e qualche salatino.
Sul palco in fondo un unico faretto Illuminava un nero e brillante pianoforte.
Note malinconiche e leggere di foglie morte, un inno alla vita che va per inerzia, stanca.
Era l'unico modo che aveva per credere di esser ancora vivo,  per non sprofondare nell'oblio.
Il pubblico non era un problema, si dimostrava abbastanza ricettivo e qualche plauso di apprezzamento arrivava.
La notte andava, le note finirono e così pure la serata giunse al termine.
Chiuse il pianoforte e messosi il cappotto, alzando il bavero per ripararsi dal vento, si incamminò verso casa. Poche macchine ormai giravano in strada e la luce dei lampioni si susseguiva angolo dopo angolo, luce dopo luce come in una pista di atterraggio.
"Domani?, dopo domani?"
Attraversò un ponte di pietra riccamente decorato, l'acqua gorgogliava copiosamente sotto di esso, infrangendosi tra i grossi pilastri.
Fermatosi a guardare il brillio argentato delle luci della città che vibravano nei flutti appoggiò i piedi uno dopo l'altro sul parapetto fino a trovarsi sospeso nel vuoto, il vento gli sferzava la faccia e lo costringeva e chiudere gli occhi.
Guardò quella città che domani si sarebbe risvegliata.
Prese un respiro lunghissimo, fissò davanti a se quel fiume tortuoso e nero.
Un attimo infinito, eterno, e l'ultimo pensiero fu... "no! Non questa notte" Così scese con cautela dalla balaustra in pietra, alzò lo sguardo al lampione e riprese il cammino verso casa..."non questa notte" ripeté tra se.

martedì 24 febbraio 2015

Favola del gatto alla finestra:

Tornava a casa tutte le sere, qualche miagolio, un rumore di zampette che graffiavano sulla porta e poco dopo questa si apriva per farlo entrare, salutava nuovamente con un miagolio e si dirigeva così verso la ciotola con il mangiare e tranquillamente faceva la sua cena.
Finito il pasto, dopo esseri lisciato il pelo con dovizia per qualche istante, con fare calmo faceva il giro della cucina, un po di fuse ai padroni, due coccole fugaci e poi si sistemava con un balzo sul davanzale della finestra con le tende verdi e aspettava la sua amica, che come ogni notte compariva da dietro il cespuglio di gelsomimo, la vedeva sorgere lentamente e tutte le notti la attendeva e stava a guardarla con attenzione, le piaceva, così bella e bianca che solitaria si faceva largo tra il cielo, non si sa se le parlava magari col pensiero e le raccontasse qualcosa, ma sta di fatto che si fermava incantato, e poi dopo un po scendeva dal davanzale e andava a dormire nel morbido cuscino sotto la finestra.

lunedì 23 febbraio 2015

Lumicino della notte:

Lumicino della notte,
fioca luce per dormire,
Per dormire e sognare.
Chiudon gli occhi bimbi e mici.
Sogni d'oro agli amici.
Lumicino della notte,
Luce gialla, lieve lieve,
Porta il sonno a chi è stanco,
O tien compagnia a chi proprio non vuol dormir.

domenica 22 febbraio 2015

sabato 21 febbraio 2015

I cancelli della notte:

Viaggiava tra le nuvole della notte la lieve barca argentea che riluceva al pallido chiarore della luna, strisciando le sue fiancate sulle impalpabili ed evanescenti masse di vapori sospesi che si muovevano al suo lento passare.
Cercava ancora i cancelli della notte.

lunedì 16 febbraio 2015

Autunno; Aleksèj Tolstòy

Autunno! Tutto il nostro povero giardino si spoglia, le foglie ingiallite volano portate dal vento, solo la lontano appaiono, sul fondo delle valli, i bei grappoli rosso-accesi dei sorbi che appassiscono.

È triste ed allegro insieme il mio cuore, in silenzio io riscaldo e stringo le tue manine, guardandoti negli occhi, in silenzio verso lacrime, non so esprimere, come io ti ami.